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Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Angela C.
Titolo: La ri-vincita di una chef
Genere Romance
Lettori 2
La ri-vincita di una chef
Selene.

La sera a Roma cala come un velo umido. Le luci della città si accendono, inghiottendo i contorni delle case in un alone di smog e nebbia. Sollevo lo sguardo e, d'improvviso, mi accorgo del caos che pervade ogni angolo, anche a quest'ora. Trascino il mio piccolo trolley, che contiene tutto ciò che ho al mondo, per ore, finché le ruote non iniziano a cigolare sotto il peso della mia disperazione. Busso a ogni porta, chiedo a chiunque un lavoro come cuoca o cameriera, ma nulla. Niente. Eppure, tutti dicono che servono lavoratori. Non mi arrendo, tornerò all'attacco domani. Con le poche monete che mi sono rimaste in tasca, non posso permettermi una stanza. Ho paura a stare sola, ma l'idea di passare la notte per strada mi terrorizza ancora di più.
Attraverso la strada, schivando le macchine come se facessi una gara a ostacoli, e mi infilo nello stabile della stazione.
A quest'ora, molti sono già a casa, ma l'atmosfera non è affatto calma: una folla silenziosa di viaggiatori si muove come uno sciame di insetti.
Mi addentro nei corridoi più isolati della stazione Termini, dove il ronzio delle luci al neon echeggia tra le pareti umide e scrostate. I cavi scoperti penzolano dal soffitto, neri e viscidi, e le pozzanghere di un liquido scuro e sconosciuto riflettono una luce giallastra e malata. L'aria, pesante e stagnante, sa di polvere, fumo stantio e un odore acre e dolciastro di spazzatura che fermenta.
Nascosti nelle ombre, ci sono loro: i senzatetto, ognuno addossato a una parete, con il suo pezzo di cartone come tappeto e le poche cose raccolte in sacchetti di plastica. La maggior parte ignora il mio passaggio, ma sento gli occhi di qualcuno che mi seguono, carichi di diffidenza, perché non si fidano di nessuno, e non vogliono che nessuno si avvicini.
Il rumore dei miei passi rimbomba nel corridoio vuoto, e sento il fruscio di un sacchetto di plastica che rotola sul pavimento.
Trovo un angolo appartato, vicino a un distributore automatico, e mi siedo, ma non troppo lontana da loro. La loro vicinanza, per quanto precaria, mi dà un senso di protezione.
Ho paura a restare sola. Sono solo una ragazza e non ho idea di cosa significhi dormire fuori casa. Il pavimento di cemento è gelido e ruvido al tocco, e la parete a cui mi appoggio è umida e sporca.
Dopo una mezz'ora, arrivano altri. Camminano lenti, alcuni barcollano, trascinando dietro di sé i loro lunghi “materassi” di cartone.
Forse dovrei procurarmi uno scatolone anche io. Una vecchia signora mi osserva con un'espressione severa, poi mi si avvicina. Il suo viso è solcato da rughe profonde e i suoi occhi sono spenti, ma carichi di una stanchezza infinita.
«Che ci fai qui, ragazzina? Questo è il mio posto. Vattene.» La sua voce è un ringhio rauco, e la sua mano scheletrica mi indica la via d'uscita.
Sento la rabbia salire in gola. «Non c'è scritto il suo nome da nessuna parte. Si sposti più avanti.»
Senza preavviso, mi dà un calcio sul piede e urla. «Ti ho detto di andartene, puttana! Questo è il mio posto.»
«Ehi, che modi! Non sapevo che la stazione avesse dei proprietari.» Borbotto, alzandomi e trascinando la valigia più avanti.
«Non è un posto per te,» dice una voce roca, proveniente da un uomo sdraiato con la faccia contro il muro. «Dovresti andartene. Qui non ti vogliono.»
Osservo la sua figura: un cappello calato sulla testa, una giacca marrone troppo grande per lui, un paio di jeans sporchi e strappati, scarpe da ginnastica senza lacci, consumate fino all'inverosimile. Le sue gambe sono coperte di polvere, la pelle scura di sporcizia.
«Grazie, ma non capisco perché. La stazione è di vostra proprietà?» chiedo, la voce tremante.
«Non vogliamo sconosciuti. Sei una giornalista?»
«Magari. Sono solo una che non sa dove passare la notte. Ho paura a stare da sola. Tutto qui.»
Si volta, ha la barba i capelli lunghi scuri, quindi non è molto vecchio. Mi osserva, scrutandomi da capo a piedi. Gli occhi stretti a fessura.
«Da dove sei sbucata. Una ragazzina, sei scappata di casa?»
«Sono una che non sa dove trascorrere la notte, basta, per il resto sono fatti miei.»
Alcuni di quelli stesi a terra si alzano e si avvicinano. «Non credi che siano affari nostri?» tuona un vecchio. Un altro solleva un ombrello come se fosse una clava.
«Ehi! Aspettate, non le fate del male!» L'uomo a terra si alza di scatto e si contrappone tra me e loro, facendomi da scudo. Gli altri si fermano.
Si volta verso di me. «Non vogliamo guai. Se sei scappata e ti cerca la polizia, finiamo tutti nei guai e ci cacciano via, distruggendo le nostre misere cose. Per questo prima che ti succeda qualcosa, devi andartene.»
«Non sono scappata,» la voce ridotta a un sussurro. «Non ho più una casa. Non ho nessuno, non ho denaro. Ho cercato un lavoro tutto il giorno, ma niente. Per favore, lasciatemi restare. Ho paura, non saprei dove andare.» Abbasso la testa.
«Dove sei stata fino ad ora?»
«A casa di un uomo che mi ha preso tutto e mi ha mandata via.»
«Oh Signore! Ti ha violentata? Vai alla polizia a denunciarlo.»
«Non posso. Non posso dimostrare nulla. Per favore, non vi accorgerete nemmeno di me. Ve lo prometto. E domani me ne andrò.»
Si volta verso gli altri. «Tornate a dormire, forza. Lei resta con me, non c'è da preoccuparsi. Resterà qui solo per stanotte.»
Poi si rivolge a me, la voce più bassa. «Se hai un cellulare, non tirarlo fuori. Non mostrare nulla di valore. Prendi la valigia e dormici sopra. Vieni qui accanto a me, ti do un pezzo di cartone.»
Toglie un pezzo dal suo materasso improvvisato, fatto di strati di imballaggi, e me lo porge. «Come ti chiami?»
«Selene.»
«Io sono Claudio. Stammi vicino e cerca di riposare. Metti la valigia in modo che per prenderla debbano svegliarti.»
«Grazie,» sussurro.
Lui non risponde. Si accuccia stringendosi addosso la giacca e chiude gli occhi.
Mi metto seduta, la schiena appoggiata al muro.
Distendo la valigia e la tengo stretta con un braccio. Sono arrabbiata con me stessa, con la mia stupidità, con la mia ingenuità. Sono una maledetta sognatrice e ottimista, e non riesco mai a pensare che chi ho accanto possa approfittare di me, usarmi e poi gettarmi via. Il mio orgoglio o la mia ingenuità mi hanno portata qui?
Non ho sbagliato, non è un errore fuggire quando ti tradiscono. Preferisco morire che essere umiliata e derisa, mentre loro si divertivano alle mie spalle, chissà da quanto.
Chiudo gli occhi e prego.
Una lacrima salata mi riga il volto mentre penso a mamma e papà. Se solo fossero qui. Se il mondo fosse un po' più giusto. Non avevo che loro, e la serenità mi è stata strappata troppo presto.
Mamma, se mi vedi, aiutami. Ho bisogno di voi. Vegliate su di me, aiutatemi a trovare la strada giusta. Aiutatemi a sopravvivere.
I rumori del traffico in superficie arrivano ovattati. Lo sferragliare assordante dei treni, invece, fa vibrare il pavimento sotto di me. Sono stanca, ma cerco di non addormentarmi. Ho troppa paura che mi portino via la valigia. È tutto ciò che mi rimane della mia vita.
«Non toccarla o te la vedi con me!»
Apro gli occhi di scatto. Claudio è in piedi davanti a me, e un signore strisciante si sta abbassando verso la mia valigia. È storta, il mio braccio non la stringe più. Mi sono addormentata. L'uomo ringhia e borbotta qualcosa tra i denti. Claudio gli si fa incontro, l'uomo indietreggia, si volta e si allontana.
«Ti ringrazio.»
«Hai visto perché ti dicevo che dovevi andartene? Metti la valigia tra me e te.»
«Sarei andata via se avessi avuto un posto dove andare,» rispondo, la voce spezzata. «Credi che sia così stupida?»
Mi appoggio con la schiena al muro e mi osserva.
«Prova a dormire. Terrò d'occhio io la valigia.»
Poi appoggia la testa su di essa. Sento un odore nauseante salirmi alle narici: una miscela di pecorino stagionato e patate marce che mi entra nel naso e mi provoca un senso di nausea. Cerco di allontanarmi un po' dal suo corpo, ma il freddo mi stringe in una morsa. Le dita dei piedi mi fanno male, e un brivido mi percorre la schiena. Mi rannicchio di nuovo, stringendomi in una palla, chiudendo gli occhi e cercando disperatamente un po' di calore.
Rimango nel dormiveglia fino all'alba, quando si odono i primi passi veloci e frettolosi dei passeggeri, e lo sferragliare metallico dei primi treni della metro. Sono le cinque. Sbadiglio e mi guardo intorno. Gli altri dormono ancora, rannicchiati in pose impossibili, come se il rumore assordante non li raggiungesse. Sono corpi anonimi, sagome nel buio che sembrano aver assorbito il grigiore del cemento. Claudio è ancora lì, con metà corpo sulla mia valigia. Nessuno si è avvicinato a noi. Lo temono. Qui sotto, forse è una specie di capo. Sbadiglio di nuovo. Claudio apre un occhio e mi osserva. «Sei riuscita a dormire un po'?»
«Credo di sì. Forse dopo le due, quando si sono fermati i treni. Ma voi come fate?»
«Questione di abitudine. Le prime notti sono dure, ma poi nulla ti disturba più. Nessuno ci vede, siamo come fantasmi addossati al muro. La gente passa con gli occhi bassi, e anche se si volta, non ci nota davvero.»
«Vai su ai bagni e datti una sistemata, prima che si riempiano di gente.» Mi alzo.
«Ti accompagno.» Non rispondo, ma capisco che mi ha presa sotto la sua ala.
Lo guardo: ha un viso gentile, ma gli anni che ha sulle spalle sono difficili da indovinare. Non sembra uno di loro, eppure lo è. Ha un'aura di dignità che stona con l'ambiente, una specie di compostezza che gli altri sembrano aver perso.
Ha ragione, il bagno è vuoto. Cerco di darmi una lavata e mi cambio i vestiti, prendendo quelli puliti dalla valigia. Devo trovare una sistemazione. Presto. Altrimenti, finirò come loro, una delle figure anonime che si rannicchiano nel buio. All'uscita, lui mi sta ancora aspettando.
«Ti ringrazio,» gli dico. «Sei diverso da loro.»
«Da chi?» chiede.
«Dagli altri che sono sotto.
«Siamo tutti uguali,» risponde lui, con un'espressione amara.
«Io ero come te, e anche loro. Ma quando finisci per strada, diventi diverso. Non ti importa più nulla, non hai niente da perdere, e fa male vedere come ci guardate. Ogni sguardo che incrociamo ci rende ancora più diversi, come se ci allontanassimo dalla normalità.»
«Mi dispiace,» sussurro come per chiedere scusa.
«Da quanto sei per strada?»
«Da quattro anni, oramai.»
«Di dove sei?»
«Sono di qui, ma senza casa e senza un lavoro. Questo è l'unico posto per aspettare di andare via. Ogni giorno ti allontani dalla civiltà e perdi un po' più di te stesso. A volte vado in qualche centro d'accoglienza, ma sono tutti pieni e non sanno come aiutarti. Ti danno un pasto caldo e, se sei fortunato, puoi farti una doccia.»
«Ho fame. Cerchiamo un posto per mangiare senza spendere troppo.»
«Vieni, ti porto in un bar dove ci faranno lo sconto. Ci vado ogni mattina.»
«Come passi la giornata?»
«Vado davanti a un supermercato, aiuto qualche signora a mettere la spesa in macchina, o resto seduto a un angolo, in attesa di qualche spicciolo, o che qualcuno mi regali un panino. Ma tu perché sei qui?»
Arriviamo a un bar. Lui fa segno al cameriere e mi dice di non entrare. Lui non può, emana un cattivo odore e disturba i clienti. Il cameriere ci porta due cappuccini in bicchieri di carta e due cornetti. Claudio tira fuori degli spiccioli e paga.
«Lavoravo in un ristorante che era per metà mio, insieme al mio ragazzo. O compagno. Per tre anni tutto bene. Poi, sei mesi fa, è arrivata una ragazza ucraina e lui l'ha assunta come cameriera. Da allora la situazione è cambiata. Volevo che la mandasse via, ma lui non voleva. In sei mesi ho messo su venticinque chili. Ero sempre nervosa e litigavamo in continuazione. Avevo un presentimento che si è avverato. Ieri mattina, di ritorno dal mercato, sono passata per casa invece di andare direttamente al ristorante. Li ho trovati a letto insieme.
In risposta alla mia sfuriata, mi ha detto che Irina si sarebbe trasferita da noi e che se volevo restare, potevo spostarmi a dormire nella cameretta. Saremo rimasti soci, ma la nostra storia era finita. «Sei diventata una balena,» ha aggiunto, «e non provo più nulla per te.»
Ho preso le mie cose e gli spiccioli che c'erano in casa e sono andata via. Per colpa sua sono diventata così: mi sono trascurata per lavorare come un mulo e mangiavo per calmare il nervoso.»
«Non puoi andare da un avvocato? Il ristorante è anche tuo.»
«Il ristorante era suo quando sono arrivata io, ma faceva schifo. Ho iniziato a lavorare lì, poi ci siamo innamorati e abbiamo preso casa insieme. Avevo dei soldi e li ho usati per ristrutturare il locale e comprare le attrezzature nuove per la cucina, ma non ho pensato di mettere nulla per iscritto. Quindi, non ho più nulla. I guadagni andavano su un conto a nome suo, e la carta di credito che avevo me l'ha bloccata subito, appena sono uscita di casa. Non ho soldi. Come potrei pagare un avvocato? E cosa potrei dimostrare?»
«Ti sei fatta fregare alla grande!»
«Credevo di aver trovato il grande amore, invece ho trovato un ladro. Ma credo fermamente che la vita, prima o poi, si volti e che queste persone la pagheranno.»
«Sei una sognatrice. Io non credo a nulla. Ti sei fatta fregare, loro si godono i tuoi soldi e tu vai mendicando e dormendo alla stazione. Io tornerei a casa, andrei a lavorare e inizierei a rubare un po' di soldi al giorno. Mi troverei un altro lavoro e poi andrei via.»
«C'è qualcosa che non ha prezzo: la mia dignità. Non rimarrò lì a farmi umiliare. Preferisco buttarmi sotto un treno che piegarmi a lui.»
«Dove credi di trovare un lavoro, senza un alloggio? Dove andrai a riposare dopo aver lavorato otto ore? Come farai a mangiare e a essere presentabile?»
Abbasso la testa, sento alcune lacrime che mi solcano il viso. Claudio mi osserva in silenzio.
«Senti, mi dispiace. Non volevo. Chissà, potresti essere fortunata. Non darmi retta. Anzi, inizia a cercare negli alberghi. Potrebbe essere che trovi qualcosa di buono, magari ti offrono anche un alloggio. Però ti consiglio di lasciare la valigia al deposito bagagli.»
«Quanto mi costa?»
«Vieni, ti accompagno io.»
Mi porta in un bar non lontano dalla Stazione Termini. Parla con un ragazzo, poi si avvicina. «Tre euro e cinquanta centesimi per tutto il giorno.»
«Va bene.» Lascio la valigia e saluto Claudio, sperando di essere fortunata. Prima di andarsene, mi dice il nome del supermercato davanti al quale si siederà a chiedere l'elemosina.
La giornata trascorre infruttuosa. Tutti si appuntano il mio numero di cellulare, per un futuro. Io non posso spiegare loro che ho bisogno del presente per arrivare al futuro. Così, la sera torno di nuovo a dormire nei tunnel della stazione Termini. Claudio è già lì, mezzo addormentato. Mi accuccio accanto a lui. Non mi chiede nulla, mi osserva in silenzio. Abbasso la testa, delusa e amareggiata. Allora lui si solleva, si mette a sedere, mi accarezza la testa e sussurra: «Coraggio. Vedrai che domani sarà la volta buona.»
Me lo dice tanto per tirarmi su, ma dal tono capisco che non ci crede affatto.
Appoggio la testa al muro e chiudo gli occhi. «Come sei finito in questo posto?» domando sottovoce.
«Come tutti. Mi sono fatto fregare anche io.»
Riapro gli occhi e lo guardo. «Nessuno di loro sa come è finito qui, come si è ritrovato dall'oggi al domani in questo stato. La vergogna è come una spugna, cancella il passato perché fa male. Fa male ricordare.»
«Tu l'hai cancellato?»
«No. Ci penso ogni giorno. E mi chiedo come posso essere stato così cieco, come ho potuto non accorgermi di ciò che ora è lampante.»
«Ti va di raccontarmi?»
«Fino a cinque anni fa ero un uomo come tanti. Un bel lavoro da impiegato bancario, un bell'appartamento con un mutuo sulle spalle, una bella moglie... una mignotta, e io non lo sapevo. E una figlia adolescente.»
Si tira su il bavero della giacca. Il viso si contrae in una smorfia, il suo sguardo si fa duro. Gli occhi, due fessure nella notte, se potessero, brucerebbero il mondo.
«Il marito è sempre l'ultimo a sapere. Così anche io un bel pomeriggio, al rientro a casa, non ho trovato Laura, mia figlia. Era stata portata dai nonni materni perché la mia dolce compagna doveva parlarmi. Non capivo cosa avesse da dirmi che la bambina non potesse sentire.
Fui subito accontentato.
Mia moglie, che lavora in un ufficio commerciale, aveva una relazione, o meglio, era follemente innamorata di un suo collega, per giunta sposato. Lui si è liberato della moglie e lei di me.
La casa è stata assegnata a lei, la bambina, che allora aveva dodici anni, affidata alla sua custodia.
A me sono rimasti il mutuo e una valigia con dentro quello che restava della mia vita.
Il mio stipendio si aggirava intorno ai millecinquecento euro. Togli ottocento di mutuo e trecento per la bambina, con il resto non potevo fare molto. Così eccomi qui.»
«Mi dispiace,» commento, in fil di voce.
«È stata una serpe. Le ho chiesto di restare a vivere in casa, nella cameretta, ma lei no. Non ha avuto pietà. E quando sono finito per strada, si è subito affrettata a farmi firmare un documento: lei rinunciava al mantenimento, io a rivalermi su di lei. Altrimenti, sarei diventato il coniuge più debole e le sarebbe toccato darmi qualcosa. Ma non è finita qui. Perché ora ho un provvedimento che non mi permette di avvicinarmi a mia figlia. Un padre barbone, una vera vergogna. Intanto lei e quell'individuo viscido ora vivono nella mia casa e hanno avuto anche un bambino.»
«Vedrai che il Signore li punirà per le loro cattiverie! Devi solo avere pazienza, non se la godranno per molto.»
«Apri gli occhi, ragazzina. Il tuo se la gode nel tuo letto e nel tuo ristorante, e tu sei qui tra gli escrementi di topo. La mia se la gode nella mia casa con quel verme, mentre io aspetto di morire in questo letamaio.»
«Io credo che un giorno sarà fatta giustizia. Ne sono certa.»
«Beh, ti auguro che la tua fede abbia un po' di compassione per te. Io sarei già tornato sui miei passi a strisciare per avere un letto. L'orgoglio non riempie la pancia e non ti fa trovare un lavoro.»
«Io non striscio davanti ai vermi. Se non trovo nulla entro la fine della settimana, vedrò come trovare dei soldi per partire.»
«Per andare dove?»
Non rispondo. Ho il recapito di un ristorante a Malta, ma ho bisogno di soldi. Vedremo se riesco a trovare qualcosa.
Il giorno dopo è identico al primo, e così i successivi.
È quasi una settimana che dormo qui. Inizio ad avere il tanfo dei senzatetto, nonostante mi lavi nei bagni della stazione e mi cambi ogni mattina.
Devo fare in fretta a trovare un alloggio. Ho quasi finito i vestiti puliti e ho un disperato bisogno di una doccia. Appena troverò un posto, resterò per un'ora sotto l'acqua bollente. Ma non demordo e la mattina riparto in cerca di un lavoro.
Finalmente, la sera, in un bar, mi danno un'opportunità: un lavoro part-time.
Non concedono acconti e ora mi serve un posto per dormire. Trovo degli annunci per una stanza, ma la proprietaria vuole un acconto di almeno due mensilità. La sera, quando torno alla stazione, gli racconto tutto.
«Dove li trovi seicento euro per l'acconto?» mi chiede Claudio.
«Domani mattina voglio provare a chiedere a un grossista al mercato generale. Quello dove andavo ogni mattina a comprare il pesce. Gli ho fatto dei favori, non credo mi neghi questa richiesta.»
«Prima eri tu ad avere in mano i soldi, ora li ha lui. Non voglio portarti sfortuna, ma in bocca al lupo. E ora dormi, hai un aspetto terrificante.»
Mi accuccio poco distante e chiudo gli occhi.
La mattina dopo, alle cinque, mi reco al mercato all'ingrosso. Ci sono già i primi compratori. Mi avvicino al banco dove ero solita acquistare la mia roba.
«Selene! Finalmente sei tornata. Salvo aveva detto che eri andata via! Non ne capisce niente di come si fa la spesa.»
«Gigi, ho bisogno di un favore. Puoi darmi due minuti del tuo tempo?»
«Ma certo, cara. Poi ti preparo la sporta, come piace a te.»
Ci spostiamo in un angolo. «Non lavoro più con Salvo. Si è messo con quella puttana di Irina, sono andata via. Ho bisogno urgentemente di seicento euro, un prestito. Ho già un nuovo lavoro, te li restituisco appena posso. Mi servono per la caparra dell'alloggio.»
«Selene, cazzo! Mi dispiace, che stronzo. Che uomo di merda, dopo tutto quello che facevi per lui.»
«Ti ringrazio per la solidarietà, ma mi presti i soldi?»
«Selene, mi dispiace, ma non posso. Non posso davvero! Sai come vanno le cose, a volte meglio, a volte peggio.»
«Gigi, cazzo, a chi devo chiederli? Te ne ho fatti di favori, ti ho pagato le forniture in anticipo, quando ti serviva io c'ero! Ne ho bisogno, per favore! Senza quei soldi non posso accettare il lavoro!»
«Mi dispiace, Selene. Davvero. Senti, ti regalo un po' di pesce, va bene? Vieni, ti faccio una bella zuppa.»
«Vaffanculo, Gigi! Dove lo cucino il pesce se non ho un posto dove andare? Sei un coglione come tutti, buono quando ti servono gli altri, stronzo quando non gli servi più! Fanculo!»
Claudio aveva ragione. Mi volto e mi allontano.
Lui urla: «Mi dispiace davvero!»
Senza voltarmi, sollevo il braccio destro mostrandogli il dito medio.
Vado al solito bar per la colazione. Claudio è seduto sugli scalini di fronte. Mi avvicino.
«Dalla tua faccia, non ti ha dato quello che volevi, vero?»
«Uno stronzo. Me la pagherà.»
«Gli amici spariscono, uno, a uno. Non servi più, tesoro. Che tu ci creda o no, questa è la cruda realtà.»
«Già,» dico sospirando, tirando fuori il portafogli dalla borsa.
«Quanto ti resta?» mi chiede Claudio.
«Dieci euro.»
«Io ci comprerei un Gratta e Vinci. Non si sa mai!» Ride e si alza.
Mi lancia due euro. «Te la pago io la colazione. Vado al mio solito posto. A dopo.»
Compro un cornetto e un cappuccino, mi siedo sugli scalini di fronte al bar e mangio lentamente. Senza i soldi, la stanza non posso prenderla, e senza la stanza, non ho il lavoro. Mamma, papà, dove siete? Perché mi avete lasciata sola?
Le lacrime mi scendono sul viso. Mastico il cornetto senza sentirne il sapore, sento solo l'amaro nel cuore. Il cielo è grigio, le nuvole gonfie annunciano niente di buono. Manca solo la pioggia.
Ho la testa sollevata quando un filo di luce, come una spada incandescente, esce da una nuvola nera e attraversa il piccolo spazio per entrare nel bar. Mi alzo. La punta di quel fascio di luce illumina una scheda di un Gratta e Vinci, proprio dietro le spalle del gestore che sta servendo il caffè. Mi avvicino al banco e osservo.
«Ha bisogno di qualcosa?» mi chiede, sollevando la testa.
Non rispondo, mi volto. Il cielo è coperto, la luce parte proprio dal piccolo pezzo di sole, visibile.
«Signorina, ha bisogno di qualcosa, oppure si sposti?»
«Scusi, sì. Vorrei un Gratta e Vinci, ma scelgo io quale.»
«Li prendo in fila.»
«Io voglio il terzultimo. Oppure nulla.»
Sospira, si volta e mi chiede: «Di quale serie?»
Indico con la mano una delle lunghe strisce di biglietti appesi dietro le sue spalle. «No, quello. Quello dopo.»
«Questo da dieci euro?»
«Sì. Tolga due biglietti dal basso, e mi dia il terzo.
Sbuffa, taglia i tre e mi consegna quello che ho chiesto. Infilo la piccola scheda nella borsa ed esco.
Ho speso i miei ultimi dieci euro per un Gratta e Vinci. Mi sento una cretina.
Mi allontano, vado verso il centro nella vana ricerca di un hotel che abbia bisogno di personale e mi offra un alloggio.
Alle due sono stanca e affamata. Mi reco al supermercato nella speranza che Claudio abbia qualche moneta da regalarmi per un panino. Lo trovo seduto a terra a lato della porta principale.
«Allora, novità?» mi chiede vedendomi.
«No. Ho fame. Hai qualcosa?»
Tira fuori dalla tasca un panino incartato. «Me l'ha portato una signora. Facciamo a metà.»
Strappa un pezzo senza nemmeno scartarlo e me lo offre. «Non ho mai mangiato nulla di così buono,» dico, affondando i denti nel pane croccante.
«Perché non hai mai avuto così tanta fame. Ma i tuoi dieci euro?»
«Ah! Non li ho più. Ho seguito il tuo consiglio, ho comprato un Gratta e Vinci.»
«Sei scema? I tuoi ultimi soldi e li hai buttati così.»
«Tu me lo avevi consigliato! Ti ho dato retta!»
«Perfetto. Ti avevo anche consigliato di tornare a casa da quel coglione e non mi hai ascoltato.»
«Questo è diverso.»
«E alla fine non hai vinto nemmeno cinque euro?»
«Non lo so. Non ho una moneta per grattarlo. Eccolo.» Tiro fuori il bigliettino dalla tasca.
Claudio prende una moneta dal cappello lasciato a terra, davanti a sé, e, mentre mastica il suo ultimo boccone, inizia a grattare. Si ferma, mi osserva con la bocca spalancata.
«Che c'è?»
«Alzati, e senza dare nell'occhio, metti questo Gratta e Vinci nella borsa. Infila la borsa sotto la giacca e seguimi.» «Perché? Cosa è successo? Abbiamo vinto qualcosa?»
«Fai come ti ho detto, senza fare domande.»
Infilo la scheda nel portafogli senza parlare, sollevo la testa. «Abbiamo vinto qualcosa?»
«Seguimi e taci.»
Angela C.
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