|
Writer Officina Blog
|

Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
|
|
|
|
|
|
Conc. Letterario
|
|
|
|
Magazine
|
|
|
|
Blog Autori
|
|
|
|
Biblioteca New
|
|
|
|
Biblioteca Gen.
|
|
|
|
Biblioteca Top
|
|
|
|
Autori
|
|
|
|
Recensioni
|
|
|
|
Inser. Estratti
|
|
|
|
@ contatti
|
|
|
Policy Privacy
|
|
A me non è permesso
|
Quante ovaie ha una donna? E quante ne servono per procreare? La domanda si pose con urgenza a Claudio, quando la sua fidanzata gli telefonò dall'ospedale di Palermo, dicendogli che durante un'azione paramilitare antimafia nelle campagne era caduta su uno spunzone metallico che le aveva perforato l'addome, e avevano dovuto operarla, asportandole, appunto, un'ovaia. Questo accelerò la sua determinazione di sposarla, anche se non l'amava – e non gli piaceva neanche tanto: ma, se adesso lei presumibilmente non poteva avere figli, era un'occasione che Claudio non poteva lasciarsi scappare: perché sposarsi gli sembrava l'unico modo per arrivare a fare sesso, a 34 anni.
Aveva conosciuto questa ragazza, coetanea o leggermente più giovane, in un'associazione cattolica animata dai gesuiti; lei, nella presentazione di sé che si faceva ogni volta che entrava in gruppo un nuovo membro, aveva raccontato di essere stata prossima a sposarsi, ma che il fidanzato l'aveva abbandonata una settimana prima del matrimonio: "Ma io ho dato il vestito in beneficenza!", aveva aggiunto con doloroso orgoglio.
Claudio era entrato nell'organizzazione cattolica 7 anni prima, allo scopo di trovare una ragazza; perché non aveva nessun altro modo di conoscere persone, e non solo ragazze; e veniva da un lungo periodo di terra bruciata intorno a sé, praticamente da quando aveva finito il liceo; anche se ipocritamente questa frequentazione gli costava un'infinità di preghiere e di messe, tutte cose a cui non credeva, nonché, una volta alla settimana, nella riunione di condivisione del gruppo, l'onere di arrampicarsi sugli specchi per tirar fuori qualcosa di sensato e magari anche di brillante da dire, a commento del brano di vangelo o del salmo appena letto, ma cercando di glissare sul fatto che lui, era, appunto, non credente.
In quegli anni, solo una volta si era avvicinato un po' allo scopo: aveva conosciuto un paio d'anni prima, sempre in gruppo, una ragazza., molto intellettualoide, un po' "strana", e perciò esattamente il tipo che in prima battuta lo attirava (in futuro, questo è uno schema che si sarebbe ripetuto come un orologio svizzero: tutte le sue future fidanzate sarebbero state “matte”, non tanto per dire, ma in termini di diagnosi clinica professionale): e a una festa cattolica, di quelle a base di coca cola e aranciata, portandola fuori sul balcone era riuscito dio sa come a farfugliare qualcosa tale che lei aveva capito che lui ci voleva provare, e, apparentemente, non le era dispiaciuto: così poi avevano preso un taxi insieme (lui non guidava) e l'aveva riportata a casa, verso le due di notte, facendosi accogliere e rimproverare dalla madre di lei, protettiva e isterica, che nel frattempo aveva già telefonato due volte alla casa della festa, e gli amici rimasti avevano cercato di rassicurarla, la sua bambina era andata via con "un bravo ragazzo".
Nella settimana successiva però lei non gli aveva risposto più al telefono, e quando si erano rivisti, alla successiva riunione del gruppo, si era comportata come se non fosse successo nulla, e fosse stato tutto un sogno; probabilmente plagiata dai rimproveri materni e paterni.
Tutto da rifare. Era una che parlava con la zeppola, un'eterna studentessa di 22 anni, sempre impegnata su una tesi di laurea interminabile (che infatti anni dopo sarebbe stata pubblicata, e lei sarebbe diventata un'esperta riconosciuta della materia), e sciroccata; neanche lei aveva la patente, e la madre non le faceva portare con sé la chiave di casa, e della carta di identità solo una fotocopia, per paura che le perdesse. Nel complesso, un grande infantilismo che trasudava da tutti i pori. Probabilmente una personalità schizoide. Però guardabile, se ti piaceva il tipo, un po' una Diane Keaton giovane, un po' più bruttarella: e soprattutto magra, come piacevano a lui. Non gli piacevano le ridondanze femminili, preferiva il tipo efebico.
Non come la prima non-ragazza con cui era uscito al liceo, a 17 anni, una cicciona con naso aquilino, perché se l'era rotto da bambina contro la maniglia di una porta. Non-ragazza perché lei era innamorata di lui, e lui non di lei – anzi, fisicamente quasi gli ripugnava un po': aveva le dita grassocce e sudaticce, tanto per dirne una: ma usciva con lei senza sapere perché, e senza farci nulla, né desiderando di farlo; ma tanto per fare qualcosa. Probabilmente gratificato, in qualche sua latebra psicologica, dal fatto che lei fosse innamorata. Era come fare pratica per quando sarebbe uscito con una ragazza che gli fosse piaciuta veramente. Ma, per esempio, rifiutava di tenerla per mano; e di abbracci e baci, non se ne parlava minimamente. Lei sopportava stoicamente, innamorata, in attesa di tempi migliori, che lui cambiasse. Erano finiti insieme proprio perché a lui non piaceva: così, i primi tempi che la conosceva, sempre in una delle inevitabili associazioni cattoliche, scherzava e chiacchierava con lei in modo tranquillo e fluido, e lei aveva frainteso, aveva preso la cordialità di lui per attenzioni e corteggiamento.
Claudio infatti riusciva a parlare e a essere sciolto solo con le ragazze che non gli interessavano; quando invece aveva un minimo retropensiero affettivo o erotico, per lui era assolutamente impossibile approcciare la persona. Questo era, beninteso, un problema generale, non solo con le ragazze. Una disabilità relazionale generalizzata. E, riguardo alle relazioni amorose, aveva il problema tecnico e preliminare di "come" si riuscisse, la prima volta, a proporre alla lei prescelta di mettersi insieme; ci doveva essere da qualche parte come un gettone da introdurre nell'apposita macchinetta distributrice delle relazioni maschio-femmina: ma chi te lo dà? Grande mistero.
Prima ancora infatti, dall'epoca del suo primo innamoramento, a 13 anni, Claudio si poneva infatti molto seriamente il problema del passaggio di status, ovvero la domanda: come si fa a transitare dallo status di semplici conoscenti, a quello dello "stare insieme”? che parole si dicono, che gesti si fanno, in che contesto, con che tempistica? Non riusciva a figurarselo... l'unica cosa che gli era venuta in mente, era che i due si trovassero una volta o l'altra per caso a camminare insieme, uno accanto all'altro; e che a causa del normale ondeggiare delle braccia, camminando, a un certo momento le loro mani si sfiorassero; e, in quell'istante topico, che uno dei due violasse le regole comunemente accettate nei rapporti sociali, e non lasciasse andare le dita dell'altro; e così si ritrovassero quasi in automatico mano nella mano, e ufficialmente era fatta, il muro era stato saltato! Altro non gli veniva in mente. E sul punto, molti anni dopo, durante la sua prima terapia analitica, si lamentava con l'analista che non gli avessero dato "il libretto delle istruzioni” per approcciare le donne, come sembrava invece che lo avessero dato a tutti gli altri; ma, trovando questa lamentela banale (l'avevagià letta da qualche parte più di una volta), non aveva insistito sull'argomento; e siccome l'analista faceva il suo mestiere di analista e perciò non diceva una parola utile che fosse una, il discorso era finito lì. Ma, banale o no, per lui era un problema enorme, come un macigno che gli sbarrava il sentiero stretto di accesso al pianeta donne.
Aveva contribuito a peggiorare la situazione anche l'esperienza ancora precedente a quella con la cicciona, la sua primissima in assoluto, l'anno prima. Quella volta si era trattato invece una bella ragazza, che a 16 anni aveva modi particolarmente fini, e anche un certo gusto nel vestire: il che a lui ricordava la “distinzione” propria dei suoi genitori. In un certo senso, Claudio non era mai stato giovane né ragazzo; era passato direttamente dall'essere bambino all'essere un piccolo adulto, ben adattato, ben socializzato, sobrio, senza grilli per la testa nel vestire o nei comportamenti, senza apparenti fibrillazioni adolescenziali. Aiutava il fatto che all'epoca sua non era sviluppata una subcultura giovanile diversa e contrapposta a quella degli adulti, tranne che nei ragazzi politicizzati: tutti i suoi compagni di scuola erano tranquillini e moderati, la divisa comune a scuola era maglioni tipo Lacoste, jeans, e Clark (o, solo per i più destrorsi, Camperos). Le ragazze vestivano come piccole donnine fatte, senza abuso o stravaganze di trucco, a imitazione delle loro madri. Tutta la loro condizione prettamente giovanile si concentrava nel giocare a pallone, i maschi, e nel farsi esonerare da ginnastica e passare l'ora a chiacchierare di uomini, le ragazze. Circolava anche un clima rilassatamente intellettualoide, alcuni compagni di classe provenienti da una certa sezione del ginnasio avevano portato con loro al liceo la consuetudine di scrivere un giornalino di classe, “il Toribante”, sonante nome greco concordato col loro insegnante di lettere, a casa del quale andavano a fare grigliate, e Claudio contribuiva scrivendoci composizioni poetiche umoristiche in sestine ariostesche. Di suo, non portava i jeans, perché a casa sua non li concepivano – suo padre, maniaco dell'eleganza, che viveva come uno status symbol che differenziasse visivamente i “signori” proprietari terrieri della sua nativa Sicilia dai “cafoni” senza terra, non riusciva a comprendere che un giovane di buona famiglia potesse deliberatamente vestirsi da scaricatore di porto genovese - e si lasciava vestire da sua madre; e invece delle Clark portava eterni mocassini neri, perché odiava i lacci.
La politica non interessava, a quei ragazzi: a loro piaceva ridere garbatamente di tutto e tutti: quando ci fu il rapimento Moro, in classe scoppiò un boato di entusiasmo, non perché fossero di sinistra o facessero il tifo per le Brigate Rosse, ma perché era un “evento” eccitante che sarebbe stato divertente seguire e vivere, come un grande spettacolo. Leggevano con grande divertimento il giornale satirico “Il Male”, che scimmiottava le prime pagine dei grandi quotidiani nazionali (per esempio, una volta imitò La Repubblica, col titolo: “Tognazzi capo delle Brigate Rosse”): e un'altra volta, quando, imitando il Corriere della Sera diede la notizia di uno sbarco alieno, per venti minuti riuscirono a farlo credere alla professoressa di scienze, una bizzarra ex suora smonacata, anche con l'ausilio di un finto comunicato radio registrato dalla sorella di uno di loro, fintasi annunciatrice Rai, che interrompeva i programmi per dare la stessa notizia dopo opportuna sigla, mediante un registratore camuffato da radio.
Insomma, ci si divertiva garbatamente, senza grandi conflitti adolescenziali, ribellismi, o problemi particolari: nella beata consapevolezza che la scuola era solo un periodo di parcheggio dorato, per poi cominciare a fare sul serio all'università, diventare medici o ingegneri, e andare a lavorare nello studio dei rispettivi padri, o essere infilati da loro nella stessa società, o in quella di amici.
I maschi, sembrava che nessuno avesse la ragazza, o forse non venivano a raccontarlo a lui: perché andava d'accordo con tutti, ma non era particolarmente in confidenza con nessuno, ed era tagliato fuori dai capannelli di chiacchiere che si formavano prima del cambio di lezione; le ragazze, pareva condividessero tutte l'idea che il sesso a 16/17 anni fosse impensabile, e che l'età giusta per cominciare a pensarci fosse dopo i 20.
Nessuna trasgressione, tranne andare in due in motorino, e non per esibizionismo o ricerca di adrenalina, ma per la necessità di andare insieme da qualche parte, quando capitava; nessun bullismo, si era tutti amici, e ogni tanto si approfittava della benevolenza della professoressa di religione a farsi mangiare l'ora, per discutere della mitica “solidarietà di classe” che sembrava non ci fosse mai abbastanza, ma invece c'era. Qualche festa in casa, ogni tanto, rigorosamente astemia. Nessuno beveva o si drogava. Tre quarti della classe venivano rimandati a settembre ogni anno, e a settembre poi regolarmente passavano senza stress o angosce estive particolari. Nessuno ne faceva una tragedia e se ne preoccupava, in primis i genitori, era come se l'anno scolastico fosse ufficialmente articolato così, con la coda settembrina. Andare a scuola per questi ragazzi era un po' come vivere dentro un batuffolo di etere profumato.
Dunque, in prima liceo, a 16 anni, Claudio aveva conosciuto una ragazza presso la stessa organizzazione cattolica, dove l'anno successivo gli si sarebbe incollata la cicciona: e un pomeriggio, fra le pause dell'attività, lei gli si era dichiarata, fra mezze frasette e simpatiche reticenze, giocando a farsi strappare le parole dalla bocca, e incoraggiandolo quando lui sembrava non farlo con sufficiente curiosità. Claudio era caduto dalle nuvole, perché mai fino a quel momento aveva pensato concretamente di poter essere lui protagonista di una storia d'amore.
Claudio aveva sviluppato un modello di pensiero secondo il quale le cose “succedono” in automatico. Era come stare fermo, o camminare piano col naso per aria, su un tapis roulant, che ti porta lui attraverso le varie tappe che devi attraversare, coi tempi suoi, quelli giusti. Quindi sostanzialmente non c'è da far niente, le cose succederanno quando devono succedere, e come succede a tutti. Buona parte di questa idea gli si era formata nell'infanzia, alle elementari, quando invece di andare a giocare a pallone come tutti gli altri maschi, passava i pomeriggi sbracato sul letto, mangiucchiando tocchi di pane e parmigiano (e mettendo su peso che non avrebbe mai smaltito), e leggendo libri non adatti alla sua età, p.e. la serie “I Giganti” della Mondadori, biografie dei più grandi autori della letteratura di tutti i tempi. E in queste biografie, lo schema era sempre lo stesso; si raccontava della famiglia d'origine del futuro autore, dei suoi primi studi, dei suoi primi tentativi letterari, magari del suo primo impiego: e poi, “a 21 anni sposò Margherita Qualunque, la figlia dei loro vicini di casa, o del medico condotto; l'anno dopo nacque il loro primo figlio Giangaetano”.
Così, ne aveva ricavato l'idea che sposarsi fosse una cosa che succede, come andare a scuola: tu vai a scuola, studi un minimo, secondo uno schema più o meno fisso e ripetitivo, fai sempre le stesse cose, allo stesso modo, e intorno a te piano piano la realtà si muove, passi da una classe all'altra, cambia impercettibilmente giorno per giorno quello che studi e che fai, il tuo modo di giocare, di parlare, di vestirti, e le cose “succedono”: e a un certo momento, fra le altre cose, si arriva al punto in cui “ci si sposa”.
Molti anni dopo, facendo una tesi di laurea in psicologia, Claudio lesse di un esperimento sociale condotto in un'università americana, dove a un gruppo di studenti wasp e a uno di latinos si faceva vedere lo stesso filmato, e poi dovevano raccontare quello che avevano visto: nel filmato c'era uno che faceva colazione al tavolino di un bar, e a un certo punto si staccava il manico della tazza, e il caffè inondava il tavolino e la giacca del tizio. Gli studenti wasp in maggioranza riferivano che “Tom ha rotto la tazza”; i latinos, invece, che “la tazza di Tom si è rotta”. Ecco, lui aveva la tessera n.1 del partito dei latinos, le cose succedono, non siamo noi a farle succedere. |
|
Biblioteca

|
Acquista

|
Preferenze
|
Recensione
|
Contatto
|
|
|
|
|