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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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L'alba di un cuore ferito
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Nella vita spesso si prendono decisioni di getto, dettate dall'incoscienza, dal coraggio, dalla paura o da un sentimento non ben definito. Io cambiai la mia vita basandomi su qualcosa di sconosciuto a tutti coloro che mi stavano accanto, ma che mi lacerava l'anima ormai da mesi; un impulso che, se non avessi seguito, ero certa avrebbe continuato a distruggermi, schiacciandomi sotto il peso della pena e del dolore. Era una cosa assurda e, per mesi, i miei avevano provato a farmi cambiare idea. Ma non potevo. E alla fine, forse, conoscendomi, avevano anche capito cosa mi muoveva. Non poteva fermarmi nessuno. Dovevo solo dare ascolto alla mia mente. Quella decisione, ne ero consapevole, non avrebbe colpito solo me, ma anche altre due vite. Certo, uno non avrebbe fatto molte storie; anzi, forse ne sarebbe stato felice, memore di come lo ricordavo. L'altro... era tutta un'altra storia. Quel piccolo cambiamento mi portò anche a cambiare casa, adattandomi a una nuova città, seppur vicina alla mia, a un nuovo quartiere. Una nuova scuola per l'ultimo anno: ma non mi importava molto. Ero pronta. Decisa. Osservai gli scatoloni depositati nel corridoio e i ragazzi del trasloco che andavano avanti e indietro in assoluto silenzio. Certo, non avrei portato via tutto. Casa mia sarebbe sempre stata lì ad aspettarmi e, con i miei sempre in giro per il mondo, forse alla fine avrei avuto almeno il vantaggio di non essere più sola come un cane, di avere un po' di compagnia. Compagnia che, però, forse non sarebbe stata desiderata. Era un'avventura per la vita. Una vita che forse, alla fine, non era la mia. Era la sua. Solo la sua. Il tutto condito da quella sensazione costante di vederlo sparire in un istante, senza che nessuno potesse fare nulla. Quello sguardo così perso, così solo, spento, pronto a gettare la spugna per qualcosa di oscuro, definitivo, terribile. Uno sguardo che non era affatto quello che ricordavo da bambina. Erano passati anni, certo — allora avevo soltanto sette anni — ma bastò rivederlo per sentire l'anima lacerarsi, e capire che dovevo assolutamente fare qualcosa.
Quando varcai la soglia della casa — una bella abitazione su un unico piano, con un giardino ampio — mi tornarono in mente le parole di mio padre: in effetti, quella casa era stata donata a Oscar proprio da lui, che, grazie alle sue ricerche e ai suoi appoggi, anni prima aveva trovato un luogo in cui potessero vivere. Appena richiusi il cancello alle mie spalle, sentii il cuore battere all'impazzata e, quando mi voltai, venni subito risucchiata in un abbraccio così forte che per poco non mi tolse il respiro. «Dio, Alyssa... sei davvero qui. Sai che... sì, lo sai... ti ringrazierò per tutta la vita. So che sarà d'aiuto, ma sarà davvero difficile. Sei sicura?» Annuii, senza riuscire a liberarmi subito da lui. Quando finalmente ripresi fiato, Oscar mi sorrise; ma notai i suoi occhi scuri leggermente stanchi, segnati da profonde occhiaie. «Sei cresciuta davvero, Alyssa. L'ultima volta eri alta quanto un soldo di cacio. Credo a una delle cene di lavoro dei tuoi... ti stavi annoiando da morire.» Piegai la testa di lato. Grazie. In effetti sono cresciuta tardi, ma non mi lamento: credo di essere sul metro e settanta. Evito sia di misurarmi sia di pesarmi... meglio vivere nell'ignoranza. E sì, hai ragione: odio ancora quelle cene, proprio come allora.» Scoppiò a ridere, ed ebbi la sensazione che gli capitasse di rado. Oscar aveva quattordici anni più di me. Era un tipo solare, sempre in movimento, e lavorava spesso con mio padre: un tecnico informatico bravissimo e un organizzatore impeccabile, sempre in viaggio per il mondo. Lo ricordavo a pranzi e cene, intento a parlare con chiunque, sempre circondato da complimenti. Con il tempo era diventato un punto fermo per mio padre, che gli aveva affidato un ruolo sempre più importante nella sua azienda, permettendogli di evitare i continui viaggi all'estero e di gestire gran parte del lavoro dalla città, spesso anche da casa. Eppure, guardandolo ora, sembrava spento. Forse troppo magro. Ma il suo sorriso sincero, quello, era rimasto. «Vuoi una mano a sistemare la stanza?» chiese. Scossi la testa. «Prima mi fai vedere la casa?» «Certo! Scusa, sono un pessimo padrone di casa... non ho ospiti da anni, sono fuori allenamento. Partiamo dal giardino sul retro: sono sicuro che ti piacerà.» Rimasi affascinata anche dal giardino anteriore, quello davanti all'ingresso: non molto grande, ma curato, con un viottolo di sassi e cespugli rigogliosi. Quando però girammo l'angolo, non riuscii a trattenere un sorriso. «Una piscina!» esclamai, con tono quasi solenne. Lui annuì. «Ti piace, vero?» «Assolutamente sì. E c'è anche un gazebo... è bellissimo.» «Bene. Entriamo.» Passammo attraverso la porta finestra sul retro, che si apriva su una bella sala luminosa collegata a una cucina moderna, con un tavolo di vetro. Poi attraversammo la zona notte: mi mostrò la sua stanza, quella di David e infine la mia. «Hai il bagno in camera. Spero che ti troverai bene, Alyssa.» Appoggiai la testa contro il muro, alzando lo sguardo verso il soffitto per un istante. «Credo sarà una bella avventura... tipo scalare l'Everest.» Si appoggiò accanto a me. «Sei cresciuta. Lo siete entrambi. In modo così diverso... potrebbe anche non ricordarsi di te.» Annuii. «Lo so. Mi farò conoscere di nuovo, no?» Sorrise, prendendomi le mani. «Sei proprio come tua madre... ma hai anche il carattere tosto di tuo padre. Lui... lo sai che questa è la quarta scuola che cambia, vero? L'hanno sempre espulso per rissa. Qui non è diverso. Ma tuo padre, come al solito, ci ha messo lo zampino.» «Papà mette lo zampino ovunque. Devi rilassarti, Oscar. Se sono qui, conosco i rischi. Ma mi raccomando... tu sai che io so. Lui, no.» Gli feci un cenno d'intesa prima di chiudermi nella stanza per sistemare le mie cose, in attesa, con un'ansia crescente, del suo rientro. Quando sentii la porta di casa chiudersi, il cuore mi salì in gola. Era arrivato il momento. Lo avrei rivisto. Davvero. E lui avrebbe visto me. Udii qualche parola a voce un po' troppo alta, poi il silenzio. Mi feci coraggio e, quando varcai la soglia del soggiorno, venni trafitta da uno sguardo carico di odio. Eppure, per un attimo, quell'intensità vacillò quando si soffermò su di me. «David, lei è Alyssa. Ti avevo detto che sarebbe venuta, ricordi?» Osservai il ragazzo davanti a me. Era come l'avevo intravisto quel giorno; ma ora potevo distinguere ogni dettaglio: i tratti del bambino con cui avevo giocato e quelli nuovi, più duri, più oscuri, che non appartenevano a un volto così bello. David era più alto di me di almeno dieci centimetri, con un fisico asciutto e ben delineato. I capelli biondi, corti e ribelli cadevano senza ordine, e i suoi occhi verdi — mutati, ma ancora vivi — ardevano come li ricordavo. Verdi come l'erba d'estate, ma velati dalla vita. «Ciao, David.» Come mi era stato detto, non mi avvicinai né tentai di porgergli la mano. Rimasi immobile. Lui, dopo aver lanciato uno sguardo a Oscar, quasi a cercare conferma, fece un passo avanti. «Alyssa?» ripeté, e sentire il mio nome sulle sue labbra mi fece tremare. «Sì... cioè, oddio... sono cambiata così tanto? Non ho mai nemmeno cambiato colore di capelli. Forse qualche chilo in più... troppi?» Sembrò spiazzato. Guardò di nuovo Oscar e, quando tornò a fissarmi, lo vidi accennare un sorriso. «No! Cioè... sì, ma no. Dio... ok. Benvenuta. Anche se non credo sia stata una buona idea per te venire qui. Non ti si addice.» Mi superò. Io mi girai. «Chissà!» risposi. Si voltò un attimo a guardarmi, poi entrò nella sua stanza. Sospirai, fissando Oscar, che sembrava aver trattenuto il respiro per minuti interi. «Non mi ha sbranata. Lo farà con te, vero?» «Probabile. Ci sono abituato. Dobbiamo dargli tempo. È la prima novità dopo anni... la prima persona che entra qui per restare. Se sentirai delle urla, fai finta di niente, d'accordo? Mettiti le cuffie.» Annuii e tornai in camera. La giornata era finita. Avevo cenato con un panino prima dell'arrivo di David, per non appesantire subito l'atmosfera con la mia presenza a tavola. Così chiusi gli occhi nella mia nuova stanza, in una casa sconosciuta: bella come una rivista, oscura come la notte.
La mattina seguente avevo l'aspetto di uno zombie. Non avevo chiuso occhio. La mia mente non riusciva a liberarsi della sua immagine, né della tensione che era calata nella stanza nel momento stesso in cui mi aveva vista. Certo, con Oscar avevo recitato la parte della ragazza tranquilla, ma se qualcuno avesse provato ad ascoltare il mio cuore, lo avrebbe sentito battere come un treno in corsa. Avevo immaginato il nostro incontro per mesi, in mille sfumature diverse. Quello sguardo ostile, all'inizio, mi aveva spiazzata. Poi, però... avevo colto una speranza, flebile, quasi impercettibile, e mi ci ero aggrappata. Ora arrivava un altro punto fondamentale. O forse due. Il primo, probabilmente il più semplice — anche perché, in fondo, non mi importava molto — era la scuola e i nuovi compagni. Essere una nuova arrivata all'ultimo anno di liceo non era certo facile. I gruppi, le amicizie... tutto sarebbe già stato consolidato. Io sarei stata un corpo estraneo, un elemento di disturbo. Ma non mi importava. Mi sarebbe bastato un quieto vivere. L'altro... era David. Adesso lo avrei rivisto. Saremmo andati a scuola insieme? Mi avrebbe evitata? Avrebbe odiato fin da subito la mia presenza nei suoi spazi? Sospirai. Dopo una doccia gelata, una veloce sistemata e aver indossato la divisa, scesi in cucina. Erano già al tavolo. «Buongiorno!» annunciai con tono fin troppo serio, sedendomi e sentendomi immediatamente osservata. «Alyssa... tutto bene?» Fissai Oscar, poi David, che però sembrava sorpreso quanto me e non disse nulla. «Il letto non andava bene? Il cuscino? La stanza è rumorosa? Certo, è quella laterale... forse avrei dovuto darti la mia. No, aspetta, magari faceva troppo caldo o troppo freddo, o era umida... non avevo arieggiato prima del tuo arrivo...» Continuò senza fermarsi. Io cercai di rispondere, ma non ci riuscii. Poi, improvvisamente, il tintinnio secco di un cucchiaino sul tavolo. Oscar si voltò verso David. «Dio... respira! E, per favore, lasciale il tempo di rispondere. La stai tartassando.» Sorrisi. Quando guardai David, lui, quasi imbarazzato, abbassò lo sguardo. «Sto bene. E lo avrei detto subito, se così non fosse stato. Oscar... è una stanza, in una casa. A meno che, per qualche motivo assurdo, non ci siamo trasferiti sull'Everest durante la notte, la temperatura era perfetta. Ho solo finito tardi di sistemare le cose... e ho un po' d'ansia da primo giorno.» «Oh... giusto... scusa. Meglio fare una buona colazione. La colazione è il pasto più importante della giornata.» Davanti a me comparvero tre cornetti e tre confezioni di biscotti. Poi si alzò, lasciandomi sola con David. «Mi vede deperita?» provai. Nessuna risposta. «Sa che abbiamo la pausa pranzo?» tentai di nuovo. Finalmente mi guardò. I brividi arrivarono, come sempre... ma sparirono subito. «Non farci caso. È solo iper-ansioso.» Annuii, mordendo un cornetto vuoto. Poi mi feci coraggio. «David... andremo a scuola insieme?» Si irrigidì, senza voltarsi. « Non ti aspetterai mica che ti faccia da accompagnatore. Non mi ricordo nemmeno di te... e non ho ancora capito perché tu sia qui.» Mi alzai lentamente. «Lo capisco. E non voglio darti problemi. Solo per oggi.» «Credo sia meglio di no. Tanto temo saremo in classe insieme. Lì ci vedremo. Almeno, così ha detto Oscar.» «Ah... solo che... non so dove sia la scuola.» Si voltò di scatto. «In che senso?» «Il trasloco è stato veloce. I miei sono partiti prima e non hanno avuto tempo di accompagnarmi. Da domani ti prometto che non ne avrò bisogno, ma oggi... potresti evitare che finisca in Cina.» Lo vidi sospirare, poi mi superò. «Ok. Sbrigati. Partiamo tra dieci minuti. A piedi.» Annuii e corsi in camera a prendere le mie cose, sotto lo sguardo sbigottito di Oscar. Era un piccolo passo. Uno di quelli che sembrano nulla. Avrei scoperto che, con David, a ogni passo avanti ne corrispondevano tre indietro. Quando uscimmo, osservai la zona. Una strada laterale, tranquilla. Ma bastò girare l'angolo per imboccare un viale ampio. «Stammi dietro!» mi richiamò. Accelerai, trotterellando accanto a lui. «Scusa... cerco dei punti di riferimento. Non sono mai stata qui.» «Dove stavi prima?» «Nella zona ovest della città accanto. Cioè... ultimamente.» Esitai, guardandolo. «È complicato. Mio padre è sempre in giro, mia madre lo segue quasi sempre... e io resto sola come un cane. L'unica amicizia? Il portiere del palazzo. Un signore sui settant'anni, che mi chiamava come sua nipote.» Feci una pausa. «Sono qui per questo. I miei staranno via per mesi. E anche se i diciotto anni sono vicini...» «La solitudine pesa.» Lo guardai. Lineamenti perfetti, sguardo duro... e triste. «Non ho molti amici.» «Strano.» «Non lo è, se la maggior parte delle persone si avvicina a te solo per arrivare a tuo padre. Tu diventi un mezzo... qualcosa che non vedono davvero. Ci sono abituata. Ma non smette di fare male.» «Anche da piccola eri spesso sola. Al parco ti trovavo sempre così.» Quasi inciampai. Ma restai composta. Si ricordava. «Già... forse è iniziato tutto dalla culla.» Lui sorrise appena, passando una mano tra i capelli. «Non ti farai molti amici, se starai con me.» «Non importa. Io scelgo con chi stare. E ho imparato una cosa: tutti indossiamo una maschera. Una corazza. Se qualcuno avesse il coraggio di guardare oltre... capirebbe davvero chi ha davanti. Io sono qui. Se qualcuno vorrà conoscermi davvero, bene. Altrimenti... affari loro.» David si fermò, fissandomi per qualche secondo, visibilmente spiazzato. Io feci un paio di passi, poi mi voltai. «Manca molto?» Scosse la testa, indicando davanti. «Siamo arrivati.» Alzai lo sguardo. «Oh...» «Ci sei davanti.» «Non l'avevo visto.» «E cosa stavi guardando?» Sorrisi, senza rispondere. Non gli avrei certo detto che stavo guardando lui. Varcammo il cancello. «Saresti andata dritta?» chiese. Arrossii. «Probabile.» «Ti saresti persa davvero.» «Te l'avevo detto!» Poi si fermò. Il cortile era pieno. E tutti ci stavano guardando. «Vai. Terzo piano, aula sette.» Annuii, ma mi fermai poco dopo l'ingresso, davanti alle scale. Ne scelsi una a caso. «Alyssa!» Mi bloccai. «Che c'è?» «Dove stai andando?» «Terzo piano.» Indicò i cartelli. «Prime e seconde. Terze e quarte. Le quinte... di là. Spiegami come fai.» «Scarso senso dell'orientamento. Mi perdo ovunque. Anche nei luoghi chiusi. Mea culpa.» Sospirò. «Andiamo.» Alla fine mi accompagnò fino in classe. Entrammo insieme... ed esplose il silenzio. Tutti ci guardavano. Un ragazzo si avvicinò. David fece un passo indietro. «Sei la nuova, vero?» sorrise. «Bene, meno male che sei un bel bocconcino!» Sgranai gli occhi. «Scusa?» Appena cercò di avvicinarsi, arretrai e David avanzò. «Vai a sederti là, accanto a Maia», impose serio. Fissai il posto e la ragazza indicatami, che timidamente mi salutò con una mano. «Cosa vuoi, David? Tu non le guardi neanche, le ragazze, no? Tu non guardi nessuno. Cosa vuoi dalla nuova?» Non lo lasciai nemmeno finire. «Io vivo con lui» lo interruppi, facendo sobbalzare David accanto a me.. «Scusa?» chiese qualcuno. «Alyssa Martini. Piacere. Sono ospite a casa sua per l'ultimo anno di liceo.» Mi sedetti, mentre lui — cercando di non farsi notare — accennava un sorriso. La giornata passò veloce. A pranzo, tutti mi fissavano. Tre ragazze si sedettero con me. «Vivi davvero con lui?» mi chiese una ragazza dai capelli rossi, fissandomi. Io afferrai una patata e annuii. «Sono ospite da Oscar.» «Scusa, come mai?» «I miei sono fuori e sarei rimasta sola.» «Non avevi di meglio?» La fissai, stranita, e da lì partirono una raffica di racconti da film horror: David che ignorava tutti, e tutti ignoravano lui, fin dal terzo anno, da quando si era trasferito; David che aveva picchiato almeno sei ragazzi della scuola; David che aveva distrutto attrezzature sportive. Finii il pranzo con un nodo alla gola, ma poi prestai più attenzione a quello che dicevano. Nonostante tutto, continuavano a raccontare della sua bellezza, di quanto fosse uno spreco che fosse diventato un “teppista”. Poi arrivò la domanda fatidica: «Tu sai cosa gli è successo? Sappiamo che non vive con i suoi, ma nessuno sa perché. Chi è il suo tutore?» Ingurgitai l'ultimo boccone e scossi la testa. Certo, come no... sarei stata io a raccontarlo. «Comunque, Alyssa, se vuoi vivere un buon ultimo anno, stai il meno possibile con lui. Potrebbe farti del male.» Alzai lo sguardo. Era lì, appoggiato alla porta che dava sul cortile, con due ragazzi dall'aria poco raccomandabile. Aveva una sigaretta tra le dita, anche se spenta. Quando i nostri occhi si incontrarono, guardò le ragazze che erano con me, poi si voltò. Finito il primo giorno, presi i moduli che la segreteria mi aveva dato da compilare e, con lo zaino in spalla, uscii trovando il cortile quasi vuoto. Ero in ritardo di almeno mezz'ora rispetto all'uscita generale. Avanzai guardandomi intorno, appena fuori dal cancello, e poi lo sentii. «Sono qui.» Mi voltai e, vedendolo appoggiato a un albero, gli sorrisi. Lui sembrò quasi sorpreso. «Mi hai aspettata? Grazie!» «Ho avuto la sensazione che ti saresti persa.» Sorrisi. «No... forse sì. Di là?» «No, di là», disse indicando la strada. «Ricordati il negozio di caramelle.» Annuii e abbassai lo sguardo. «Non è andato bene il primo giorno?» chiese. «Hai fatto amicizia... comunque?» Capii quel “comunque” e decisi di non soffermarmici. «Tutto bene. Però devo chiedere un favore a Oscar.» «Che tipo di favore?» «Per i moduli. Ho... beh, sembra sciocco, ma mi sono iscritta con il cognome di mia madre. Non volevo che i ragazzi sapessero quello di mio padre. Pensi che possa aiutarmi a sistemare questi documenti? Chiedono entrambi i cognomi.» Lui li prese, li sfogliò e poi annuì. «Se c'è qualcuno che può farlo, è Oscar. Non preoccuparti. Per il resto?» Sorrisi. «Maia è simpatica. Ottima compagna di banco. All'inizio c'era un tipo un po' inquietante, ma per il resto... direi interessante. Ho già raccolto storie... molto interessanti.» David mi fissò a lungo e, quando capì che non avrebbe ottenuto altro, si rimise a camminare. «Sei strana, proprio come ti ricordavo.» Lo superai e poi mi voltai verso di lui. «Allora ti ricordi di me! Bugiardo!» Sorrisi. «E tranquillo... nel frattempo sono diventata ancora più strana.» Quando arrivammo a casa, Oscar era in piena agitazione. Ci riempì di domande senza fermarsi un secondo e, alla sedicesima, sia io che David mollammo il giardino, fuggendo nelle rispettive stanze e lasciandolo lì, con altre mille domande pronte. |
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