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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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lo Scriba di Dio
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La Città d'Argento La Città d'Argento non conosce ombra. Non perché la luce sia accecante, ma perché nulla vi si oppone. È una luce che non ferisce, non brucia, non giudica: rivela. Là il tempo non scorre come sulla Terra. È presente, immobile, contemplato. Fu lì che fui chiamato. Non vi fu annuncio né suono. Compresi semplicemente che la mia presenza era richiesta. Dio era di spalle. Davanti a Lui non vi era un trono, ma l'universo stesso: galassie sospese, stelle nascenti, mondi che si formavano e si dissolvevano come respiro. Egli osservava. Non parlai. Attesi. «Quando creai la Terra» disse senza voltarsi, «non fu un atto di necessità, ma di desiderio. Creai l'uomo a mia immagine e somiglianza. Non nella potenza, ma nella libertà. Avrei potuto plasmarlo perfetto e obbediente, incapace di errore. Ma ciò che non può scegliere non può amare.» Le galassie continuavano il loro lento movimento. «Non volevo sudditi nel bene. Volevo esseri capaci di comprendere, di sentire, di decidere. Volevo che la bontà fosse una scelta, non una condizione. Per questo concessi loro il libero arbitrio. Non come concessione politica, ma come atto di fiducia. La libertà non è un privilegio, è una responsabilità.» Vi fu una pausa che, nel tempo umano, sarebbe durata un'eternità. «Ma sottovalutai qualcosa.» Non vi era rimpianto nella Sua voce, solo lucidità. «L'uomo avrebbe desiderato sempre di più. Non solo sopravvivere, ma dominare. Non solo amare, ma possedere. La libertà sarebbe stata usata per difendersi prima ancora che per donarsi.» Osservai l'universo insieme a Lui. «All'inizio posi un sigillo tra Me e loro. Non un limite imposto, ma una regola della relazione. Non avrei invaso le loro menti, non avrei forzato i loro cuori, nemmeno Io. Posso entrare nel cuore dell'uomo solo quando l'uomo si abbandona completamente, solo quando sceglie la fede senza costrizione, solo quando apre. È una soglia che non violerò.» Compresi allora perché i bambini fossero diversi. «I bambini Mi raggiungono più facilmente» continuò, «non perché siano puri per natura, ma perché non hanno ancora costruito difese. Ma sono pochi, troppo pochi, e gli adulti hanno imparato a chiudersi.» La Terra apparve davanti a noi, non come un globo, ma come un intreccio di vite, scelte, pensieri. «Le poche anime che riesco ancora a raggiungere non sono sufficienti a riequilibrare ciò che è stato deformato.» Seguì il silenzio. Poi la sentenza. «La vita sulla Terra deve essere interrotta.» Non vi fu tremore in me. Io sono lo scriba, registro. Eppure, sotto la mia natura angelica, qualcosa ricordò. «Ti affiderò un compito, Metatron.» Mi voltai verso di Lui. «Come dovrò muovermi tra loro?» chiesi. «Come uno di loro.» Non erano parole simboliche. «Ricorda chi sei stato.» Il mio nome antico attraversò la Città d'Argento come un'eco silenziosa. «Enoch.» Non era un rimprovero, era memoria. «Quando camminavi sulla Terra non eri potente, non eri immune alla paura, eppure vidi in te qualcosa che superava la tua fragilità. Ti scelsi non perché fossi perfetto, ma perché in te il soffio divino non fu soffocato dal mondo. Per questo ti portai qui, per questo divenisti Metatron. Non sei nato angelo, sei stato uomo.» Sentii riaffiorare il peso della carne, il battito irregolare delle scelte, l'incertezza del futuro. «Gli esseri celesti vedono tutto» continuò, «ma non attraversano tutto. Conoscono la verità, ma non la fatica di raggiungerla. Sono luce non corrotta, non conoscono la tentazione di deviare. Tu sì. Le emozioni che hai provato non sono cancellate. La paura, il dubbio, il desiderio di essere amato sono memoria viva. Per questo sei il tramite più adatto tra Me e l'umanità.» Abbassai lo sguardo. «Quante vite dovrò attraversare?» «Sette.» Il numero non fu spiegato. «Sette personalità diverse, sette riflessi dell'uomo contemporaneo. Li troverai sparsi nel mondo. Non appartengono alla stessa cultura né alla stessa condizione. L'umanità non è una sola voce.» Davanti a noi apparvero frammenti di città, deserti, foreste, periferie illuminate da neon, villaggi lontani, torri di vetro. «Come li riconoscerò?» chiesi. «Fidati del tuo istinto.» «Di quale?» «Di entrambi. Quello angelico ti guiderà verso ciò che è essenziale, quello umano ti farà sentire ciò che è nascosto.» La missione si delineava con chiarezza. «Le tue sembianze cambieranno. Non sarai un angelo tra gli uomini, sarai uomo tra gli uomini. Per ciascuno di loro assumerai la forma che può avvicinarsi di più alla loro ferita. Non per inganno, ma per accesso. Non interverrai con potere, non compirai miracoli. Userai parole, silenzi, presenza.» La Terra si fece più nitida davanti a noi. «Voglio che tu scriva e raccolga tutto, le cadute e le possibilità, le paure e i tentativi di rialzarsi. Solo se vedrò un barlume autentico di speranza la decisione sarà sospesa.» «E se non lo troverà?» chiesi. Il silenzio fu la risposta. Poi, con chiarezza definitiva: «Allora sarà la fine». Non vi era minaccia in quelle parole, solo conseguenza. Rimasi immobile nella Città d'Argento, consapevole che il compito affidatomi non era soltanto una verifica dell'uomo, ma una misura della libertà stessa. «Va', Metatron.» E così, finalmente da quando avevo lasciato la Terra come Enoch, mi preparai a tornarvi. Potere Aprii gli occhi nel freddo. La vista era leggermente offuscata, come se il mondo avesse bisogno di essere messo a fuoco un secondo alla volta. Il cielo sopra di me era pallido, attraversato dai primi riflessi dell'alba. Il respiro usciva in nuvole leggere. Sentii l'aria entrare nei polmoni, il battito nel petto, il peso delle braccia intorpidite. Il peso. Nella Città d'Argento non esiste gravità. Qui sì. Mi sollevai lentamente dalla panchina di Central Park. Le mani tremarono appena, non per paura, ma per adattamento. Guardai il mio corpo come si osserva qualcosa di ritrovato. Indossavo un cappotto scuro dal taglio moderno, elegante ma semplice, una camicia chiara, pantaloni neri, scarpe in pelle. I vestiti aderivano alla mia nuova forma come se fossero sempre stati miei. Inspirai profondamente. Odori. Terra umida. Asfalto lontano. Caffè proveniente da qualche chiosco che stava aprendo. I pensieri scorrevano con una consistenza diversa rispetto a quelli angelici. Più lenti. Più rumorosi. Più vulnerabili. Compresi di essere di nuovo uomo. Abbassai lo sguardo verso i miei piedi. Uno scoiattolo mi osservava immobile, la coda sollevata, gli occhi scuri vigili ma non spaventati. Rimase fermo qualche istante, poi inclinò leggermente la testa. Sorrisi. In quella creatura non vi era ambizione, né maschera. Solo istinto e presenza. In quel momento ricordai chi ero stato. Enoch. Ma sentivo ancora, sotto la pelle e dentro il petto, la mia natura angelica. Non come potere, ma come chiarezza. Mi voltai lentamente. A destra, alberi e vialetti ancora silenziosi. A sinistra, oltre le fronde, intravidi una facciata chiara, diversa dai grattacieli di vetro che si alzavano più in là. Un edificio antico, solido, con una presenza che non chiedeva attenzione ma la imponeva. Il Plaza. Si stagliava come un frammento di un altro tempo sopravvissuto alla modernità. Mi alzai in piedi e il mondo oscillò per un istante. Il corpo non rispondeva con la leggerezza a cui ero abituato. Ogni passo richiedeva equilibrio. Ogni movimento aveva conseguenze. Avanzai lentamente finché la stabilità tornò. Le gambe trovarono ritmo. Il respiro si fece regolare. L'istinto angelico si adattò all'istinto umano. Uscendo dal parco, il rumore mi investì. Clacson. Motori. Voci sovrapposte. Passi rapidi sul marciapiede. Avevo osservato il mondo cambiare nei secoli. Conoscevo l'epoca moderna, le sue macchine, le sue torri, le sue reti invisibili. Ma osservarla da lontano non è come abitarla. Mi avvicinai all'ingresso del Plaza. La facciata in pietra chiara rifletteva la luce del mattino con discrezione. Accanto alle porte, un pannello elegante annunciava un evento previsto per la sera seguente. Gala di raccolta capitali per Ashford Global Holdings. Società leader nel settore della finanza e degli investimenti immobiliari internazionali. CEO: Daniel Ashford. Il nome rimase sospeso nella mia mente come una nota precisa. Sette. L'istinto mi suggerì che il primo si era già manifestato, era lui che dovevo incontrare. Lessi qualche riga in più. L'evento avrebbe riunito investitori, fondi internazionali, imprenditori emergenti. L'uomo che guidava quella società era considerato uno dei protagonisti della nuova finanza aggressiva, capace di trasformare quartieri interi in asset produttivi. Chiusi gli occhi per un istante. Non vidi solo numeri o edifici. Vidi un bambino in una casa modesta, una madre stanca, un padre distante. Vidi una promessa silenziosa: non sarò mai più piccolo. Quando riaprii gli occhi, la città continuava a muoversi come se nulla fosse. Sotto il nome di Daniel Ashford non vidi corruzione. Vidi fame trasformata in identità. Lasciai il Plaza alle mie spalle e attraversai la città con passo ormai stabile. I grattacieli si alzavano come lame di vetro contro il cielo pallido del mattino. Le auto scorrevano senza tregua, le persone avanzavano con lo sguardo fisso davanti a sé, telefoni stretti tra le mani, caffè bevuti in fretta. Nessuno sembrava fermarsi davvero. Nessuno sembrava domandarsi perché corresse. Non vi era malvagità in quei volti, ma tensione. Non vi era odio, ma urgenza. Compresi che la fretta è spesso il modo più efficace per non ascoltare il vuoto. L'edificio di Ashford Global Holdings dominava Park Avenue con una facciata interamente rivestita di vetro scuro. Non aveva ornamenti né simboli. Solo altezza. Solo riflesso. Entrai nell'atrio ampio e luminoso, dove il marmo lucido restituiva un'immagine perfetta di chiunque vi camminasse sopra. Ogni passo produceva un'eco breve e disciplinata. Mi avvicinai al banco reception. |
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