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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP, ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo già formattato che per la copertina.
Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici, dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie capacità senza la necessità di un partner, identificato nella figura di un Editore.
Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Mario Fazio
Titolo: Lylis - Il Nodo e il Sigillo
Genere Urban Fantasy
Lettori 10
Lylis - Il Nodo e il Sigillo
0. Il Rito.

L'uomo bussò alla porta in ferro non ottenendo risposta, se non il chiassoso rimbombo del pannello arrugginito e sporco. Piccoli residui di ossido finirono a terra, senza un disegno preciso, se non quello di sporcare le costose scarpe in cuoio, di un bel beige chiaro, lavorate a mano, in raffinata fattura umbra.
L'uomo le osservò, senza mostrare un vero e proprio risentimento se non un leggero fastidio. Da tempo non dava più peso alle “questioni umane”, scarpe comprese.
Bussò nuovamente, questa volta più forte, non con le nocche ma con la base del pugno. La porta si scostò leggermente, rivelandosi aperta. Si girò verso la sua accompagnatrice che, con un mezzo sorriso di scherno disse solamente: «Aperta».
I due entrarono.
Li accolse un corridoio stretto, poco illuminato. L'odore di ferro lavorato avvampò loro al naso, come se non aspettasse altro che aggredire qualcuno pronto a varcare la soglia di una casa che aveva visto pochi ospiti.
«Dio, che puzza», commentò l'uomo, portandosi la mano sporca di ruggine a coprire le narici.
Mossero qualche passo verso l'unico punto illuminato in fondo al corridoio, sperando di non inciampare in qualche ramaglia in ferro dimenticata sul pavimento. Li accolse un ambiente poco più grande di uno sgabuzzino.
Al centro un tavolo raccoglieva diverse opere d'arte di gusto squisito, soprattutto nella fattura, in contrasto con la decadenza del luogo. Si trattava per lo più di figure mitologiche, uno strano volatile a due teste con le ali fuse e grondanti, un altro con due lunghi colli che si congiungevano in una testa formata da un enorme becco sormontata da un grande occhio. L'elegante ospite accarezzò il becco dello strano volatile e si voltò verso la donna vestita di nero alle sue spalle, le sorrise.
Lei rispose semplicemente aggrottando le sopracciglia: «Non significa niente», aggiunse.
Lui avrebbe voluto soffermarsi maggiormente a osservare quelle opere ma la sua accompagnatrice lo redarguì dall'intento, prendendolo per un braccio e spingendolo in avanti.
«Non adesso, ti prego», disse.
Altri due passi e una voce li accolse dalla stanza adiacente: «Di qua, venite».
Bethà stava lì, piegata sulle ginocchia sbucciate e ossute, di un colore tendente al grigio, innaturalmente invecchiate dalla disperazione e dalla fame. Osservò chinata i suoi nuovi ospiti: un uomo biondo, riccioluto, molto bello e prestante, vestito in un elegante cappotto beige. Accompagnato da un'enigmatica donna dai capelli nero corvino e dal viso indistinguibile da una bambola giapponese.
«Scusatemi, non ho nulla da offrire, se non me stessa», continuò Bethà, come a volersi giustificare per la vergogna dell'angusto luogo in cui viveva, una casa che di uomini ne aveva visti tanti, troppi, passati alla svelta, giusto il tempo sufficiente a liberare la loro ombra seminale.
La padrona di casa era convinta si trattasse dell'ennesimo cliente “alternativo”, di quelli intellettuali, con esigenze “particolari” che avevano riempito la sua vita senza sorprese, se non quelle riservate dalle macchie sul soffitto, pareidolico passatempo, che osservava mentre cedeva, annullata, in un corpo abbandonato alla penetrazione dell'uno o dell'altro cliente.
Invece, quell'ospite, no, non voleva possederla. Non voleva quelle membra abusate e annoiate della loro naturale rigenerazione, lui cercava qualcosa in lei.
L'Estro, lo aveva chiamato.
«Da quanto tempo crei queste opere?», aveva chiesto il riccioluto, sedendosi su una sedia poco distante.
Alla domanda Bethà si alzò, si ricompose, tirò su la maglietta che aveva scoperto sotto le spalle a mostrare i seni. Intuì che quelle persone erano interessate alla sua arte, forse, non al suo corpo.
Capitava di rado, ma capitava. Allora lei doveva ricomporsi e lasciare la maschera della puttana per mettersi quella dell'artista dannata. Incredibilmente dotata quando affamata dal dolore e dalla solitudine.
«Oh, siete qui per le mie gioie», disse apostrofando un putto con ali demoniache poco distante.
«Forse».
«Da sempre», continuò rispondendo alla domanda. «Da quando ne ho memoria, almeno. Scolpisco il ferro da quando ho potuto farlo. È un materiale che richiede forza».
«E perché preferisci fare la puttana?», chiese l'altra donna presente, mostrando da subito una lingua tagliente.
«Perché l'arte chiede tanto ma non restituisce», rispose semplicemente Bethà, mostrando una saggezza inaspettata.
«L'arte restituisce una via, a volte», contestò lui. «Un punto fermo, una luce alla deriva a cui mirare in un mare in tempesta».
Bethà alzò il capo interessata. Quel bel biondo ne sapeva di arte. Doveva essere uno scopritore di talenti.
«C'è qualcosa che vi interessa in particolare?», chiese cercando di sembrare non troppo interessata.
«Prima voglio raccontarti una storia», disse l'uomo. «Vorrei che mi ascoltassi. Poi acquisterò le tue gioie. Tutte».
Bethà sgranò gli occhi. «Sono molto costose», rispose mal celando la sorpresa per l'offerta dell'uomo. «Mettiamola così», continuò lui, «i soldi non sono un problema. Qualunque cifra tu possa chiedere».
Finalmente il miracolo era accaduto. Un riccone a cui avrebbe potuto spillare tutti i soldi che voleva. Magari avrebbe potuto cambiare vita, davvero. Si mosse di fretta, forse tradendo un trasporto eccessivo. Sedette e ascoltò con attenzione. Si portò i capelli biondo platino indietro, legandoli in una precaria crocchia sulla testa. Era un modo per mostrare interesse, per sembrare meno disperata e più elegante.
Con garbo lui le raccontò una storia assurda, incredibile e degna di un pazzo. Ma la pagava e lei, per quei soldi, avrebbe creduto a qualunque follia gli avessero raccontato. Ascoltava in silenzio, annuendo più volte con la testa, non comprendendo proprio tutto tanto era annebbiata dal cocktail di metanfetamine che le dilaniava il cervello.
Le parlò di un rito. Voleva farlo subito.
“Ecco”, pensò Bethà, “sempre di sesso si tratta alla fine. Ma chi se ne frega, è un gran bel tipo”.
Si alzò dalla sedia e si rimise in ginocchio di fronte a lui. Si sarebbe fatta fare di tutto, era pronta. Tirò nuovamente giù la maglietta a mostrare i seni, in un movimento istintivo, diventato quasi frettoloso, come se il comune ritegno fosse un istinto ormai assopito dall'assuefazione di quel gesto.
L'uomo dai riccioli biondi stava lì, in piedi, di fronte a lei. Si sfilò un guanto, il gentiluomo, le poggiò la sua mano grande e pesante sulla fronte e subito sentì un calore forte, innaturale, che premeva per entrare nella sua testa.
Il calore si fece più presente, fastidioso e infine intollerabile: bruciore, dolore accecante da cui non poter fuggire. Attraverso il cranio si fece strada saettando tra le vertebre e le raggiunse il cuore, che sentì battere all'impazzata.
Cominciò a urlare, ma la voce si fece fuoco e vide solo fiamme uscirle dalla bocca, poi dagli occhi e infine da ogni orifizio chiamato alla purificazione. L'autocombustione durò pochi secondi, il calore generato non lasciò fumo né odore, ma solo una macchia nera sul tappeto in nylon, ormai consunto. Il putto diabolico continuava a guardare con la stessa espressione indifferente.
L'uomo si rinfilò il guanto, sbuffò appena e, con aria annoiata, si diede due colpetti sul cappotto per far cadere la poca Bethà che gli era rimasta addosso. Osservò i rimasugli con cipiglio malinconico, a sottolineare quanto ormai la Signora Morte fosse, per lui, un passeggero pigro e noioso.
«Niente da fare. Andata. Non era lei».
L'altra presenza femminile si mosse dalla sedia, impassibile, come di eterea esistenza.
«Da queste parti fanno un gulasch eccezionale. Andiamo, offro io».
I due uscirono dalla stanza lasciandola stanca e viziata di aria troppo usata, mortifera. Sul soffitto, i residui dell'ospite disegnavano un'inquietante figura geometrica.
Una piramide a base triangolare.


1. Svegliati, Nevio.

Nevio Alba sbarrò gli occhi di colpo, come se qualcuno l'avesse improvvisamente strappato da un felice sonno ristoratore, rendendosi subito conto che la giornata non stava iniziando per il verso giusto. Fu la luce a suggerirgli quell'improvviso senso di inquietudine. Troppa per essere le sette e trenta, orario in cui si sarebbe dovuto alzare. Esaminò con sguardo cisposo l'altra parte del letto: nessuno. Non c'era nessun amante, di cui non ricordare il nome, che si fosse fermato per la notte.
“Meglio, non devo mandare via nessuno”, pensò.
Sollevò inquieto la testa dal cuscino, quel tanto che gli bastava per leggere l'orario sulla vecchia sveglia anni '80 con l'orario fatto di tesserine nere che ruotavano su un perno centrale, restituendo un riconoscibilissimo flap: dieci e quarantasette. Il dubbio divenne macabra realtà: era in un ritardo di altissimo livello.
Scattò in piedi sul letto e, guardandosi, capì che era già vestito.
“Ottimo”, pensò. Non doveva né lavarsi, né scegliere l'outfit per la giornata. Perché fosse andato a letto vestito era un dubbio che avrebbe risolto più tardi. Rotolò giù per le scale di casa che dal primo piano, zona notte, portavano al piano terra, zona giorno. Non era semplicemente tardi. Era ingiustificatamente tardi.
Nevio era talmente abituato a non arrivare puntuale che il suo capo, il dottor Renzi, gli aveva dato il permesso di entrare a lavoro in un “range” accettabile tra le otto e le nove e trenta.

Lo chiamava “orario flessibile” ma Nevio era convinto che se lo fosse inventato lui, il termine. Renzi l'aveva preso a cuore, gli voleva bene. Tra le otto e le nove e trenta. Non le undici.
Cercò di fare mente locale. Quella notte non aveva dormito granché, anzi, non aveva dormito affatto.
“Perché sono finito a letto vestito?”, continuava a ripetersi.
Dopo il lavoro si era visto con Simona, era uscito a bere un drink in un pub poco lontano. Quel “drink” erano diventati svariati shottini di tequila. Non c'era da fidarsi di Simona. Alla fine, era rientrato a casa barcollando ma, nonostante questo, era stato restio a prender sonno. Era stato a girarsi nel letto fino alle tre, dopo essersi visto una puntata di Porta a Porta, su Rai Play, che lo aveva solo innervosito. Si parlava dei problemi dei rifiuti e aveva sentito sparare una marea di cazzate. Lui si era informato su quell'argomento e ci aveva scritto un bel pezzo per “Il Cantastorie”, il giornale locale presso cui lavorava, di cui il dottor Renzi era direttore. Dalle due alle tre di notte si era alzato, aveva giocato con il tablet ad Angry Birds -maledetto livello 16 che non riusciva a superare- e si era rimesso a letto. Alle quattro e mezzo si era sparato un “cinque-contro-uno”, con la speranza che l'attività onanista l'aiutasse a prender sonno, e a volte funzionava. Alle quattro, doccia, si era rivestito, passeggiata notturna, e rientro nel letto alle sei. Alle sette e mezza circa aveva finalmente preso sonno. Era collassato, più che altro. “Ecco perché sono vestito”, aveva finalmente capito. “Ma perché il sonno più bello è quello della mattina, quando ti devi alzare?”, si era chiesto spesso. Aveva sognato tantissime galline bianche e dorate, che mangiavano abbondantemente, e lo guardavano di continuo.
Alle sette e mezzo la sveglia aveva diligentemente suonato. Un orario comodo, visto che la redazione era davanti casa.
L'aveva ignorata.
Poi, finalmente, la luce di una piena mattinata in una splendida Roma, gli aveva distrattamente aperto gli occhi e, con orrore, aveva realizzato del dramma che si stava consumando.
Oggi l'avrebbero licenziato. E a trentatré anni non è facile trovare un lavoro, specie se fai il giornalista freelance. Già campava per miracolo con quello che gli passava Renzi. E di tornare a distribuire “Leggo”, fuori dalla metropolitana a Castro Pretorio, non se ne parlava proprio. Quella roba toccava agli sbarbatelli universitari del primo anno. Sapeva che quello sarebbe stato il suo ultimo giorno, erano quattro volte di fila che si presentava in un orario drammaticamente vicino alla pausa pranzo. Renzi gli voleva bene, sì, ma non era certo un imbecille.
Si fermò velocemente davanti allo specchio per dare un garbo ai capelli naturalmente ribelli, la doccia se l'era già fatta, per fortuna, e non puzzava di una notte insonne, ma ne aveva tutto l'aspetto. Due cerchi scuri e pesanti circondavano un paio di occhi grandi e neri togliendo luce ad uno spruzzo di lentiggini ribelli che facevano da corollario a un bel naso dritto e importante. Si diede una sistemata ai capelli rossi, arruffati, ma in qualche modo sempre presentabili, anche quando passava metà giornata a rischiare la vita per le vie di Roma, con il suo scooter, un Forza dell'Honda. Non sarebbe stato licenziato senza prima aver lottato, però. Doveva inventarsi una scusa dignitosa con cui, eventualmente, uscire di scena.
Doveva essere una scusa plausibile però. Renzi non si faceva passare con scioltezza la mosca per il naso. Ne aveva una vasta scelta da cui attingere, del resto la fantasia non gli mancava: frigorifero rotto quindi cucina allagata, tecnico che si presenta a controllare la caldaia perché si è confuso con gli appuntamenti, nonna improvvisamente e ripetutamente aggravatasi, incidente col motorino - a 50 metri dal lavoro? - mal di testa, nausea, febbre, tallonite, colica renale, rigorosamente una per volta.
Oggi gli toccava sfoderare quella grave: il lutto improvviso.
Non amava usarla, si sentiva una merda. Lui aveva una sua sensibilità e rispetto, per queste cose. Comunque, decise che era morto Briciola, la cagnetta diciottenne che teneva in casa a fargli compagnia, malata da tempo e per la quale spendeva tre quarti di stipendio.
No, non aveva nessun cane.
Si buttò una giacca sottobraccio e, distrattamente, una sciarpa sulle spalle. Si lanciò giù per le scale dell'appartamento, prese le chiavi dalla ciotola, sul mobiletto all'ingresso, e uscì.
Nevio era il fervente sostenitore di un assioma tutto suo: “a Roma l'inverno non esiste”. Una primavera un po' più rigida e senza fiori. Ma quel giorno, in cui si gettò fuori dal portone del suo appartamento, la temperatura era decisamente fredda e lui il freddo non lo sopportava. Estate tutta la vita. Era anche per questo che amava Roma, faceva sempre caldo, in qualsiasi stagione; ai primi giorni d'estate, Nevio se ne andava da solo, o in compagnia, a Sperlonga, ché il mare è ancora decente a differenza di Ostia.
Stringendosi la sciarpa al collo, per fare quei cinquanta metri, cioè attraversare la piazzetta che separava il portone di casa sua dal portone della redazione, si congelò fin dentro le ossa.
«Mortacci che “gianna”!» esclamò il ragazzo, riferendosi alla leggenda romana che voleva una certa signora Ginna, in preda alle caldane, rinfrescarsi con le finestre aperte pure in inverno.
Arrivò al portone. La redazione de “Il Cantastorie” si trovava nel seminterrato del palazzo, pertanto, poco sulla destra dell'ingresso, un finestrone stretto e basso lasciava intravedere parte dei locali, tra cui la “camera iperbarica”, come era stata nominata dai dipendenti: una stanza completamente vetrata, locata centralmente, al cui interno c'era l'ufficio del dottor Renzi che controllava tutti, cioè i quattro gatti che componevano la redazione.
E Renzi non c'era! Incredibile a dirsi, visto che il vecchietto passava la sua vita su quella scrivania.
Si rilassò. Rallentò persino il passo. Forse oggi non l'avrebbero licenziato.
Magari nessuno avrebbe notato che era arrivato in ritardo. Poteva concedersi la colazione al bar e riprendersi da tutto quel trambusto.
Scartò il portone di ingresso del Cantastorie e girò l'angolo del palazzo.
Il bar della “Maggica” era luogo di ritrovo, non solo per i tifosi, ma anche per chi apprezzava i cornetti di Sandro, il proprietario del bar, che tanto gelosamente manteneva il segreto su dove li andava a prendere. Entrò e salutò Sandro, che discuteva con un tizio tatuato circa il fatto che Totti sarebbe durato ancora una stagione, e poi sarebbero rimasti senza un vero capitano.
«Er solito, Ne'?», domandò il barista.
«Sì, grazie, Sandrì», rispose Nevio.
Si sedette su uno dei tavolini all'interno, non senza essersi preso prima una bomba alla crema, bella fritta e unta. C'erano anche le ciambelle di Sandro, che normalmente vanno a ruba, di dimensioni generose e sopra la media. Ma optò per la crema, aveva bisogno di energie. Non aveva problemi di dieta, poteva mangiare quanto voleva e non ingrassare di un grammo. “Gran fortuna”, pensò addentando la bomba e stando ben attento a non farsi colare mezzo chilo di crema alla vaniglia sulla maglia. Nel frattempo, gettò un occhio sul quotidiano, buttato sul tavolo a fianco. Stava per addentrarsi nella lettura di un pezzo relativo alla discarica di Villa Adriana, quando una voce alla sua destra lo distolse dal giornale.
«Mi scusi, è per lei». Un uomo, spuntato dal nulla, gli stava porgendo il suo caffellatte senza schiuma. «Il barista mi ha chiesto di passarglielo, spero di non averla disturbata».
«No, anzi, la ringrazio moltissimo» e aggiunse con un sorriso: «Sarà sicuramente più buono, adesso. Hem, io sono Nevio».
«Cesare».
Nevio lo osservò per bene. Era alto, biondo e riccioluto, robusto.

Uno sguardo profondo incorniciava due occhi nocciola incredibili: avevano un che di enigmatico e sembravano quasi dorati.
“Che sguardo, cazzo!”, pensò Nevio.
Era un uomo bellissimo e pieno di carisma. E stava lì, di fronte a lui, con un caffellatte in mano. In un attimo l'aveva rapito. Certo che lui era di gusti buoni, e si era portato a letto anche una mezza dozzina di cessi e cozze. Non perché non puntasse in alto ma perché era pigro e l'idea della caccia, della predazione, non l'aveva mai troppo entusiasmato. “Quel che viene”, si diceva. Di conseguenza, ritenne subito che con quel “figo internazionale”, come era solito appellare individui oltre la sua portata, non avrebbe avuto alcuna chance. Il target era decisamente troppo alto, perfino per lui, che con la sua faccetta da canaglia con le lentiggini, “che fanno così finto ingenuo”, come sottolineava spesso Simona, la sua migliore amica, mieteva tante vittime.
«Buona colazione», concluse quello congedandosi, dopo avergli passato la tazza.
«Posso offrirti qualcosa?», azzardò il giornalista.
Cesare lo osservò interdetto: «No grazie, già fatto. Buona giornata». Prese la porta ed uscì.
Il tipo era passato da “figo internazionale” a “amore della sua vita” in pochi secondi. Niente di nuovo, lui si innamorava dieci volte al giorno. Ma quello, da solo, valeva tutti gli innamoramenti della giornata. Quello sguardo. Non se lo sarebbe dimenticato per un bel po'. Rimase lì a guardare la porta, inebetito.
“Lo seguo o non lo seguo? Com'è che ha detto di chiamarsi?”, si domandò.
«Ahò, stai a fa un casino!» gridò Sandro rompendo l'incanto. «Siedite, va».
Si sedette, mentre il caffellatte colava dalla tazza, sul piattino, sul giornale e a terra. Gli batteva il cuore. Che gli stava succedendo?

Sandro tornò con un mocio e un sorriso sornione, e diede una pulita a terra.
“Le sue labbra,” pensava “...le sue labbra.”
«Te sta a sonà er telefono. Voi risponne? Sto rimbambito, oggi nun ce stai proprio, Neviè?»
«Eh?» Nevio infilò una mano in tasca e rispose, automaticamente, senza guardare il mittente della chiamata. «Sì?»
«Dove cazzo sei?» una voce, rauca, di chi ha fumato troppo, ruggì fuori dal telefono.
Il sangue, da bollente, gli si raggelò.
«Ah, dottor Renzi, arrivo arrivo, sono a due minuti».
«Te credo! Abiti qua de fronte», osservò il direttore sprezzante.
«No, non può capire. È morta Briciola, mia nonna», si giustificò Nevio incespicandosi.
«Chi?!»
“Che figura di merda!”, pensò. Avrebbe voluto gettarsi sotto il primo tram di Roma. «Arrivo e le spiego».
Chiuse la telefonata in preda ad un improvviso attacco isterico. «Sandro te pago domani».
Lasciò tutto sul tavolo e corse fuori. La “gianna” lo riabbracciò.



2. Nuvolo.

Lalhia non era granché interessata ai Nuovi Figli. Non più almeno. Dopo aver passato tanto tempo a studiarli, a compatirli, a disilludersi, niente attirava più la sua attenzione. Non si lasciava commuovere dal bimbo che muove i primi passi, dalle increspature del mare al tramonto, dal profumo del miele. Né dalla coppia di fratellini che girava sulla pista di ghiaccio montata dal Comune al centro della piazza, usanza ormai che si verificava ogni inverno nella capitale; non era interessata alle lacrime per un amore perduto della ragazza sulla panchina vicina alla sua, e neanche per il vecchio senzatetto, deceduto già da due giorni, che se ne stava immobile sotto una plastica cerata, all'interno di un arbusto poco curato, dimenticato dal mondo e da se stesso.
Non ne era interessata perché conosceva già tutte le risposte. Aveva avuto accesso nella sua eterna vita da Titano ad una casistica infinita di casualità, di relazioni, di eccezioni riguardo l'essere umano: sapeva che il bimbo sarebbe morto l'anno dopo sotto un'auto, i fratellini si sarebbero odiati per tutta la vita, e che la ragazza si sarebbe scopata una trentina di maschi per dimenticare quell'unico che l'aveva delusa, prendendosi altrettante malattie veneree; non si sarebbe neanche divertita, divorata dal senso di colpa che l'educazione pudica le imponeva. L'unico che stava meglio di tutti era il senzatetto: era morto.
Era stata in parte sfortunata lei. Perché un lato del suo Estro, la veggenza, non era utile.
Vedeva solo una delle miriadi di casualità che da un'azione portava una conseguenza.
Per essere corretti, la sua visione era esatta nel momento in cui la percepiva. Ma da quel momento in poi, i fattori che potevano alterarla erano molteplici e molto spesso, troppo, gli eventi cambiavano, e anche i risultati della sua visione.
Pertanto, nessuno le chiedeva più neanche un parere sulle questioni, tanto l'indovinare o meno l'esito, era solo fortuna.
Era una delle sette persone più longeve del pianeta e non si sentiva utile a niente. Così, da qualche tempo, parliamo di qualche centinaio d'anni, si era interessata agli animali, a quali eventi li governasse, al perché non avevano maturato l'Estro. Nessun animale era magico, secondo gli scritti che era riuscita a recuperare sull'argomento, assunto di cui si era riservata di verificare. Anche perché, nel mondo ancestrale e dimenticato da cui proveniva, emergevano ricordi di animali speciali. Di cetacei soprattutto, ne era praticamente certa. Ma lì, in quel tempo, niente lasciava a intendere che il mondo animali avesse avuto qualche evoluzione in quel senso. Doveva capire il perché. Per il resto, era una eccellente telepate, capacità che spesso e volentieri era stata utile al gruppo nella ricerca del Nuvolo d'Estro. Certo poteva leggere nei pensieri di chiunque ma, alla lunga, quella dote preziosa l'aveva annoiata ancorché trovava che gli uomini fossero privi di grandi sorprese. Alla fine, smise di farlo trovando più intrigante capire da sola dove i suoi interlocutori volevano andare a parare, senza trucchi.
Finalmente qualcosa si mosse a distoglierla da quell'apatia: vide Cesare uscire dal bar, dove doveva incontrare un possibile candidato. C'era stato poco, non era un buon segno; l'uomo attraversò la piazzetta e si andò a sedere a fianco a lei, su una panchina del parco.
Visti da fuori, i due sembravano delle normali persone al parco, una coppia di innamorati forse.

«Non lo so», disse Cesare sedendosi. «Ho avuto un sentore, ma niente di allarmante. Non credo sia lui».
«Ho chiaramente sentito il suo battito» aggiunse lei. «Hai lasciato il segno Cex, come sempre. Credo che non ti dimenticherà mai».
«Sappiamo entrambe di chi stiamo parlando. Nevio Alba è uno che si innamora con una certa facilità e senza un vero criterio».
«Casa sua è un via vai di gente, tanto quanto il suo letto. Non parlerei propriamente di “innamoramenti”», ribatté la donna insinuando il dubbio che il giovane giornalista non fosse proprio uno stinco di santo. Cesare non rispose, era pensieroso. Lei lo guardò da sotto gli occhiali scuri e continuò: «È un buon segno no? Che sia gay, intendo e che si circondi di tante persone», aggiunse infine.
«Sì, ma non è determinante, Lalhia. Troppe volte abbiamo dato per scontato che il Nuvolo avesse caratteristiche di questo tipo, un aggregatore naturale, ma... non so...» Cesare sembrava chiaramente dubbioso. «E se non lo fosse? Se stessimo cercando nella direzione sbagliata?»
«Direi che non abbiamo tutto questo tempo per rimodulare le formule di ricerca, non trovi?»
Cesare sembrava demoralizzato: «Cerchiamo il Nuvolo da troppo, abbiamo sacrificato centinaia di persone innocenti. Non è possibile che non ci siamo mai avvicinati, minimamente. Se ci fosse qualcosa di errato nella ricerca? Se non stessimo usando il metodo giusto?»
La porta del bar si aprì, poco lontano, di fronte a loro. Nevio ne uscì di corsa e inciampò sul marciapiede schiantandosi sui sampietrini. Si rialzò, claudicante, e continuò a correre tenendosi un braccio. Sparì dietro l'angolo. L'eco di suoi lamenti andò disperdendosi tra i vicoli della capitale.
«In effetti non sembra proprio una cima», osservò Lalhia inarcando le sopracciglia ben curate e tondeggianti.

«Ascoltami bene, ora». Cesare le si avvicinò. «Noi stiamo sbagliando punto di vista.
Probabilmente perché abbiamo dimenticato».
«Dimenticato?», ripeté la donna.
«Sì...guardiamo in faccia la realtà. Sono passati millenni, un'eternità di tempo. E noi abbiamo pochissimi riferimenti, stiamo praticamente girando alla cieca. Gli scritti sono errati, quei pochi rimasti, danno per scontato che il Nuvolo sia uno solo. La pergamena della rivelazione non è mai stata trovata».
«Reko sembra essere convinto della sua esistenza. Io ho dei grandi dubbi in proposito», commentò Lalhia non ascoltata dal suo interlocutore.
«È vero. Si suppone soltanto del suo contenuto. E se non fosse così? Se gli scritti prendessero per oro colato il fatto che il Nuvolo sia uno...ma magari la verità si è persa nelle pieghe del tempo? Gli uomini dimenticano fatti accaduti, quegli stessi fatti diventano leggende, mutate e travisate. Perché per noi dovrebbe essere diverso?»
Ci fu una pausa. Per quei due esseri immortali c'erano poche verità che avevano resistito al passaggio degli anni ed alcune di esse erano relegate ad antiche pergamene conservate da Reko, Mastro Architetto, nella sua biblioteca. Agli occhi di Lalhia, Cesare stava stravolgendo le loro verità assolute. Le poche rimaste.
«Io non ho capito e sono già stanca di ragionarci su. La tua teoria quale sarebbe?»
«Rispondimi: cos'è quello che noi chiamiamo un Nuvolo?» Chiese l'uomo a bruciapelo.
«Una summa degli Estri. Almeno questa è la teoria», rispose Lalhia con un'alzata di spalle.
E continuò vedendo che Cesare la fissava. «Questa summa potrebbe concretizzarsi in un unico individuo».
«E se non fosse un unico individuo?»
«Che intendi?»
Che sono tutti Nuvoli. I due fratellini, il barbone, la ragazza che piange. Il tipo con cui ho parlato. Sappiamo, per certo, che tutti sono portatori d'Estro. Solo che non matura! Pensaci, l'Estro si mostra tra i trenta e i quarant'anni, giusto? Il Sigillo non ha mai rimosso l'Estro dall'essere umano, l'ha solo trattenuto. È come prendere una tromba e metterci un cuscino davanti. Il suono c'è, ma non lo sente nessuno, neppure chi suona. Si sente solo un fruscio o l'eco. Ora, il Nuvolo d'Estro è il portatore assoluto. Colui che ha in sé tutti gli estri possibili. Noi diamo per scontato che, nella maturazione, vengano fuori i tre estri naturali e che ci siano solo quelli. E se non fosse? Se ci fossero tutti gli estri in principio e la maturazione avvenisse solamente in modo casuale?»
Lalhia lo guardava gesticolare e agitarsi, con aria di sufficienza e malcelata sopportazione. Lui sembrava sempre più convinto, lei, al contrario, sembrava persa in se stessa. Non voleva darlo a vedere, ma era piuttosto confusa e annoiata.
«L'Estro è ereditario», sussurrò lei tanto per rispondere in qualche modo alla domanda.
«Infatti, e questo non fa che confermare la mia teoria! Viene naturale, capisci? L'Estro viene raffigurato idealmente come una piramide a base triangolare, i cui lati sono gli elementi che specializzano l'individuo. Il centro è il Punto d'Estro, che si sposta a seconda delle quantità di materia sviluppate dal soggetto. Gli studi fatti sulle nascite mostravano che c'era correlazione tra gli estri genitoriali e quelli sviluppati dal figlio. Ma l'origine di quell'Estro da dove viene?»
«Domandina da niente. Come dicevano i maestri, “l'Estro fa parte di un equilibrio più universale, rispetto al tangibile”» citò lei.
«Sì, questo è irrilevante, per ora», commentò lui. «Quello che conta è che dobbiamo partire dal presupposto che tutti hanno l'Estro, ma non lo sviluppano per via del Sigillo. Se lasciassimo perdere il vecchio metodo?»
Lalhia lo guardò accigliata. «Per sostituirlo con?»
Lui sembrava esasperato: «Non lo so, ma qualunque alternativa mi sembrerebbe meglio, considerato quanto stiamo fallendo! Qual è la prima capacità che si mostra quando l'Estro matura? Per tutti?»
«Lo Scudo» rispose lei, guardandosi le unghie lunghe e nere, chiedendosi quando sarebbe finita quell'inutile conversazione.
«Esatto, la protezione primaria. Che ci protegge dall'Estro stesso, che altrimenti ci ucciderebbe. Se tutti gli umani, i Primali, hanno l'Estro ma è attutito, allora anche il loro Scudo è attutito. Il metodo non funziona perché non sono protetti. Per questo muoiono tutti».
«Ma non ci si può scudare, se non si possiede il pieno controllo dell'Estro! È un cane che si morde la coda», rispose lei quasi isterica, al culmine della sopportazione. Si calmò pensando, improvvisamente, che doveva studiare il fenomeno. No, non dello Scudo, ma dei cani che si mordono la coda.
Cesare continuò ignorandola: «No. Ma a questo forse ho un rimedio». Gli si erano illuminati gli occhi. Conosceva chi poteva farlo.
«Vortex non si concederà mai» disse Lalhia, interpretando lo sguardo di Cesare. «Lo sai che lui non usa il suo terzo Estro per principio. Gli è rimasto solo di nome».
Vortex era uno dei sei Titani. Un Eolico, specializzato in vento, aria e tutto ciò che è gassoso.
Il suo terzo Estro era lo Scudo, una protezione che è già di base e che possiedono tutti, la prima che matura e non fa parte delle tre.
Potremmo definirla la base della piramide.
Ma lui, aveva anche una capacità tipica dei protettori puri, che è quella di poter proteggere gli altri, oltre a se stessi. Essendo fondamentalmente un egoista, lui lo riteneva un Estro sprecato e, pertanto, aveva deciso di ignorarlo.
Quando non si pratica un Estro, questo diminuisce e lascia spazio agli altri. Il suo era solo nominale.
«Gli darò una mano io per questo». Cesare si alzò. «Useremo il giornalista. Tanto vale sacrificarne uno. Se non va, pazienza».
«Se non va, pazienza per lui e per tutti gli altri. Comunque, potresti avere l'occasione di metterlo alla prova molto presto», disse lei dopo pochi secondi.
«Hai avuto una visione?»
«Già» bofonchiò, ritoccandosi il rossetto, con l'unghia del mignolo.
Cesare si alzò sistemando il cappotto. «Allora conviene che tu lo segua. Potrebbe riservare sorprese. Prendi contatto con lui, prova a tastare il terreno». Si avviò, lasciando Lalhia da sola.
Una smorfia di fastidio le alterò l'espressione. «E tu dove vai?», Chiese la donna non sentendo più i pensieri dell'amico.
«Devo assentarmi. Non chiedermi nulla. Non indagare. Già che ho quelli della Struttura alle calcagna come cani affamati. Almeno tra di noi aiutiamoci».
La donna alzò le magre spalle: «Oh, beh, mi ero già accontentata del “Devo assentarmi”».
«Bene». L'uomo voltò le spalle e scomparve alla vista.
Lalhia restò seduta qualche minuto. Inquieta. Conosceva quella crepa nella voce di un condottiero immortale come Cesare. Solo un'entità più forte di lui, poteva generarla. Un brivido di paura le inarcò la schiena.
Mario Fazio
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