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Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Maria Teresa Steri
Titolo: La gatta nel giardino che scotta
Genere Thriller psicologico
Lettori 6
La gatta nel giardino che scotta
Avrebbe fatto un altro buco nell'acqua, ne era sicuro. Non c'era alcuna possibilità che andasse diversamente, pensò Robbie con un senso di scoramento che gli appesantiva il passo mentre percorreva il viale alberato.
Nei colloqui precedenti non era mai riuscito a trovare la misura giusta. O si presentava troppo elegante, con il completo da ufficio che gli dava un'aria da manichino; o troppo dimesso, con abiti da sciattone. A volte parlava troppo, raccontando fattarelli inutili, altre si chiudeva a riccio e balbettava risposte prudenti. Era sempre fuori posto, e inevitabilmente arrivava un momento preciso in cui lo sguardo dell'esaminatore cambiava: un sopracciglio che si inarcava, un sorriso di circostanza, l'incontro che si concludeva in fretta e furia. E allora Robbie capiva che era l'età a essere sbagliata, che i suoi cinquant'anni erano il vero problema, il reale ostacolo all'assunzione.
Era in un quartiere residenziale parecchio pretenzioso, notò guardandosi attorno. Tutto immerso nel verde, pieno di ville indipendenti, aiuole spartitraffico, prati sconfinati, pini svettanti a delimitare le carreggiate. Strade tutte uguali, c'era da perdersi. Casal Palocco. Robbie viveva a Roma da una vita, ma non era mai stato da quelle parti. Ne aveva sentito parlare, però. Sapeva che era una zona esclusiva, prestigiosa. Impregnata di snobismo. Figuriamoci se prendevano proprio lui per curare uno di quei giardini!
Quando raggiunse la cancellata in ferro battuto della villa, si fermò con il fiatone. Appoggiato al metallo freddo, aspettò che respiro e pulsazioni rallentassero. Era fuori forma. Si prese ancora un minuto, benché fosse in leggero ritardo per l'appuntamento. Si chiese cosa ci facesse lì. Cercavano un giardiniere, un lavoro per il quale non era qualificato. La sua esperienza si limitava alla cura di un paio di vasi sul balcone, tenuti in vita a malapena. Non si vedeva affatto in quel ruolo, eppure aveva risposto all'annuncio su Internet, abbassando le aspettative come aveva imparato a fare negli ultimi mesi. Doveva reinventarsi, non c'era altra soluzione.
Indirizzò un'occhiata nervosa oltre il cancello. Il giardino che circondava la villa era immenso. Ordinato, rigoglioso, variopinto benché fosse dicembre inoltrato. Un lavoro da specialista, pensò Robbie, non da uno che aveva passato la vita seduto dietro una scrivania. Dio santo, cosa gli era saltato in testa? E alla sua età, cosa credeva, di mettersi a fare lavori pesanti?
Valutò l'idea di andarsene. Sarebbe stato più semplice rinunciare a priori, non sprecare tempo, non sottoporsi a l'ennesimo esame destinato a fallire miseramente. Ma doveva mangiare, pagare l'affitto, le bollette. Katia lo aveva già aiutato abbastanza, e lui era ormai alla canna del gas. Se c'era anche una minima possibilità...
Allungò una mano verso il campanello.
Il cancello automatico si spalancò con un senso di urgenza, prima ancora che il ronzio del citofono terminasse. Una figura magra attraversò il vialetto d'ingresso, Robbie gli andò incontro. Un ometto di scarsa statura, con occhialetti dalla montatura pesante e ampia stempiatura. Sui sessant'anni, ben vestito, indossava un soprabito nero. Aria distinta. Lo squadrò con un'espressione cortese ma distratta, quasi svogliata. «Roberto Zari, giusto? L'aspettavo».
«Sì, perdoni il ritardo», si sentì in dovere di dire, anche se dall'ora dell'appuntamento erano trascorsi appena cinque minuti.
L'uomo gli strinse la mano con decisione. «Piacere, Diego Torretta. Mi scusi se l'ho fatta venire di domenica, ma... beh, venga pure». Gli fece strada all'interno della villa.
L'ingresso era ampio, luminoso, impregnato di un vago profumo di detergente per pavimenti. Robbie ebbe la sensazione di poter sporcare l'aria solo respirando. Lanciò un'occhiata preoccupata alle mattonelle, timoroso di lasciare orme visibili con i suoi scarponi. Seguì il signor Torretta fino a una portafinestra che affacciava sul giardino. Da lì l'estensione verde appariva ancora più ampia, un appezzamento erboso circondato da alte siepi, punteggiato di cespugli più o meno fioriti e sporadici alberi. «Come vede, c'è parecchio da fare, tutto è un po' trascurato», spiegò il padrone di casa, indicando la proprietà con un cenno del capo. «Ma niente di complicato, le assicuro».
Robbie deglutì. «Certo».
Restarono qualche secondo in silenzio, mentre il signor Torretta lo scrutava come se cercasse di inquadrarlo. In lontananza, il rumore di un tagliaerba. Robbie aspettò una domanda che non arrivava. Fu lui a rompere l'attesa: «Io... ecco, per onestà devo dirle subito che non ho una formazione specifica come giardiniere. Ho sempre fatto tutt'altro, lavoravo nella sanità pubblica in ambito amministrativo. Amo la natura, ma ci tengo a essere chiaro, non sono un esperto...».
«Sì, sì», lo interruppe Torretta, minimizzando con un gesto della mano. «Me l'ha accennato al telefono».
Robbie non ricordava di aver detto nulla del genere, ma si limitò ad annuire. Era ormai avvezzo alla diffidenza altrui, a essere soppesato e giudicato. Ora però aveva la sensazione che quell'uomo non fosse affatto interessato a valutarlo. Forse a una prima occhiata aveva già deciso che non era adatto all'incarico.
«Sa usare un tosaerba?», chiese l'altro. «Potare una siepe? Cose del genere?».
«Sì. Cioè, credo di sì. Magari non strumenti professionali, però con le giuste indicazioni posso cavarmela». Spostò il peso da un piede all'altro. Avrebbe dovuto mostrarsi volenteroso e sicuro di sé, una sicurezza almeno di facciata, ma non era mai stato bravo con le bugie.
«Va bene», tagliò corto l'altro. Il tono non era convinto, piuttosto suonava frettoloso. Torretta gettava già occhiate all'orologio, la testa altrove.
Robbie sentì un leggero ronzio nelle orecchie. Si era preparato a subire un terzo grado, come era capitato in altre occasioni, e infine incassare il solito “mi spiace ma...”, oppure un generico e mortificante “le faremo sapere”. Dunque, si aspettava un'altra domanda, un'obiezione, un cortese rifiuto. Perfino un burbero “mi ha solo fatto perdere tempo”.
«Il lavoro sarebbe cinque volte a settimana, mezza giornata».
Robbie sgranò gli occhi, spiazzato. La frase gli era arrivata addosso senza preavviso. Non fece in tempo a realizzare che Torretta gli stava offrendo il lavoro, che l'altro gli comunicò il compenso, con aria interrogativa.
Non era una cifra da capogiro, ma una paga dignitosa. Era qualcosa. Robbie non aveva bisogno di riflettere sull'offerta, considerate le serie difficoltà economiche che lo affliggevano da mesi, ma si ritrovò lo stesso a esitare, non tanto per il dubbio quanto per la sorpresa che si parlasse già di retribuzione.
Notando segni di tentennamento, Torretta lo scrutò con attenzione. «Non è quanto si aspettava?».
«No, no». Robbie trattenne il respiro per un secondo, poi aggiunse: «Va benissimo». Declinare l'offerta sarebbe stato da pazzi.
«Bene. Vedrà, non sarà nulla di impegnativo».
Nulla di impegnativo. Niente di complicato. Quelle parole riecheggiarono nella testa di Robbie, mentre osservava il giardino che sembrava perdersi a vista d'occhio.
«In famiglia siamo io, mia moglie Giovanna e mia figlia Lorena, che in questi giorni è via. E poi c'è mia suocera», aggiunse l'uomo con una certa gravità, come se fosse un dettaglio essenziale. «Vive con noi e purtroppo a volte è un po' confusa. Ma non intralcerà il suo lavoro». Abbozzò un sorriso complice. Pareva aver cambiato umore, come se di colpo si fosse alleggerito di un peso.
Robbie ricambiò sorridendo debolmente, ancora incredulo.
«Se per lei va bene, può iniziare già lunedì alle sette e mezza».
«Domani mattina?».
«Se non ha altri impegni. È l'otto dicembre, capirei se...».
«No», si affrettò a confermare lui. Poi, rendendosi conto di quanto fosse stato brusco, aggiunse: «Per me va benissimo, grazie».
«Perfetto. Allora siamo d'accordo». Torretta gli tese la mano; era asciutta, decisa. La sua, leggermente umida.
Mentre veniva accompagnato alla porta, ebbe la strana sensazione che il colloquio non fosse mai realmente cominciato, come se fosse stato assunto perché era capitato lì al momento giusto. Non c'era stata una vera selezione, un vero confronto. Beh, un colpo di fortuna per lui.
Uscì dalla villa con un senso di sollievo che non provava da tempo. E con un disagio sottile, difficile da mettere a fuoco.

In uno sprazzo di gioia, il primo impulso – istintivo, viscerale – sarebbe stato quello di chiamare Camilla per condividere la notizia con lei. Le avrebbe raccontato dell'assurdo incontro con Torretta, dell'occasione inaspettata che gli aveva accordato e che lui aveva colto al volo.
Ma Camilla non c'era più ormai da tempo. Sarebbero stati tre anni a gennaio.
Si infilò in auto e recuperò il telefono dalla tasca. Si affrettò a inviare un messaggio a Katia per informarla del nuovo lavoro. “Non riesco ancora a crederci”, le scrisse. Lei si mostrò subito felice della bella notizia.
Il viaggio di ritorno fu funestato dal traffico, ma non gli importava. Quando rientrò a casa, erano quasi le otto di sera e Katia era in cucina. Robbie aveva insistito perché accettasse un paio di chiavi dell'appartamento, anche se si fermava di rado a dormire. Su sua richiesta aveva anche cominciato a lasciare alcune cose nell'abitazione. Spazzolino, un beauty case, un cambio. Robbie le aveva fatto posto nell'armadio e, se fosse dipeso da lui, avrebbero iniziato a convivere già da tempo, ma lei era restia a compiere quel passo e accampava scuse anche quando si trattava solo di passare la notte da lui.
Non poteva biasimarla, quella casa era un buco polveroso. Niente a che vedere con l'appartamento che aveva condiviso per tanti anni di matrimonio con Camilla. Quando Robbie aveva dovuto lasciarlo, era stato un colpo al cuore. Lì, tra quelle pareti, a volte gli sembrava di vedere ancora sua moglie. In un guizzo dell'aria, in un movimento improvviso che coglieva con la coda dell'occhio. La sentiva nei fruscii, in alcune stanze gli pareva di captare un lieve respiro. E talvolta gli pareva perfino di ascoltare dei sussurri. La ragione gli aveva detto che era un bene lasciare quella casa, guardare avanti. Eppure, il dolore per la sua scomparsa era sempre lì, atroce e implacabile.
Katia doveva essere arrivata direttamente dall'ospedale, a giudicare dall'aspetto trafelato. I capelli a caschetto erano un po' in disordine, gli abiti stropicciati. Ma era bello vederla a suo agio davanti ai fornelli, come se quella fosse anche casa sua. Stava parlando al telefono a voce bassa, probabilmente con uno dei figli. Appena lo vide entrare, gli fece un cenno affettuoso e poco dopo chiuse la telefonata.
«Ehi! Eccoti! Sono così felice per te, Robbie». Gli andrò incontro e lo salutò con un bacio caloroso. «Dai, siediti a tavola, è pronto. E raccontami tutto», aggiunse, compiaciuta. Si voltò di nuovo verso il piano cottura e prese ad armeggiare con una padella. Il tavolo era già apparecchiato.
«C'è poco da raccontare. Il padrone di casa è stato sbrigativo, non mi ha fatto praticamente aprire bocca».
«Ad alcune persone piace andare dritti al sodo», commentò lei.
«Sarà così, però in tutta sincerità ancora non ho capito perché mi ha assunto».
«Devi avergli fatto una buona impressione. Si vede subito che sei una persona onesta».
«Dici?». Robbie si passò una mano tra i capelli. Aveva lasciato che crescessero in modo selvaggio. Ora che aveva un impiego, aveva urgente bisogno di un barbiere. «Comunque, il salario è esiguo e ci sarà da sgobbare come muli. Mi faranno sudare ogni centesimo». Esitò prima di dire altro. Non voleva fare il piagnucolone, gli sembrava di non aver fatto altro che lamentarsi negli ultimi mesi. Non poteva continuare a gettare sulle spalle di Katia il suo scontento; aveva notato i suoi sospiri pesanti, gli occhi sollevati al soffitto. Essere commiserati non era piacevole. Ma non riuscì a frenarsi dal sottolineare: «E poi è dall'altra parte della città. A Casal Palocco. Non hai idea del traffico che ho incontrato».
«Casal Palocco, sì, lo conosco. Gente con la puzza sotto al naso. Ho un collega che abita lì, il dottor Filippi. Ha una villa da paura. Però non credere che sia tutto oro quel che luccica. Proprio un paio di giorni fa stava raccontando che hanno trovato un morto ammazzato nel condominio dove vive sua figlia».
Robbie sollevò lo sguardo verso di lei. «Omicidio?», chiese, vagamente turbato.
«Non si sa. Ma presumo di sì».
«Sicura che fosse proprio a Casal Palocco? Mi sembra strano».
Lei fece spallucce. «I crimini accadono ovunque, non solo nei posti malfamati».
«Magari è stato un incidente».
«Hanno trovato il corpo in una piscina. In pieno inverno, uno passa casualmente in una piscina e ci cade dentro?».
Robbie non ribatté. Mangiarono in silenzio per qualche minuto. Il tintinnio delle posate tra loro. «Grazie di aver cucinato stasera, cado a pezzi».
«Sì, ma non ti ci abituare», scherzò Katia, prima di gettare un'occhiata al telefono.
«Resti stasera?», le domandò.
«Scusa, Robbie, ma domattina devo essere presto in ospedale. E neppure domani sera possiamo vederci, ho il turno di notte».
Robbie aprì la bocca per protestare, ma la richiuse senza dire niente. Una parte di lui era sollevata: era talmente stanco! Ma anche avvilito, amareggiato. Ultimamente si incontravano così poco, sempre di corsa, sempre a parlare di problemi o di questioni banali e prevedibili. Allungò una mano verso di lei. Katia esitò un istante, poi fece scivolare la propria mano nella sua, gliela strinse e lui ricambiò la stretta. «Se hai bisogno di qualcosa...», gli mormorò.
«Me la cavo», replicò lui fiaccamente. Quando lei sfilò la mano dalla sua, Robbie si sforzò di mettersi in piedi per sparecchiare. Katia rimase seduta, il piatto vuoto davanti a sé, lo sguardo pensieroso, poi si alzò a sua volta e gettò gli avanzi nella spazzatura. Robbie ebbe la sensazione che stesse cercando l'occasione di dirgli qualcosa. Si avvicinò a lei e l'attirò per baciarla. Katia ricambiò il bacio, ma lui avvertì una tensione palpabile. «Devo andare», disse lei alla fine, scostandosi lievemente.
Robbie assentì, con un nodo alla gola. Non poteva fare a meno di incolparsi delle incrinature nel loro rapporto. Negli ultimi mesi era stato concentrato solo su se stesso, ossessionato dalla ricerca di un lavoro. Lei lo aveva sempre sostenuto e si era anche accollata un paio di affitti. Si sentì un egoista ingrato.
«Ascolta», iniziò, mentre Katia si infilava la giacca. «Non ti ho ringraziato abbastanza per essermi stata vicina. E anche per i soldi che mi hai prestato, ti ridarò tutto e potremo lasciarci questo periodo...».
«Dai, non c'è bisogno», lo fermò con un cenno brusco.
Quando si chiuse la porta alle spalle, Robbie avvertì una stretta allo stomaco. Era tanto tempo che loro due non parlavano davvero, che non avevano una conversazione significativa, oltre le solite banalità sulla vita di tutti i giorni. Passavano le serate solo a cenare e qualche volta a fare sesso, se non erano troppo stanchi. E lei non vedeva l'ora di scappare.
È a causa della mia situazione, si era detto Robbie solo pochi giorni prima. Non appena mi sistemo, la tensione tra noi si scioglierà.
Ora però si sentì uno stupido ad aver creduto che una volta risolto il problema del lavoro, il resto sarebbe venuto da sé. Finalmente aveva trovato uno straccio di occupazione, per quanto precaria, però nulla era cambiato. Aveva provato scioccamente ad autoconvincersi che sarebbe andato tutto bene, ma doveva prendere atto che Katia forse non si era allontanata per via delle circostanze difficili. Sembrava che il loro rapporto si fosse ridotto a una serie di incontri scanditi da piatte abitudini.
Dopo la morte di Camilla, Robbie aveva creduto di non potersi innamorare mai più. Di sicuro non aveva previsto un impegno sentimentale a lungo termine. Poi era arrivata Katia, prima come collega ed amica, poi come compagna. Gli aveva offerto supporto in un momento buio, gli era stata accanto nella sua disperazione, gli aveva restituito un briciolo di fiducia nella vita. Era diventata importante per lui, anche se non l'aveva mai paragonata a Camilla, la compagna di una vita.
Forse il loro rapporto era imperfetto sotto molti aspetti, ma l'idea di perderla gli appariva intollerabile.
Basta rimuginare, doveva mettersi a letto, l'indomani lo attendeva una giornata di duro lavoro.
L'incertezza del futuro l'aveva privato del sonno per molto tempo. Ora si augurò di dormire finalmente tranquillo. Ma quando si svegliò nel cuore della notte, una viscerale sensazione di paura lo afferrò alla gola. Protese d'istinto il braccio sul lato destro del letto. Era vuoto. Katia non si era fermata, rammentò.
Maria Teresa Steri
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