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Writer Officina
Autore: Ilaria Rovelli
Titolo: Al profumo di Lavanda
Genere Romanzo Rosa
Lettori 8
Al profumo di Lavanda
Note di testa.

La nebbia leggera che all'alba si alzava dal torrente Parma era uno dei punti fermi nella vita di Camilla. Da quel terzo piano in fondo a viale Martiri della Libertà, la città appariva sempre composta, silenziosa, racchiusa in un'eleganza di mattoni rosa e cortili nascosti. Parma era la sua casa, il suo baricentro, il luogo dove ogni cosa aveva un posto e una forma precisa.
Esattamente come nel suo laboratorio.
Camilla, a trentun anni, era uno dei "nasi" di punta della storica Maison Farini, una casa di profumi di nicchia che da oltre un secolo imbottigliava l'essenza della nobiltà emiliana. Sua madre, parigina d'origine, le aveva trasmesso quella discreta sfrontatezza nel vestire – lo stile effortless chic delle donne che non sembrano fare alcun sforzo per essere impeccabili – ma da suo padre e dalla terra emiliana Camilla aveva ereditato una precisione quasi scientifica. Per lei, un profumo non era solo un'emozione; era un'architettura chimica perfetta.
La sua vera certezza era il suo talento, affinato in anni di studi e sessioni olfattive estenuanti, che le avevano permesso di scalare le gerarchie di un mondo competitivo ed esclusivo.
Quella competenza, tuttavia, veniva messa alla prova da una sfida professionale non da poco. Il gelo di aprile aveva devastato i campi del fornitore storico della Maison a Grasse. Se non avessero trovato immediatamente un olio essenziale di lavanda che avesse lo stesso grado di purezza e la stessa nota di fondo cristallina, il lancio del nuovo profumo d'autunno sarebbe saltato. E l'azienda non poteva permetterselo. Il direttore aveva selezionato tre tenute, e la prima della lista era nel cuore della Provenza, vicino a Sault. Dicono che il proprietario fosse un purista, uno che distillava ancora con metodi tradizionali, ma le sue quote erano blindatissime.
Camilla era stata mandata in avanscoperta non per fare una semplice firma, ma perché solo il suo olfatto e la sua competenza potevano decretare se quell'olio fosse all'altezza degli standard di Parma.
Prima di partire, aveva cenato con Mattia, il suo fidanzato, un architetto di successo con cui condivideva una relazione stabile e matura. Mattia l'aveva incoraggiata, da professionista a professionista, consapevole dell'importanza di quella trasferta per la carriera di lei.
Il viaggio in auto era stato un lungo decompressore. Lasciando Parma, Camilla aveva attraversato la Liguria e poi il confine francese, vedendo l'autostrada arrampicarsi e poi ridiscendere verso il sud. Man mano che si addentrava nell'entroterra provenzale, il paesaggio cambiava: i profili geometrici della pianura padana cedevano il passo a colline dolci, aspre di roccia calcarea e accese da macchie di un viola ancora timido, interrotte dal verde scuro dei cipressi.
Era tardo pomeriggio quando la sua auto imboccò lo sterrato segnalato dal navigatore: Le Domaine des Étoiles.
L'aria che entrava dal finestrino era calda, densa, carica di un profumo resinoso, erbaceo, decisamente diverso da quello purificato dei laboratori di Parma. Camilla parcheggiò nel cortile di una grande struttura in pietra viva, con le persiane di un legno sbiadito dal soleil e un enorme gelso a fare ombra sull'ingresso.
Spense il motore. Il silenzio della campagna la avvolse, interrotto solo dal frinire ritmico e ipnotico delle cicale. Si sistemò il trench leggero, prese la sua borsa da lavoro in pelle con all'interno i tablet e le schede tecniche della Maison, e scese.
Dalla grande struttura adiacente, che recava l'insegna in ferro battuto della distilleria, uscì un uomo.
Camilla si fermò a guardarlo mentre le andava incontro. Indossava una camicia di cotone grezzo chiaro, con le maniche arrotolate fin sopra i gomiti che scoprivano avambracci solidi e tesi. I pantaloni erano di un tessuto pratico, scuro, e ai piedi aveva scarpe da lavoro. Era, senza ombra di dubbio, oggettivamente un bell'uomo: i capelli castani erano leggermente spettinati dal vento, il viso era segnato da una barba di pochi giorni e gli occhi, di un verde bosco, avevano la lucidità tipica di chi vive seguendo il ritmo delle stagioni.
Non c'era alcuna rudezza nei suoi modi. Al contrario, il suo viso si aprì in un sorriso cordiale e ospitale.
«Bonjour,» disse l'uomo, andandole incontro con passo calmo. Notando la targa italiana dell'auto, passò immediatamente a un italiano fluido, addolcito da quell'accento francese che ammorbidiva le consonanti. «Lei deve essere la dottoressa Camilla. Benvenuta al Domaine. Io sono Jules Reynard.»
Camilla tese la mano, che venne accolta da una stretta ferma, calda. «Buonasera, Monsieur Reynard. Sì, sono Camilla. Il viaggio è stato perfetto, grazie.»
«Mi fa piacere. E vi prego, chiamatemi Jules,» disse lui, indicando con un cenno cortese la borsa che lei stringeva sotto il braccio. «Immagino che la Maison Farini le abbia dato un bel po' di scartoffie da farmi firmare. Ma prima, penso che vorrà sistemarsi. Il viaggio da Parma è lungo.»
Jules si offrì di aiutarla con il bagaglio leggero e la guidò verso una dépendance in pietra poco distante dalla casa principale, circondata da cespugli di rosmarino selvatico. L'interno era semplice, fresco, arredato con un gusto rustico ma curato nei minimi dettagli.
«Le camere per gli ospiti della tenuta sono pensate per dare un po' di pace,» spiegò Jules, posando la valigia su un supporto di legno. «Qui intorno non c'è molta rete per i telefoni, ma c'è un ottimo silenzio. Per quanto riguarda il lavoro, so che la vostra azienda ha bisogno di garanzie immediate. Domattina all'alba, verso le cinque, inizieremo il primo taglio della lavanda e la distillazione del primo lotto sperimentale. Se vuole verificare la purezza dell'olio direttamente all'alambicco, le consiglio di riposare. La campagna non aspetta i nostri orari.»
C'era una fermezza tranquilla nelle sue parole, il tono di un professionista che rispettava il lavoro altrui e pretendeva lo stesso per il proprio. Nessuna sfida, solo pragmatismo.
«Sarò pronta, Jules. Alle cinque,» rispose Camilla, ricambiando il suo sguardo con la stessa serietà professionale.
«Perfetto. Allora le auguro una buona serata, Camilla. A domani.» Con un leggero cenno del capo e un sorriso garbato, Jules uscì dalla dépendance, chiudendo la porta alle sus spalle.
Camilla rimase sola nella stanza, avvolta dalla luce dorata del tramonto provenzale che filtrava dalle tende di lino. Si sedette sul letto, aprì la borsa e prese il telefono per avvisare Mattia del suo arrivo, per poi rimetterlo subito via.
Si sdraiò sul letto senza svestirsi. Attraverso la finestra aperta, oltre al canto delle cicale che andava scemando, entrava l'odore della notte provenzale. Era diverso da quello di Parma. Più selvatico, meno controllato. Chiuse gli occhi, pronta a scoprire cosa avrebbe rivelato l'alba.

Note di cuore

Quando la sveglia sul telefono di Camilla vibrò alle quattro e quarantacinque, la stanza era ancora immersa in un blu profondo e freddo. Il canto delle cicale era cessato, sostituito dal silenzio immobile che precede la luce.
Camilla si alzò senza esitare. Anni di laboratori e sessioni di studio le avevano insegnato che la natura non aspetta: le molecole odorose dei fiori cambiano a seconda dell'ora, dell'umidità e del sole, e per catturare la perfezione non sono ammessi ritardi. Si infilò un paio di jeans comodi, una T-shirt leggera e le scarpe da ginnastica. Legò i capelli in una coda ordinata, prese il suo taccuino e uscì, attenta a non fare rumore sui gradini di pietra della dépendance.
L'aria esterna le riempì i polmoni, pungente e pulita. C'era un odore intenso di terra bagnata dalla rugiada, misto a quel sentore erbaceo e quasi medicinale della lavanda ancora chiusa che dormiva sotto il cielo stellato.
Jules era già nel cortile dell'azienda agricola. Accanto a lui, un vecchio trattore con un rimorchio di legno e due operai del posto che parlavano a bassa voce in un dialetto provenzale stretto e musicale. Jules indossava una T-shirt normale, scura, pantaloni pratici e scarpe da lavoro robuste, adatte a camminare per ore tra i filari.
Sentendo i passi di Camilla sulla ghiaia, Jules si voltò e la accolse con un sorriso accennato, rilassato, lo sguardo di chi è abituato a dare il benvenuto al mattino molto prima degli altri. Sul tavolo di legno vicino all'ingresso del capannone degli attrezzi c'era una vecchia caffettiera fumante.
«Buongiorno, Camilla. Puntuale,» disse lui, con un tono di voce basso, quasi per non disturbare il silenzio della campagna. Prese due tazze di ceramica spessa, ne riempì una fino all'orlo e gliela porse, stringendola per il manico. «Caffè nero, bollente. Immagino che a Parma siate abituati a standard diversi, alle miscele ricercate dei bar del centro, ma questo è il carburante della tenuta. Aiuta a svegliarsi.»
Camilla tese la mano e accettò la tazza. Le dita sfiorarono accidentalmente quelle di Jules per un secondo, un contatto breve e del tutto casuale. Il calore della ceramica contro il palmo era piacevole nell'aria fresca dell'alba.
«Buongiorno, Jules. Grazie, è perfetto,» rispose lei, portando la tazza alle labbra e lasciando che l'aroma forte e tostato del caffè contrastasse con l'aria balsamica che la circondava. «Niente standard da città, non si preoccupi. La campagna ha le sue regole e io sono qui per seguirle. Da dove iniziamo?»
Jules bevve un sorso dal proprio caffè, guardando la colline che iniziavano a colorarsi.
«Iniziamo dal taglio del settore est,» spiegò lui con calma, posando la tazza vuota sul tavolo e indicando i filari di lavanda che cominciavano a profilarsi nitidi contro il cielo che schiariva in un tono rosa e oro. «La lavanda lì ha preso il sole perfetto di ieri pomeriggio. La rugiada di stamattina ha sigillato gli oli nei fiori, intrappolandoli. Se tagliamo adesso, prima che il sole scaldi troppo l'aria e faccia evaporare le componenti più volatili e preziose, otterremo il massimo della qualità. Andiamo a piedi, il trattore ci segue.»
Si incamminarono lungo il sentiero sterrato mentre il motore del trattore si avviava dietro di loro con un brontolio sordo e regolare. Intorno a loro, la Provenza si stava svegliando: la luce azzurrina dell'alba cominciava a rivelare l'immensità viola dei campi che si estendevano a perdita d'occhio, ondeggiando leggermente sotto la brezza del mattino.
Camilla camminava al suo fianco, lo sguardo attento a ogni dettaglio del terreno, alla pendenza, all'esposizione delle piante. C'era una naturalezza innata nel modo in cui Jules si muoveva nel proprio ambiente. Non parlava per riempire il silenzio, ma quando lo faceva, la sua voce era ferma e competente.
Arrivati al filare designato, Jules si fermò. Il colore della lavanda in quel punto era di un viola profondo, quasi vellutato. Si chinò, afferrò un mazzo di spighe cariche di fiori e, con un gesto rapido, fluido e incredibilmente preciso, lo recise alla base usando un piccolo falcetto dall'impugnatura consumata dal tempo. Si rialzò, fece un passo verso di lei e le porse il mazzo.
«Anusi questo,» disse semplicemente, guardandola negli occhi per cogliere la sua prima reazione.
Camilla prese i fiori tra le mani. Il suo approccio fu puramente professionale, privo di qualsiasi romanticismo da cartolina. Non portò subito il mazzo al viso; prima lo sollevò all'altezza del petto, poi strofinò leggermente alcune spighe tra i polpastrelli per rompere le minuscole ghiandole oleifere sui calici. Solo a quel punto chiuse gli occhi e inspirò, lentamente, trattenendo l'aria nei polmoni per permettere alle molecole di legarsi ai suoi recettori.
Jules rimase immobile a osservarla. C'era un rigore assoluto nei gesti di Camilla, una concentrazione che trasformava quell'atto in un vero e proprio esame scientifico. Il vento leggero le muoveva qualche filo di capelli sfuggito alla coda, ma lei non ci fece caso.
«È una Lavandula angustifolia purissima,» disse Camilla riaprendo gli occhi, e nella sua voce c'era la vibrazione pulita dell'entusiasmo di chi riconosce la rarità. «La nota verde è netta, quasi balsamica, ma non c'è traccia di quel sentore aspro di canfora tipico del lavandino o delle piante coltivate a quote troppo basse. Ha una dolcezza di fondo pulita, rotonda, che ricorda quasi il miele selvatico. Jules, questo fiore ha una qualità eccezionale. Se il raccolto mantiene questa costanza, la Maison ha fatto centro.»
Jules la ascoltò e sul suo viso si dipinse un sorriso autentico, sollevato e grato. Sentire quei termini così precisi e quel giudizio così lusinghiero da parte di un "naso" di Parma era il riconoscimento di un intero anno di fatiche, di notti passate a controllare il meteo e di cura maniacale per la terra.
«Il segreto è il terreno calcareo, molto drenato, e l'altitudine di questa collina,» rispose lui, la voce che tradiva l'orgoglio per il proprio lavoro. «La pianta deve soffrire il giusto per difendersi dal freddo dell'inverno e dal secco dell'estate; è proprio in quella sofferenza che pulisce l'aroma e produce un fiore così concentrato. Venite, gli operai stanno già riempiendo i primi cesti. Seguiamo il carico.»
Camilla annuì, annotando rapidamente sul taccuino il grado di umidità e le prime impressioni prima di rimetterlo in tasca. Mentre il sole sorgeva definitivamente dietro le montagne, illuminando i campi di una luce dorata e calda, i due si avviarono insieme lungo i filari, pronti a supervisionare le prime ore di raccolta.
Capitolo 3: Il punto di ebollizione
Il sole di luglio non impiegò molto a impadronirsi della valle. Verso mezzogiorno, l'aria sopra i filari vibrava per il calore e il viola della lavanda sembrava quasi emanare una luce propria, abbacinante. Camilla aveva seguito i carri fino al grande capannone sul retro della casa patronale, dove l'aria era un concentrato denso e avvolgente di aromi.
Al centro della struttura non c'era una distilleria industriale moderna, ma un impianto d'estrazione tradizionale a vapore, con grandi contenitori in acciaio lucido, tubi di rame che si snodavano come serpentine e un sistema di raffreddamento ad acqua che mormorava in sottofondo. Tutto era pulito in modo maniacale.
«Questo è il cuore dell'azienda,» spiegò Jules, muovendosi tra i macchinari per controllare la pressione di una valvola. «I fiori raccolti stamattina vengono caricati subito qui dentro. Usiamo il metodo della corrente di vapore a bassa pressione. Ci vuole più tempo, ma evita di bruciare le note più delicate della pianta.»
Camilla si avvicinò all'oblò di controllo del primo estrattore. Era affascinata dal contrasto tra la terra cruda là fuori e la precisione quasi chimica del processo di lavorazione.
«Lavorate a temperatura costante?» chiese, tirando fuori il taccuino.
«Mai sopra i cento gradi,» rispose Jules, regolando un rubinetto con un gesto esperto. «Se aumenti la temperatura per fare prima, estrai più liquido, ma rovini il linalolo e l'acetato di linalile, che sono i componenti che danno alla lavanda quel profumo pulito che cercate a Parma. Se c'è una cosa che ho imparato da mio padre, è che la fretta distrugge la qualità.»
Camilla prese appunti, annuendo. Restò nel capannone per ore, osservando il carico dei fiori freschi, il vapore che attraversava la massa vegetale e il miracolo lento della condensazione. Verso il primo pomeriggio, dal beccuccio dell'alambicco d'oro iniziò a gocciolare il primo idrolato, sormontato da un sottile strato d'olio color paglierino chiarissimo.
Jules prese una piccola fiala di vetro, raccolse poche gocce di quell'olio puro e la passò a Camilla.
L'analisi richiese quasi venti minuti. Camilla si sedette al tavolo da lavoro in fondo al capannone, aprì la valigetta con le strisce di carta assorbente – le mouillettes – e immerse la prima punta nell'olio. Chiuse gli occhi. Aspettò che la nota alcolica iniziale svanisse, poi passò la striscia sotto il naso con movimenti ritmici. Jules, a pochi metri di distanza, continuava a supervisionare gli operai, ma la sua attenzione tornava spesso a quella ragazza così concentrata.
«È perfetto, Jules,» disse infine lei, riaprendo gli occhi. «La resa è pulita, la frazione terpeneica è ridotta al minimo. Non c'è alcuna traccia di fumo. La stabilità chimica sembra ottima, ma dovrò testare la persistenza nelle prossime ventiquattro ore.»
«È il vostro lavoro,» rispose lui con un sorriso calmo. «L'olio ha bisogno di riposare e tu anche. Direi che per oggi la parte tecnica è conclusa.»
Verso le sette di sera, l'intensità del caldo iniziò finalmente a mitigarsi. Il cortile dell'azienda agricola si era svuotato, gli operai erano tornati a casa e un vento leggero e rinfrescante scendeva dalle colline.
Camilla era seduta sul muretto di pietra bassa vicino al gelso, con le gambe incrociate e il taccuino sulle ginocchia, intenta a rileggere i dati della giornata. Aveva ancora le scarpe da ginnastica e la T-shirt della mattina, leggermente impolverata, ma si godeva quel momento di pace.
Il telefono nella tasca dei jeans vibrò. Sullo schermo comparve il nome di Mattia.
Rispose subito, portando il telefono all'orecchio. «Ciao, Mattia.»
«Ciao, Cami. Finalmente ti trovo,» la voce di Mattia arrivò chiara, pulita, priva delle interferenze della campagna, con quel tono sicuro e misurato che le era così familiare. «Ti ho cercata tre ore fa ma non c'era campo. Come sta andando lì nel nulla?»
«Bene, c'è molto lavoro,» rispose Camilla, sorridendo leggermente. «Abbiamo fatto il primo taglio all'alba e la prima estrazione oggi. La qualità dell'olio è incredibile, sopra le aspettative di Farini. Tu come stai? Il progetto del nuovo studio a barriera Bixio?»
«Un delirio con il catasto, come al solito, ma lo stiamo chiudendo,» rispose Mattia dall'altro capo del filo, e Camilla poteva quasi visualizzarlo nel suo studio ordinato, circondato da planimetrie e schermi. «Senti, stavo guardando l'agenda per il mese prossimo. Quando torni tra due settimane dobbiamo assolutamente bloccare quel weekend per la cena con i tuoi e definire i dettagli per il rinnovo dell'appartamento. L'impresa edile vuole le specifiche dei materiali entro fine luglio.»
«Sì, certo, appena rientro ci mettiamo seduti con le carte,» disse Camilla, lo sguardo perso sui filari lontani che stavano diventando bluastri con l'ombra della sera. «Qui i tempi sono lunghi, Jules dice che la distillazione richiede pazienza...»
Proprio in quel momento, Jules uscì dal capannone degli attrezzi portando con sé una cassetta di legno con alcune boccette di campionamento. Sentendo la voce di Camilla, si fermò a pochi passi dal muretto per non interromperla, intenzionato ad aspettare che finisse per chiederle dove preferisse lasciare i campioni.
«...sì, Jules è il proprietario dell'azienda agricola,» continuò Camilla al telefono, accorgendosi della presenza dell'uomo e facendogli un piccolo cenno con la mano per dirgli di restare. «È una persona molto competente. Va bene, Mattia, ci sentiamo domani sera allora. Un bacio. Ciao.»
Camilla tese il braccio e chiuse la chiamata, infilando di nuovo il telefono in tasca. Si voltò verso Jules.
L'uomo era rimasto fermo, la cassetta di legno tra le mani. Sul suo volto non c'era imbarazzo, solo quella solita espressione tranquilla, anche se nei suoi occhi verdi passò un lampo di comprensione. Aveva colto il tono della conversazione, il "bacio" finale e quel modo così naturale con cui lei aveva rassicurato qualcuno a casa.
«Il tuo fidanzato?» chiese Jules con estrema naturalezza, senza alcuna traccia di malizia o di finta indifferenza. Era una domanda semplice, da persona pragmatica che prende atto di un dato di fatto.
«Sì, Mattia,» rispose Camilla, ricomponendo i fogli del taccuino. «È un architetto a Parma. Volevamo assicurarci che fossi arrivata bene ieri, ma la rete qui è quella che è.»
Jules fece un piccolo cenno con il capo, registrando l'informazione con la stessa serietà con cui registrava i dati della pioggia sui suoi quaderni. «Capisco. La stabilità è importante quando si fa un lavoro che ti porta spesso lontano.» Fece un passo avanti e appoggiò la cassetta sul muretto, accanto a lei. «Questi sono i tre campioni estratti oggi pomeriggio, sigillati. Li ho catalogati per ora di taglio. Li lascio a te per i test di persistenza della notte. Domani non taglieremo all'alba; dobbiamo preparare i fusti per la spedizione del mercato locale di Sault.»
«Grazie, Jules. Li controllerò prima di dormire,» rispose lei, guardando le boccette di vetro scuro.
«Buona serata allora, Camilla. A domani.» Jules le fece un mezzo sorriso, girò i tacchi e si avviò verso la sua abitazione con il suo passo calmo e regolare.

«Buona serata allora, Camilla. A domani.» Jules le fece un mezzo sorriso, girò i tacchi e si avviò verso il suo furgone con il suo passo calmo e regolare.
Poco dopo, Camilla si diresse verso la zona del B&B, la struttura ricettiva ricavata dall'ala più antica della tenuta. Jules ne era il proprietario, ma la gestione era affidata a Colette e Guido.
Il tavolo per gli ospiti era stato allestito sotto un pergolato di vite canadese, illuminato da fili di lampadine calde che creavano un'atmosfera intima e sospesa. Attorno alla tavola c'erano già tre turisti – una coppia di mezza età proveniente dall'Alsazia e un fotografo naturalista belga – che stavano chiacchierando a bassa voce davanti a un cesto di pane fresco.
Colette si muoveva tra i tavoli con una grazia innata. Era una ragazza del posto, solare, con i capelli chiari legati alti e un modo di fare accogliente che metteva subito a proprio agio. Da ragazzini, lei e Jules avevano avuto un breve flirt, una di quelle storie estive dell'adolescenza che si erano poi trasformate in un'amicizia d'acciaio e in un rapporto di lavoro solidissimo. Colette si considerava un po' la custode di Jules, e in paese molti la vedevano come una specie di "pseudo-fidanzata" eterna, anche se nel cuore di Jules, in quel momento, non c'era spazio per l'amore, ma solo per la sua terra.
Dalla cucina all'aperto arrivò Guido, portando un grande vassoio fumante. Guido era italiano, originario di un piccolo paesino medievale vicino Roma; si era trasferito in Provenza cinque anni prima per inseguire un progetto di vita e, soprattutto, perché si era follemente innamorato di Colette. Lei lo sapeva, ci scherzava, ma manteneva sempre una sottile distanza, lasciando Guido in quell'adorazione costante e tipicamente italiana che si traduceva in piatti straordinari.
«Ecco qua! Ratatouille tradizionale, ma con un tocco di basilico fresco che mi è arrivato dritto dal Lazio,» annunciò Guido con il suo accento misto, sollevando il coperchio e offrendo a Camilla un sorriso caloroso non appena capì che era italiana. «Accomodati, Camilla. Qui si mangia tutti insieme, è la regola della casa.»
«Grazie, Guido. Ha un profumo squisito,» disse Camilla, sedendosi al posto libero.
«Se hai bisogno di qualsiasi cosa, chiedi pure a me o a Guido,» le disse Colette avvicinandosi per versarle un bicchiere di vino rosé fresco della zona. «Jules mi ha detto che oggi avete lavorato sodo al settore est. Ti ha fatto correre?»
«No, anzi, è stato molto preciso,» rispose Camilla, apprezzando la freschezza del vino. «Mi sta mostrando tutto il processo con molta pazienza.»
Colette sorrise, uno sguardo complice che conteneva anni di conoscenza profonda dell'uomo con cui era cresciuta. «Jules è così. Burbero all'apparenza, ma non lascerebbe mai che qualcosa sia fatto male. La lavanda è la sua vita. A volte penso che abbia la linfa al posto del sangue.»
«E io che pensavo avesse il caffè nero, visto come ha iniziato la mattina,» commentò Camilla con un sorriso, facendo ridere Guido che stava servendo la coppia alsaziana.
La cena proseguì con calma, tra i racconti del fotografo belga e le battute di Guido sulle differenze tra la cucina romana e quella provenzale. Colette gestiva la conversazione con fluidità, muovendosi sempre con un occhio attento alla tenuta e un orecchio teso verso la strada, come se aspettasse inconsciamente il ritorno del furgone di Jules.
Camilla osservava quella dinamica sottile: l'amore silenzioso e devoto di Guido per Colette, il legame affettuoso ma fraterno di Colette verso Jules, e l'assenza di quest'ultimo, che sembrava riempire lo stesso gli spazi della tenuta con la sua sola ombra.
Quando la cena finì e gli ospiti si ritirarono nelle loro stanze, Camilla prese la sua cassetta di legno con i campioni e tornò verso la dépendance. La prima giornata si era chiusa. Aveva i dati tecnici sul taccuino, il profumo della lavanda ancora sui polpastrelli e la consapevolezza che in quella tenuta, sotto la superficie della terra, scorrevano storie vecchie e nuove che avevano appena cominciato a intrecciarsi.
Ilaria Rovelli
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