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Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici, dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie capacità senza la necessità di un partner, identificato nella figura di un Editore.
Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Ilaria Rovelli
Titolo: La via del lago
Genere Romanzo rosa
Lettori 11
La via del lago
Rinascere tra luce e arte.

Il riflesso perfetto.

Sotto i faretti bianchi del negozio, il tailleur di Marta non aveva una sola piega fuori posto; era la corazza perfetta per nascondere il fatto che, dentro, stava andando in pezzi.
Era un sabato pomeriggio di metà ottobre e il centro di Milano sembrava masticare e sputare persone a un ritmo frenetico. Il negozio di abbigliamento di cui Marta era manager da cinque anni era saturo di luci calde, profumi costosi e del ticchettio continuo dei tacchi sul pavimento lucido. C'era il solito sottofondo di chiacchiere, il rumore metallico delle grucce che scorrevano sugli stand e il bip ipnotico della cassa che registrava scontrini a tre zeri.
Marta era ferma davanti allo specchio del retrobottega. Si passò una mano sulla gonna invisibilmente sgualcita, respirando a fondo. Aveva trentacinque anni, una carriera solida, uno stipendio eccellente e un'agenda in cui ogni singolo quarto d'ora era pianificato con mesi d'anticipo. Era la donna che risolveva i problemi, quella che non perdeva mai il controllo.
«Marta, è arrivato il carico da Parigi ma mancano tre distinte, e la cliente del camerino quattro vuole assolutamente la taglia 42 che risulta esaurita», la voce della sua vice, spezzò il silenzio di quel millesimo di secondo che si era presa per sé.
Marta si girò, sfoderando il suo sorriso migliore, quello automatico, da manager. «Arrivo subito, sistemiamo tutto.»
Ma mentre faceva un passo verso la porta, lo sguardo le cadde sulle proprie mani. Avevano le unghie curate, lo smalto nude perfetto, ma stavano tremando. Non per un tremolio visibile a occhio nudo, ma per una vibrazione interna, sottile, che partiva dal petto. Guardò i vestiti appesi intorno a lei: metri e metri di stoffa pregiata, ma tutti uguali, seriali, freddi. In quel momento, il rumore del negozio fuori le sembrò improvvisamente amplificato, come se fosse sotto una campana di vetro. L'aria nel retrobottega si era fatta improvvisamente densa, irrespirabile.

Guardò i vestiti appesi intorno a lei: metri e metri di stoffa pregiata, capi di alta sartoria francese perfetti, ma freddi. In quel momento, il rumore del negozio fuori le sembrò improvvisamente amplificato, come se fosse sotto una campana di vetro. L'aria nel retrobottega si era fatta improvvisamente densa, pesante, nonostante la ventilazione millimetrica.
Fu allora che successe. Senza un pensiero logico, senza calcolare le conseguenze.
Marta non disse nulla. Sfilò il badge dal colletto della giacca e lo appoggiò sulla scrivania, sopra le bolle di consegna. Prese le chiavi dell'auto dalla borsa, aprì la porta di sicurezza sul retro che dava sul cortile interno ed uscì, lasciandosi alle spalle quell'aria intrisa di ambra e profumi di nicchia, e tutto il sabato milanese.

Salì in auto nel parcheggio sotterraneo. Il silenzio dell'abitacolo fu il primo vero respiro della giornata. Accese il motore e, guidata solo dall'istinto di scappare da quelle luci artificiali, imboccò la superstrada verso nord.


Guidata solo dall'istinto di scappare da quelle luci artificiali, imboccò la superstrada verso nord. Era fine ottobre, il periodo dell'anno in cui le giornate si accorciano bruscamente e il buio inghiotte il pomeriggio già verso le cinque e mezza.
Mentre i palazzi di Milano lasciavano il posto ai primi profili scuri delle montagne, Marta sentì il nodo al petto iniziare a sciogliersi. Sapeva esattamente dove stava andando, anche se non lo aveva pianificato. Stava andando verso il lago.
L'acqua, per lei, era sempre stata un richiamo irresistibile. Nata sotto il segno dello scorpione , Marta aveva sempre sentito una connessione profonda, quasi magnetica, con quell'elemento. A Milano l'aveva soffocata, dimenticata tra il cemento e i doveri, ma l'acqua era lo specchio fedele della sua personalità: apparentemente calma e trasparente in superficie, proprio come la manager impeccabile che tutti conoscevano, ma mossa da correnti profonde, invisibili e impetuose nel profondo. Il lago la chiamava a sé ogni volta che l'anima diventava troppo pesante, proprio in quella stagione autunnale che le apparteneva fin dalla nascita. Solo quella distesa liquida aveva il potere di accogliere e cullare i suoi pensieri più densi.
Trenta minuti dopo, la strada iniziò a costeggiare la riva. Il cielo era già diventato un velluto scuro e il riflesso della luna fredda che ballava sul nero del lago le diede il benvenuto. Marta accostò l'auto in una piazzola, scese e respirò l'aria umida, frizzante e pulita della notte che avanzava.
Sentì il rumore leggero e costante delle onde che si infrangevano sui sassi. Era un sussurro che sembrava dirle: Sei arrivata. Adesso puoi fermarti.

La casa al lago

Marta non aveva dovuto cercare un albergo sul telefono. Mentre guidava, una certezza antica le era fiorita nel petto, indicandole la strada come una vecchia mappa dimenticata. Stava andando a Moltrasio.
Lassù, inerpicata tra le vie strette che salivano verso la roccia e il bosco, c'era la casa di sua nonna materna. Era una vecchia struttura in pietra di proprietà della sua famiglia, rimasta vuota e silenziosa dal giorno in cui la nonna se n'era andata, anni prima. Da bambina, Marta aspettava che finissero le scuole solo per correre lì. Ricordava l'estate, il fresco delle mura spesse, il profumo di bucato e di erba bagnata, le corse nei vicoli di sassi e le domeniche passate a guardare il lago dalla piccola terrazza. Poi la vita era diventata frenetica, la nonna era mancata, e quella casa era stata chiusa, accantonata come un vecchio giocattolo, mentre lei si perdeva tra le luci artificiali di Milano.
Quando l'auto si fermò nel piccolo parcheggio e Marta iniziò a salire a piedi lungo la scalinata di pietra che portava alla casa, il silenzio di Moltrasio la avvolse. Aveva solo la sua borsa di pelle intonata al tailleur, le scarpe con il tacco che ticchettavano goffamente sui ciottoli umidi e una vecchia chiave pesante in tasca, che teneva sempre con sé come un portafortuna.
Arrivò davanti al portone di legno scuro, sbiadito dal tempo e circondato dall'edera che aveva colonizzato la facciata. Con le mani che ancora tremavano per la stanchezza, infilò la chiave nella toppa. La serratura fece un gemito metallico, duro, prima di cedere.
Spingendo la porta, Marta fu accolta da un odore denso di ombra, di polvere e di tempo sospeso. Il buio all'interno era totale, interrotto solo dai tagli di luce della luna che filtravano dalle fessure delle persiane chiuse. Fece un passo, e il rumore dei suoi tacchi risuonò vuoto sul pavimento di cotto.
Non c'era riscaldamento, non c'era la luce elettrica attiva, e i mobili erano coperti da grandi lenzuoli bianchi che, nella penombra, sembravano fantasmi benevoli posti a guardia dei suoi ricordi. Ma per la prima volta dopo mesi, Marta non sentì l'ansia. Si sfilò le scarpe strette, lasciandole cadere all'ingresso, e camminò a piedi scaldi sul pavimento freddo. Era a casa.

Marta si spinse nel soggiorno-cucina, dove l'ombra dei ricordi sembrava ancora abitare negli angoli della stanza. Il freddo dell'autunno inoltrato cominciava a penetrare attraverso i muri spessi di pietra, ma lei era troppo sfinita anche solo per muoversi da lì. Il letto nell'altra stanza era sfatto, coperto da un vecchio telo per proteggerlo dagli anni di assenza, e l'idea di dover cercare lenzuola pulite al buio le sembrava un'impresa insormontabile.
Le sue forze erano rimaste sull'asfalto della superstrada.
Si avvicinò al grande divano al centro del salone, anch'esso protetto da un lenzuolo bianco sbiadito. Senza nemmeno toglierlo, si sfilò la giacca del tailleur — quell'armatura da manager che improvvisamente le sembrava pesante come piombo — e la appoggiò sullo schienale. Si rannicchiò sul tessuto grezzo, tirandosi i piedi dentro la gonna e usando un lembo di quel telo per coprirsi fin sopra le spalle. Profumava di chiuso, di legno, di un tempo lontano.
Chiuse gli occhi e, cullata da un silenzio interrotto solo dal respiro dell'acqua là sotto, crollò in un sonno profondo e senza sogni.
Quando aprì gli occhi, non capì subito dove si trovasse. Il suo corpo ricordava ancora la sveglia delle sette sul telefono, l'ansia dei messaggi dei fornitori e il cielo grigio sopra i tetti di Milano.
A svegliarla fu il calore. Un raggio di sole tiepido e dorato le tagliava la faccia, filtrando dritto dal grande finestrone del soggiorno. Marta si tirò su a fatica, con i muscoli ancora indolenziti, e si voltò verso il vetro.
Rimase senza fiato.
La villa, sviluppata su quell'unico piano terra, sembrava quasi sospesa sul panorama. Oltre l'infisso di legno, l'acqua si stendeva immensa e calma. La luce del mattino la faceva brillare come se qualcuno vi avesse gettato una manciata di diamanti. Le montagne intorno avevano i colori caldi del rosso e dell'oro, e una nebbiolina leggera si stava alzando lentamente dalla superficie liquida, diradandosi sotto i colpi del sole.
Marta scese dal divano e si avvicinò al finestrone, appoggiando le mani nude sul vetro freddo. Guardò la distesa liquida. Sentì quel magnetismo profondo risvegliarsi all'istante: non era solo un paesaggio, era un richiamo vivo che le diceva che la sua vecchia vita era finita e che quella mattina cominciava qualcosa di totalmente nuovo.

Marta si diresse verso il grande specchio all'ingresso, ma la superficie era coperta da una patina di polvere troppo spessa. Aprì la borsa da lavoro, l'unico pezzo di Milano che si era portata dietro, e tirò fuori il suo piccolo specchietto da viaggio e una mini spazzola di legno.
Con gesti precisi, abituati a ritocchi rapidi nei retri dei negozi prima di una riunione importante, si sistemò i capelli, disciplinando le ciocche libere. Passò un velo di rossetto leggero e si rinfrescò il trucco, cercando di nascondere le ombre della stanchezza sotto gli occhi. Nonostante il tailleur della sera prima fosse un po' stropicciato, la sua figura manteneva quell'eleganza rigorosa da manager del centro.
Quando aprì il portone della villa, l'aria frizzante di metà mattina la colpì al viso, rigenerandola. Il sole era già alto e illuminava i vicoli di pietra del borgo. Scendendo a piedi verso la riva, notò con sollievo che il paese era sveglio: le serrande erano alzate e i piccoli negozi aperti.
La priorità assoluta, dopo ore di digiuno e pensieri, era una sola: la colazione. Marta si lasciò guidare dal profumo di caffè e brioche calde che si diffondeva nell'aria, desiderando solo sedersi e stringere tra le mani una tazza fumante. Subito dopo, avrebbe dovuto trovare un negozio di abbigliamento per comprare qualcosa di radicalmente diverso da ciò che indossava: vestiti comodi, morbidi, che le permettessero finalmente di muoversi libera e di iniziare a vivere quel tempo senza orologi.

Trovò un piccolo bar con i tavolini all'aperto, proprio affacciato sull'acqua. Si sedette all'angolo, dove il sole scaldava i tavoli di ferro battuto, e ordinò un cappuccino e una brioche vuota. Mentre stringeva la tazza calda tra le mani, Marta si accorse di un dettaglio che la fece sorridere: non aveva controllato il telefono nemmeno una volta da quando si era svegliata. A Milano, a quell'ora di una domenica mattina, avrebbe già risposto a tre mail e controllato i dati di vendita del giorno precedente. Lì, invece, l'unico suono era il cucchiaino che girava nella tazza e il ronzio leggero di un battello in lontananza.
Dopo colazione, con un'energia nuova che le scorreva nelle vene, si mise alla ricerca di vestiti. Non cercava boutique d'alta moda, non voleva etichette francesi né tagli geometrici. Voleva l'esatto opposto.
Entrò in un piccolo negozio di abbigliamento locale, uno di quei posti dove l'odore di tessuto sa di pulito e non di profumi studiati a tavolino. La proprietaria, una donna di mezza età dagli occhi gentili, la accolse con un buongiorno caloroso che a Milano Marta non sentiva da anni.
«Buongiorno. Ho bisogno di qualcosa di comodo. Molto comodo», disse Marta, accennando con un sorriso al suo tailleur decisamente fuori contesto.


La donna capì al volo, cogliendo subito l'eleganza innata di quella cliente. Pochi minuti dopo, Marta era nel camerino. Si sfilò la gonna rigida e le scarpe col tacco. Al loro posto, scelse un jeans dal taglio dritto e morbido, un maglioncino di cachemire sottile color tortora, caldo ma scivolato, e un trench autunnale leggero, perfetto per proteggersi dall'aria umida dell'acqua. Ai piedi infilò un paio di scarpe stringate basse in pelle morbida.
Quando si guardò nello specchio del camerino, Marta si vide diversa, ma assolutamente se stessa. La rigidità della manager era rimasta agganciata alla gruccia insieme al tailleur, sostituita da uno stile rilassato, pulito e senza tempo. Pagò, lasciando i vecchi abiti dentro la borsa del negozio, e uscì in strada. Adesso, con il passo leggero delle scarpe basse sui sassi, era pronta a tornare alla villa.


Mani sporche.

Prima di risalire verso la villa, Marta si rese conto di un dettaglio pratico: la casa era vuota da anni e la dispensa non offriva nulla. Con il passo finalmente comodo e leggero nelle sue nuove scarpe basse, si fermò in un piccolo alimentari del borgo, uno di quei negozi di una volta che profumano di pane fresco e salumi buoni.
Si guardò intorno, estasiata dalla semplicità di quel posto così lontano dai grandi supermercati milanesi. Prese un pezzo di focaccia fragrante, del formaggio tipico della zona e qualche mela. Cose semplici, veloci, che non richiedevano l'uso di fornelli complessi, visto che la cucina della villa andava ancora riavviata del tutto. Con il sacchetto di carta della spesa in una mano e la borsa nell'altra, imboccò la via del ritorno.
Quando riaprì il portone di legno, la luce del mezzogiorno inondava il salone attraverso il finestrone, rendendo la polvere sospesa nell'aria simile a una pioggia di pagliuzze dorate. Marta appoggiò il pranzo sul tavolo della cucina, aprì le finestre per far entrare l'aria frizzante e pulita del lago e consumò quel pasto frugale seduta sul bordo della sedia, assaporando ogni boccone in un silenzio che cominciava a sembrarle terapeutico.
Una volta finito, mossa da una curiosità che non provava da tempo, decise che era il momento di esplorare davvero la casa.

Marta iniziò a camminare lungo il corridoio della villa, i passi leggeri attutiti dal pavimento. Quella casa, disposta su un unico piano, le sembrava ora un labirinto di possibilità sospese nel tempo. Si trovò davanti a una fila di porte in legno massiccio, tutte chiuse, come custodi di segreti sbiaditi.
Il suo sguardo, però, venne catturato da una porta in fondo, la cui vernice bianca si era leggermente scheggiata vicino alla maniglia d'ottone. Un brivido di riconoscimento le attraversò la schiena. Era la stanza che ricordava meglio di quando era piccola, un luogo che da bambina le era sempre sembrato magico e un po' proibito.
Prese un respiro profondo, afferrò la maniglia fredda e spinse.
La porta si aprì con un leggero cigolio, rivelando una stanza invasa dalla luce accogliente del pomeriggio. Non era una camera da letto, ma una sorta di veranda coperta o studio d'artista, con una grande vetrata che guardava verso il bosco sul retro della villa. L'aria lì dentro profumava di carta antica, legno stagionato e qualcosa di dolce e ceroso.
Al centro della stanza c'era un grande tavolo da lavoro in legno grezzo, segnato da macchie di colore ormai secche. Contro la parete, Marta vide un vecchio armadio con le ante a vetro. Si avvicinò e le aprì.

Sui ripiani, ordinati con cura ma coperti da un velo di polvere, c'era il passato della sua famiglia. Scoprì i vecchi materiali della nonna e della mamma, due donne che, ognuna a modo suo, avevano sempre amato creare con le mani. C'erano barattoli di pasta materica ancora sigillati, rimasti miracolosamente intatti, e spatole di metallo di diverse forme e dimensioni con i manici in legno consumati dall'uso. Accanto, c'erano sacchetti di cera vegetale in scaglie, stoppini di cotone e di legno, e vecchi stampi per candele.
Marta allungò una mano e sfiorò la lama flessibile di una spatola, poi sollevò un barattolo di pasta modellabile. Sentire il peso di quegli oggetti tra le dita le fece battere il cuore. Era come se la nonna e la mamma avessero lasciato lì quel tesoro aspettando proprio lei, proprio quel momento della sua vita.

Marta passò l'indice sul bordo del tavolo in legno, lasciando una scia pulita sulla superficie coperta da quel velo grigio tipico delle case rimaste chiuse per tre o quattro anni. Non era un abbandono secolare; era solo il segno del tempo che si deposita quando una casa smette improvvisamente di essere abitata, mantenendo però intatta la sua anima sotto la polvere.
Guardò la stanza dell'arte, poi aprì le porte degli altri ambienti della villa: il bagno, con le sue piastrelle rétro lucide ma opache per l'inattività, e la camera da letto padronale, dove i mobili scuri aspettavano solo di essere risvegliati da quel sonno durato qualche stagione.
Capì che non poteva iniziare a creare in mezzo a quel torpore. C'era un ordine logico da seguire per riappropriarsi di quegli spazi, e lei lo affrontò con la stessa precisione con cui gestiva i flussi di lavoro a Milano, ma con una calma tutta nuova.
Per prima cosa si occupò del bagno. Trovò dei vecchi stracci e dei detergenti ancora utilizzabili in un armadietto sotto il lavandino e iniziò a strofinare. Lavare via quei tre o quattro anni di assenza da quelle ceramiche bianche le diede una strana soddisfazione: ogni passata di spugna era come un colpo di spugna sul suo stress. Quando finì, aprì la piccola finestra quadrata per far uscire l'odore di chiuso e far entrare il profumo del bosco sul retro.
Poi passò alla camera da letto. Tolse i grandi teli protettivi dai mobili e li scosse energicamente fuori dalla finestra. Con pazienza, aprì l'armadio di legno massiccio per far prendere aria all'interno e, frugando nei cassetti in fondo, trovò quello che cercava: delle lenzuola di lino grezzo, lavate l'ultima volta dalla nonna anni prima, che conservavano ancora un vago sentore di lavanda antica. Fece il letto con cura, tirando bene i lembi, sapendo che quella notte avrebbe dormito in un letto vero.
Infine, tornò nella stanza dei materiali. Quello era il suo premio. Pulì il grande tavolo da lavoro con un panno umido, rivelando le venature calde del legno e le vecchie macchie di colore lasciate dalla madre e dalla nonna. Spolverò uno a uno i barattoli di pasta materica, allineò le spatole di metallo dalla più grande alla più piccola e sistemò i sacchetti di cera vegetale sui ripiani dell'armadio a vetro.
Quando l'ultimo granello di polvere fu rimosso, Marta si fermò al centro dello studio. La villa ora respirava insieme a lei. Pulita, ordinata, pronta.
Il sole stava iniziando a scendere dietro le cime delle montagne, tingendo l'acqua di un rosa intenso e profondo. Marta guardò le sue mani: erano arrossate per l'acqua fredda e la fatica, la sua manicure impeccabile di Milano era ormai un ricordo. Ma guardando quel tavolo pulito e quel materiale pronto, sentì una scarica di eccitazione pura attraversarle il petto.
Ilaria Rovelli
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