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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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Demonic Vengeance
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Sono morta e risorta molte volte. Ogni volta è stato diverso. Pieno di gioia, sorpresa, sofferenza; inatteso o atteso. Generato da me o imposto da altri. Temo, però, che ce ne saranno ancora. Che altre sofferenze, altre gioie, altri dolori mi attendano. Che la realtà e la verità siano ancora lontane. E che il mio lieto fine non sia mai stato nemmeno preso in considerazione, in questo strano libro dell'orrore che è stata la mia vita.
Come tutti, sono nata. Sognata, voluta, amata. Di quella nascita non ricordo nulla, solo le foto scolorite e i filmini che ne immortalavano i passi. Ricordo ancora i sorrisi intravisti, le risate cristalline che coglievo nei filmini che mia madre, imperterrita, continuava a farmi vedere ogni vigilia di compleanno, come se avesse paura che me ne dimenticassi, che potesse dimenticarsene lei, che svanissero come neve al sole. Al mio sesto compleanno tutto ciò in effetti svanì. Quello fu l'ultimo anno di filmini, di risate, di gioia, di vita normale. Per il mio settimo compleanno non ci furono riprese sfocate da rivedere davanti alla TV tra risate e popcorn né foto scolorite sparse sul tavolo. Dieci giorni prima del mio compleanno, lo ricordo benissimo ancora oggi, mi trovavo a scuola, come ogni mattina. Quel giorno, avevo freddo, anche se fuori, essendo aprile, le giornate si stavano riscaldando sempre di più. Mia madre mi avvolse nel suo poncho azzurro e mi depositò davanti all'ingresso della scuola, dove io con riluttanza la salutai, stringendo più forte il mio giacchetto di pelle verde per coprirmi dal vento. In classe, seguii svogliatamente la lezione. Non ricordo, dopo l'intervallo, che cosa avessimo fatto, né quello che la maestra cercò di insegnarmi. Quando la campanella suonò, mi sedetti al tavolo. Sentivo un dolore sordo in tutto il corpo e appoggiai la testa sul banco freddo. Non so per quanto restai lì. Fu la mano della maestra sulla mia spalla, insieme alle risate dei miei compagni, a risvegliarmi e a farmi alzare in piedi. Sentii le sue parole ovattate, lontane. Poi avanzai di un passo. «Signora maestra, perché non la sento?» urlai forse un po' troppo e la vidi bloccarsi e fissarmi. «Elettra.» Riconobbi il mio nome sussurrato tra le sue labbra, ma non percepito dalle mie orecchie. Poi qualcosa mi attirò verso il basso, verso il pavimento, che colpii duramente con la testa. Quello fu l'ultimo dolore che sentii, prima di risvegliarmi in un letto anonimo, freddo e dalle lenzuola ruvide. Quando aprii gli occhi, trovai mia madre e mio padre immobili, in piedi ai lati del letto, come due colonne pronte a proteggermi. Quando lei si accorse che ero sveglia, mi si gettò tra le braccia, stritolandomi. «Dio Elettra, mi hai spaventato» e poco dopo, le braccia forti di mio padre presero il loro posto. «Cosa è successo mamma?» e lei mi accarezzò i capelli e solo allora, quando cercai di allungare una mano verso di lei, notai la flebo attaccata al mio braccio e iniziai a spaventarmi. «Va tutto bene tesoro, devono solo farti alcuni esami per capire perché sei svenuta» e ricordai non solo l'evento, ma anche la botta. Allungai la mano libera e tastai la fronte, trovandoci un bel cerotto. «Non è niente, non ti hanno messo neanche i punti, solo un piccolo taglietto. Ti fa male?» Scossi la testa, facendo svolazzare un po' la frangetta e cercai di sorridere. «Sto bene mamma, davvero, ho solo un po' freddo» e vidi mio padre correre all'armadietto e afferrare una coperta, sistemandomela sulle gambe. «Perché hai un po' di febbre, Elettra. Forse è una brutta influenza o qualche infezione. Vedrai che con una bella cura e tante coccole a casa starai benissimo.» E mi accarezzò i capelli neri, legandoli dolcemente con un elastico. Come accade a ogni bambina, qualunque cosa dica tuo padre, tu ci credi. Ne sei certa. Lui era il tuo eroe, il tuo re, il tuo primo amore. Quella volta però si sbagliava, si sbagliava davvero. Dopo sei giorni di mille esami e mille prelievi, iniziai a sentirmi meglio. Non sentivo più quel freddo terribile invadermi le ossa e non avevo più brividi che mi percorrevano tutto il corpo, così come quei dolori sordi e perenni. Certo le medicine e i mille aghi che mi avevano trafitto non mi erano piaciuti, però avevo ripreso a mangiare e avevo anche appetito. La degenza era stata più lunga del previsto, tuttavia ero in stanza con un'altra bambina della mia età, dai corti capelli rossi e con lei, grazie alla stanza dei giochi, in fondo al corridoio, passavamo ore spensierate. Credevo, speravo che sarei uscita lì a breve, che qualsiasi cosa mi avesse colpito, fosse sparita, invece cambiai idea quella mattina stessa. Mi alzai e come al solito, dopo i prelievi e la colazione, mi diressi nella stanza dei giochi. Anna era stata portata via per degli esami e mi ritrovai sola. Per alcuni minuti restai lì. Poi udii, in lontananza, delle voci familiari. Sbirciai dalla porta e scorsi i miei genitori intenti a parlare con il dottore. Stavo per correre verso di loro, solo che appena indossai le ciabatte e alzai la testa, vidi mia madre affossare la testa tra le mani e lanciare un urlo, per poi piangere disperata. Mio padre l'abbracciò di slancio, mentre il dottore, serio, appoggiò sulla sua spalla una mano. Nel silenzio del corridoio, ascoltai una sola frase. «Mi dispiace, non ci fermeremo, faremo di tutto per non perderla, però dovete essere preparati al peggio» e quando se ne andò, restai immobile. Come un automa, iniziai ad avanzare verso di loro che però non mi videro. Erano disperati, distrutti, in lacrime uno nelle braccia dell'altro. Malgrado il fatto che avessi solo sei anni, avevo capito quella frase. Non stavo bene, non stavo guarendo, non mi sentivo meglio perché potessi tornare a casa come nulla fosse. Ero malata. Qualcosa di grave, qualcosa che rischiava di farmi perdere tutto. «Mamma, papà» sussurrai e loro sobbalzarono. Mia madre mi fissò per un attimo e poi, inginocchiandosi, mi abbracciò forte. «Elettra! La mia piccola e dolce bambina» e non disse poi più nulla. Io invece non riuscii ad abbracciarla. Rimasi lì, immobile, con le braccia lungo i fianchi, senza muovere un muscolo. Solo dopo riuscii ad alzare lo sguardo verso mio padre. Lui mi fissò un attimo e poi agì. «Laura lasciala, così la spaventi» e mentre lei mi accarezzò i lunghi capelli neri, annuì, tirò su col naso e mi fissò. «Scusa tesoro, la mamma è solo un po' stanca» però io sapevo che non era vero e non volevo che loro mi mentissero. «No!» urlai, allontanandola e lei cadde seduta per terra. «Non è vero. L'ho sentito, sai. Non sono piccola io. Lui... ha detto che lotterà per non perdermi, quindi sono malata.» E mentre mia madre mi fissava con terrore, mio padre fece il re, l'eroe. Si inginocchiò davanti a me, afferrandomi per le spalle. «Ok, Elettra, hai ragione, scusaci. Sai, siamo un po' spaventati. Non è influenza, è altro, qualcosa di brutto che scorre nelle tue vene, però il dottore ha ragione: noi lotteremo per tenerti qui con noi. Tu lotterai con noi?» e annuii soltanto, abbracciandolo forte. «Non voglio andare via» sussurrai a un suo orecchio e lui mi strinse più forte. «Non andrai da nessuna parte tesoro.» Mi sentii sollevare e in braccio a mio padre, tornai verso la mia stanza. Quando mi adagiò sul letto, notai le mie cose in una borsa. «Vado via?» e mia madre, ripresasi un po', si avvicinò. «I dottori dovranno decidere la terapia, devono ancora avere altri risultati. Torneremo qui lunedì tesoro. Adesso andiamo a casa, c'è il tuo compleanno da festeggiare no?» e cercò con parecchio sforzo di farmi un sorriso. Non so perché lo feci o lo dissi, mi venne naturale. Allungai una mano e la strinsi forte alla sua. «Alla fine andrà bene, mamma. Sarò forte.» E lei annuì. Riprese nel sistemare le mie cose nella grande borsa con gli unicorni rosa e in quel momento entrò la mia compagna di stanza con sua madre. Come ogni volta che le vedevo insieme, sorridevo. Erano identiche. Capelli corti e rossi per entrambe, naturali e un viso contornato da lentiggini. Appena lo sguardo di mia madre incrociò quello della madre di Anna, tra loro passò un messaggio silenzioso, che solo le mamme potevano cogliere. Le vidi avvicinarsi e abbracciarsi forte. «Laura, cosa succede? Dio non dirmi che anche tu...» e staccandosi vidi mia madre asciugarsi gli occhi. «Cosa vuol dire anche tu, Simona?» Entrambe lanciarono uno sguardo alle figlie e uscirono all'esterno, dove potevo però ancora vederle. Vidi Simona, scuotere la testa e poi piangere di nuovo, abbracciate. Io e Anna, eravamo tutte e due malate. Quando mio padre finì di vestirmi, saltai sul letto di Anna. «Vado a casa per un paio di giorni, dovrò stare tanto qui, sono malata» e lei appoggiò il libro sulle gambe. «Lo temo anch'io, Elettra, non posso uscire. Ti aspetterò qui, ok?» E anche se eravamo spaventate, anche se eravamo in un posto terribile, sapere che saremmo state insieme ci dava forza. Mio padre mi afferrò per mano e ci incamminammo. Salutai la madre di Anna e, a metà corridoio, la sentii urlarmi contro: «Buon compleanno». Sorrisi e, con uno spirito mesto e sconsolato, tornammo a casa.
Quel compleanno non fu come tutti gli altri. A casa i miei sobbalzavano per ogni squillo del telefono, temendo forse che i risultati attesi potessero peggiorare la situazione, costringendomi a tornare di corsa in ospedale. Quando poi, dopo tre giorni, decisero comunque di festeggiare il mio compleanno, l'atmosfera in casa risultò assurda. La casa si riempì di persone e io, che mi sentivo bene, cercai di non pensarci. Però mia madre e mio padre passarono tutta la festa a spiegare a chiunque cosa mi fosse successo e, dopo ciò, lo sguardo che mi rivolgevano era diverso, mutato. Ci leggevo dolore e sofferenza, mentre io volevo solo ridere e giocare. Quando ci fu il taglio della torta, ne fui quasi felice e, quando m'infilai nel letto, ero in estasi per la fine di quella giornata. Non sapevo, però, che da allora il giorno del mio compleanno sarebbe diventato sempre più strano, sempre più doloroso, per tutto quello che non avrei mai più avuto, per una vita che mi era stata comunque strappata via.
Quando il lunedì tornai all'ospedale, trovai Anna attaccata a una flebo dall'aspetto azzurrino e con un colorito da paura. Era pallida come uno straccio. Con poca fatica mi salutò, alzando con difficoltà il braccio, poi chiuse gli occhi e si addormentò. Iniziai ad avere paura. Quando indossai di nuovo il mio pigiama con i gatti neri e mi infilai nel letto, apparve il medico nel suo camice arancione. Mi sorrise e, come al solito, ricambiai, osservando le sue folte sopracciglia sollevarsi e abbassarsi: riuscivano sempre a strapparmi un sorriso. «Ciao Elettra, ben tornata. Adesso ci occuperemo meglio di te, ok?» Annuii poco convinta e mi distesi nel letto. Poco dopo entrò un'infermiera che mi sorrise; tuttavia, in quel sorriso non ci vidi niente di positivo: i suoi occhi erano freddi, glaciali. La osservai maneggiare la flebo, asettica, senza mai guardarmi. Era dello stesso colore e della stessa consistenza di quella di Anna e, per tutto il tempo, non staccai mai gli occhi dalla sua lunga treccia candida, che le ballonzolava sui fianchi da quanto era lunga. Quando il liquido iniziò a entrare dentro di me, sentii freddo e tremai, per poi addormentarmi leggermente, come stordita. Quando riaprii gli occhi, mia madre era accanto a me e mi accarezzava la frangia. «Ciao tesoro, come ti senti?» Strizzando gli occhi, guardai verso la finestra, dove il sole filtrava leggermente. «Stanca, mi fa fatica muovermi, mamma. Anna come sta?» La vidi voltarsi e, seguendo il suo sguardo, notai il letto vuoto. Mi agitai, mia madre intervenne immediatamente. «Non preoccuparti, Anna ha risposto bene alla terapia sperimentale ed è passata alla fase successiva, in un altro luogo, dove speriamo tu possa andare presto. Elettra, domani arriveranno i controlli dei primi quindici giorni e, se tutto va come spera il dottore, anche tu andrai da lei.» E, anche nel dormiveglia che mi avvolse di nuovo, immagazzinai la notizia che più mi incuriosì. Quindici giorni: erano già passati quindici giorni? Eppure io avevo appena chiuso gli occhi, occhi così pesanti che cedetti di nuovo al buio. Quando però li riaprii, non so bene quando, stavo meglio. Non benissimo, certo, però sentivo di nuovo il mio corpo, percepivo ancora il mondo intorno a me e, dal sorriso felice di mio padre, poco dopo capii anche il perché. «Elettra, ti senti bene?» Annuii. «Lo sai che la cura funziona? Certo, la strada è ancora lunga: ti trasferiranno in un'altra clinica, partiremo domani. Non preoccuparti, noi saremo sempre lì con te, ok?» Sorrisi, felice e speranzosa. Io stavo lottando per loro, per me, perché volevo vivere. Quando il giorno dopo venni spostata su una lettiga e poi su un'ambulanza, persi il conto di quanto durò quel viaggio, chiusa nell'asettica ambulanza con mia madre che non abbandonò mai la mia mano e mio padre seduto di fronte. Non so dove giungemmo, malgrado ciò, quando osservai il panorama all'aperto, non potei non notare le fredde montagne piene di neve che ci circondavano e il freddo pungente che mi attanagliò. All'interno di quella che mi apparve come una bellissima clinica di alto livello, venni sistemata in una grande stanza tutta per me. Oltre al letto, c'erano un armadio a più ante, un armadietto d'acciaio chiuso con un lucchetto e una finestra con grandi sbarre d'acciaio. Non c'era nient'altro, niente che scaldasse un po' quel posto. Mia madre sistemò le mie cose nell'armadio e poi mi lasciò sola in quella grande stanza. Osservai un po' in giro, poi il mio sguardo cadde sul mio braccio, nel punto in cui avevo fino alla mattina la flebo. La pelle era nera e livida e, stranamente, le vene intorno erano violacee. Non sentivo dolore, però quel colore innaturale continuava su per il braccio e, alzando l'altro, le notai anche lì, anche se non mi avevano inserito nessuna flebo. Passai i due giorni successivi, impegnata in vari esami e controlli. Persi il conto dei prelievi. Mi fecero TAC, risonanze, raggi e strani tamponi dalla bocca. Mentre mia madre osservava tutto con timore, abbracciata a mio padre, l'infermiera che mi aveva seguito dall'ospedale pareva soddisfatta. Anche questa volta non mi rivolse mai la parola. La mattina del terzo giorno arrivò un nuovo medico, serio, nel suo camice bianco. «Salve, io sono il dottor Meucci, tu devi essere Elettra giusto?» «Sì», risposi un po' in suggestione. Il medico era alto sul metro e novanta, con capelli biondi, ricci, che non avevano una piega ben precisa e vagavano per i fatti loro sulla sua testa, toccando appena le spalle e profondi occhi neri. «Da oggi inizieremo la seconda prova della cura sperimentale. Non dovete preoccuparvi, penseremo noi a tutto. Speriamo solo che il suo corpo accetti il preparato.» Detto ciò, se ne andò. I miei, inebetiti, gli corsero dietro per fargli alcune domande, ma non credo ricevettero risposta, dato che riapparvero quasi subito. Li sentii parlottare tra loro, ma vennero interrotti dall'ingresso di tre infermiere che attaccarono al mio braccio una flebo color cremisi, insieme a un'altra dallo strano colore azzurrino. Subito dopo, una di loro inserì nella flebo il liquido di una siringa trasparente. Quando il tutto raggiunse il mio corpo, fu come essere stata colpita da un fulmine. Percepii di colpo una scossa elettrica invadermi il corpo e il mio urlo riecheggiò nella stanza. L'ultima cosa che vidi, fu mia madre urlare e poi tutto divenne buio.
Capitolo IV
Fui consapevole di galleggiare nel vuoto. Non percepivo quasi nulla di ciò che stava succedendo intorno a me, non riuscivo neanche ad aprire gli occhi; era come se niente del mio corpo mi appartenesse più o mi rispondesse. Fu un attimo, un comando, un desiderio, e tutto riprese forma, come se nulla fosse mai successo. Qualcosa però era successo. «Mamma», chiamai e, quando i miei occhi la videro, notai i capelli neri più corti. Sorridente, mentre i suoi occhi stanchi si riempivano di lacrime, me la ritrovai addosso, stretta forte a me. «La mia piccola guerriera. Matteo...» Poco dopo anche mio padre, commosso, mi abbracciò e allora lo dissi. «Mi sento bene, mamma» e, mettendomi seduta, osservai i miei, abbastanza sconvolti, allungare una mano e premere il pulsante delle chiamate. Quando l'infermiera arrivò, neanche entrò in stanza, sorrise e se ne andò via. «Mamma, i tuoi capelli...» e accarezzai le punte corte sulla sua testa, mentre lei divenne seria. «Elettra davvero ti senti meglio?» «Sì, questa cura mi piace, è rapida e...» ma mio padre scosse la testa. «Tesoro, ascolta, la cura pare stia facendo effetto, solo che tu hai dormito per molto tempo. Non un sonno perenne; diciamo che sei stata incosciente per la maggior parte del tempo» e lo fissai senza capire. «Sei stata addormentata per più di un anno», e sgranai gli occhi. «Un anno?» chiesi ingenuamente. «Quindi adesso ho otto anni, quasi nove?» e tutti e due sorrisero. «Sì, recupereremo il compleanno che ti sei persa, faremo una grande festa.» E mentre anch'io sorridevo, la mia concentrazione venne catturata da altro. «Lui sta arrivando», dissi, osservando la porta. I miei si voltarono, non capendo, poi entrambi videro il dottore Meucci avanzare nella stanza. «Bene, la bella addormentata si è svegliata e direi che stai molto meglio.» Mi osservò restando però staccato da noi, senza avvicinarsi al mio letto. «Adesso faccio due chiacchiere con i tuoi e tu invece vai con l'infermiera per alcuni esami, ok?» e, mentre questa rientrò con una sedia a rotelle, lui uscì con i miei. «Su, piccola, fammi vedere se riesci a sederti qui», e indicò la sedia. Io non ci pensai molto e saltai giù dal letto, sedendomi sulla sedia a rotelle, senza rendermi conto che, dopo un anno di immobilità, avrei dovuto avere qualche difficoltà nel farlo. Lei invece sorrise e mi accarezzò la testa, soddisfatta. Lei sapeva. Lei lo sapeva.
Capitolo V
Passai la giornata in una sala asettica e ultramoderna, colma di macchinari di ogni tipo. Mi sottoposero a esami e controlli su tutto: sangue, pelle, muscoli. Quando rientrai nella mia stanza, trovai mia madre in lacrime, intenta a nasconderle appena mi vide. Si sedette sul letto accanto a me e, come sempre, mi accarezzò la fronte. «Tesoro, la cura funziona.» Sorrisi, felice. «La malattia sta regredendo e adesso dovrai affrontare altri passi. Dovrai essere molto forte.» «Perché?» chiesi, impaurita, mentre mio padre si sedeva accanto a noi, spiazzandomi. «Noi dovremo andare via per un po'.» Appena lo disse, mi tirai su di scatto sul letto. «No. Perché? Non voglio restare qui da sola.» «Elettra, devi fare delle cure che abbasseranno le tue difese immunitarie e non potrai avere contatti con nessuno. Potremmo portare qualche batterio e farti stare peggio. Appena ci diranno che possiamo tornare, correremo da te. E non sarai sola, capito? Anna è qui, e ha iniziato la terapia prima di te. Cercheremo di ricontattare sua madre, così potrete stare insieme e forse, tra un po', dividere di nuovo la stanza.» Mi asciugai gli occhi e scossi la testa. «Non mi piace qui. Non mi piacciono loro. Sono freddi, cattivi e...» Mio padre mi fece voltare verso di lui e mi fissò serio. «Qui stanno solo facendo il loro lavoro per aiutarti. Non sei più una bambina. Hai quasi nove anni, devi essere forte, così tornerai a casa e tutto questo finirà. Va bene?» Mi feci forza e annuii, poco convinta, consapevole di non avere scelta. Quando, la mattina seguente, mi salutarono, la mia infanzia finì in quell'istante. Né loro né io lo sapevamo allora, ma da quel momento tutto sarebbe cambiato. Da lì in poi, nessuno avrebbe più riavuto la propria vita. Non avrei più rivisto Anna. Non saremmo più state insieme. Da allora avrei conosciuto solo dolore e sofferenza, seguiti da una consapevolezza sempre più feroce. Più loro mi ferivano, più io diventavo forte.
Capitolo VI
Aprii gli occhi e tornai al presente, scacciando il passato. Allungai una mano verso l'alto e scorsi il sangue. La ferita sull'avambraccio era profonda e sanguinava molto, però non mi avrebbe certamente fermata. Avrei portato a termine il contratto in qualunque modo; solo, non mi aspettavo un nascondiglio così instabile, così logoro. Allungai la mano verso il coltello, caduto poco lontano da me, e sentii il marcio pavimento di legno cedere sotto il mio peso. Quando atterrai, percependo come degli aghi penetrarmi nella carne
Chiusi gli occhi e, quando li riaprii, osservai la trave colma di chiodi conficcata nella mia gamba destra. Mentre la ferita al braccio continuava a sanguinare, la strappai via. Inspirai a fondo e comunicai col mio corpo. Percepii con chiarezza la pelle della gamba rimarginarsi e, quando abbassai lo sguardo sul braccio, vidi il proiettile fuoriuscire dalla carne, cadere a terra e rotolare via. Infilai il coltello nella custodia sulla schiena e sentii dei passi avvicinarsi. Quel povero idiota doveva essere convinto di avermi fatta fuori. Mi sistemai a terra, con la schiena rivolta alla porta, poco lontano dal pavimento sfondato sopra di me e accanto alla pozza di sangue che avevo lasciato. Quando la porta si aprì, lo sentii ridacchiare. «Credevano davvero che mandandomi una bella bambolina mi avrebbero eliminata così facilmente. Che stolti.» Prima che potesse fare anche solo un passo, mi voltai di scatto e, quando i miei occhi incontrarono i suoi, vidi il terrore allargargli lo sguardo e un rigolo di sangue colargli dalla bocca. «Non sono una bambolina, idiota. E tu, adesso, sei morto. Non lascio mai un lavoro incompiuto.» Gli affondai il coltello nel collo. Quando il corpo si afflosciò, gli afferrai la testa, fotografai il suo volto cadaverico, inviai il messaggio al committente e, dopo aver verificato il trasferimento del denaro, uscii di lì e lo lasciai ai topi. Nel piazzale della rimessa abbandonata osservai i miei pantaloni, ormai da buttare, e strinsi il telefono tra le mani finché non si ridusse in polvere, nel vero senso della parola. Poi presi la strada di casa, bisognosa di una doccia e con un certo appetito. Quando misi piede in casa, gettai tutti i vestiti in un angolo e, sotto la doccia, lasciai che l'acqua si portasse via i ricordi di quell'ennesimo lavoro. Non che mi piacesse uccidere. Era solo un metodo rapido ed efficace per fare soldi, e le mie capacità erano troppo particolari per adattarsi a lavori più semplici. Cercavo di mantenere un profilo basso e di non farmi notare, consapevole di essere poco più che maggiorenne e del rischio di attirare l'attenzione su come riuscissi a vivere da sola e a mantenermi. Ma avevo scoperto presto che il resto del mondo adorava ignorare gli altri. Non sono in molti a voler aiutare chi è in difficoltà, e io lo avevo imparato anni prima sulla mia pelle. Mille volte avevo gridato aiuto, mentre mi infilavano aghi nelle ossa, mentre trapanavano da sveglia ogni parte del mio corpo, mentre mi staccavano la pelle senza anestesia. Ricordo ancora le mie urla. E le sue. Oh, Anna alla fine l'avevo ritrovata. Peccato non come speravano i miei. Era stata la mia vicina di stanza, sì, ma soprattutto la mia compagna di torture e sofferenze. E allora, per lei, provavo ancora qualcosa che somigliava all'affetto. Chiusi gli occhi e mi avviai verso la porta. Quando la spalancai, il ragazzo delle consegne quasi sobbalzò alla mia vista. «Oh, non avevo ancora suonato», esclamò sorridendomi e abbassando per un attimo lo sguardo sul mio accappatoio nero. «Ah... avrò sentito sbattere il portone d'ingresso. Quel portone è terribile.» Sorridendo, afferrai la borsa di carta con la mia cena, lo pagai e mi sedetti al tavolo. Aprii il pacco e divorai la mia bistecca da tre chili, al sangue. Quando finii, mi sentii subito meglio. Aprii l'accappatoio e osservai la gamba: la ferita era sparita. Lasciai scivolare il tessuto a terra e controllai anche il braccio. Guarito. In quella clinica sperduta nel nulla, che ancora non ero riuscita a ritrovare, mi avevano sì strappata a un male terribile e incurabile. Ma, nel farlo, mi avevano trasformata in altro. In qualcosa di mostruoso che, alla fine, perfino loro avevano iniziato a temere. Ero il loro progetto migliore, il risultato delle loro innumerevoli ricerche. Se con Anna avevano dovuto fermarsi, con me, con il mio corpo, non era andata così. Che cosa mi avessero iniettato, che cosa scorresse adesso nelle mie vene, restava ancora un mistero. Ma il ricordo delle loro urla mi conciliava ancora il sonno. E quella, in fondo, era stata solo l'inizio.
Mi adagiai sul letto, coprendomi solo con il lenzuolo. Fuori c'erano appena otto gradi: era ormai fine novembre. Io, però, non sentivo freddo, così come non sentivo caldo. Chiusi gli occhi e un ricordo tornò a imporsi nella mia mente: il giorno della mia terza rinascita. Perché se la cura mi aveva salvata, fu quel giorno che capii davvero cosa fossi diventata. Immobile, legata a una grossa catena, ero sommersa dalla neve fino alle ginocchia. Non che sentissi freddo, ma le catene mi costringevano in una posizione innaturale, piegata su me stessa, e vederli lì, immobili davanti a me, compiaciuti di ciò che osservavano, mi fece ribollire il sangue. Quando il piccolo ometto dagli enormi occhiali tondi si fece avanti e mi gettò addosso acqua bollente, quasi sorridendo, qualcosa dentro di me si spezzò. Alzai la testa e percepii qualcosa strisciare all'interno del mio corpo. Qualcosa che premeva per uscire, per liberarsi. Sentii i muscoli tendersi e, quando abbassai la testa, nella pozza ai miei piedi vidi qualcosa con il mio volto che, però, non ero io. I miei occhi erano completamente neri. Le vene del viso, adesso in evidenza, erano nere anch'esse e lo percorrevano interamente. Quando rialzai il capo, quel piccolo ometto arretrò terrorizzato. Con un unico strattone mi liberai delle catene e, quando udii le urla degli altri, sorrisi soddisfatta. Mi precipitai verso di loro, stringendo tra le mani la gola di uno di loro. Lo vidi spalancare gli occhi e poi glieli vidi esplodere come palline di neve. Ne volevo ancora. Volevo altro dolore. Ma qualcosa mi colpì alla schiena, una, due, tre volte. Le gambe mi cedettero e tutto divenne nero. Da allora tutto divenne più complicato. Passavo le giornate legata al letto, sotto pesanti sedativi. Sapevo che continuavano i loro esperimenti, anche se ormai avevano paura di me.
Mi girai nel letto e osservai la foto sul comodino. Loro mi risposero sorridendo. Allungai una mano, li accarezzai con la punta delle dita e sospirai. Non sapevano di avermi gettata in una gabbia di leoni famelici e, nel tentativo di salvarmi, avevano fatto di tutto. Solo che, quando lo fecero, la loro dolce bambina non esisteva più. Qualcosa aveva preso il suo posto. Qualcosa di oscuro. Qualcosa di mostruoso. Qualcosa che, in realtà, non avrebbe mai dovuto esistere. |
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