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Autore: Gioacchino Rosa Rosa
Titolo: Floris e l'asta degli omicidi
Genere Umoristico
Lettori 54
Floris e l'asta degli omicidi
Mi chiamo Floris.

Il mio nome è Floris, Floris e basta.
Ogni altra informazione su di me è top secret, coperta da segreto di Stato ed inaccessibile a chiunque tranne che ai massimi vertici dei Servizi segreti. E se per qualsiasi motivo veniste a conoscenza di informazioni che mi riguardano, fosse pure solo per aver letto questo libro, sappiate che la vostra vita è seriamente in pericolo.
In quanto alla mia, di vita, ve la raccomando! Vivo al cardiopalma tra intrighi internazionali alla Ken Follett, schizzi di sangue alla Stephen King e colpi di scena all'Agatha Christie.
Sebbene il mio aspetto volutamente trasandato possa far pensare che io sia uno sfigato che ciondola di bar in bar sperando di scroccare una birra a uno sconosciuto, nell'ambiente dei “Servizi” io sono considerato un vero fuoriclasse, un numero uno, uno che ha fatto la storia del controspionaggio.
Purtroppo, non sono sicuro che questo mio “stato di grazia” possa durare in eterno perché, nonostante la mia ferrea disciplina e il mio grande senso del dovere, sono pur sempre un essere umano e gli esseri umani non sono infallibili.
Il mio tallone di Achille è stato il narcisismo: ho imprudentemente scritto e pubblicato le mie memorie di agente segreto violando il giuramento di fedeltà e riservatezza con il quale mi ero impegnato a portare fin dentro la tomba il resoconto delle mie missioni speciali.
Il successo mi ha dato alla testa.
Non ho resistito alla tentazione di far sapere al mondo di aver parato il culo al Presidente del Consiglio Pier Lusconi evitandogli uno scandalo sessuale che lo avrebbe “mandato a puttane” in una modalità assai diversa da quella a cui lui e i giornali di gossip ci avevano abituati.
Ed ora, come se non bastasse, sto per rivelarvi tutti i retroscena dell'intricato caso di Fluente Capello e dell'asta degli omicidi online. Roba da corte marziale.
Non so cosa mi sia preso, ma mi pento amaramente di quello che ho fatto perché, nel nostro ambiente, queste cose non sono mai prive di conseguenze. Non mi spaventano il carcere, le percosse o le torture anche perché, grazie alla mia “analgesia congenita”, sono immune al dolore fisico, ma l'idea di essere sciolto nell'acido o di essere dato in pasto ai piranha dell'acquario di Genova ha turbato il mio buonumore e non mi fa fare sonni tranquilli.
Tuttavia, ho ancora una flebile speranza di cavarmela senza subire eccessivi danni. Ma perché questa speranza possa tramutarsi in certezza, ho bisogno della vostra completa collaborazione: non dovrete mai rivelare a nessuno il contenuto di questo libro e tantomeno parlarne sui social. Non dovrete pubblicizzarlo in nessun modo, e soprattutto, non dovrete regalarlo per Natale ad amici o parenti.
Dovrete lasciare che questo libro, come tutti i miei precedenti, scompaia dimenticato da Dio e dagli uomini tra i cestoni delle offerte speciali di qualche scalcinato Autogrill della Salerno Reggio Calabria in compagnia dei grandi successi di Raul Casadei e Fausto Papetti.
Questa storia dovrà restare un piccolo segreto tra amici.
Ci conto.

IL GENERALE ZENO ZACCARIA

Flavio Donati, l'uomo di fiducia del Presidente Pier Lusconi, mi precedeva lungo il corridoio che portava alla stanza del direttore dei Servizi, il Generale Zeno Zaccaria.
«Mi raccomando, Floris», mi suggerì Donati, «Zaccaria è un militare di carriera, abituato alla disciplina, alle regole, alla precisione, per cui, per favore, non fare l'americano, stai dritto e chiamalo Signore.»
«Tranquillo, Donati, la mia mente è un computer iperperformante, registra tutte le informazioni e le richiama automaticamente al momento giusto», risposi abbandonando la camminata alla John Wayne e mettendomi in tasca la gomma americana appena scartata.
Intanto, il Generale, affacciato ad una finestra che dava sul cortile della caserma, continuò a darci le spalle anche quando il suo attendente, con tono militaresco, annunciò il nostro arrivo per la seconda volta:
«Il dottor Donati e l'agente Floris, Signore.»
Nell'attesa che il Generale ci degnasse di uno sguardo, iniziai a guardarmi in giro per cercare indizi sulla sua personalità. Il soffitto, alto oltre quattro metri, era totalmente in ombra, mentre dalle finestre, posizionate come due grandi occhi sulla parete di fronte, penetravano sottili lame di luce nelle quali svolazzavano piacevolmente polvere ed acari.
Notai che non c'erano posaceneri in giro, segno evidente che il Generale non gradiva che si fumasse nella sua stanza. Ciononostante, un persistente puzzo di sigaro toscano mi fece intuire, oltre ogni ragionevole dubbio, che invece lui si fosse autocandidato ad essere l'eccezione che confermava la regola e che, quindi, fregandosene del suo stesso divieto, fumasse di nascosto alla finestra.
Notai anche che le pareti erano talmente tappezzate di attestati, diplomi, master e lauree poco attendibili, da impedirmi di scorgere la trama della carta da parati. Sempre che ci fosse, una carta da parati alle pareti. L'alternativa più probabile sarebbe stata la solita pittura verde tristezza di cui, negli anni Sessanta, il Governo Italiano aveva fatto un enorme stock per ridipingere tutte le pareti degli edifici pubblici, scuole ed ospedali compresi.
«Buon giorno, Generale», ripeté per la terza volta Donati, con voce ferma e decisa, con la speranza di catturare finalmente l'attenzione di Zaccaria.
«Quando ha finito di fumare, noi siamo qua, Generale, faccia pure con comodo, non abbiamo fretta, ci pagano anche se non facciamo niente», dissi a mia volta pensando di sciogliere il ghiaccio con una battuta cameratesca che, probabilmente, Donati, che mi fulminò con lo sguardo, non trovò così tanto esilarante.
«Accomodatevi, prego», rispose infine il Generale voltandosi verso di noi. «Floris, giusto? Lei si chiama così? Floris?» chiese all'improvviso scrutandomi con lo stesso sguardo carico di sdegno e disprezzo che riservava ogni venerdì sera alla zuppa di verze e cicorie che gli preparava sua moglie per cena.
«Sissignore», risposi senza esitare.
«Un nome insolito.»
«Sissignore.»
«Lei è raccomandato dal Presidente del Consiglio, Floris, ne è consapevole?»
«Sissignore.»
«Ed è ugualmente consapevole che nei servizi segreti si entra per merito e non per spintarelle perché dal nostro operato dipende la vita di tante persone? Io detesto i raccomandati, per cui lei parte malissimo. Ne è consapevole?»
«Sissignore.»
«Ma lei sa dire solo sissignore?» fece il Generale.
«Sissignore, o meglio, nossignore, signore, ma non trovo una formula alternativa altrettanto sintetica per darle ragione.»
«Quindi lei mi dà ragione a prescindere?»
«Nossignore. Le do ragione perché ritengo giusto quello che dice, Signore. Ma se lei dicesse una cazzata, con rispetto parlando, Signore, le darei ragione lo stesso perché lei è un mio superiore.»
Donati se la ridacchiava sotto i baffi che non aveva, ma io non ero certo di aver fatto colpo sul mio futuro superiore.
«Lei è un imbonitore, Floris. Ma nel nostro mestiere non è un difetto. Come sicuramente Donati o il Presidente Pier Lusconi le avranno accennato, lei dirigerà una piccola sezione speciale che si occuperà di omicidi su commissione. Di killer, in altre parole.»
«Ma risolvere sparatorie, bim bum bam e omicidi non è compito degli organi di polizia, Signore?»
«Esatto. Quello degli omicidi non rientra propriamente nel nostro campo d'azione, ma dato che non si tratta di omicidi isolati, e che l'organizzazione di cui si dovrà occupare ha contatti e ramificazioni anche all'estero, l'Interpol ha chiesto a noi di darle una mano per smantellarla.»
«Per me sarà un onore, Generale.»
«Sempre che riuscirà a quagliare qualcosa», mi rispose non avendo ancora messo a fuoco il mio potenziale. «Le abbiamo assegnato un ufficio e la possibilità di formare una squadra di due elementi che la supporteranno nelle indagini. Avrà accesso ai nostri archivi top secret limitatamente ai casi collegati all'indagine, e avrà un corredo “tecnico” da far invidia a quello di James Bond. Di quello vero, James Bond, perché quelle cose che ha visto nei film di Ian Fleming erano tutte cazzate. È tutto chiaro?»
«Chiarissimo, Generale.»
«Tenga, in questa cartellina c'è quel poco che sappiamo sull'Anonima Assassini e sul suo fondatore, Cacioppo Nduja. Noi sospettiamo che ben 48 omicidi eccellenti, i cui dossier troverà già sulla sua scrivania, siano riferibili a loro. Mi tenga costantemente aggiornato sui progressi.»
«Ok, capo, faremo piangere lacrime e sangue a questi bastardi senza patria.»
«Ma dove crede di essere, Floris? Sul set di un film di Chuck Norris?»
«Cercavo di entrare nella parte», dissi provando a scusarmi per il mio impeto poliziesco.
«Donati, dica al Presidente Pier Lusconi che non mi riterrò responsabile del fallimento di questa missione ma, qualora vada in porto, mi prenderò tutti i meriti perché non sarà certo questo tipo qui a garantirne il successo, ma la nostra guida e la nostra supervisione.»
«Riferirò», rispose laconico Donati, mentre io mi dicevo, tra me e me, che quello, come inizio, era stato una vera merda. Ma anche che schiacciare le merde porta fortuna, per cui sarebbe andato tutto benissimo: merda merda merda!

FLUENTE CAPELLO

Fluente Capello sedeva sulla cima del mondo e lo guardava schifato dall'alto in basso: formiche, insignificanti formiche, tutte uguali, senza personalità, senza spina dorsale. Limoni da spremere, da illudere, eccitare ed infine gettare nel cestino di rifiuti: i clienti della sua banca, L'Ambrosiano Calabro.
In realtà, dietro la maschera da grande finanziere, Fluente Capello non era che un burattino nelle mani del potente Cardinale Giuda Nduja, presidente della finanziaria Pecunia Non Olet, che possedeva, a sua volta, un rilevante numero di azioni dell'Ambrosiano Calabro.
Il Cardinale Nduja, per motivi mai completamente acclarati ma facilmente intuibili, da un lato ingrossava i conti dell'Ambrosiano Calabro facendovi confluire i soldi sporchi della ‘ndrangheta del suo paese natale, Caposaciccia, e, dall'altro, la spogliava costringendo Fluente Capello a sovvenzionare la “Fondazione per la resistenza Cristiana all'invasione Islamica” con sede a Panama, di cui era Presidente, Amministratore ed unico socio.
Tra entrate ed uscite, il Banco Ambrosiano Calabro ormai era fuori di oltre un miliardo di euro, e la colpa di questo incredibile ammanco, di fronte agli investitori, ai clienti e alla legge, ricadeva esclusivamente sul povero Fluente che si trovava a dover fronteggiare da un lato la ‘ndrangheta ignara dell'evaporazione dei propri “risparmi” e, dall'altro, il crack finanziario ormai alle porte.
Lo scandalo lo avrebbe travolto e distrutto e dalla cima del mondo, dove era seduto, sarebbe rotolato a fondo valle per essere calpestato da tutti quelli che aveva schifato in precedenza.
L'unico che poteva dargli una mano era il Venerabile Gigio Celli, il potentissimo capo della loggia massonica di cui faceva parte. Compose il numero.
«Sì?»
«Maestro, sono Fluente Capello, ho urgente bisogno di parlarvi. Si tratta di una questione di vita o di morte. La mia.»
«Ti ascolto, dimmi pure, caro, di cosa si tratta?» rispose con tono serafico Gigio Celli.
«Sono in serio pericolo di vita, Maestro.»
«Addirittura? Mamma mia che pessimismo. Che sarà mai successo di così grave da ridurti in questo stato di prostrazione? Non è da te!»
«Maestro, le casseforti dell'Ambrosiano Calabro sono vuote, i titoli azionari sono carta straccia, i crediti inesigibili. In cassa non ci sono soldi neppure per la mancia al ragazzo del bar che incomincia a guardarmi storto. Ricevo minacce tutti i giorni. I giornalisti e i creditori mi perseguitano, si appostano sotto casa, mi levano il sonno ed il respiro. E se i calabresi scoprono che i loro soldi si sono volatilizzati, prima di capire che io ho solo eseguito ordini del Cardinale Nduja, mi ammazzano come un cane.»
«Capisco. Non ti invidio affatto, caro Fluente. È una situazione incresciosa ma ora, purtroppo, devo lasciarti perché sto finendo di vedere una serie su Netflix e sono in ansia per il protagonista.»
«Aspetti, Maestro, la prego, ho bisogno del suo aiuto, io da solo non riesco ad essere lucido e a prendere decisioni. Persino la scelta tra cornetto alla marmellata o cornetto alla nutella al bar mi mette in crisi. Ho bisogno di sparire dall'Italia per un po' e solo lei può aiutarmi.»
«Tranquillo, Fluente, tranquillo. Non ti lasceremo nella merda. Siamo massoni sì o no? Tutti per uno e uno per tutti, come diceva Zorro.»
«Veramente quelli erano i tre moschettieri.»
«E Zorro non era il quarto moschettiere?»
«No, il quarto era D'Artagnan.»
«Vabbè, comunque il concetto è quello, dobbiamo aiutarci a vicenda perché siamo tutti nella stessa barca. Ci inventeremo qualcosa, non ti agitare. A tutto c'è rimedio, tranne che alla morte.»
«Appunto, e io di quello ho paura, che mi ammazzino come un cane in mezzo ad una strada.»
«Non dire sciocchezze, Fluente, nessuno vuole ammazzarti, quelli della ‘‘ndrangheta non sono poi così cattivi, hanno solo un brutto carattere. Se è solo una questione di soldi noi quei soldi in qualche modo li troveremo. La massoneria è solidarietà incondizionata.»
«Deo Gratias.»
«Veramente sono io che dovresti ringraziare, non il “Signore”, Fluente, perché è proprio il Signore che ti ha inguaiato grazie al suo luogotenente vaticano, il Cardinale Nduja.»
«Non me ne parlate, Maestro. Quello è un delinquente! In un momento di sconforto per quel che il Cardinale mi aveva combinato ho provato a chiedere aiuto anche al Papa. Gli ho scritto una lettera ma la raccomandata mi è tornata indietro con la dicitura “destinatario sconosciuto”.
Vi rendete conto, Maestro? Il Papa, destinatario sconosciuto. Quel demonio del Cardinale Nduja ha alzato un muro contro di me.»
«E noi quel muro lo abbatteremo, Fluente, oggi stesso. Stai sereno. Coinvolgerò Michele Corona e vedrai che risolveremo tutto senza problemi. Ti faremo sparire. Una breve vacanza all'estero per far calmare le acque e dopo potrai tornare alla grande al tuo posto senza dover scontare un solo giorno di galera.»
«Sapevo di poter contare su di voi, Maestro. Ve ne sarò debitore per sempre», rispose sollevato Fluente Capello.
«Resta chiuso in casa per un po', mi raccomando, non rispondere al telefono, non fare dichiarazioni. Mi farò sentire io.»

MICHELE CORONA

«Mi ha chiamato Fluente Capello», confidò Gigio Celli a Michele Corona che, sprofondato in una poltrona del suo salottino riservato nella Fondazione “Amici degli Amici”, sorseggiava amabilmente un cognac francese ambrato. «È nel panico più totale», continuò Gigio Celli, «dice che vuole sparire per un po'. Almeno fino a che le cose non si aggiusteranno.»
«Le cose non si aggiusteranno mai, Gigio, non far finta di non saperlo», rispose Michele Corona raddrizzandosi sulla poltrona. «I soldi che gli abbiamo fatto mandare alla Fondazione sono stati un contributo alla nostra causa, lo sai. Diciamo che “fermare l'avanzata dell'Islam” ha un costo, e quel costo lo ha pagato lui.»
«Quindi? Cosa facciamo? Come risolviamo il problema di quel fesso di Capello? Se lo arrestano quello di sicuro parla e fa scoppiare un casino epocale. Rischiamo l'ergastolo per evasione fiscale, associazione sovversiva, associazione mafiosa e chissà cos'altro!»
«Non ti agitare, Gigio, sta' tranquillo, ci basterà assecondare Fluente. Vuole sparire? Sparirà.»
«E come?»
«Definitivamente. Lo aiuteremo a scappare a Parigi con una falsa identità.»
«L'Interpol lo beccherà nel giro di un mese massimo, e quello vuoterà il sacco mettendoci nei casini, me lo sento!» rispose Gigio Celli scuotendo la testa.
«Non succederà. I morti non parlano.»
«Vuoi ucciderlo?» chiese Celli sgranando gli occhi.
«Io? Ma neppure per scherzo. Ci penseranno i calabresi. Ci basterà che il Cardinale avvisi quel mafioso di suo cugino Cacioppo che i loro soldi non esistono più. E che, se cerca chi se li è frusciati fino all'ultimo centesimo, gli può fornire nome, cognome e ultimo indirizzo conosciuto in quel di Parigi.»
«Ma di cosa stai parlando?»
«Mai sentito parlare di Caposaciccia Calabra e dell'Anonima Assassini? Sono loro quelli che riempivano le casse dell'Ambrosiano che noi svuotavamo spostandoli sui conti della Fondazione.»
«Sì, certo, lo so, ovvio. Ma tu credi...»
«Io non credo. Io sono certo che andrà a finire così.»

CAPOSACICCIA

Non c'è luogo sulla terra che non sia associato ad una sua particolare caratteristica: Venezia è famosa per i suoi canali, Roma per il Colosseo, Parigi per la Torre Eiffel, New York per i grattacieli, Napoli per la pizza e Caposaciccia Calabra per avere vinto, negli anni Ottanta, il Guinness dei Primati come città con il maggior numero di pregiudicati rispetto al numero di abitanti. Record ancora imbattuto ai giorni nostri.
Tranne una trascurabile presenza di attività commerciali come, ad esempio, pompe funebri, fiorai, marmisti specializzati in lapidi o negozi di candele e lumini votivi, l'attività prevalente a Caposaciccia Calabra è da sempre quella delle ammazzatine con la lupara.
Tuttavia, i caposacicciani evoluti, quelli più intraprendenti ed acculturati, che avevano studiato mafiosità sulle 48 puntate de La Piovra o si erano specializzati con Il Padrino di Mario Puzo, avevano investito i ricavi delle ammazzatine nel traffico di droga non disdegnando, allo stesso tempo, il mercato nero del peperoncino piccante, le estorsioni, i ricatti e l'assalto ai furgoni blindati dei portavalori in diretta concorrenza con l'agguerrita malavita cerignolana.
I caposacicciani, comunque, non uccidevano solo su commissione o a causa di una banale lite, ma anche semplicemente per noia, come passatempo. Anche i bambini, sin da piccoli, si preparavano al domani scannando bambole o impiccando orsacchiotti di peluche fino a quando, alla prima comunione, non ricevevano in dono dai genitori un bel Kalashnikov nuovo di zecca e, se gli andava bene, anche un bel fucile a canne mozze dal padrino e pistole, liccasapuni e ghigliottine da viaggio (di quelle che vengono utilizzate dai sicari per tagliare mani o dita a traditori e figli di bottana) da parenti ed invitati.
L'Interpol, che aveva fornito queste informazioni al Generale Zaccaria grazie alla fattiva collaborazione dei Carabinieri di Cosenza e dei loro infiltrati, era riuscita addirittura ad entrare in possesso di importanti documenti audio video che provavano, in modo inconfutabile, che la ‘ndrangheta, sotto l'egida del padrino Cacioppo Nduja, avesse messo in piedi a Caposaciccia Calabra una vera e propria industria degli omicidi: la cosiddetta ANONIMA ASSASSINI.


Gioacchino Rosa Rosa
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