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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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Le sorgenti dell'Inferno River
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Mio padre, nato in un paesino della provincia di Messina, era figlio di uno di quei giovanotti oziosi di provincia che in realtà non fanno nulla e non concludono nulla, pur facendo mostra di tenersi sempre occupati con una cosa o l'altra: un vitellone, praticamente; apparteneva a una famiglia di ferrovieri (il fratello era un capostazione). La madre invece proveniva da una famiglia di grandi proprietari terrieri, padroni dei classici limoneti. Nella famiglia di mio padre si alternavano obbligatoriamente, a generazioni alterne, i nomi Giuseppe e Salvatore: a me sarebbe toccato il turno di Salvatore, come il nonno vitellone, ma devo eterna gratitudine ai miei, di genitori, che ruppero la tradizione e mi chiamarono Claudio, Mio padre in casa e fuori sarebbe sempre stato chiamato Nino, dal suo secondo nome, Antonino: era nato il 20 giugno del ‘18. Sua madre, mia nonna, era nata nel 1890: da ragazza venne mandata a far la dama di compagnia a due vecchie signorine zitelle, ultime discendenti di una famiglia nobile, entrambe malate terminali: ci fu mandata non per bisogno, ma perché allora usava così per le figlie femmine. C'era un lontano legame di parentela fra le due famiglie, del tipo cugini di quarto grado; la famiglia delle signorine era un casato di principi romani, uno dei quali, nel Seicento, aveva commesso un omicidio, ed era scappato nel regno delle Due Sicilie, sicilianizzando il cognome con spostamento dell'accento sull'ultima sillaba. Avevano conservato però proprietà e pretese nello stato pontificio: Nino ricordava di aver visto, fra le carte di famiglia, gli atti di una causa contro i principi Borghese, per la proprietà di un lotto di terra a Roma nell'attuale area di villa Borghese. Le due signorine zitelle, non avendo eredi, ed essendo riconoscenti a mia nonna, la nominarono erede universale. Ormai ricca ereditiera, si sposò contro il parere della famiglia, con classica fuitina e fuga: venne diseredata dai genitori, ma ormai era ampiamente ricca di suo. Non aveva ancora ventun'anni, però, era soggetta alla patria potestà, e i genitori cercarono di farla riportare a casa dalla forza pubblica: a Messina i carabinieri circondano la casa di uno zio dove la coppia si era rifugiata, lei scappò travestita da uomo, e i due si rifugiarono a Torino, presso un altro zio; il tutto una settimana prima del terremoto del 1908, che rase al suolo Messina e Reggio Calabria, facendo 100.000 morti.
Tornati più tardi in Sicilia, presero a fare la vita dei proprietari terrieri: l'eredità di lei era costituita soprattutto da un gran numero di limoneti, frazionati, come usava in Sicilia, in tanti piccoli appezzamenti, spesso da meno di un ettaro: nel complesso, come diceva mio padre, possedevano mezza provincia di Messina, e i limoneti all'epoca erano una miniera d'oro. Nei vari casolari disseminati all'interno delle proprietà, poi, c'erano molti mobili di pregio, che adesso sono esposti al museo di Capodimonte, mi ricorderà sempre mio padre. Le cose in famiglia però non andavano bene: lei era capricciosa e autoritaria, e il marito un irresponsabile e un fannullone, e soprattutto non abituato a fare il proprietario terriero, cosicché mezzadri, contadini e commercianti lo derubavano regolarmente. A poco a poco si accumularono debiti per la cattiva gestione, e prese a ripetersi regolarmente lo stesso copione: il creditore di turno arrivava con un atto ingiuntivo in mano, non c'era mai liquidità in cassa per soddisfarlo, e allora si svendeva sottocosto in fretta e furia una proprietà, regalandola praticamente al creditore.
A metà degli anni ‘30 poi si diffuse una terribile malattia delle piante, che fece strage dei limoneti della zona, diminuendo all'improvviso in modo drastico la rendita familiare.
Nel ‘10 e nel ‘14 nacquero le prime due figlie; nel ‘18, nacque mio padre, e nel ‘27 nasceranno poi le ultime figlie, due gemelle. Mio padre nacque e venne su come un principino: era l'unico maschio, e veniva chiamato, scherzosamente ma non troppo, “il principe ereditario”. Ricordava il mito familiare secondo cui, appena nato, sarebbe stato deposto in un grande cesto di ciliegie, un po' come Mosè nella cesta o Romolo e Remo sotto le tette della lupa: non sapeva se fosse proprio vero, ma, scriverà in un diario, ho sempre avuto un gusto speciale per le ciliegie.
Dai suoi primi anni, aveva ricavato l'impressione, e poi il ricordo, di una specie di eden, di paradiso perduto, di un ambiente bellissimo del quale lui e la sua famiglia erano al centro, e in cui tutti erano rispettosi e deferenti verso di loro. La società locale, all'epoca, era fortemente polarizzata: c'erano “le persone per bene”, quelle cioè che possedevano la terra, anche solo un fazzolettino; e i cafoni, i contadini, che, dirà Nino, vivevano come bestie; mancava sostanzialmente una classe media imprenditoriale o commerciante; non c'erano negozi, tutto veniva prodotto in campagna e in casa, c'era solo qualche venditore ambulante di passamaneria o di pentole che girava nei paesi col carretto; anche i professionisti, avvocati, medici, professori, non ambivano altro in fondo che comprare altra terra, e aumentare la propria rendita. A chi andava bene, andava bene così, e non avrebbe voluto che cambiasse mai nulla; quelli a cui in teoria non sarebbe andata bene, si limitavano a imprecare e a lamentarsi in eterno contro la sorte, e, genericamente, contro gli agenti della sorte sulla terra, “il governo”, “Roma” e “quelli del nord”: e, così facendo, alla fine se la facevano andar bene anche loro. La produzione di limoni finiva nelle mani di grossisti per l'esportazione nelle città e nel continente; erano da sempre i più forti, e facevano loro il prezzo, tenendo praticamente in pugno i proprietari terrieri, piccoli, divisi e spocchiosi, e anche quelli grandi, come i genitori di Nino; li omaggiavano formalmente chiamandoli “vossìa”, ma erano loro che avevano il coltello dalla parte del manico. Ogni tanto ricorreva il mito di costituire consorzi, “come al Nord”, per dare più potere ai produttori e liberarsi dalla tirannia dei grossisti: ma vigeva la regola, tacita e implacabile, che una volta costituito il consorzio il presidente o il tesoriere scappassero regolarmente con la cassa. La proprietà della terra era l'elemento simbolico che conferiva identità e status sociale a chi ce l'aveva, e l'orizzonte mentale delle persone cominciava e finiva qui: l'ideale “normale” di realizzazione sociale era vivere di rendita fondiaria. La politica era costituita da clientele locali, organizzate intorno a notabili; la sorella maggiore di mio padre ricordava che, prima dell'avvento del fascismo, c'erano per esempio il partito del barone Tale, o quello dell'avvocato Tizio.
Mio padre sviluppò molto precocemente un forte sentimento di autovalorizzazione: per esempio a 7 anni, non contento di come lo stuolo delle femmine di casa, comprensivo di sua madre, delle sorelle maggiori e delle varie gnà (via di mezzo fra serve e amiche di famiglia residenti) accudivano il suo abbigliamento, si stirava i calzoncini da solo, perché voleva essere elegante: laddove stirare voleva dire manovrare un pesante attrezzo di rame massiccio, fatto arroventare sul fuoco. Anche da grande, non gli andrà mai a genio il proverbio L'abito non fa il monaco, e gli preferirà quello siciliano che dice Vestiti di zucchero e sembri barone. Non era questione di apparenza contro sostanza: lui era e sarà un uomo assolutamente di sostanza, che si sacrificherà tutta la vita per la famiglia, quella d'origine e poi quella acquisita, e conseguirà alcuni discreti risultati personali, vista la situazione di partenza: ma essere elegante gli pareva necessario e doveroso, l'unica pelle che potesse indossare.
La famiglia, pur essendo sulla carta ricchissima, aveva difficoltà croniche di liquidità, come detto, unite a una certa incuria e irresponsabilità generale verso i figli: così Nino, dovendo prendere il treno per andare e tornare da scuola nella città vicina, non poteva avere l'abbonamento da studenti, che costava di più, ma quello da operai pendolari, che non consentiva di prendere treni all'orario di uscita dalla scuola, ma solo in serata: e perciò dopo la scuola doveva bighellonare tutto il pomeriggio da solo, in città, senza far niente, e la sera tornare a casa stanco, e mettersi a fare i compiti. A quattordici anni, i genitori, tutti presi a litigare fra loro per i soldi, “si dimenticarono” di iscriverlo a scuola, e non perse l'anno solo perché uno dei tanti zii si accorse di questo ragazzino che gironzolava tutto il giorno in paese senza far nulla, e ci pensò lui a iscriverlo. Fin da ragazzo assisteva, e poi partecipava, alle continue vicissitudini giudiziarie della famiglia, alle continue liti fra i genitori, alla perdita pezzo per pezzo del patrimonio familiare: sviluppò così il desiderio di riscattare lo status della famiglia, e di riportarla ai suoi fasti originari; e cominciò una eterna battaglia contro l'insipienza e la testardaggine dei suoi genitori, cercando di proporre criteri più razionali di gestione: a parole il suo interessamento veniva molto apprezzato, e gli veniva riconosciuto una sorta di ruolo di “giovane capo famiglia”, particolarmente di referente e consigliere delle sorelle per ogni difficoltà: di fatto però tutti se ne fregavano delle sue proposte e delle sue idee, e continuavano a fare di testa loro, salvo poi, quando sarà più grande e comincerà a guadagnare, andare a bussare a soldi da lui nei momenti di maggior crisi.
Da questa situazione deriva anche il mito familiare, che mio padre cercherà di riprodurre nella sua famigli acquisita, del “consiglio di famiglia”: nel senso che quando c'era qualche problema, lui e le sorelle si riunivano sulla spiaggia, allora sempre deserta, per discutere i problemi di nascosto dai genitori: e in seguito, nella sua nuova famiglia, si aspetterà che moglie e figlio si adeguino naturalmente a una prassi di questo tipo, anzi che siano loro a sollecitarla spontaneamente, come se fare così fosse una cosa iscritta nel dna delle persone “normali”: e perciò si sorprendeva dolorosamente, e si offendeva, quando io mi chiudevo costantemente nel silenzio, e rifiutavo di condividere i miei problemi con lui e con la mamma. Era impensabile per lui che un genitore, ben lungi dall'essere il confidente e il consigliere del figlio, la soluzione dei problemi, potesse invece essere la fonte del problema, e che pertanto il figlio si sentisse portato a parlare con tutti tranne che con lui. Non capirà mai il conflitto generazionale e la crisi adolescenziale, che per lui saranno sempre sciocchezze “moderniste” inventate da sociologi e psicologi di sinistra: credeva che gli esseri umani fossero governati dalla ragione e dalla razionalità, e semplicemente non concepiva che potessero esistere comportamenti che apparentemente non si conformavano a questi criteri, anche da parte di un ragazzo. |
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