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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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Quel tuo posto nell'anima
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Ci sono legami che il tempo non può sciogliere
A chi, nelle relazioni, entra con tutta l'anima. A chi ci crede fino in fondo, nonostante tutto. A chi si brucia e giura a sé stesso: “mai più”. Ma sa che non è vero. Perché l'amore, anche quando fa male, resta il sentimento che ci mantiene vivi. A chi sa amare solo così: col cuore in mano, senza difese. Senza misura. Si conobbero. Lui conobbe lei e sé stesso, perché in verità non s'era mai saputo. E lei conobbe lui e sé stessa, perché pur essendosi saputa sempre mai s'era potuta riconoscere così.
Italo Calvino (Il barone Rampante)
Prologo
23 aprile 2023
Ancora una domenica pomeriggio in balìa della rabbia, della malinconia, della delusione. Ma soprattutto, della rabbia. Sì, proprio una domenica come le altre. Anzi no. La peggiore, da quando era cominciata quella storia. Perché stavolta Paolo aveva deciso di non rispondere più ai suoi messaggi. Da qualche giorno non li apriva neanche. Da quando le aveva scritto che era infastidito dal suo atteggiamento e che non poteva assolutamente permettersi di mantenere relazioni che, anche minimamente, potessero turbare la sua serenità appena ritrovata. Ma Roberta aveva bisogno di capire. Come sempre. Come su qualunque cosa le fosse capitata, fino a quel momento, nella vita. Sapeva che non si può capire sempre tutto, che qualche volta bisogna lasciar perdere. Lo aveva letto da qualche parte, glielo avevano anche detto. E in fondo, anche lei era consapevole che a volte bisognava fidarsi. O rassegnarsi. Ma non stavolta, non su questo, non con Paolo. Finché non avesse compreso le vere ragioni del suo silenzio, finché non fosse riuscita a spiegargli chiaramente ciò che voleva dirgli e non fosse stata certa che lui avesse davvero capito, senza quel fastidio e quella distanza che aveva avvertito nelle ultime settimane, non avrebbe trovato pace. Poi si sarebbe lasciata alle spalle quella storia. E Paolo. Perché in fondo, era questo che lui voleva. Si capiva. Ma aveva bisogno di sentirglielo dire chiaramente. Roberta aveva bisogno di sentirselo dire da lui. Da quando Paolo aveva deciso, pochi mesi prima, di porre fine alla loro storia e alla loro frequentazione, Roberta aveva provato comunque a mantenere un contatto. Aveva continuato a scrivergli per tenere vivo un rapporto che, pur sapendo che non avrebbe più portato a un futuro condiviso, per lei restava importante. E voleva stargli vicino. Paolo aveva fatto una scelta che, finalmente, gli avrebbe restituito la serenità che negli ultimi anni gli era mancata. Aveva intrapreso un percorso difficile e, anche se Roberta non poteva più sostenerlo come compagna, desiderava farlo come amica. Per il legame che c'era stato tra loro e che c'era ancora. O almeno, questo era quello che lei credeva.
Trasformare una storia d'amore in amicizia è sempre difficile, lo sapevano entrambi. Ma in fondo, la loro non era stata una vera e propria storia d'amore. Neanche loro sapevano cos'era. Certamente era un legame speciale, ma non erano mai riusciti a definirlo, né si erano preoccupati di farlo. Nel periodo in cui si erano frequentati molto intensamente, non si erano mai detti “ti amo”. È molto impegnativo dirselo e forse loro non se la sentivano ancora. O forse, non ne avevano bisogno. Continuavano a ripetersi che non c'erano parole per descrivere il sentimento che li univa, ma non importava, non in quel momento. Erano troppo presi dall'aver (ri)cominciato a raccontarsi, a confrontarsi, a prendersi in giro, a contaminarsi l'anima. A viversi. Il tempo avrebbe fatto chiarezza, avrebbe dato una forma a quel sentimento. L'unica certezza che avevano, era la percezione di un legame profondo. Un legame che veniva da lontano.
[...]
Quella fu un'estate difficile per Roberta. L'unica certezza che aveva era di non voler tornare al corso di Relazioni pubbliche. Per il resto, tutto le appariva nebuloso. Le idee si affacciavano alla sua mente numerose, in rapida successione, ma nessuna sembrava abbastanza solida da reggere il peso di una scelta universitaria. Roberta si appassionava con facilità: quando qualcosa catturava il suo interesse, la assorbiva completamente. Si dedicava anima e corpo, studiava, si informava, provava e riprovava. Poi, improvvisamente, quello slancio si consumava e la sua attenzione scivolava altrove, pronta a ricominciare da capo. Aveva un fisico atletico, praticava pallavolo a livello agonistico e amava gli sport, soprattutto quelli di squadra. Così, per qualche settimana, si era già immaginata insegnante di educazione fisica: in palestra, con il fischietto al collo a incoraggiare i suoi ragazzi a impegnarsi, a spingersi oltre i propri limiti, ad alzare l'asticella. E non soltanto quella del salto in alto. Le sembrava un modo per accompagnare le giovani generazioni nel loro percorso di crescita. Un modo che sentiva profondamente suo. Tanti le suggerivano di iscriversi al corso in Lettere moderne, per la passione con cui si immergeva nello studio della letteratura italiana. Il suo mitico professore del liceo le aveva trasmesso la passione per i poeti contemporanei, per quella inquieta ricerca di senso che affiorava dai loro versi. Quando restava sola in casa, oltre a cantare a squarciagola davanti allo specchio della sua cameretta con una penna in mano al posto del microfono (ma cantante certamente non lo sarebbe mai diventata), amava recitare il Canto notturno di un pastore errante dell'Asia, di Giacomo Leopardi. Era rapita dal modo in cui, quell'umile pastore, rifletteva sulla condizione umana rivolgendosi alla luna, che diventava l'interlocutrice silenziosa delle sue tormentate domande esistenziali. E dal ritmo di quella lirica che partiva lento e che si faceva, via via, sempre più incalzante per poi ricadere, improvvisamente, in una calma piatta. Un capolavoro. Ma tra tutti, il suo autore preferito restava il divino Dante. All'esame di maturità, sostenendo che con l'espressione “Vergine madre, figlia del tuo figlio” (Divina Commedia, Paradiso, Canto XXXIII, 1) Dante avesse tentato l'ardua impresa di “spiegare l'ineffabile” – dritta del suo professore, rimasta a riecheggiarle in testa fino a quel momento – fece un gran figurone! Eppure, Roberta si rendeva conto che neanche tutto questo era sufficiente a decidere di una scelta così importante per la sua vita. Quel giorno dell'esame di maturità rimase molto colpita quando, alla fine della prova orale, il professore l'abbracciò con gli occhi lucidi, ringraziandola. Per un attimo pensò che il mondo avesse cominciato a girare alla rovescia: il professore che ringraziava lei?!? Per molto tempo non seppe darsi una risposta, ma quell'episodio le sarebbe tornato alla mente molti anni dopo. E un giorno avrebbe capito. Il professore, durante l'ultimo anno del liceo, per sostenere i suoi ragazzi nella difficile scelta del percorso universitario, amava ripetere loro: «Se vi troverete davanti a un bivio e non saprete quale strada prendere, chiedetevi qual è la cosa alla quale non potete rinunciare per niente al mondo. Quello sarà il vostro percorso. Il resto è contorno. Bello, arricchente. Ma contorno.» Quelle parole continuavano a risuonarle in testa, ma non riusciva a venirne fuori. Qual era la cosa alla quale non avrebbe potuto rinunciare per niente al mondo? L'estate avanzava e in lei cresceva l'ansia per un futuro che non riusciva a prefigurare. Poi, una sera, senza dire niente a nessuno, prese l'auto di suo padre e si diresse verso il mare. Parcheggiò lungo la strada e raggiunse un tratto non illuminato, facendosi luce col telefonino. Si sedette sulla sabbia e respirò profondamente l'aria fresca della sera. Poi si sdraiò, gli occhi fissi sul cielo stellato. Sentiva l'umidità della sabbia sotto di sé, la brezza carica di salsedine sulla pelle. Rimase lì a lungo, a contemplare il silenzio di quell'immensità. Si sentì piccola. Piccolissima. Ripercorse in un lampo la sua vita: i valori con cui era cresciuta, la famiglia, lo sport, la semplicità delle piccole cose che tante volte l'avevano resa felice e di cui stava godendo anche in quel momento. Ripensò agli anni trascorsi a regalare attimi di leggerezza ai bambini dell'ospedale pediatrico, al profondo benessere che le procurava il loro sorriso. All'improvviso, tutto si ricompose. Capì. E non ebbe esitazioni. Sarebbe diventata infermiera. E avrebbe lavorato con i bambini. Attese ancora qualche giorno prima di dirlo ai suoi genitori, ma non aveva dubbi: quella era la sua strada, ne era certa, lo sentiva con ogni parte di sé. Poi, finalmente, si decise. «Se è questo che vuoi, va bene» le disse sua madre quando finalmente si sentì pronta per comunicarlo. Ma, come previsto, le critiche non tardarono ad arrivare. Amici e parenti si alternavano in giudizi e ammonimenti: lavoro faticoso, poco gratificante, un'intelligenza sprecata. Qualcuno suggeriva che tanto valeva iscriversi a Medicina. Anche Luigi, da cui si sarebbe aspettata un sostegno incondizionato, la invitò a proseguire il percorso già intrapreso, giudicato migliore e più gratificante. Roberta ascoltava tutti, dava a tutti la possibilità di esprimere un parere che – per quanto non richiesto – ciascuno sentiva di dover dare. Ma non gliene importava nulla. La decisione era presa. E mai, come in quell'occasione, era stata così sicura della sua scelta.
[...]
Il problema, adesso, era il tarlo. Sì, quel tarlo che iniziava a roderle dentro ogni volta che qualcosa restava incomprensibile e che non smetteva finché non trovava una risposta. Anche stavolta si era messo al lavoro. Roberta lo conosceva bene, ci conviveva da sempre. Era la sua voce interiore. O meglio, la parte più impertinente di quella voce, ma anche la più autentica. Quella di cui, in fondo, non sapeva fare a meno. Quella che non la faceva dormire la notte, che la costringeva a pensare, a ripensare, che si trasformava in senso di colpa ogni volta che temeva di aver fatto un torto a qualcuno. Quel tarlo, alla fine, vinceva sempre. E sapeva bene che non poteva evitarlo. Avrebbe dovuto affrontarlo anche stavolta. Ma stavolta decise di giocare d'astuzia. Così una sera, quando in casa dormivano tutti, si chiuse in bagno e si mise davanti allo specchio. Cominciò a osservarsi. Fece mille facce, mille espressioni, come aveva imparato da bambina e come faceva ogni volta che stava per affrontare qualcosa di importante, per sciogliere la tensione. Iniziò, come sempre, con il sorriso. Poi passò all'espressione seria, a quella curiosa... Quella sera le provò e riprovò tutte, una dopo l'altra, finché non diede fondo all'intero repertorio. Quando, finalmente, sentì che quel tarlo impertinente era pronto ad ascoltarla, Roberta cominciò:
Cara me, come stai? Dovrei chiedertelo più spesso, lo so. Ma ci sono sempre troppe cose da fare, troppe a cui pensare. Così ciò che conta davvero finisce per sfuggirci di mano. Scusami. Non so dirti perché Paolo si sia riaffacciato nella tua vita. Troppe coincidenze, troppe stranezze perché sia stato solo un caso. Qualche ragione deve esserci, ma io non so quale sia. Come era già accaduto tanti anni fa, Paolo è arrivato come un uragano nella tua vita, ha sconvolto ogni equilibrio, ti ha lasciata sottosopra e poi è andato via. E dentro quell'uragano, la sintonia che sentivi era energia, le braccia in cui ti rifugiavi erano casa. Non chiedermi perché abbia scelto il modo peggiore per andarsene, perché abbia riversato su di te il suo tormento, la sua rabbia. E perché, alla fine, abbia scelto il silenzio. So che hai bisogno di capire. Ma non sempre è possibile, almeno non fino in fondo. Nel tempo che avete condiviso, hai avuto il privilegio di avere accesso alla sua parte più intima. Paolo ti ha permesso di entrare da uno squarcio che ha aperto solo per te. E tu hai scoperto un mondo bellissimo. Poi, però, quello squarcio lo ha richiuso. Ci sarà sempre una parte delle cose, una sfumatura sottile, che resterà fuori dalla nostra comprensione. Forse qualcosa nel vostro legame si era incrinato da un po', forse ha avuto paura. O forse, entrambe le cose. Io non lo so. Ma so che fermarti su questo significherebbe perdere tutto il resto: la vita che ti attende, la felicità che meriti. E no, cara me, non ne vale la pena. Credimi. Ripercorri questa storia. Attraversala. In questo momento hai troppo bisogno di capire per lasciarla andare così. Non capirai tutto, questo no, non illuderti. Nell'attraversarla non risparmiare nulla, non ti risparmiare. Concediti ogni passaggio. Rivivrai momenti che ti strapperanno un sorriso, si riapriranno ferite non ancora del tutto rimarginate, riaffioreranno episodi che pensavi dimenticati. Attraversandola tutta, passo dopo passo, potrai cogliere sfumature a cui non avevi badato, ti osserverai da un'altra prospettiva e poi da un'altra ancora. E la tua comprensione diventerà più piena, più profonda. E quando, finalmente, sarai pronta a lasciarla andare, io sarò lì con te. Ti porgerò la penna e, finalmente, potrai mettere quel punto. E voltare pagina.
Il tarlo, nel sentire queste parole, rimase sorpreso. Non ricordava di aver mai visto Roberta così determinata. Non lo ricordava perché forse, Roberta, così risoluta non lo era mai stata. E quella determinazione lo intricava, Roberta sembrava addirittura più ferma di lui. Così decise di fidarsi. Per qualche giorno mise in pausa la sua smania di capire a ogni costo e si limitò a osservarla, mentre lavorava. L'indomani mattina, dopo aver accompagnato Martina a scuola, Roberta accese il computer e aprì un nuovo file. Chiuse gli occhi per un istante, fece un respiro profondo e poi un altro. Quando li riaprì, cominciò a scrivere. Non aveva molto tempo. La settimana successiva sarebbero iniziate le lezioni all'università e tutto sarebbe diventato più complicato. Così decise che, tra un impegno di lavoro e l'altro, quella settimana avrebbe intrapreso e concluso il suo viaggio. Lo aveva deciso. E in un modo o nell'altro, ce l'avrebbe fatta. Ce la doveva fare. |
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