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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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La carne nera
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La carne nera.
Venezia, 3 novembre 1741. Mi sveglio ancora prima dell'alba, come sempre. Le ossa non mi danno tregua quando l'umidità sale dalla laguna e s'insinua tra le calli. Le mani talvolta tremano, ma quando stringono il bisturi ritrovano la fermezza che mi accompagna da cinquant'anni. Una grazia, forse, o semplicemente l'ostinazione di un corpo che rifiuta di arrendersi. Dalla finestra della mia bottega sul rio di San Barnaba, nel sestiere di Dorsoduro, l'acqua è nera come inchiostro. Venezia dorme, avvolta nelle sue nebbie e nei suoi segreti. Fra poco i facchini cominceranno a scaricare le barche al mercato di Rialto; le campane chiameranno i fedeli a messa e le maschere della notte scivoleranno via dai palazzi come ombre colpevoli. Ma per adesso c'è solo il silenzio e il respiro affannoso del giovane che giace sul mio tavolo operatorio: l'hanno portato due ore fa per una ferita da lama profonda sotto le costole. Un regolamento di conti, probabilmente, o un debito di gioco andato male. Ho imparato quand'ero poco più di un ragazzo che la mia arte sta nel salvare i corpi, non le anime, e che a Venezia non si fanno domande: me lo insegnò messer Calzavara, il mio maestro cerusico, mentre suturavamo un bravazzo colpito da una stilettata durante una rissa al Ridotto, tra le maschere e i tavoli da gioco. «Tu cuci la carne, Alvise», mi sussurrò con l'ago tra i denti. «Le anime le rammendano i preti a pagamento, e gli sbirri le strappano via. Tu stai nel mezzo, e nel mezzo si sopravvive.» So da tempo che chi bussa alla mia porta in piena notte, spesso, preferisce morire piuttosto che rispondere agli sbirri del Consiglio dei Dieci. Ho pulito la ferita con acquavite e aceto, e cauterizzato i vasi che perdevano sangue. Ho suturato con filo di seta, punto dopo punto, mentre il giovane delirava chiamando un nome di donna. Adesso respira e forse vivrà, se la febbre non se lo prende stanotte. Mi verso un bicchiere di malvasia e torno alla finestra, stregato dalla città che si sta risvegliando. Un gondoliere passa cantando sottovoce, mentre a ogni colpo di remo la sua imbarcazione scivola via come un pensiero. Porto addosso quasi sessantasei anni, li faccio fra tre mesi, e questa Serenissima mi sorprende ancora: bella e marcia insieme, magnifica e crudele, una cortigiana che ti abbraccia mentre ti svuota le tasche. Ho custodito qualche segreto per arrivare fin qui: mangiare con misura, levarmi all'alba, concedere al sonno ore regolari, e soprattutto essere sempre innamorato della vita. Bevo, e aspetto che sorga il sole su un'altra giornata di sangue e miracoli. Qualcuno bussa alla porta e temo che anche oggi, come sempre, non sarà una giornata semplice. Tre colpi secchi, intervallati, non è il codice dei contrabbandieri, né quello delle meretrici che cercano rimedio a gravidanze indesiderate. È peggio. Attraverso la stanza senza accendere il lume: conosco la posizione di ogni cosa al tatto. «Messer Alvise Maceri?» Riconosco la voce prima ancora di aprire: è Lorenzo Grimani, segretario del Magistrato alla Sanità, un uomo magro come un chiodo arrugginito, con occhi sgranati e sfuggenti che sembrano sempre contare quanti giorni di vita ti restano. Quando apro la porta l'aria fredda del canale entra. «Eccellenza», dico aprendo appena lo spiraglio. «È presto per una visita di cortesia.» «È solo un atto di stima nei vostri confronti, il Collegio ha grande considerazione di voi e della vostra perizia.» Non sorride, ma non lo fa mai. «Il magistrato richiede la vostra presenza, immediatamente.» Sono il cerusico più anziano di Venezia e, dicono, uno dei più apprezzati, con le mani ancora salde... anche se non sempre, e i pensieri lucidi. E poi, a differenza dei miei colleghi cerusici non sono solo un uomo di mano – lo sanno bene – ho attinto anche ai libri dei medici filosofi, unendo così la pratica alla ragione. Dietro di lui, nella calle ancora in ombra, intravedo due fanti con le alabarde. Non è un invito il suo, ma un ordine. «Lasciatemi prendere la borsa», dico, fingendo calma. Ma il cuore mi batte più forte. In tanti anni di lavoro ho imparato che quando il Magistrato alla Sanità ti convoca all'alba, di solito c'è un cadavere di mezzo o uno che lo sta per diventare, e non uno qualunque. «Non avrete bisogno della borsa, messer Maceri, abbiamo tutti gli strumenti lì.» «Signore, consentitemi comunque di prenderla, per me è come la bussola per un marinaio.» «Come desiderate.» Prendo la borsa e, dallo stipo, anche la parrucca buona che non porto da mesi: a Palazzo Vendramin non si entra a capo scoperto come un barcaiolo. «Venite da solo? Non avete il ragazzo di bottega?» «Marco è a Mestre. Gli ho dato il permesso di assistere sua madre che sta morendo.» Esco e salgo sulla gondola che ci attende. Grimani siede di fronte a me, rigido, con le mani intrecciate sulle ginocchia. La gondola scivola veloce nei canali secondari, evitando il Canal Grande: capisco che non vuole farsi notare. Mi sento come un paziente trasportato verso il tavolo operatorio. Attraversiamo rii così stretti che i rumori del mattino – le prime voci dal mercato, il battere di una porta – giungono attutiti, mentre la luce dell'alba si spezza sui muri umidi. Annuso l'aria, cercando l'odore salmastro del risveglio, ma trovo solo il tanfo di alghe e legno marcio. È l'odore dei canali che non vedono mai il sole pieno, dei segreti che Venezia seppellisce nell'acqua bassa. Le mie dita stringono il manico di cuoio della borsa senza volerlo. Non è solo la bussola del marinaio ma lo scudo, e l'unica cosa che mi ricorda chi sono: Alvise Maceri cerusico e nient'altro. «Dove mi portate?» «A Palazzo Vendramin, ala est, camera privata.» Palazzo Vendramin ospita una delle casate più antiche di questa Repubblica. Patrizi di sangue fino al midollo, veneziani da prima che il Leone di San Marco avesse le ali. E se là dentro c'è un morto, tremerebbe tutta la Serenissima. «E il morto?» chiedo piano. Grimani mi fissa. Per un attimo nelle sue pupille leggo qualcosa che non avrei mai pensato di vedere: paura. «Non è morto, messer Maceri», sussurra. «Se lo fosse sarebbe più semplice.» La gondola svolta bruscamente. L'acqua del rio lambisce i muri scrostati, verdastri di alghe, e nell'aria all'improvviso sento un odore che conosco bene e che non viene dai cadaveri: è dolce e i cadaveri non sanno di dolce. Sa di una cosa che marcisce senza avere ancora smesso di vivere. Il portone di servizio di Palazzo Vendramin si apre senza scricchiolii: hanno messo olio fresco sui cardini, segno che qualcuno non vuole attirare attenzione. Grimani mi precede attraverso un corridoio stretto, illuminato da una sola lanterna, mentre i fanti restano fuori, a guardia. «Nessuno deve sapere che siete qui», sussurra. «Nemmeno gli altri servitori.» «Quanti lo hanno già visto?» «Troppi, ma tutti hanno giurato il silenzio, o sono stati convinti a mantenerlo.» Il modo in cui pronuncia quell'ultima frase mi gela il sangue. A Venezia il silenzio si compra, si vende, si impone e si porta nella tomba – se necessario. Saliamo una scala di servizio. L'odore si fa più intenso, acre, e mi copro la bocca con il fazzoletto che tengo sempre in tasca, impregnato di aceto aromatico e rosmarino. Un trucco che ho imparato quando ancora avevo capelli neri e illusioni. «Qui», dice Grimani fermandosi davanti a una porta rivestita di broccato rosso scuro. Estrae una chiave e la infila nella serratura. Esita. «Preparatevi, messer Maceri, io non ho mai visto nulla di simile in quarant'anni di servizio.» La porta si apre su una stanza sontuosa con arazzi fiamminghi alle pareti, un letto a baldacchino con cortine di velluto cremisi e un cassone intarsiato che vale quanto una casa intera. Ma non registro nulla di questo davvero, perché tutta la mia attenzione è catturata dalla figura sul letto. È un uomo giovane sui trent'anni, con i capelli biondi incollati alla fronte dal sudore. Respira, sì, ma ogni atto è un rantolo e il suo braccio sinistro... Madonna santissima, è nero come il carbone, dalla spalla fino alle dita, senza lividi o contusioni. La pelle è lucida, tesa, con chiazze violacee che sembrano diffondersi mentre lo osservo. Ha pustole giallastre che trasudano un liquido denso, ed emana quel maledetto odore di morte che precede la morte stessa. «Cancrena», dico. La mia voce mi suona lontana. «È il figlio di Nicolò Vendramin», sussurra Grimani alle mie spalle. «Procuratore di San Marco, uno dei nove più potenti della Repubblica.» Mi avvicino al letto: il giovane apre gli occhi, azzurrissimi e febbrili. Mi vede? Non credo. È già altrove, in quel limbo dove il dolore diventa così grande da divorare anche la coscienza. «Quando è iniziato?» «Quattro giorni fa, con una piccola ferita sul dorso della mano. Un graffio che si è procurato durante una battuta di caccia nella terraferma e, nel giro di due giorni, il braccio era già così.» Troppo veloce, anche per la cancrena più aggressiva. E quella colorazione, quelle pustole... Ho visto soldati morire di cancrena dopo battaglie, marinai perdere arti per ferite infette, ma mai così, mai con questa rapidità diabolica. «Avete chiamato altri medici?» «Tre. I migliori di Venezia. Due se ne sono andati senza nemmeno toccarlo, il terzo ha provato a dissanguarlo con le sanguisughe, ed è morto quella stessa notte.» Mi volto di scatto: «Morto?» «Febbre fulminante, in sei ore era consumato. E il suo braccio, quello con cui aveva toccato il malato, aveva cominciato a scurirsi.» Il silenzio che segue pesa come piombo. Guardo di nuovo il giovane Vendramin, poi la mia mano destra, quella che tra poco dovrò posare su quella carne marcia. «Messer Maceri», dice Grimani, e nella sua voce c'è una durezza che non ammette repliche. «Il Procuratore Vendramin pretende che suo figlio sia salvato, a qualunque costo. Se muore...» Non finisce la frase: non ne ha bisogno. Se il figlio di un Procuratore muore sotto le cure di un cerusico... può scomparire, finire nei Piombi o peggio, e il suo cadavere può venire ritrovato a galleggiare tra i pali del molo, con una pietra legata ai piedi. «E se vive», aggiungo io, «e contagia altri?» Grimani non risponde, ma il suo sguardo è eloquente: non è affar suo; a me spetta salvargli la vita, o rimettervi la mia. Apro la mia borsa, quella che credevo di non dover portare, e comincio a estrarre i ferri: bisturi, seghe, pinze. Gli strumenti del mio mestiere, che potrebbero condannarmi. «Portatemi acqua bollente», dico. «Bende pulite; acquavite, la migliore che avete, e tante candele, perché avrò bisogno di luce.» Grimani annuisce ed esce veloce, lasciandomi solo con il morente. Mi avvicino alla finestra, socchiusa per far circolare l'aria. Fuori, Venezia si risveglia ignara: gondole che scivolano nell'acqua come ombre sulle calli, mercanti che aprono bottega, campanili che suonano le ore. La stessa città di sempre, che non sa e non vuole sapere. Il giovane Vendramin geme ed emette un suono gutturale, animalesco, mentre un filo di saliva gli cola dall'angolo della bocca, senza che se ne accorga. Estraggo dalla borsa una fialetta di laudano – tintura d'oppio in vino – e gliene verso alcune gocce tra le labbra. Non so se basterà, e se servirà a qualcosa, considerando quello che dovrò fare. Perché so già cosa devo fare: l'ho capito dal momento in cui ho visto quel braccio. Grimani rientra seguito da due servi che portano bacinelle fumanti, brocche d'acquavite, rotoli di lino candido. Li dispongono su un tavolo e se ne vanno in fretta, senza guardarmi. Uno di loro si fa il segno della croce. «Dovete amputare», dice Grimani. «Alla spalla, è l'unica possibilità.» «Il dottor Bellini ha detto che non sopravviverebbe al taglio, troppo debole.» «Il dottor Bellini», rispondo asciutto, «non è qui, io sì.» Mi tolgo la parrucca e la poso sul cassone. Sotto, il sudore mi imperla già la testa: adesso sono solo il cerusico. Inizio. Immergo i ferri nell'acquavite, poi li passo sulla fiamma di una candela. Un gesto che molti miei colleghi considerano superstizione da vecchi, ma io ho visto troppi uomini morire non per la ferita, ma per quello che viene dopo. C'è qualcosa, nell'aria o nella sporcizia, che avvelena le carni aperte. Il fuoco lo tiene lontano, o almeno così mi illudo. «Tenetelo», ordino a Grimani. «Forte, anche se sembra incosciente, quando taglierò il suo braccio potrebbe reagire in maniera scomposta.» Un grido lacerante mi interrompe: il giovane Vendramin si è risvegliato di colpo, gli occhi spalancati nel terrore, fissa il soffitto affrescato come se vedesse l'inferno stesso aprirsi sopra di lui. «Le serpi!» urla. «Le serpi nere escono dal muro! Padre, aiutami!» Grimani lo blocca per le spalle. Io gli afferro il braccio sano, quello destro, per impedirgli di dimenarsi, e avverto il calore della sua pelle che scotta come brace. «Visioni», mormoro. «La febbre gli brucia il cervello.» «Fatelo tacere», sibila Grimani guardando verso la porta. «Se qualcuno sente...» Verso altro laudano nella bocca del giovane, quasi soffocandolo. Lentamente, le urla si placano in gemiti, e il corpo si abbandona di nuovo sul letto. Non c'è più tempo. Lego un laccio di cuoio stretto alla base della spalla, comprimendo l'arteria dove posso. Scelgo il bisturi più lungo, quello dalla lama curva che uso per le amputazioni, e lo tengo sopra la fiamma finché il metallo non diventa quasi rovente. «Nel nome del Padre», sussurro, più per me che per lui, «e del Figlio...» Un marinaio, vent'anni prima, sul tavolo di una locanda a Chioggia mi strinse il polso prima che tagliassi: non per trattenermi, solo per sentire che c'era una mano umana dall'altra parte. Gliene fui grato. Il primo taglio è profondo e deciso: la pelle e il grasso cedono sotto la lama, c'è sangue ma meno di quanto temessi, come se quella parte del corpo fosse già morta; taglio in circolo, sezionando i muscoli, cercando l'osso. Il giovane Vendramin geme, ma non urla. Buon segno, o pessimo se significa che non sente più nulla. Prendo la sega, questo è il momento peggiore: il suono dell'acciaio che morde l'osso ha qualcosa di definitivo e irrevocabile, come una porta che si chiude per sempre. Sego: avanti e indietro, con movimento regolare. Ho amputato centinaia di volte ed è sempre stato difficile: soldati, marinai, operai caduti dai ponteggi... tagliare per continuare a vivere. Le mani si muovono da sole, guidate dalla memoria dei muscoli più che dal pensiero, l'osso cede e il braccio si stacca. Lo sollevo, Dio, se è pesante! È gonfio di veleno, e lo depongo in una bacinella. Grimani distoglie lo sguardo: anche lui, abituato ai segreti più oscuri della Serenissima, ha un limite. Cauterizzo i vasi con il ferro rovente, e l'odore di carne bruciata si aggiunge a quello della putrefazione. Il giovane sussulta ma non si sveglia. Eseguo una sutura rapida, stringo bende compatte, poi vi stendo sopra impacchi di tintura di mirra e aloe. Finito. Mi allontano dal letto, improvvisamente le mani mi tremano: per un istante le dita cercano da sole la fialetta nella borsa, le lascio fare, due gocce, non di più. Grimani mi porge una coppa di vino, che svuoto in un solo sorso. «Vivrà?» [...]
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