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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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La farfalla sull'oceano
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La scatola dove nascondersi.
Avevo circa tre anni quando la incontrai per la prima volta. Mi rifugiavo dietro il tendone della sala, dove mamma e papà non potevano vedermi piangere. Mi rannicchiavo accanto a un piccolo mangiadischi, ad ascoltare una canzone che parlava di magnifici papaveri e di una piccola papera, fragile, sola. Triste. Diversa da tutti gli altri. E in quella diversità, riconoscevo la mia. Mi immedesimavo così tanto in quella povera papera che, nonostante gli sforzi per non essere scoperto, raramente riuscivo a trattenere le lacrime. Fu lì che la incontrai per la prima volta: era la malinconia. Si sedette accanto a me come una presenza silenziosa, familiare. E da allora, non se ne andò più. Forse fu all'asilo che tutto ebbe inizio. Ma non ne sono certo. La sola idea di stare lontano dalla mia mamma mi gettava nella disperazione. Non capivo perché l'unica persona che mi dava conforto mi venisse negata, allontanata. Come fosse una punizione per qualcosa che non avevo commesso. I grandi parlavano tra loro e a volte anche con me. Dicevano che dovevo socializzare, farmi degli amici, giocare con gli altri bambini e che presto ne sarei stato entusiasta. Non fu mai così. Ero troppo sensibile per stare a stretto contatto con dei bambini urlanti, scatenati, rumorosi e spesso di una cattiveria tale da fare invidia persino agli adulti più malvagi. Fin dai primi giorni, i miei compagni cominciarono a prendermi in giro per il colore dei miei capelli: li avevo rossi ramati e lunghi, come quelli dei miei antenati scozzesi. «Pel di Carota!» «Femminuccia!» Parole che graffiavano come carta vetrata sulla pelle sottile di un bambino. Mi vedevano spesso piangere durante l'ora di gioco nel cortile dell'asilo, mentre con le mani mi aggrappavo alla cancellata che lo circondava, dove fuori mia mamma passava a trovarmi verso metà mattina, quando andava a fare la spesa. Non piangevo gridando, isterico e capriccioso come facevano alcuni altri bambini durante i primi giorni. Le mie lacrime scendevano lente. Educate. Silenziose. Ero un bambino che chiedeva scusa persino al pavimento per il peso dei propri passi. Piangevo senza disturbare, come se non volessi rubare l'aria a nessuno. Non sapevo ancora che quell'educazione al dolore sarebbe diventata la mia prigione: impari a soffrire in silenzio per non dare fastidio, e finisci per diventare invisibile anche a te stesso. Tenevo forte la mano di mia mamma. Lei, con un sorriso e una voce dolce e rassicurante, cercava di tranquillizzarmi, di convincermi che quella fosse un'avventura bellissima, un posto dove avrei potuto giocare, divertirmi e imparare. Quando mia mamma andava via, mi isolavo in un angolo del parchetto dell'asilo a osservare gli insetti. Amavo molto gli animali. Pensavo che anche loro appartenessero a un altro luogo e che fossero capitati per sbaglio nel mondo del rumore, come era successo a me. Mi sembravano anime silenziose, estranee a quel caos. E sentivo il bisogno di proteggerli. Con il passare degli anni e molta rabbia in tasca, capii che non erano loro a essere nel posto sbagliato, ma gli esseri umani a essere degli spietati invasori. Un giorno, mentre nel parco dell'asilo osservavo una lumaca trascinarsi dietro la sua “scatola dove nascondersi”, pensai che anche io avrei voluto averne una così, per sparire quando ne avrei avuto bisogno. La guardavo e sorridevo, ma senza toccarla. Non volevo che si spaventasse. A un tratto un'ombra pesante si allargò su di lei, come una nuvola nera che copre il sole. E poi, senza nemmeno il tempo di alzare la testa, arrivò il temporae: una scarpa piombò violenta su quel piccolo essere indifeso e pacifico che un attimo prima strisciava a una spanna dal mio viso. Un rumore secco e rapido, come una saetta. Simile a quando si spezza un rametto sotto i piedi. E subito dopo, le risate. Quello fu il giorno in cui la malvagità umana diede la prima, violenta raschiata alla mia anima. E la lasciò lì: nuda. Sanguinante. Più sottile.
L'orco
Ci sono traumi che vivono dentro di noi come presenze nascoste e che, prima o poi, condizioneranno la nostra vita adulta. Si ripresentano travestiti da decisioni sbagliate, comportamenti inspiegabili, paure, rabbia repressa, forte bisogno d'amare o essere amati, o sotto forma di incubi che ci svegliano buttando giù la porta nel cuore della notte. In me, ce n'è uno che non ha mai smesso di bussare. Ne ho un ricordo nitido, vivido, che ancora oggi, di notte, a volte viene a tormentarmi. Era una giornata già abbastanza calda in città, nonostante fosse solo l'inizio di giugno. Era metà pomeriggio e, come facevo spesso, non vedevo l'ora di uscire con la mia bicicletta per fare il giro dell'isolato. La mia bici non era come quelle moderne, con ammortizzatori, luci e sella morbida, ma una di quelle che le famiglie più fortunate mettono in strada la sera prima e che la mattina seguente il camion della spazzatura se le porta via. Me l'aveva portata a casa mio papà, salvandola proprio dalla discarica. E per me, quello era l'oggetto più bello che avessi mai avuto, forse addirittura più dei Lego. Anzi, a pensarci bene, lo era di sicuro. Partivo da sotto casa osservando come quel copertone si mangiava l'asfalto e mi immedesimavo nei personaggi di CHiPs, la serie TV americana che durante gli anni Ottanta teneva incollati i bambini allo schermo sognando di essere poliziotti motociclisti. Facevo il giro dell'isolato, ripassavo davanti al portone di casa e ricominciavo il percorso. Verso il quarto giro, quando mi trovavo esattamente dalla parte opposta dell'isolato — dove non c'erano negozi ma solo palazzi e silenzi — vidi in lontananza un uomo alle prese con la sua bicicletta. Sembrava trafficare con la catena. Rallentai incuriosito per vedere cosa stesse facendo, e i nostri sguardi si incrociarono per un istante. Stavo per tirare dritto quando l'uomo mi chiamò con fermezza: «Ehi! Mi dai una mano?» chiese con un forte accento siciliano. Tirai le leve dei freni e mi fermai. Ma, un po' per timidezza e un po' per diffidenza, mantenni qualche metro di distanza. «Che succede?» gli chiesi. «Mi è caduta la catena! Se vieni qui, mi aiuti a rimetterla su!» rispose lui. C'è un istante preciso in cui un bambino smette di vedere il mondo come un parco giochi e inizia a percepirlo come una selva. Quell'uomo non stava riparando una catena, stava tessendo una ragnatela. Sentii il gelo risalire dalle caviglie nonostante il sole di giugno: era il mio istinto che urlava, una voce antica che riconosceva il lupo prima ancora che mostrasse i denti. Era un uomo magro, con pochi capelli neri ai lati della testa, vestito fuori stagione, come se fosse autunno. Indossava pantaloni marroni a zampa d'elefante e aveva una bicicletta da donna, verde, molto vecchia. Qualcosa dentro di me non si fidava di quell'uomo. Ma lui insistette. «Dai, vieni più vicino. Guarda qui, vedi? Non riesco a metterla su!» «Devo andare... scusi», risposi un po' spaventato mentre la mia voce tremava. Come un serpente che sta immobile e poi scatta per morderti, l'uomo cambiò tono ed espressione, come se il diavolo gli fosse entrato in corpo in quell'istante. La sua voce si fece roca, animalesca. Gli occhi presero un'espressione malevola e divennero più grandi e determinati. «Devo sborrare! Vieni qui!» gridò, mentre zampilli di saliva uscivano dalle sue parole e allungava un braccio per afferrarmi. In quel mentre si infilò l'altra mano davanti, nei pantaloni. Avevo otto o nove anni e non capivo fino in fondo cosa stesse accadendo, ma mi voltai e mi misi a pedalare così forte che arrivato davanti al portone di casa, mi sentivo svenire: le gambe mi tremavano, per la fatica e per la paura. Lasciai cadere la bicicletta sul marciapiede e corsi su per le scale, come inseguito da un demone. Il cuore mi batteva nelle orecchie, il fiato mi soffocava in gola. Aprii di colpo la porta di casa. Mia madre era lì, mi guardava, ma io non dissi nulla. Mi resi conto che non avrei avuto il coraggio di raccontarle l'accaduto, ma soprattutto di ripeterle quelle parole. Parole che, nonostante non ne conoscessi il significato, sapevo fossero qualcosa di sporco. Andai in cameretta e chiusi la porta. E con essa provai a chiudere anche quella della memoria, ma non ci riuscii mai completamente. Ancora oggi, a volte, guardo quella porta socchiusa. E se mi avvicino a quel buio lì dentro, sento ancora il suo alito freddo avvolgermi. È l'alito dell'orco.
Fishers of Men
Ormai abitavo solo con mia madre. Il cancro si era portato via mio padre un anno prima, quando avevo trentun anni. Era un uomo forte d'animo, mio padre. Fatto di un'altra pasta. Un uomo di altri tempi, ma giovanile nello spirito. Simpatico, buono e molto dolce. Un personaggio che, con i suoi baffoni e i suoi soli cinquantacinque chili di peso, era amato da tutti, anche dai miei amici che, quando venivano a trovarmi, andavano dritti a fare due battute con lui, per poi venire da me, scuotendo la testa e sorridendo, dicevano: «Tuo padre è troppo forte!» E io annuivo con un sorriso pieno di orgoglio. Un uomo meraviglioso, del quale compresi la vera grandezza quando ormai le mie parole non potevano più raggiungerlo perché si trovava in uno stato di coma irreversibile. Una persona rara, che sorrideva a tutti, pronto ad aiutare chiunque gli si parasse davanti con una richiesta, anche a costo di sacrificarsi. Proprio per questo, a volte ci scontravamo. Il mio essere incazzato con il destino e con mezza umanità non mi permetteva di accettare che lui si lasciasse sfruttare fino all'osso. Eppure c'erano momenti preziosi in cui ogni divergenza svaniva e ci ritrovavamo complici, legati da una gioia semplice: ascoltare insieme la musica country. Eravamo come due ragazzi che si accendono davanti al sogno americano. Per tutta la durata del brano ci sentivamo uguali, sincronizzati, affiatati come un banjo e un'armonica. Padre e figlio. Grandi amici. Quello era il nostro piccolo rito. Cinque minuti al giorno, di solito dopo cena, in cui ci ritrovavamo come cowboys intorno a un fuoco, a darci una pacca sulla spalla senza bisogno di dire troppe parole. Ricordo ancora quando comprò il suo primo cappello da cowboy. Provai una grande ammirazione per il coraggio con cui lo indossava ogni mattina sul treno per recarsi al lavoro, senza il minimo imbarazzo in mezzo a tutta quella gente in giacca e cravatta diretta verso la Milano dei palazzi e degli affari. Mio padre entrava in quel treno di maschere pirandelliane con il coraggio di chi non ha nulla da nascondere. Mentre gli altri si proteggevano dietro ventiquattrore di pelle e cravatte annodate strette per non far uscire l'anima, lui indossava un cappello da cowboy come un vessillo di libertà. Non era un travestimento; era la sua dichiarazione d'indipendenza dal grigiore di Milano. La sera, tra le risate, mi raccontava gli episodi più curiosi: lo stupido ragazzino che gli aveva fatto una battuta per mettersi in mostra, la signora di mezza età che tentava di sedurlo dal posto di fronte, l'impiegato sessantenne che lo osservava con una strana miscela di curiosità e invidia. Quelle sue rughe sul viso, le rughe di chi sorride anche in un mare di problemi, erano contagiose. Nel giro di poche settimane, altri cappelli simili al suo cominciarono a spuntare sul treno delle 7:15. Tentativi goffi di imitazione, uomini che confondevano il vecchio West con quello che lui, con autoironia, chiamava il suo essere un “povero figlio di campagna”. E il fatto che altri avessero iniziato a copiarlo fu la prova suprema del suo carisma: la gente non cercava un cappello, cercava la sua luce, sperando che un po' di quel cuoio potesse proteggerli dalla paura di vivere. Un figlio di campagna, sì, leale, temprato, onesto e sempre sorridente. Questa era la sua forza. Nella sua vita non si era mai rotto un osso. Mai un intervento. L'influenza, una rarità. E anche quando la prendeva, non si piegava e andava a lavorare lo stesso. Mi sembrava invincibile. E invece, nel giro di sei mesi, non c'era più. La vita è come un cane, e noi siamo le pulci. Quando si stufa del solletico, si dà una scrollata e ci toglie di mezzo. Poco prima che morisse, mentre era ormai in coma irreversibile, mi chinai sul suo viso. Gli cantai Take Me Home, Country Roads come se fosse una mappa stradale per l'aldilà. In quel sussurro c'era tutto il nostro mondo: le pacche sulle spalle, il profumo di tabacco e la malinconia di una steel guitar. Speravo che John Denver potesse guidarlo oltre quel coma, fuori da quell'ospedale che sapeva di sconfitta, per riportarlo nelle sue terre, dove il cielo non ha soffitti di cemento. Lì, dove i suoi genitori lo stavano aspettando. Nella sua campagna. Strano il destino: una delle ultime canzoni che ascoltammo insieme durante i nostri ritrovi serali, prima ancora di sapere che il suo tempo qui stava per finire, fu proprio Fishers of Men: i pescatori di uomini, che li avvicinano al Signore e li raccolgono dalla terra per portarli in paradiso. |
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