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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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Per sempre da qualche parte
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Norah scese dalla macchina e fissò la villetta davanti a sé. Era grande e imponente, circondata da alberi e un giardino curato, ma ai suoi occhi non aveva nulla di accogliente. Per lei, quella casa rappresentava tutto ciò che odiava in quel momento: l'addio ai suoi amici, alla sua vita, a New York. Bellissima prigione, papà... pensò stringendo i pugni. Jackson Carter, suo padre, era già sceso dall'auto e stava discutendo con il traslocatore. Kirsten, sua madre, era accanto a lui, impeccabile come sempre nel suo completo beige, l'aria annoiata di chi preferirebbe essere altrove. Norah, invece, rimase lì, immobile, con una mano ancora appoggiata sulla portiera. I capelli lunghi, di un biondo miele che al sole sfumava nel dorato, le incorniciavano un viso fine, illuminato da occhi azzurri e limpidi. Il suo aspetto ordinato, quasi elegante, contrastava con l'agitazione che le serpeggiava dentro. Era la tipica ragazza cresciuta tra i grattacieli e i ritmi di Manhattan: abituata al comfort, non ai cambiamenti Forse posso tornare indietro... prendere un autobus, un treno, qualsiasi cosa... Ma sapeva che non sarebbe successo. Era bloccata lì, a Stars Eden, nella contea di Washington, perché suo padre era stato trasferito per salvare una succursale in crisi, e lei non aveva avuto scelta. Una sistemazione provvisoria, dicevano. A Norah, però, ogni giorno lontano da New York sembrava una condanna. Con un sospiro, prese la sua borsa e chiuse la portiera un po' troppo forte. Sua madre le lanciò uno sguardo severo, ma la ignorò. «È bellissima, vero?» proseguì l'altra, con un sorriso, facendo cenno verso la casa. Norah si limitò a scrollare le spalle e si avviò verso l'ingresso senza dire una parola. Il sole di ottobre illuminava il vialetto in pietra, ma a lei sembrava tutto grigio. Ogni passo le pesava, come se si stesse allontanando sempre di più dalla vita che conosceva. Non importa quanto sia perfetta questa casa... non sarà mai casa mia. Mentre girava lo sguardo, suo padre le passò accanto con un sorriso di soddisfazione. «Che ne pensi, Norah? È un nuovo inizio per tutti noi». Si limitò a guardarlo senza rispondere. Un nuovo inizio, certo. Per lui, forse. Per lei, era la fine. Aveva sempre avuto un buon rapporto con loro, in particolare con sua madre che non badava mai a spese per rendere realtà i suoi sogni, comprandole vestiti delle migliori marche, concedendole viaggi e accontentandola in ogni capriccio. Ma la notizia del trasferimento, arrivata solo un mese prima della partenza, aveva incrinato la loro relazione. I genitori, che Norah aveva sempre considerato un porto sicuro, erano diventati il bersaglio del suo rancore, soprattutto suo padre, che riteneva il principale responsabile. Sua madre cercava di fare da mediatrice, ma senza successo. Ogni discussione finiva in un muro contro muro, ognuno fermo sulle proprie posizioni. Norah non riusciva a vedere oltre la sua frustrazione e suo padre, preso dagli impegni lavorativi, non aveva la pazienza di comprendere il suo punto di vista. Appena entrarono in casa, sua madre si mostrò entusiasta, elogiandone la bellezza e cercando di coinvolgerla. Soffitti alti, pareti dipinte con colori chiari, mobili nuovi e moderni. Era bella, non poteva negarlo. Abituata a vivere in un appartamento di New York, quella villetta sembrava un sogno. Ma Norah non riusciva a vederla come tale. Ai suoi occhi era una prigione, elegante e raffinata, ma pur sempre una prigione. «Guarda che luce, amore! Non è fantastico?» le stava ancora dicendo, aprendo le tende del soggiorno e lasciando entrare il sole del pomeriggio. Norah si limitò a un mormorio, trascinando le sue valigie su per le scale senza rivolgere uno sguardo ai genitori. Si chiuse nella sua stanza al secondo piano e non uscì più. La nuova camera era spaziosa, con una grande finestra che si affacciava sul giardino. I mobili bianchi e le pareti color pastello sembravano accoglienti, quasi perfetti. Ma Norah non si sentiva a casa. Quell'ambiente era un guscio vuoto, e lei non aveva alcuna intenzione di riempirlo. Si sedette sul letto e fissò il nulla, cercando di reprimere la rabbia e la tristezza che le montavano dentro. Decise che avrebbe limitato al minimo il contatto con gli altri due. Sarebbe uscita dalla stanza solo per mangiare e per andare a scuola il lunedì. Per il resto, il suo rifugio sarebbe stata quella camera, almeno fino a quando non avesse trovato un modo per riprendersi la sua vita. Mentre chiudeva le tende e accendeva una piccola lampada sul comodino, sentì le voci dei suoi genitori provenire dal piano di sotto. Stavano discutendo, con ogni probabilità, a causa sua. Ma non le importava. Era buttata sul letto da ormai troppo tempo, con lo sguardo perso sul soffitto e un groviglio di pensieri che non riusciva a sciogliere. Le mancava casa sua, le mancavano i luoghi familiari dove era cresciuta, ma soprattutto le mancava Emily, la sua migliore amica. Nonostante si fossero viste quella stessa mattina, quando era passata da lei per salutarla, sentiva già un vuoto enorme. Si mise seduta, cercò il suo numero in rubrica e fece partire la chiamata, mentre una fitta di malinconia le stringeva il petto. Emily rispose quasi subito, con il tono ironico di sempre. «Sei arrivata a Prigione City?» Norah abbozzò un sorriso. Quella battuta le faceva meno male di quanto avrebbe pensato. «Odio questa casa, anche se non posso negare che sia bellissima» rispose lasciandosi cadere all'indietro sul letto, con una mano a coprirle gli occhi. «Abbiamo un giardino. Magari potrò avere il cane che mi hanno sempre negato». «Mmm... sì, può essere un buon palliativo. Ma faresti bene anche a farti delle amicizie, invece di limitarti a un cane» replicò Emily, schietta. «Mi hai salutata dicendomi che non avevi nessuna intenzione di stringere amicizia con nessuno... e la trovo molto triste come cosa». Norah strinse le labbra, indecisa se prendersela o darle ragione. Alla fine sbuffò. «Posso immaginare la simpatia degli abitanti di questo posto» disse sarcastica. «E, comunque, non voglio dare la soddisfazione a mio padre di vedermi stare bene qui». Emily rimase in silenzio per qualche secondo, ma lei sapeva che non sarebbe durata a lungo. Poi arrivò il sospiro, lungo e teatrale. «Quindi, fammi capire: ti stai punendo per non dare soddisfazione a loro? Ma ti rendi conto di quanto sia una stronzata?» Chiuse gli occhi, massaggiandosi la fronte con le dita. La sua amica aveva quel modo brutale ma efficace di farle vedere le cose per quello che erano. «Hai ragione... è solo che odio dover stare lontana da te, da casa mia, dalla mia città». «Lo so, Norah» le disse, più dolce stavolta. «Ma ce la farai. Alla fine si tratta di pochi mesi, no? Passeranno più veloci di quanto immagini. E poi, mi raccomando, non rendere tutto più difficile solo per puntiglio. Dai una possibilità a quel posto, almeno per sopravvivere». La voce di Emily era come un balsamo, e Norah si ritrovò a sorridere. «Grazie, Emy... Sei una piaga, ma mi manchi già». «Anche tu mi manchi» ammise l'altra con un calore che sentì attraverso il telefono. «Ma non osare piangere, o smetto di risponderti, chiaro?» «Non piango, scema». La conversazione proseguì ancora per una decina di minuti. Norah si lamentava a intermittenza ed Emily cercava di farla ragionare con la sua solita ironia tagliente. Quando si salutarono, il groppo alla gola si era attenuato. Con un respiro stanco si infilò sotto le coperte, ma i suoi pensieri continuarono a vorticare. Aveva una sola certezza: per lei Stars Eden non sarebbe mai stata casa. ∞∞∞ Il primo giorno di scuola si rivelò un vero incubo. Appena entrata nell'edificio, si sentì travolta dal brusio incessante di voci, dal suono di passi frenetici nei corridoi e dal tintinnio metallico degli armadietti che si chiudevano e si riaprivano. Per trovare il suo ci mise un'eternità: il numero stampato sul foglio che le avevano dato sembrava un codice indecifrabile, e ogni corridoio si assomigliava come se fosse stato progettato per confondere. Quando lo trovò, la campanella era già suonata da diversi minuti e Norah arrivò in ritardo alla sua prima lezione. Con lo sguardo basso e le guance che bruciavano per l'imbarazzo, si sedette nel primo posto libero, evitando di incrociare gli occhi dei suoi compagni di classe. Nessuno sembrò accorgersi di lei e a sua volta fece di tutto per mantenere le distanze. Non voleva che le si avvicinassero; odiava quel posto e chi ci viveva. Le ore passarono lente, interminabili. Ogni insegnante si presentava con lo stesso tono monocorde, descrivendo le regole della scuola e il programma dell'anno. Norah scribacchiava svogliatamente sul quaderno, contando i minuti che la separavano dalla libertà. Quando la campanella dell'ultima lezione suonò, si alzò di scatto e, con la testa bassa, uscì dalla classe mescolandosi alla folla di studenti. Appena varcò il cancello della scuola, accelerò il passo verso la fermata del tram, cercando di trattenere le lacrime che le pizzicavano gli occhi. Non voleva che qualcuno la vedesse piangere. Mentre camminava con il capo chino, le mani aggrappate agli spallacci dello zaino, notò con la coda dell'occhio una scalinata, che saliva, incastonata tra edifici scrostati. Era stretta, quasi invisibile. Le porte delle case si aprivano direttamente sui gradini, disordinate, alcune sbilenche. Davano l'dea di una vita ruvida, consumata. La scalinata si inerpicava dritta e, da dove si trovava Norah, si intravedevano appena le sommità di palazzi più alti, anneriti e trascurai. Non riusciva a vedere dove portasse quella salita, ma l'aria che si respirava sapeva di confine. Sembrava un luogo lontano da tutto, e per Norah era perfetto. Senza pensarci due volte, poggiò un piede sul primo scalino e vi si rintanò. Si sedette su uno dei gradini freddi e, finalmente, diede libero sfogo alle lacrime. Il groppo che aveva trattenuto per tutta la mattina esplose, trasformandosi in un pianto silenzioso e disperato. Sentiva di odiare quel posto, quella scuola e i suoi genitori per averla ficcata in quella situazione. Si asciugò il viso con il dorso della mano, ma le lacrime continuavano a scendere, incessanti. La voce di Emily le risuonava nella testa: “Dai una possibilità a quel posto, almeno per sopravvivere”. Ma Norah non riusciva a vederlo in modo diverso. Era stata strappata via dalla sua vita, dai suoi amici, dalla sua città. Come poteva perdonare i suoi genitori per questo? Seduta su quei gradini, si sentì più sola che mai. I suoi pensieri furono interrotti dal suono di passi dietro di lei, il rumore di suole contro il cemento che rimbalzava nella quiete del vicolo. Rimase immobile, sperando che chiunque fosse passasse oltre e la lasciasse sola. Invece si fermò. Poco dopo si ritrovò davanti al viso un fazzoletto di carta. Lo afferrò esitante, alzando lo sguardo. Era un ragazzo alto, fisico asciutto, forse di un paio d'anni più grande di lei. Aveva capelli neri, rasati ai lati e lasciati più lunghi al centro, disordinati ma non trascurati. Gli occhi erano verdi, intensi, incorniciati da ciglia lunghe e folte che sembravano renderli ancora più profondi. «Tu chi sei?» chiese, tirando su col naso mentre asciugava le lacrime con il fazzoletto. «Dovrei farla io questa domanda. Sei sulle mie scale» le fece notare con calma, incrociando le braccia al petto. Norah aggrottò le sopracciglia, lasciandosi distrarre per un attimo dal suo abbigliamento. Indossava un giubbotto di pelle nera, visibilmente consumato, jeans grigio scuro che gli fasciavano le gambe e un paio di anfibi scuri con le punte graffiate e rovinate. «Non mi pare che ci sia scritto il nome di nessuno qui» ribatté, allargando le braccia per indicare la scalinata vuota. Il ragazzo fece un mezzo sorriso. «Sei qui da poco, vero?» «Si nota così tanto?» Lui ignorò la domanda che gli era stata fatta e la guardò con un'espressione più seria. «Perché piangevi?» Norah abbassò lo sguardo, mordendosi l'interno della guancia. Non voleva rispondere, ma la sua voce uscì lo stesso, roca e stanca. «Primo giorno in una scuola in cui non conosco nessuno». «Ti ambienterai in fretta». «Come fai a dirlo?» obiettò, alzando gli occhi verso di lui. «Non mi conosci nemmeno». «No, ma so cosa piace alle persone» disse con tono calmo. «Guardati: tra vestiti, borsa e quant'altro, avrai addosso mille dollari. Quelle come te vengono sempre accolte bene». «Se lo dici tu...» Norah scrollò le spalle, non sapendo se prendersela per quel commento o accettarlo. Il ragazzo la osservò per un lungo momento; il suo sguardo era penetrante, quasi come se stesse cercando di leggerle dentro. Poi fece un cenno con la testa verso la strada. «Adesso vai. È meglio se non stai qui». «Perché?» chiese, incuriosita dal suo tono serio. «Fidati di me». Norah esitò, ma poi si alzò e scese i tre gradini che la separavano dal marciapiede. Prima di andare via, si voltò a guardarlo. Lui era rimasto immobile, con le braccia ancora incrociate, e la osservava da sotto le ciglia, con quell'intensità che la faceva sentire nuda, nonostante fosse coperta. «Come ti chiami?» gli chiese, mostrando un debole sorriso per smorzare l'imbarazzo. «Alex» rispose con una voce bassa, distogliendo lo sguardo. «Io sono Norah» si presentò, girandosi per andarsene. Mentre si allontanava, sentì ancora i suoi occhi addosso, e non poté fare a meno di voltarsi un'ultima volta. Lui era ancora lì, nella stessa posizione, come una figura che sembrava scolpita sulla scalinata. «Ci rivedremo, Norah» mormorò Alex, più a sé stesso che a lei, mentre la guardava sparire dietro l'angolo. Salì i cinque scalini che conducevano a quello che lui e i suoi amici chiamavano “il covo”. Spinse la porta, facendola cigolare sui cardini, e si chiuse dentro, poggiando la schiena contro di essa. Lasciò andare un lungo sospiro, il respiro caldo che si mescolava all'aria fredda e stantia della casa. Perché aveva sentito quel senso di protezione per la ragazza? Non era da lui. L'Alex che sapeva di essere, quello che gli amici rispettavano e temevano, non si sarebbe mai comportato così. Quell'Alex ci avrebbe provato senza troppi giri di parole, ottenuto ciò che voleva e poi, con la stessa indifferenza, l'avrebbe liquidata. Eppure... «Norah». Lo pronunciò in un sussurro, come per sentirne il suono. Sentì la lingua sfiorare i denti mentre pronunciava la “N”, per poi vibrare appena contro il palato con la “R”. Norah. Era un nome bello, elegante e sembrava riflettere la persona che lo portava. Una ragazza grintosa, nonostante fosse chiaramente spaesata. L'immagine di lei, con gli occhi arrossati dalle lacrime, ma con il mento ancora sollevato in segno di sfida, gli tornò in mente. Nonostante i suoi modi poco gentili, non si era scomposta. Non aveva fatto un passo indietro, non aveva mostrato paura. Non era come le tipe con cui era abituato ad avere a che fare. Quelle del suo quartiere, appena le degnava di uno sguardo, si trasformavano in oche starnazzanti. Ridevano troppo forte, richiamavano il suo sguardo con occhi lucidi di aspettativa. Poi c'erano le ragazze della “Stars Eden Bene”: con lui non volevano avere nulla a che fare. Non apertamente, almeno. Ogni tanto qualcuna si mostrava gentile, ma sempre con un secondo fine, che raramente aveva a che fare con lui come persona. Cercavano quello che poteva dare loro: favori, protezione, emozioni proibite. Alex sapeva di piacere. Forse era la sua aria da bello e dannato, o quel suo preferire i fatti alle parole che lo rendeva misterioso, difficile da decifrare. Non si era mai fermato troppo a pensarci. Non aveva mai avuto problemi a portarsi a letto una ragazza; non doveva mai pregare nessuna, e un rifiuto era un evento raro. Eppure, con Norah sentiva che poteva essere diverso. Non sapeva perché, ma non l'aveva vista come una conquista. Forse era stato lo sguardo malinconico dietro la sua forza apparente, o forse il sorriso appena accennato quando gli aveva detto il suo nome. C'era qualcosa in lei che lo aveva fatto esitare, che lo aveva trattenuto dal comportarsi come al solito. Si lasciò cadere su una vecchia poltrona sgangherata, passandosi una mano tra i capelli. Norah. Il suono del suo nome continuava a ronzargli in testa. Sorrise appena, mentre fissava il soffitto ingiallito dal fumo. Quella ragazza era diversa. E Alex non poteva negare che gli piacesse.
L'indomani Norah andò a scuola con più serenità. Nella sua testa c'era un unico scopo: rivedere Alex. Non riusciva a smettere di pensare a lui, al modo in cui l'aveva osservata, alla naturalezza con cui dominava lo spazio attorno a sé, anche se non aveva pronunciato più di qualche frase. Era evidente che non appartenesse al suo ambiente. I suoi vestiti consumati, le scarpe rovinate, le mani trascurate con le unghie mangiucchiate: tutto parlava di una vita diversa, lontana dagli agi e dai lussi a cui lei era abituata. Ma questo non la scoraggiava, anzi, era proprio quella diversità ad attirarla. Era come se Alex rappresentasse una porta aperta verso un mondo che non aveva mai conosciuto, un mondo che le sembrava più reale e meno artificioso del suo. E poi, non poteva negarlo, lo trovava incredibilmente affascinante. Troppo affascinante, forse, per una ragazza impacciata e inesperta come lei. Quel pensiero, però, invece di allontanarla, la spingeva ancora di più a volerlo conoscere. Lo spirito diverso con cui affrontò la giornata scolastica le permise di gestire il caos e il frastuono tipico dei corridoi con il cuore più leggero. La mattinata trascorse tra lezioni che faticava a seguire e pensieri che la riportavano sempre a quella scalinata e a quel breve scambio di sguardi e parole. Durante la pausa pranzo, decise di andare in bagno per rinfrescarsi un po'. Fu lì che incontrò Hanna e Jessica. Le due ragazze si presentarono mentre si sistemavano il trucco davanti allo specchio. Hanna aveva capelli castani raccolti in una coda alta e disordinata, con alcune ciocche che le ricadevano sul viso, incorniciandolo. I suoi occhi erano di un caldo nocciola, vivaci e sempre in movimento, come se cercassero qualcosa di interessante da osservare. Indossava un maglione oversize color lavanda e jeans chiari leggermente strappati sulle ginocchia, accompagnati da un paio di Converse bianche ormai logore. Il suo sorriso era aperto e rassicurante, un contrasto piacevole con l'aria più riservata dell'altra. Jessica, invece, era minuta, con lunghi capelli neri che le ricadevano sulle spalle e un volto dai tratti delicati, sottolineati da un leggero rossore sulle guance. Portava occhiali dalla montatura spessa e nera, che sembravano troppo grandi per il suo volto, ma che le donavano un'aria intellettuale. Il suo look semplice, una felpa ampia grigia e jeans scuri, trasmetteva sicurezza in sé stessa, anche se preferiva parlare poco. «Ehi, tu sei la nuova, vero?» le chiese Hanna, voltandosi con aria incoraggiante. «Sì... Norah» rispose lei, timida, stringendo gli spallacci dello zaino. «Io sono Hanna, e lei è Jessica. Non preoccuparti, non siamo qui per farti il terzo grado» aggiunse ridendo. «Non sembra una scuola facile» ammise Norah, cercando di nascondere il nervosismo. «Non lo è» le confermò Jessica con una voce più calma. «Ma se sai dove stare e con chi stare, tutto diventa più semplice». Norah ebbe subito l'impressione che fossero due ragazze a modo, lontane dalle dinamiche di quei gruppi rumorosi e appariscenti che sembravano dominare la scuola. Non erano le più popolari, questo era evidente, ma non le importava. Non aveva mai aspirato a far parte dell'élite scolastica. Per lei, andare d'accordo con persone genuine era più che sufficiente. Non aveva bisogno di attenzioni o di far parte di una piramide sociale. Le piaceva la tranquillità, l'equilibrio di poter vivere nel proprio mondo senza troppe intrusioni. Non era una solitaria, ma sapeva apprezzare la solitudine, specialmente quando il suo stato d'animo lo richiedeva. Dopo qualche minuto di conversazione, Hanna la invitò a sedersi con loro durante la pausa successiva. Norah accettò, pensando che forse farsi delle amiche non era poi così male. Ma nel profondo sapeva che quel giorno avrebbe avuto senso solo se fosse riuscita a rivedere Alex. «Perché sei qui anche oggi?» chiese Alex non appena la vide seduta nello stesso punto del giorno precedente. Norah lo fissò alzando un sopracciglio, senza rispondere. «C'è qualche problema?» aggiunse lui con un tono che somigliava a un ringhio, anche se gli occhi tradivano un accenno di sorriso. «È un luogo pubblico». Glielo disse con nonchalance, anche se dentro sentiva una strana agitazione. Alex piegò la testa, studiandola per un momento. Poi sospirò, come se avesse deciso di lasciar perdere. «Hai fatto amicizia a scuola?» chiese cambiando improvvisamente discorso, la sua voce ora più morbida. «Ho conosciuto due ragazze» lo informò Norah. «Tu che scuola frequenti?» «Io non vado a scuola». Lo osservò meglio, cercando di capire qualcosa di più da quel volto che, forse, nascondeva un segreto. «Quanti anni hai?» Trattenne il desiderio di aggiungere che sembrava più grande di lei, ma non di molto. «Diciotto. Tu?» «Sedici». Non distolse lo sguardo. «Dovresti essere a scuola, allora...» Alex fece un sorriso ironico, scrollando le spalle. «Quanti anni hai tu?» domandò lui, come se la sua osservazione non gli interessasse. «Te l'ho appena detto» replicò Norah, divertita. «Sedici». «Dove abiti?» «Nella Midtown». «Immaginavo». «Da cosa lo immaginavi?» indagò, sorpresa. «Dal tuo aspetto» rispose lui, guardandola con la coda dell'occhio. «Abiti firmati, capelli perfetti, mani curate...» Norah si strinse nelle spalle, cercando di nascondere un certo disagio. «A volte può non voler dire nulla. Tu, invece, dove abiti?» «Non lontano da qui». Lo vide abbassare lo sguardo per accendersi una sigaretta. «Da dove vieni?» domandò ancora lui, cambiando argomento con apparente noncuranza. «New York». Alex sorrise, un gesto che rivelò due fossette appena visibili sotto l'ombra di un accenno di barba. Appoggiò la schiena al muro dietro di lui, aspirò profondamente dalla sigaretta e rilasciò una nuvola grigia. «Lavori?» domandò Norah dopo una breve pausa. «Più o meno» rispose lui in modo vago, sputando fuori un'altra boccata di fumo. «Come mai ti sei trasferita qui?» Norah abbassò lo sguardo, giocando con la cinghia della sua borsa. «Mio padre. L'hanno mandato qui per lavoro... e lo odio per questo». Alex la guardò, forse incuriosito. «Cosa ti ha fatto di male?» «Mi ha tolto le amicizie di una vita, la casa in cui sono cresciuta... Prima o poi torneremo a New York, ma per ora mi sento sola e smarrita». «L'ha fatto anche per te, credo...» osservò Alex, senza tono di giudizio, ma con una calma che a Norah parve quasi paterna. «L'ha fatto per il suo lavoro, non per me. Stavamo bene...» «Tu ci mangi grazie al suo lavoro, però» la interruppe, con un tono più diretto. Quelle parole la colpirono. Norah si passò una mano nei capelli, sentendosi in colpa per tutto quello che aveva detto contro suo padre. «In ogni caso... per me è difficile ricominciare da capo». Alex la fissò in silenzio per un istante, poi guardò oltre le sue spalle, verso gli scalini. Il suo sguardo si fece teso. «Dovresti andare». Il modo si fece brusco. «Quando sta per fare buio non devi essere qui». «Perché? Cosa succede?» «Ti ho già detto di fidarti di me» rispose lui, scattando in piedi. «Vai». Norah si alzò, ma rimase a fissarlo ancora per un attimo. «Ciao, Alex» disse infine, con un mezzo sorriso. Lui le voltò le spalle mentre saliva i gradini. «Ciao, Norah» rispose, sparendo dietro una porta. Norah si incamminò verso casa con un misto di curiosità e confusione. Nonostante il suo atteggiamento brusco, Alex continuava ad affascinarla. |
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