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Autore: Ilaria Mossa
Titolo: Una nota nel cuore (vol.1)
Genere Romance (New Adult)
Lettori 115
Una nota nel cuore (vol.1)

Ai sognatori che non perdono mai la speranza.
Ai cuori infranti che non perdono mai
la voglia di rimettersi in gioco.
A chi crede ancora nel vero amore,
una nota nel cuore
che non smetterà mai di suonare.

Dicono che sia impossibile vivere senza amore. Che l'uomo è fatto per amare e riprodursi. Dicono anche che l'amore trionfa sempre su tutto e che ti cambia la vita. Beh, quella che sto per raccontarti non è la solita storia romantica dal finale scontato. Per cose simili ci sono le fiabe.

L'amore per me era solo un'utopia, un sentimento destinato a finire. Avevo esaurito le riserve di fiducia e mi importava soltanto della musica. Lei non tradiva, ascoltava e mi rassicurava in ogni momento, quando...

Rosemary

- Rose, mi senti? - La mia mente tornò alla lezione di Storia e origini della musica. - Rose, è tutto a posto? -
Mi voltai: Georgie mi guardava perplessa. Annuii e le regalai un breve sorriso. Ma non fui abbastanza convincente, perché insisté: - Sicura? Mi sembravi pensierosa - .
Perché non le sfugge mai nulla? Io e Georgie ci eravamo conosciute alla Moz-Art, quattro anni prima. Lei era vivace ed estroversa tanto quanto io ero timida e imbranata. Legate dalla passione per la musica, unica cosa che ci rendeva simili, eravamo diventate subito buone compagne di banco. Era una ragazza divertente, con cui non ci si annoiava mai, ma non era la mia migliore amica. Quel ruolo spettava a Sam. Solo con lei avevo condiviso l'entusiasmo del primo bacio e le lacrime la notte che Paul mi lasciò.
- Pronto, bella addormentata? - Mi scosse una spalla.
Ritornai a guardarla e sospirai. - Stavo pensando all'esame della settimana prossima - .
- Ma pensi sempre allo studio? - , sbuffò. - Hai bisogno di distrarti! -
Incrociai le braccia e puntualizzai: - Però non ho nessun interesse a farmi palpeggiare da qualcuno, come fai tu - .
- Arriverai casta e pura al matrimonio, sempre se ce ne sarà uno - . A Georgie sfuggì una chiassosa risata.
- Voi due, silenzio! - , ci ordinò infastidita la professoressa Puvsosky, una bisbetica sessantenne con la mania per i cappelli colorati. Quel giorno ne indossava uno lilla con una piuma nera. Orribile! La prossima volta mi siederò all'ultimo banco, così non rischierò di fare figuracce.
I nostri compagni di corso ci fissavano divertiti, io mi sentivo a disagio e in imbarazzo. Accidenti a Georgie!
Annuimmo, la professoressa tornò a spiegare e io a prendere appunti.
- Visto cosa combini? Lo sai che odio attirare l'attenzione - , bisbigliai mentre scrivevo frasi sempre più disordinate. - E mi fai pure distrarre! -
- Eri già distratta. Non essere paranoica. Sai benissimo che dovresti divertirti di più - , replicò con tono annoiato.
Per fortuna suonò la campanella.
Sbuffai, lei si avvicinò al mio orecchio e consigliò: - Bisogna approfittare ora che siamo giovani, belle e sode - .
Mi scappò una risata, infilai il quaderno nello zaino e mi alzai per andare via.
- Rose? -
- Sì? -
- Non dimenticarti quello che ti ho detto! - Mi fece un occhiolino e io sospirai sempre più convinta che mai sarebbe cambiata. In fondo, però, come sarebbero state le mie giornate senza la sua vivacità? Lente e noiose.

Guidando verso casa, ripensai a tutte quelle cose che avrei voluto fare e che, invece, non avevo mai fatto: come un bel viaggio all'estero, o ritirarmi più tardi del previsto. Ebbene sì, avrei potuto paragonarmi a Cenerentola, costretta a rientrare a mezzanotte precisa.
Odiavo la mia famiglia, perché mi aveva rubato gran parte dell'adolescenza. Dopo quello che era capitato due anni prima, sembrava che mia madre non riuscisse più a fidarsi di me. Aveva bisogno di controllare tutto, compresa l'aria che respiravo.
- Sei a casa, cara? - , chiese appena sentì la porta chiudersi.
- Sì, sono io. Sono tornata - .
Salii di corsa le scale verso la mia camera. Ero troppo stanca per rispondere alle sue domande e non avevo molta fame. Mi stesi sul letto e mi addormentai.
Dopo nemmeno quindici minuti, mi svegliai: Georgie mi stava chiamando.
Appena risposi, gridò euforica: - Rose, non immagini cosa è successo! -
- No, infatti non lo immagino - , dichiarai con poco entusiasmo, e sbadigliai.
- Anthony mi ha chiesto di uscire! -
- Anthony chi? Il figlio del regista? -
- Esatto! -
- Sono contenta per te. Sarà il tuo giorno, cioè volevo dire... sei proprio una ragazza fortunata - . Anthony frequentava il corso di teatro e aspirava a diventare un divo di Hollywood. Secondo me, recitava con tutte. Era nato per fare quel lavoro.
- Lo so che dovrei togliermelo dalla testa, che forse mi farà soffrire... ma voglio cogliere quest'occasione - , ribatté con tono deciso.
- Beh, che posso dirti, la vita è tua... fanne ciò che vuoi - . Non potevo crederci di averlo detto davvero. Proprio io che non agivo mai di testa mia.
- E poi... potrei sempre ottenere una parte in qualche film - .
- Stai parlando sul serio? -
- Sì, perché non dovrei? Non si sa mai nella vita - .
Scoppiai a ridere.
- Ora, comunque, voglio pensare a cosa mettere per l'appuntamento - .
- Hai qualche idea? -
- Sicuramente qualcosa di sexy - , rifletté con una voce maliziosa.
Ridacchiai. - Come sempre - .
- Eh, tesoro... questi sono i trucchi del mestiere. Prendi appunti, mi raccomando! -
- No, grazie. Mi bastano quelli a scuola - .
Rise. - Forse lì sono anche troppi. Comunque, tesoro, ora devo lasciarti. Ho bisogno di un bagno rilassante - .
- Va bene. Allora, buon divertimento per stasera - .
- Sì, non vedo l'ora! - , disse entusiasta. Poi ci salutammo.
Richiusi gli occhi per l'ennesima volta, distesi braccia e gambe e mi rilassai. Ah, finalmente un po' di tranquillità. Speravo di non ricevere nessun'altra telefonata. A meno che non fossero argomenti interessanti e non sempre - ragazzi - . Perché avrei dovuto dare tanta importanza a qualcuno che sicuramente mi avrebbe fatta soffrire? Questa era la mia filosofia di vita. È vero, non ero una grande esperta in materia, ma l'esperienza con Paul mi era bastata.
Meglio la musica. Guardai il pianoforte e mi ci avvicinai, come se in qualche modo mi avesse chiamata a sé. Suonai la mia canzone preferita. Ora sì che mi sentivo meglio.
Mentre facevo scorrere le dita sui tasti, riuscivo a essere me stessa. Non esistevano più timori, imbarazzi, pressioni. La musica era in grado di capirmi, di consolarmi nei momenti bui. E riusciva a farmi tornare il sorriso quando ero triste.
- Cosa stai suonando? -
Sollevai le dita dai tasti e mi voltai. - All of me di John Legend - .
- Ah, giusto - . Lo sguardo di mia madre era impassibile. Nemmeno un piccolo sorriso sulle labbra. Avrei voluto che si congratulasse con me, che mi abbracciasse o mi rivolgesse parole affettuose. - Però potresti suonarla ancora meglio. Impegnati di più, e un giorno me ne sarai riconoscente - .
Mi irrigidii. Come poteva dire una cosa simile? Per me bravura significava soprattutto passione. Se in un futuro diventerò qualcuno, di certo non sarà grazie alle sue parole.
- Sì, va bene - , accennai un sorriso forzato e mi voltai di nuovo verso il pianoforte.
Il cellulare squillò e interruppe quel freddo scambio di battute. Quasi sospirai di sollievo, poi sbirciai sul display: era Sam. Avrei voluto rispondere, ma la presenza di mia madre mi infastidiva, perciò lo feci solo quando uscì dalla stanza.
- Pronto? - , dissi con un filo di voce, nel timore che fosse ancora a portata di orecchio.
- Ehi, Rose, stasera a che ora passo a prenderti? -
Scattai in piedi. - Per andare dove? - , mi allarmai.
- Ti sei già dimenticata? Mark festeggia al Blue Jeans. Te ne ho parlato, ricordi? -
- Ah... giusto, il compleanno. Ma mia madre, lo sai... -
- Dai, per favore, la convinco io - , mi interruppe. In realtà non avevo troppa voglia di andarci e a volte il continuo borbottare di mamma giocava a mio favore.
- Non lo so, Sam - .
- Per favore, per favore! -
Sbuffai. - Va bene, ci vengo. Ma, sia chiaro, lo faccio solo per te - . Anche se non ero entusiasta, uscire un po' mi avrebbe fatto bene.
Urlò per la gioia, mi informò che sarebbe arrivata per le nove e riattaccò.
Era solo una festa. Cosa sarebbe potuto mai succedere?

Robert

- Alex, hai deciso di dormire stamattina? - Ogni giorno era la stessa storia.
- Ora mi alzo, Rob! - , urlò e mi lanciò un cuscino.
- Muoviti! - Gli afferrai un piede e con forza lo trascinai giù dal letto. - Ti è sempre piaciuta la scuola. Cosa ti prende? -
Sbuffò. - Ma quest'anno sono al nono! -
- E quindi? -
Si infilò le pantofole ed entrò in bagno sbattendo la porta.
Dopo la morte dei nostri genitori, cinque anni fa, Alex non era più lo stesso. Qualche notte lo sentivo persino piangere nel sonno. A soli dieci anni, non era stato facile affrontare una perdita del genere. Non lo era stato nemmeno per me, a dire il vero. Ma tiravo avanti. Anzi, ero andato avanti. Non avrei potuto fare altrimenti. Mio fratello era sotto la mia responsabilità e dovevo crescerlo nel miglior modo possibile. O almeno ci provavo. Non era facile combattere, ogni giorno, con un adolescente ribelle come lui.
- Alex, sei pronto? Farò tardi il primo giorno di lavoro, maledizione! - , gridai mentre lo aspettavo all'ingresso. Ma lui non rispose. Gettai il suo zaino per terra e corsi in bagno: stava parlando al cellulare seduto sul bordo della vasca. Lo afferrai per un braccio. - Su, andiamo! - Dovevo ricorrere sempre alle maniere forti.
Lui si divincolò e gridò: - Finiscila! Non sei mio padre, non puoi dirmi cosa devo fare. Lasciami in pace! - E corse verso la porta d'ingresso.
Non avevo la forza di andargli dietro. Da quattro anni, lavoravo senza sosta per pagare le bollette e prendermi cura di lui, ma non avevo mai sentito dalla sua bocca un - grazie - . Doveva portarmi rispetto, cazzo! Per chi mi aveva preso? Per un compagno di classe? Ricordo che da piccoli ci divertivamo tanto insieme: mentre io ero al piano con nostra madre, lui faceva finta di essere una ballerina di danza classica e ondeggiava per tutta la casa. Quanto rideva! Quanto ridevamo! Era l'unica famiglia che mi restava e non volevo perdere anche lui. Dove diavolo stavo sbagliando? - Ha solo quattordici anni, è in un periodo complicato della sua vita, ha perso i genitori. Comprendilo - , mi ripeteva di continuo la gente. Ma anche io avevo perso i miei genitori. Avevo ventuno anni e mi sembrava di averne quaranta.
Mi affacciai alla finestra. Di sotto scorsi un gruppetto di ragazzini: avevano pantaloni a vita bassa, maglia larga e il berretto al contrario. Vidi Alex avvicinarsi con disinvoltura, ridere per qualcosa che uno di loro gli aveva detto e andar via.
Chiusi la finestra e guardai l'orologio: cazzo, le otto! Presi le chiavi e uscii di corsa.

Quando arrivai in caffetteria, Jenny stava servendo ai tavoli e un altro ragazzo era indaffarato tra caffè e cornetti. I clienti erano quasi tutti professori, impazienti e già esausti di prima mattina. Mi guardai intorno: l'arredamento era color avorio e le pareti crema. Nonostante fosse l'ora di punta, sembrava tutto pulito e in ordine.
Poi Jenny si accorse di me e mi chiese di raggiungerla con un cenno della mano. Avevo ottenuto questo lavoro grazie alla sua conoscenza, molto intima direi, con Henry, il nostro responsabile. Non era facile essere assunti alla Moz-Art. Jenny mi aveva detto che facevano una selezione ben accurata del personale. Non osavo immaginare quanto fosse difficile essere ammessi come allievi.
Mi baciò sulla guancia. - Sei fortunato. Henry arriverà in ritardo stamattina - , bisbigliò e ci spostammo dietro il bancone.
- Perché fortunato? - , chiesi ridendo.
Mi guardò seria. - Non ama molto i ritardi - .
- Ah - . Allora sono proprio spacciato. Grazie a mio fratello, sarò il re dei ritardatari.
Sorrise e mi lanciò un grembiule. - Mettilo e poi, su, a lavoro! -
Feci il saluto militare. - Subito, capo - .

- Robert, tutto okay? Sei un po' assente - , chiese Jenny. Erano i nostri dieci minuti di pausa.
Sbadigliai. - Sì, sì, tutto bene. Sono solo un po' stanco. Ieri sera ho finito tardi al pub - , le spiegai mentre mi preparavo un caffè.
- Okay, ma non puoi fare entrambi i lavori, lo sai? Ho messo la mia buona parola, perché so quanto tu ci tenga a questa scuola. Però... -
- Non ti preoccupare, ho tutto sotto controllo - , la interruppi con tono scocciato, e in silenzio fissai la tazzina di caffè. La Moz-Art mi ricordava mia madre. Avrei studiato qui, se non ci fosse stato quel maledetto incidente. Strinsi i pugni. Invece, mi ritrovavo a combattere con un ragazzino poco riconoscente e con le bollette.
- Robert? - , mi richiamò accarezzandomi il braccio.
Mi voltai a guardarla. - Che c'è? -
- No, niente. Lascia stare - .
Sospirai. - Scusami, Jenny. È solo che... -
- Solo che cosa? Parlami per favore. Ti ricordi? Come ai vecchi tempi - .
Annuii e, con la complicità di Jack e l'assenza di Henry, ci sedemmo a uno dei tavolini della caffetteria.
- Che succede? - , chiese appoggiando una mano sulla mia.
Sospirai. - È Alex il problema - .
- Cosa ha combinato? -
Scossi il capo. - Non mi ascolta mai, Jen - , chinai la testa e l'avvolsi tra le mani. - Non so più cosa fare - .
- E ora a casa non ci sarai quasi mai. Ci hai pensato? -
Ritornai a guardarla e arricciai la fronte. - Io lavoro anche per lui. Dovrebbe capirlo! -
- Ma Alex ha solo quattordici anni! Ha bisogno dell'unica persona che gli è rimasta. Non puoi usare l'eredità di tua madre? -
- Preferisco tenerla da parte. Alex dovrebbe andare al college e devo essere in grado di aiutarlo. Di dargli quest'opportunità - .
- E non hai mai pensato di vendere la casa? Potresti affittarne una più piccola e... -
Scossi il capo. - Non posso. Lì dentro c'è tutta la mia infanzia, mia madre, la musica - . L'idea di abbandonare quella casa mi devastava.
- Devi trovare una soluzione però. Lascia il lavoro al pub e resta a casa con tuo fratello. Devi dargli quell'amore che non può ricevere più da altri - .
Annuii dispiaciuto. - Sì, lo so - .
Mi guardò comprensiva, poi aggiunse: - E ritorna a suonare per favore. Mi piacerebbe riascoltarti un giorno - . Sorrise, e io le fui grato di avermi ascoltato.

Rosemary

Ore ventuno e trenta.
Arrivammo in un locale dal nome un po' strano: Blue Jeans Pub, sulla Westland Ave di Boston.
- L'unica cosa blu che vedo qui sono le luci. Nessuna traccia di jeans - , commentai.
- Che considerazione stupida - , ridacchiò Sam. - Io vedo solo tanti tipi carini... -
Mentre camminavamo tra la folla, notai un ragazzo alto, snello e con un basco bianco che ci salutava con la mano. - È quello Mark? - , chiesi a Sam.
- Sì, andiamo - . E lo raggiungemmo.
- Tesoro, finalmente sei arrivata! - , esclamò il festeggiato e la baciò sulla guancia.
- Scusa il ritardo, c'era davvero tanto traffico - , poi appoggiò una mano sulla mia spalla. - Lei è la mia amica Rose - .
Mark si voltò a guardarmi. - Oh, hai portato un'amica! - Sorrise, aggiustò la sciarpa intorno al collo e si presentò: - Piacere di conoscerti, tesoro - .
Ricambiai con un sorriso imbarazzato. - Auguri! - , dissi porgendogli il regalo.
Nel privé mi sedetti su un divanetto. Mi sentivo in imbarazzo, non sapevo chi fosse quella gente. Sam sorseggiava champagne, rideva e scherzava con tutti.
- Rose, parla con qualcuno! Sono tutti allievi della Moz-Art... - , mi bisbigliò.
- Veramente? Non riconosco nemmeno un volto - .
- Perché devi uscire più spesso! I tuoi non possono chiuderti in casa a quasi diciotto anni - , mi ricordò la mia amica.
Non feci in tempo a risponderle che già si era allontanata. Un ragazzo le aveva chiesto di ballare. Così, restai seduta e la osservai scatenarsi. Si stava divertendo un mondo, a differenza mia. Poi una folla di ragazzi mi coprì la visuale. Ora sì che mi sento sola. Mi alzai sconsolata, sbuffai e mi diressi verso il bar.
- Prego. Per lei, signorina? - , mi domandò il barman, un ragazzo moro con due profondi occhi azzurri che mi ricordavano tanto le luci del locale.
- Ehm... un po' d'acqua, grazie - , risposi intimidita. Acqua? Ho detto davvero acqua?
Mi guardò sorpreso. - Si sente poco bene? -
- Ehm... acqua tonica, volevo dire - , mi corressi imbarazzata, - ... e tequila, grazie - . Tequila? Sono impazzita? Ormai il danno è fatto.
Sorrise divertito. - Subito, signorina - .
Mi sedetti sullo sgabello, di spalle al bancone, e osservai la pista: c'era chi si strusciava, chi beveva, chi fumava. Non era il mio ambiente, quello. La musica era fastidiosa. Non ero abituata alla confusione. Rigirai lo sgabello e quasi non mi venne un infarto. Il bel barman mi stava fissando a due centimetri dal viso con il drink in mano.
- Ecco a lei, signorina - , lo appoggiò sul bancone, sorrise e mi fece un occhiolino.
Imbarazzata lo ringraziai, afferrai il bicchiere e mi allontanai. Il cocktail lo lasciai su uno dei tavolini dei privé, raggiunsi Sam e le dissi che dovevo tornare a casa. Era mezzanotte: Cenerentola doveva scappare, la matrigna era a casa che l'aspettava. Probabilmente con un fucile in mano. Non volevo restare in quel posto un minuto di più. La scusa della mamma rompipalle, a volte, poteva fare comodo. Salutai Sam, chiamai un taxi e andai via.

***

Ma chi accidenti è? Chiamare alle otto di sabato mattina dovrebbe essere illegale.
- Pronto? - , risposi con un filo di voce mentre sbadigliavo.
- Buongiorno, mia dolce Rose. È ora di svegliarsi! Ci sono cose più importanti di dormire - , affermò festosa Georgie. Non osavo immaginare a cosa si stesse riferendo.
- Tipo? - , le chiesi seccata con un cuscino in faccia. - No, aspetta, lasciami indovinare... scommetto che ha a che fare con un tipo il cui nome inizia con la A e finisce con la Y? - , aggiunsi prima che mi rispondesse.
- Perspicace di prima mattina. Facciamo progressi! -
Sbuffai.
- Non fare la pigrona. Tra dieci minuti ti racconterò tutto davanti a un buon caffè - .
- Dieci minuti? Tu sei pazza - , bisbigliai sconfortata.
- Dai, voglio essere buona. Te ne concedo quindici. A dopo, bella - . Non mi dette nemmeno il tempo di rispondere che chiuse. E io andai a prepararmi sbadigliando.

Georgie fu di parola. Quindici minuti ed era giù che mi aspettava con la sua Smart nera. Andammo al Supreme Kitchen, io ordinai un caffè al ginseng e lei uova strapazzate e bacon, e ci sedemmo a un tavolino. Non stava scherzando, aveva davvero tanto da raccontarmi!
Dopo due ore di dettagli, sbadigli e chiacchiere varie, finalmente cambiammo argomento. Messo da parte Anthony, la discussione si spostò sulla musica.
- Senti, mi stavo chiedendo una cosa: tuo padre ha una casa discografica, no? Per caso potresti mettere una buona parola per un provino? -
- Beh, posso chiedere - .
Sorrise sognante. - Ti immagini? Io famosa! -
- Eh, già... -
Mi guardò pensierosa. - Aspetta... com'è che si chiama la casa discografica? -
- Rosemusic's Recording - .
- Che invidia! Una casa discografica col tuo nome... -
Feci spallucce. - Beh, preferivo quando mio padre suonava ancora... -
- Eh, lo so. Però guarda il lato positivo: diventerai di certo qualcuno - , poi aggiunse facendo un occhiolino: - Anzi, ricordati di me quando lo diventerai - .
Risi. - Va bene, me ne ricorderò - .
- Urrà! - , esultò e alcuni ragazzi si voltarono a guardarci. Georgie li salutò divertita, io sorrisi imbarazzata, poi la mia amica mi prese sotto braccio e uscimmo dal bar ridendo.

Robert

Quella notte l'avevo sognata. Mia madre mi sorrideva. Aveva una veste bianca, i capelli color miele legati in una treccia, gli occhi azzurri sereni. Era bellissima. Stava suonando una canzone familiare di cui non ricordavo il nome.
La musica era sempre stata una costante nelle mie orecchie. Ero certo che mia madre mi facesse addormentare suonando. All'età di sei anni, mio padre mi portò per la prima volta a un concerto della mamma. Fu quel giorno che mi innamorai davvero della musica. La guardavo con occhi sognanti, ne rimasi folgorato: su quel palco era una stella luminosa. Avevo ancora i brividi solo a pensarci. In quel momento decisi che la musica avrebbe fatto parte della mia vita. Forse ero troppo piccolo per pensare una cosa simile, ma la musica mi divertiva. A quale bambino non piace divertirsi? Io la presi come un gioco.
All'inizio non ero in grado di suonare, ma sapevo cantare. Scoprii questa passione nel coro della parrocchia, dove mia madre mi inserì pur di farmi ascoltare la messa. Fu un'esperienza unica. Ormai cantavo ovunque mi trovassi e in qualunque occasione: sotto la doccia, per strada, a Natale. A volte, mi diceva mia madre, anche nel sonno. Però, cantare con lei era tutt'altra cosa. Sentivo una forte emozione, ogni singolo minuto.
A dieci anni, imparai a suonare. Non ero bravo quanto mia madre, ma me la cavavo. Ogni giorno mi insegnava a riconoscere le note, a distinguere i vari stili e le tonalità. Era la mia unica maestra. Grazie a lei, scoprii lati di me sconosciuti. Anche se tendevo a nasconderli. A soffocarli dietro una facciata sempre sorridente e, a volte, anche arrogante.
Ero contento di aver vissuto così la mia infanzia e l'adolescenza. Avevo nostalgia di quei tempi.
Tutto il mio mondo crollò il 20 luglio 2012, un tragico incidente. I miei genitori furono travolti da un camion, guidato da un ubriaco. Per una settimana in casa regnò il silenzio. Io e mio fratello non avevamo voglia di mangiare, parlare o uscire. Non esisteva più nulla. Niente aveva significato. Io a dieci anni avevo conosciuto la vita per la prima volta. Lui invece la morte.

Aprii gli occhi e guardai l'ora sull'iPhone: erano le nove e tutto taceva. Adoravo il sabato mattina. La casa era invasa dal silenzio, sensazione meravigliosa per le mie orecchie che ogni sera dovevano sopportare l'assordante musica del Blue Jeans. Per fortuna Alex non era mattiniero come me. Se non erano le undici, nessuno riusciva a svegliarlo. Nemmeno il continuo risuonare delle campane in festa la domenica mattina. Ogni tanto avevo bisogno di rilassarmi nel letto. La sera prima al locale c'era stata più confusione del solito ed ero davvero esausto. Quei ragazzi non si stancavano mai dei locali, come se bastasse un drink e una donna facile per divertirsi. Non nascondo che all'inizio, il primo anno al Blue Jeans, mi era capitato di intrattenermi con qualche ragazza, dopo il turno. Ma ero stanco della vecchia vita. Ero cambiato.
Richiusi gli occhi e mi addormentai di nuovo. Spero tanto di sognarti di nuovo, mamma.

Ilaria Mossa
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