|
Writer Officina Blog
|

Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
|
|
|
|
|
|
Conc. Letterario
|
|
|
|
Magazine
|
|
|
|
Blog Autori
|
|
|
|
Biblioteca New
|
|
|
|
Biblioteca Gen.
|
|
|
|
Biblioteca Top
|
|
|
|
Autori
|
|
|
|
Recensioni
|
|
|
|
Inser. Estratti
|
|
|
|
@ contatti
|
|
|
Policy Privacy
|
|
Rose bianche per una sposa
|
Frammenti di un'estate color cipria.
La brezza che sale dal mare di Vasto ha un modo tutto suo di purificare la mente, ma ci sono ricordi che nemmeno il maestrale più forte può spazzare via. Se chiudo gli occhi, sento ancora l'odore acre della terra bagnata nel bosco e vedo il bianco candido del pelo di Igor stagliarsi contro il verde scuro della vegetazione. È passato poco tempo da quando la tranquillità della nostra cittadina è stata scossa dalla scomparsa di donna Rachele Caracciolo. Per tutti era un'istituzione; per me, un'amica che curava le proprie ferite tra i rosai del suo giardino. Quando il suo corpo è stato ritrovato sotto un cumulo di foglie, il mondo è parso capovolgersi. Ricordo bene l'arroganza del comandante Marco Trevigian, convinto che la soluzione più rapida fosse necessariamente quella giusta. Ho dovuto lottare contro i suoi pregiudizi e il suo carattere spigoloso per dimostrare che le apparenze sono spesso solo specchi deformanti. Non è stato facile navigare tra pettegolezzi e indizi frammentari, ma alla fine la verità è emersa, lasciando dietro di sé una scia di amarezza e vite spezzate. Ora Lorenzo sta cercando di ricomporre i pezzi della sua esistenza, lontano dalle ombre che hanno rischiato di inghiottirlo. Sara, la mia amica di sempre, continua a combattere con i suoi disastri sentimentali, anche se spero abbia imparato la lezione su certi «parassiti.» E io? Sono Jessica, per gli amici Jess. Sono ancora qui, tra i fiori, zia Lisa e le corse all'alba con Igor. Trevigian, il comandante che tanto mi turba, è rimasto in caserma, con il suo profumo speziato e quello sguardo che sembra voler leggere oltre la superficie. Dice che dovrei stare fuori dalle indagini, ma entrambi sappiamo che a Vasto i segreti hanno il vizio di sbocciare quando meno te lo aspetti. E io ho sempre avuto un ottimo pollice verde per i misteri.
La coda dell'estate
Il brusio della piazza fa da sottofondo al racconto di Manuel, l'ultimo amore di Sara. Il ragazzo ripartirà entro fine settimana per fare rientro a casa: le sue ferie sono terminate, ma la scintilla scoccata tra i due sembra essersi trasformata in un piccolo fuoco duraturo. Osservo la mia migliore amica: i suoi occhi accarezzano il moretto che ci fa compagnia. Ogni tanto gli sfiora la mano e lui ne approfitta per appoggiare le labbra sul dorso della ragazza. Vederli così sognanti mi porta a essere fiduciosa, spero che Guido possa finalmente ritenersi un capitolo archiviato. Lei si alza dalla sedia: «Vado a dare una mano dentro, torno non appena ci sarà un po' di tranquillità.» Manuel la osserva allontanarsi verso il bancone del bar, di proprietà di famiglia, senza toglierle gli occhi di dosso. «Pianeta terra chiama Manuel.» dico. Lui si volta verso di me e sorride. «Ho trascorso dei giorni meravigliosi qui. Sara è tutta matta, ma io le voglio molto bene.» «Solo molto bene? Lei dice di amarti alla follia.» «Ecco di cosa confabulate voi due continuamente! La legge della privacy non esiste in questo posto?» mi canzona, ridendo. Lo osservo voltare la testa verso l'ingresso del bar, Sara è appena uscita con un vassoio. Lei gli rivolge uno sguardo radioso, poi lo sposta su qualcuno alle nostre spalle. Istintivamente mi volto. Seduto a due tavoli dietro di noi c'è il comandante Marco Trevigian, di fronte a lui siede una donna molto elegante, la sua fidanzata, Francesca. Parlano fitto fitto. Soffermo lo sguardo su di lei: capelli neri e lisci che le sfiorano appena le spalle, così dritti da sembrare inamidati nonostante l'umidità della sera. Occhi scuri, resi più profondi da un tratto marcato di matita. Indossa un abito attillato che aderisce perfettamente alla sua figura esile. Una tipetta molto piena di sé, penso, osservando i gesti sicuri e precisi, lo sguardo di superiorità che posa sulla gente. Mia nonna direbbe: “Il Signore li fa e il vento li unisce.” Si meritano l'uno con l'altro. «Buonasera Jess!» Un tocco sulla spalla mi fa sobbalzare. «Buonasera Lonzi, vuoi sederti qui con noi?» «No, sono in compagnia.» Indica, mio zio, ex comandante della caserma, e altri due amici che si stanno sistemando a un tavolino accanto alla parete del locale. «Pensavo l'altro comandante!» commento, facendo un cenno col capo verso Trevigian. «Oh, no! Già era insopportabile prima, ma ora con la fidanzata al seguito non ci sono paragoni. Siamo stati bene le due settimane in cui lui è andato via, si riposava davvero, in caserma. Non vedo l'ora che arrivi lunedì per andarmene in ferie, e spero che quella lì sia già sparita al mio rientro. Non la sopporto. È ... vabbè, hai presente quelle persone che ti stanno sullo stomaco appena le vedi?» Annuisco sorridendo, e lui aggiunge: «Ecco. Lei è di più!» «Ma dai, sembra carina» lo stuzzico. «Sì, come un bicchiere di latte con dentro il succo di limone. La prima impressione è neutra, la seconda ti fa venire il voltastomaco. Raggiungo tuo zio, già solo sapere che sono qui mi mette l'ansia.» Rido di gusto. Lonzi si avvicina al mio orecchio e mormora: «Neppure lui la sopporta più. Oggi ha detto che non vede l'ora che riparta per Roma, sta impazzendo!» Non mi dà modo di rispondere e si allontana facendomi l'occhiolino. Volto la testa per tornare a guardarli, ma Trevigian ha gli occhi puntati su di me. Per un breve attimo, i nostri sguardi si intrecciano.
Il calendario scorre i giorni, ma la calura persiste. Agosto lascia il posto a un afoso settembre, l'unico lato positivo è l'escursione termica, che permette di respirare almeno al mattino e alla sera. Igor corre insieme a me sul bagnasciuga: mi precede, poi vira e torna al mio fianco. Ogni tanto incrociamo qualcuno che saluta alzando il braccio, a volte non riesco neppure a inquadrare chi sia. Gli auricolari sparano la mia playlist preferita, finché mi accorgo di non vedere Igor da un po'. Mi fermo per riprendere fiato e mi volto: è rimasto indietro a farsi coccolare da Trevigian. La situazione mi irrita, e non poco. Sarà sicuramente ripartita la fidanzata e ora torna a fare l'amico. Riprendo la corsa nella speranza che il cane torni a seguirmi, ma dopo qualche metro è ancora lì a scodinzolare con lui. Infilo le dita in bocca e lancio un fischio. Igor risponde immediatamente al comando, raggiungendomi di gran carriera.
Cerco di evitare il comandante anche nei giorni successivi. Sabato, però, mentre sono intenta a spazzolare e pulire Igor accanto al Fiorino prima di farlo risalire, la sua voce vibra dietro la mia schiena: «Buongiorno Jess, già andate via?» Mi volto appena: «Buongiorno capitano. Nel mio lavoro non ci sono orari da cartellino, ci si muove a seconda delle esigenze dei clienti. Stamattina c'è un matrimonio.» «Ma non eravamo passati a "Marco"? Siamo tornati a capitano?» «Credo sia stato un errore. Sa, da noi si dice che la confidenza è la mamma della maleducazione. Ma come mai solo? Alla sua fidanzata non piace correre?» «La mia fidanzata...» si ferma, e il silenzio mi spinge a guardarmi di nuovo indietro. «Non è una runner, direi più una planner. Comunque è ripartita domenica scorsa: il lavoro chiama e si torna alla solita routine.» «Capisco. Mi dispiace per lei, ora è di nuovo solo.» «Già, inconveniente del mestiere.» Apro il portellone laterale e Igor salta dentro. «Buona giornata, comandante!» aggiungo senza voltarmi, prima di salire alla guida. Dallo specchietto retrovisore lo vedo restare fermo a osservarmi. Dal canto mio, devo ripromettermi di stargli lontano: stava iniziando a entrare in quella modalità «pensiero intrusivo», mentre lui, evidentemente, tiene solo il guinzaglio lungo. Lascio Igor a mio padre, che tra poco lo porterà a spasso per la città. Apro il negozio di fiori con due ore di anticipo, zia Lisa mi raggiungerà più tardi. Mi dirigo nel retrobottega per confezionare il bouquet da sposa e completare le ultime composizioni. Quando sento i sonagli scacciapensieri appesi alla porta a vetri, mi accorgo che il tempo è volato. «Jess, buongiorno, sono io!» urla zia per non distogliermi dal lavoro. «A che punto sei?» domanda raggiungendomi. «Ho terminato tutto. Ora carico il Fiorino e vado in chiesa, le composizioni e i bouquet che devono venire a ritirare, sono sul solito ripiano.» «Bene, bene.» Passa in rassegna i fiori, cercando con lo sguardo eventuali imperfezioni, poi sorride soddisfatta e mi aiuta a caricare.
La chiesa di Sant'Antonio non è distante. Parcheggio proprio accanto all'ingresso laterale per scaricare. L'interno mi accoglie con la sua penombra fresca, intrisa di profumo d'incenso e cera calda, dalle candele accese. Inizio a posizionare le composizioni, finché un ticchettio di passi mi fa voltare. Dalla sacrestia esce Rosaria. «Buongiorno, Jessica. Che bell'addobbo, sei sempre molto brava.» «Grazie, professoressa. Cerco di fare del mio meglio per accontentare i clienti.» Lei si ferma a osservare da vicino una composizione, poi commenta: «Sono belli, però, se dovesse essere il giorno del mio matrimonio, tutto questo miscuglio non lo farei.» Storce un po' il muso e aggiunge: «L'addobbo giusto sarebbe di sole rose bianche e gipsofila. Composizioni semplici e formali.» Il suo commento mi infastidisce. L'addobbo “giusto” è quello che piace agli sposi, a parer mio. Cerco però di restare gentile. «Anche questo è molto delicato: ortensie e rose bianche con ciuffi di lisianthus rosa. Un tocco di colore non guasta, ma i gusti per fortuna variano, altrimenti sarebbe noioso trovare sempre lo stesso stile in chiesa.» «Be', certo, io ho espresso il mio giudizio secondo il mio gusto, e questo non lo rispecchia, anche se l'effetto d'insieme è gradevole. Buongiorno!» Il ticchettio dei suoi passi mi comunicano il suo allontanarsi e tiro un sospiro di sollievo. Avrà più di cinquant'anni e non se la prende nessuno, figuriamoci pensare al suo addobbo! Con gli anni diventa solo più acida. Finisco il lavoro mentre don Antonio sistema l'altare. Posiziona il Vangelo e odo lo sfogliare delle pagine, alla ricerca del passo da leggere. Sistema la tovaglia, vi appoggia il Calice e la Patena, poi adagia il messale sul cuscino. Lo osservo mentre do un ultimo sguardo all'insieme. «Non temere Jess, hai fatto un buon lavoro anche questa volta. È bellissimo.» «Grazie, don Antonio. Speriamo che gli sposi siano soddisfatti.» Raccolgo le attrezzature che ho sistemato su un cartone per non sporcare il pavimento e torno in negozio.
***
Il tempo scorre e la città riprende i suoi ritmi normali, le scuole hanno riaperto i battenti e il turbinio dell'estate sembra ormai lontano. Vasto resta comunque una meta turistica, anche se il flusso è inferiore rispetto ai mesi estivi. Le temperature, nonostante continuino a essere calde, iniziano il loro lento declino. In negozio i ritmi sono ancora frenetici: molti preferiscono sposarsi tra settembre e ottobre, e questo mi tiene molto impegnata. «Caffè e dolcetto di metà mattinata!» esclama Sara, entrando a spezzare la quiete del locale. «Ciao, cara, meno male che ci pensi tu. Se aspetto la tua amica per la pausa caffè, arrivo all'ora di pranzo!» si lagna mia zia. «Ti avevo detto che finivo questo lavoro e andavo», replico. «È da più di mezz'ora che me lo ripeti», commenta lei. Sara appoggia il vassoio sul bancone e si avvicina a me, mentre finisco di preparare un centro tavola per un ristorante. «Questo fine settimana Manuel non può scendere. Che dici se sabato sera chiedo a mio fratello un paio d'ore di libertà e andiamo al cinema insieme? Danno una prima visione.» «Per me va bene. Possiamo anche fare pizza e cinema.» «Non esageriamo. Un paio d'ore vanno bene, ma se mi assento troppo chi li sente papà e Luca.» Mentre ci organizziamo, entra zio Nicola seguito da Igor. Erano andati a passeggiare, il cane mi corre subito incontro per rubare un pezzetto di biscotto dalle mie mani. «Sta iniziando a piovere. Sara, hai l'ombrello?» chiede lo zio, scuotendosi di dosso le gocce dalla giacca. «No! Il cielo era nero, ma non mi aspettavo che piovesse così in fretta. Vado via e ne prendo in prestito uno dei vostri», dice lei, sfilandone uno dal portaombrelli dietro la porta. «Questo ottobre è iniziato con la pioggia: fa finta di tornare il bello per un giorno e quello dopo ricomincia a gocciolare!» commenta la zia. «È il tempo suo!» replica zio Nicola. 2
Una strana sparizione
La pioggia non accenna a smettere. Quando torno ad aprire il negozio per il turno pomeridiano, trovo un ragazzino rannicchiato sotto la tenda da sole. Se ne sta lì, seduto sullo scalino, con lo zaino di scuola ancora sulle spalle. «Matteo, cosa fai qui? Ti stai bagnando.» «Non so dove andare.» «In che senso non sai dove andare? La mamma è al lavoro?» «Sì, mamma mi ha accompagnato in piazza e poi è andata via. Dovevo andare da zia Rosaria per fare i compiti con lei, resto lì finché mamma non finisce il turno e mi viene a prendere.» «Dai, vieni dentro e togliti quel giubbotto bagnato. Lo mettiamo sull'attaccapanni ad asciugare.» «Sì, ma devo controllare se zia Rosaria è tornata. Forse è uscita per una commissione veloce, altrimenti avrebbe avvertito la mamma e io sarei rimasto con la nonna.» «Non ti preoccupare, ci affacciamo tra poco. Ti accompagno io con l'ombrello. Intanto vai in bagno: usiamo il phon per asciugare i pantaloni.» Dopo una buona mezz'ora, una volta arrivata zia Lisa, prendo l'ombrello e accompagno Matteo da Rosaria. La donna abita in un vicoletto cieco poco distante dal mio negozio, nel cuore storico della città. È una zona molto caratteristica, con il selciato lastricato di pietra, dove è impossibile arrivare in auto. Ha ristrutturato la vecchia casa della nonna subito dopo la sua scomparsa. Tengo Matteo per mano mentre camminiamo sotto la pioggia. Giriamo l'angolo ed ecco la porta in legno, al centro spicca una targhetta ovale: Prof.ssa Rosaria Solari. Pigio il campanello e attendiamo. Nessuna risposta. Riprovo, ma regna il silenzio. Mi volto per guardarmi intorno: la viuzza è deserta. L'unica altra abitazione che dà sulla via appartiene a una vecchia signora che vive sola. Noto che la sua porta è socchiusa, ma non si affaccia, forse non ci ha sentiti. «Coraggio Matteo, zia Rosaria non c'è. Torniamo in negozio: ti aiuto io con i compiti e resti con me finché tua madre non smonta dal lavoro. Ora le mandiamo un messaggio.» Il bambino annuisce e torniamo in fioreria. «Che succede? Come mai Matteo è di nuovo qui?» domanda mia zia al nostro rientro, mentre incarta un Ficus benjamina per una cliente. «La professoressa non è in casa. Matteo ci farà compagnia.» «Però c'è un problema», mormora Matteo, tirandomi la manica della giacca di jeans. «Quale?» «Ho fame. Zia Rosaria mi dava sempre la merenda.» «Non ti preoccupare. Vuoi un panino o un pezzetto di pizza?» «Pizza con il pomodoro!» risponde lui con gli occhi che brillano. «Esco a prendertela. Tu mettiti qui e inizia i compiti, poi li controlliamo insieme.» Gli faccio spazio sul bancone secondario che uso per le composizioni floreali ed esco.
Michela, la mamma di Matteo, passa a riprenderlo alle diciannove e trenta. Entra in negozio trafelata: «Buonasera! Ma insomma, che fine ha fatto mia cugina? Se solo mi avesse avvisata... Ti ha dato disturbo?» «No, affatto, non preoccuparti. Tuo figlio è bravissimo: ha fatto tutti i compiti da solo e ha persino imparato a spinare le rose», dico sorridendo. «Meno male. Più tardi proverò a chiamare di nuovo Rosaria. Purtroppo mia madre non sta bene e non può badare a lui, ma se avessi saputo che era impegnata, avrei cercato un'altra soluzione.» «Ti ripeto, non è stato un peso. Matteo è educato e autonomo, mi ha fatto piacere la sua compagnia.» «Ho anche mangiato la pizza per merenda! Mi piace stare con Jess», si intromette il bambino. «Cosa? Quanto ti devo?» chiede Michela aprendo il portafoglio. «Ma figurati, non mi devi nulla. Anzi, se avessi bisogno in futuro, io sono qui.» «Grazie di nuovo. Spero che domani Rosaria non abbia problemi.» Appena Michela chiude la porta alle proprie spalle, mia zia mi osserva, poi mi passa un mazzo di rose da sistemare. «Michela è una brava ragazza, ma è stata sfortunata. Erano una bella famiglia, poi il matrimonio è naufragato e il ragazzino è rimasto solo con lei.» «Ma il padre non abita più qui?» «No, da quanto mi diceva sua madre tempo fa, lui è tornato a vivere a Pescara. Si è rifatto una vita con un'altra donna e vede il figlio una volta a settimana, mi pare il sabato.» «Vedi, zia? Ho ragione a stare lontana dagli uomini. Meglio sola che sommersa dai problemi.» «Michela, però, non gli fa mancare nulla al bambino. È sempre pulito, ordinato, educato. Ho dato un'occhiata ai suoi quaderni: deve essere molto bravo a scuola.» «Sì, per un bambino di terza primaria è davvero preparato.» Il tintinnio del campanello interrompe la nostra conversazione, anticipando l'ingresso di una nuova cliente. ***
Il mattino seguente, verso le undici, approfitto della calma per sbrigare le consegne.
Con un lieve stridio di freni fermo il Fiorino davanti all'abitazione di Lucia. È venerdì: razione di pesce per Duchessa, la bellissima gattina a pelo lungo della signora Sgobba. Lucia è una vedova che vive in una splendida villa situata in periferia, a pochi chilometri dalla città. Igor è al mio fianco e attende impaziente l'apertura della portiera per correre dall'anziana donna, pronto a reclamare la sua razione di coccole e il classico biscotto. «Buongiorno, Jess. Ti aspettavo più tardi, ma vieni dentro: ci facciamo preparare un bel caffè da Carmela.» «Sono passata prima perché dovevo consegnare dei fiori al ristorante per una festa.» Entro in casa e il profumo del caffè si diffonde immediatamente nell'aria. Carmela, la signora tuttofare, fa tintinnare le tazzine appoggiandole su un lucido vassoio. Saluta me e gratta la testa di Igor, che entra scodinzolando per poi sdraiarsi sotto il tavolo, mentre io prendo posto su una delle sedie. «Allora, ci sono novità?» domanda come al solito Lucia. «No, sembra tutto tranquillo. Anzi, fin troppo. Con la riapertura delle scuole, le piogge e la spiaggia ormai vuota, i ritmi frenetici dell'estate hanno lasciato il posto a una specie di quiete.» «Be', non possiamo vivere sempre in vacanza!» commenta Carmela. Sollevo la tazzina per godermi il caldo liquido ambrato quando il cellulare, dentro la borsa, inizia a squillare. Lo prendo e leggo sul display: Negozio. «Zia, dimmi.» «Un attimo, ti passo Michela, la mamma di Matteo. È qui e voleva parlarti.» Un lieve fruscio e la voce incerta di Michela arriva chiara: «Jess, non vorrei approfittare della tua gentilezza, ma ieri ti eri offerta di badare a Matteo... Potrei portarlo da te anche oggi pomeriggio?» «Certamente. Te l'avevo detto e te lo ripeto: per me non ci sono problemi.» «Ho provato a chiamare Rosaria ieri sera, ma non mi ha risposto. Lo stesso stamattina. In genere mi richiamava sempre; ora sicuramente sarà a scuola e non può rispondere se sta facendo lezione. Mia madre, poi, ha una brutta colica: è meglio che resti a letto.» «Michela, tranquilla, non devi darmi tutte queste spiegazioni. Porta Matteo a casa mia quando passi per andare al lavoro e stasera lo vieni a riprendere in negozio.» «Grazie Jess, vedrò come sdebitarmi. Gli preparo anche la merenda, così non ti darà noie.» «Non farlo, andremo a prendere la pizza da Sara. E ripeto, non mi dà fastidio: è un caro ragazzino. Non mi devi nulla, stai tranquilla: tra noi ci si aiuta.» Appena chiudo la chiamata, Lucia mi osserva con sguardo interrogativo. «Era Michela, la figlia di Giuseppina Manna. Voleva sapere se potessi tenerle il figlio nel pomeriggio. La madre non sta bene e lei deve andare a lavorare.» «Sì, sì, ho capito. Quella bella ragazza che lavora alla cassa del supermercato al centro commerciale?» chiede Lucia. «Esatto, proprio lei.» «La settimana scorsa ho incontrato la madre al mercato», si intromette Carmela, «e sta passando i guai. Ha i calcoli alla colecisti ed è in lista per un intervento. Speriamo che la chiamino subito.» «Ma se non ricordo male», aggiunge Lucia mentre toglie le tazzine vuote e le mette nel lavandino, «aveva detto che il nipote andava a fare i compiti dalla figlia della cugina... la professoressa, non mi ricordo il nome... insomma, la figlia di Rita e Peppino. Lo so perché quel bambino va a scuola con Margherita e la professoressa insegna nello stesso liceo di Roberta, ma in un'altra sezione. Come farà quel bambino a sopportarla tutti i giorni! Detta tra noi, ma mi raccomando, non una parola: tutti si lagnano di Rosaria. È troppo rigida. Sai quanti genitori chiedono poi a mia figlia di aiutare i loro ragazzi?» «Purtroppo, quando l'unico obiettivo della vita è la scuola, parliamoci chiaro: lei dove la vedete? La si incontra solo in biblioteca, in chiesa, nei circoli di lettura o al cinema, ma solo se proiettano quei film pesanti, Dio ce ne liberi! Poi, se parli e sbagli un verbo, te lo corregge subito. Io, se la incontro, la saluto ed evito pure di fermarmi. Sa tutto lei!» aggiunge Carmela, intenta a sciacquare gli utensili. «Non si è sposata, non ha uno straccio di uomo che le vada appresso ed è diventata acida. Guarda mia figlia: un matrimonio alle spalle, una figlia... e ti ho detto che ora ha iniziato a frequentare un collega? Un professore di scienze motorie che viene da Tortoreto, ma insegna qui da due anni. Si chiama Davide, mi sembra un bravo giovane. Speriamo bene, anche se le ho detto che non deve portarmelo subito a casa. Devono essere sicuri, perché io poi mi affeziono e ci resto male se si lasciano.» conclude Lucia. Guardo l'ora sul display dello smartphone e mi alzo. «Devo andare. Vorrei restare a parlare con voi, ma si è fatto tardi.» «Sì, ma non mi hai detto perché questo ragazzino deve stare da te. Se prima andava da Rosaria, significa che hanno litigato?» domanda ancora l'anziana donna. «No, no. La professoressa ieri non c'era e oggi non ha risposto alle chiamate di Michela. Per stare tranquilla, la madre lo lascia da me.» «Ah, capisco... perché sai, Jess, tutto può succedere.» 3
Tutto può succedere
Il weekend passa in fretta, proprio come un temporale autunnale e nonostante le temperature più fresche, il sole è tornato a splendere sulla città. Lunedì mattina, giorno di riposo per il negozio, mi trattengo al bar di Sara. Stiamo chiacchierando, quando arriva zio Nicola che mi fa cenno di avvicinarmi. «Sicuramente è passato a casa e mamma mi cerca per Igor che si lamenta. Sono uscita alla chetichella e non se n'è accorto», dico a Sara allontanandomi. «Ciao zio, mi vuole mamma?» «No, voglio che vieni con me. Mi ha chiamato Peppino Solari: mi vuole parlare in privato.» «E io che c'entro?» «Seguimi. Non sono cose da dire in piazza», mi sussurra guardandosi intorno con circospezione. Mi volto verso Sara, sollevando un braccio per salutarla e mimando un "a dopo", poi seguo zio sulla sua utilitaria. Dopo aver messo in moto, senza distogliere gli occhi dalla strada, mi spiega la situazione: «Peppino mi ha chiamato perché da mercoledì sera non riescono a rintracciare la figlia. Giovedì aveva la giornata libera a scuola, venerdì non si è presentata e sabato neppure. Hanno provato a chiamarla, ma non risponde al cellulare. Allora la segretaria, ha avvisato la famiglia. La madre si è recata a casa sua: la porta era chiusa, tutto era in ordine, ma di lei nessuna traccia. Mancano la borsa e la giacca, come se fosse uscita ma non fosse più rientrata.» «A dire il vero, giovedì pomeriggio l'ho cercata anche io. Sono andata a casa sua con Matteo, ma nessuno mi ha aperto. Perché hanno chiamato te? Non sarebbe opportuno avvisare la caserma?» «Lo sai come sono fatti, no? Forse vogliono solo un consiglio. Intanto andiamo e vediamo come poterli aiutare.» La loro abitazione si trova nel quartiere Casarza, in una traversa di via Ciccarone, non distante dall'ospedale. Zio parcheggia davanti a una palazzina a più piani. Scende dall'auto in silenzio, io lo seguo, ma nello stomaco sento uno strano rimescolio. Se penso a venerdì, quando ero da Lucia e abbiamo parlato di lei — e non in maniera molto lusinghiera — mi vengono i brividi. Ora è sparita davvero. Zio suona al videocitofono. Sento il click della porta che si apre senza che nessuno chieda nulla. Saliamo le scale invece di prendere l'ascensore: un'aura di ansia sembra circondarci. Troviamo il signor Peppino sulla soglia, fa un cenno con la testa in risposta al nostro buongiorno e lo seguiamo in cucina. Lì sua moglie Rita è seduta al tavolo, visibilmente sconvolta. Al nostro ingresso gli occhi le si inumidiscono subito. «Non ricominciare un'altra volta!» la redarguisce il marito. Poi, per giustificare il rimprovero, aggiunge: «Non fa che piangere. È vero che non sappiamo dove sia Rosaria, ma non è morta.» «Non ha mai fatto così. Tutte le sere, tutte le sere... lo ripeto, dopo le otto ci sentivamo. Certe volte anche due volte di seguito. Mai è passata una sera senza che mi fossi coricata prima della sua chiamata. Mai! Da quando ha deciso di andare a vivere per i fatti suoi in centro. Invece giovedì sera nulla. Ho pensato: forse è uscita con qualche collega per andare al cinema. Ma poi venerdì nulla, sabato neppure. E poi lei ci teneva tanto a Matteo: figurarsi se non avvisava Michela se non poteva tenerlo. No, comandante, credi al cuore di una mamma: è successo qualcosa a mia figlia! È successo qualcosa», comincia di nuovo a singhiozzare. «Smettila! Ho detto smettila. La ritroveremo. Forse si è solo rotto il cellulare e dove si trova ora non può mettersi in contatto con noi», interviene il marito. «State calmi. In questi momenti bisogna non perdere la pazienza e mantenere la lucidità. Vedrai Rita, la ritroveremo. Ora dobbiamo capire cosa è successo, ma devi stare tranquilla: in questo stato non ci sei d'aiuto», cerca di rassicurarla zio. Un groppo alla gola mi impedisce di parlare. Mi avvicino a lei porgendole un bicchiere d'acqua, mentre il marito sposta le sedie per farci accomodare. |
|
Biblioteca

|
Acquista

|
Preferenze
|
Recensione
|
Contatto
|
|
|
|
|