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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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FLORIS e la guerra in valigia
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Mi chiamo Floris.
Nome, grado e numero di matricola. Questa era l'unica cosa che i vietcong riuscivano a strappare a un Marine sotto tortura. Nient'altro. E vabbè, perché loro, i Marine americani, oltre a una divisa fighissima e a una quantità imprecisata di armi di ultima generazione, un grado e un numero di matricola ce l'avevano davvero. Noi dei Servizi invece dobbiamo accontentarci di un nome in codice appioppatoci dall'alto. C'è una stanza segreta da qualche parte dove una persona che resta segreta decide che d'ora in avanti ti chiamerai Fulmine, o Cardellino, e tu ringrazi pure per la cortesia. Ma a me il nome in codice non l'hanno mai dato. Quello che c'era scritto sulla carta d'identità ai vertici è sembrato già abbastanza falso da mandare fuori strada il più abile agente del controspionaggio sovietico. Floris mi chiamavo e Floris sono restato. Un nome così non te lo inventi, devono aver pensato. E infatti non se lo sono inventato. Nessuno, a tutt'oggi, sa dire se Floris sia il nome, il cognome o il mio nome in codice. Anche questo è un punto a mio favore. Al nemico non ho lasciato niente su cui lavorare. Ma il nemico è subdolo, e trova sempre il modo di rompere i coglioni depistando e mettendo in giro false notizie per minare la credibilità di noi fedeli servitori dello stato. E questo non posso tollerarlo. Nello specifico, da quando è finita quella brutta storia tra la Vardonia e la Kresnia, il controspionaggio di chissà quale potenza straniera nemica ha cominciato a spargere la voce tra gli addetti ai lavori, che il sottoscritto avrebbe provocato il conflitto armato tra i due Stati sovrani, causato centinaia di milioni di euro di danni, finanziato un'organizzazione terroristica, bruciato la copertura di tre agenti segreti, paralizzato un esercito nazionale e fatto sequestrare un ambasciatore. Tutte cazzate. O meglio, non proprio tutte. Ma raccontate così, una in fila all'altra, senza una virgola di spiegazione, sembrano molto più gravi di quello che sono. Bisogna contestualizzare. Se io vi dicessi che un chirurgo ha squartato un uomo con un coltello, gli ha aperto la cassa toracica e gli ha strappato il cuore dal petto, voi pensereste immediatamente di avere a che fare con un pericoloso assassino psicopatico, e fareste bene. Se però aggiungessi che quell'uomo era un cardiochirurgo, che indossava il camice verde, che nella stanza accanto c'era un donatore appena arrivato in elicottero e che stava eseguendo un trapianto, la faccenda assumerebbe di colpo tutto un altro aspetto, e magari finireste per applaudire. I dettagli sono importanti. Nel mio caso ancora di più. Prendiamo la guerra, tanto per fare un esempio. Io non mi sono alzato una mattina, non mi sono stiracchiato, non ho guardato fuori dalla finestra e non ho detto: oggi non ho un cazzo da fare, quasi quasi invado la Kresnia. Non sono mica matto. E poi, quella mattina avevo la testa altrove, dovevo scendere alla reception a contestare otto euro e cinquanta addebitati sul conto della mia camera per un pacchetto di noccioline che non avevo mai toccato. Otto euro e cinquanta. Per delle noccioline! Neanche fossero state raccolte a mano da George Clooney su un altopiano delle Ande e portate in albergo a dorso di lama. Insomma, ero già abbastanza incazzato per conto mio, e l'ultima cosa che mi passava per la testa era provocare un incidente internazionale. Fu un errore. Uno stupido errore telefonico. Può capitare a tutti. Alzi la mano chi, almeno una volta nella vita, non ha risposto alla telefonata di uno sconosciuto. Il punto è che quando succede a voi, dall'altra parte c'è un call center che vuole cambiarvi il gestore della luce. A me, invece, dall'altra parte c'era un Generale. Uno di quelli veri, con le stellette sulle spalle e il petto pieno di medaglie. Comunque, non voglio anticiparvi troppo. Avremo tempo, più avanti, di tornare con calma sulla questione e di stabilire, con la dovuta serenità, le mie eventuali responsabilità. Eventuali, ho detto. Perché una guerra non scoppia per una telefonata: per fare una guerra servono due eserciti, carri armati, cannoni, munizioni, generali, governi, un paio di televisioni compiacenti e soprattutto due popoli abbastanza incazzati da volersi sparare addosso. Io ho semplicemente risposto al telefono, non ho capito la domanda e ho risposto la prima cosa che mi è venuta in mente per non sembrare impreparato. Non si può dare tutta la colpa al postino per quello che c'è scritto dentro la lettera. Ma alla stampa tutto questo non interessa: quando è scoppiato lo scandalo i giornali hanno scritto: «L'agente dei servizi segreti italiani Floris scatena una guerra nei Balcani»: titolo a nove colonne, foto, editoriale, dibattito in televisione con quattro esperti che urlano. Ma quando poi ho messo un certo numero di pezze a colori al macello che avevo combinato mi hanno liquidato con due righe a pagina ventisette, tra l'oroscopo e le previsioni del tempo «L'agente Floris dei servizi segreti italiani millanta di aver fermato una guerra nei Balcani.» Il solito vizio della stampa italiana. Personalmente non ho mai dato troppo peso a ciò che scrivono i giornali. Un agente segreto deve essere superiore a certe meschinità, deve agire nell'ombra, senza cercare gloria, fama o riconoscimenti. Non sono vanitoso. Sono soltanto uno che ha rischiato la vita per il proprio Paese senza mai chiedere niente in cambio, e penso sia giusto che tutto questo, prima o poi, venga riconosciuto: una pensione adeguata, qualche medaglia, un vitalizio e, quando sarà il momento, un funerale di Stato con picchetto d'onore, banda e un discorso breve, ma commosso, del Presidente della Repubblica. Nulla di eccessivo. Mi accontento. Del resto, dopo quello che ho fatto per l'Italia, credo di essermelo meritato. Ho trattato con delinquenti, terroristi, mafiosi, assassini e uomini politici. Ho salvato il Presidente del Consiglio Pier Lusconi da uno scandalo sessuale che avrebbe con ogni probabilità provocato la caduta del Governo, anche se, conoscendo Pier Lusconi, uno scandalo sessuale avrebbe potuto tranquillamente fargli guadagnare tre punti nei sondaggi. E ho smantellato l'Anonima Assassini, una rete internazionale di killer, con la sola collaborazione del generale Zaccaria, il mio superiore. Ho rischiato la vita, cazzo. E, a essere sinceri, ho rischiato anche quella del generale Zaccaria. Soprattutto quella del generale Zaccaria. Ma erano rischi calcolati. Da me. Calcolati male, secondo lui. E su questo dettaglio non siamo mai riusciti a trovare un accordo. Il Generale, devo ammetterlo, non ha mai mostrato una grande empatia nei miei confronti. Io credo che soffra di una forma piuttosto rara di gelosia professionale, quella che porta a sottovalutare sistematicamente le capacità altrui per non doversi confrontare con le proprie. Dopo il caso dell'Anonima Assassini, per esempio, quando il Presidente del Consiglio propose di affidarmi una nuova prestigiosa missione internazionale, Zaccaria ebbe una reazione del tutto spropositata: si alzò dalla sedia, diventò prima rosso, poi viola, poi cianotico. Si slacciò il colletto della camicia. Chiese un bicchiere d'acqua, poi un whisky, poi si attaccò senza ritegno direttamente alla bottiglia. E infine, appoggiandosi con tutte e due le mani allo schienale, disse che affidare a me una missione internazionale equivaleva a mettere un lanciafiamme in mano a un bambino e mandarlo a giocare in un deposito di benzina. Tutta invidia. Esistono persone che non sono in grado di accettare la superiorità altrui, e non c'è niente da fare, non le cambi. Ma il generale Zaccaria era pur sempre il mio superiore, e io ho sempre rispettato la gerarchia, anche nelle numerose occasioni in cui la gerarchia era palesemente dalla parte sbagliata. Comunque, alla fine, si raggiunse un compromesso. Niente operazioni antiterrorismo. Niente infiltrazioni. Niente pedinamenti. Niente armi. Niente iniziative personali. Mi sarebbe stata affidata la missione più semplice nella storia dei Servizi segreti italiani: prendere un aereo, raggiungere Ginevra, consegnare una busta sigillata a un nostro uomo che mi avrebbe aspettato in aeroporto e tornare a Roma. Fine. «Persino un coglione», secondo Zaccaria, «sarebbe stato in grado di portarla a termine.» Non ho mai capito a chi si riferisse. Il Generale, comunque, volle ricevermi personalmente prima della partenza, e questo la dice lunga sulla considerazione che aveva di me. Quando entrai nel suo ufficio a Forte Braschi mi guardò a lungo senza parlare. Era dimagrito. Aveva le occhiaie e teneva una mano appoggiata sullo stomaco, come fanno quelli che hanno paura che, se la tolgono, lo stomaco se ne vada per conto proprio. Da quando lavoravamo insieme soffriva di gastrite, insonnia, tachicardia ed episodi ricorrenti di orticaria. Personalmente credo fosse una questione di età, anche se lui sosteneva che tutti i sintomi, senza eccezione, gli erano comparsi il giorno esatto in cui ero entrato nei Servizi. Coincidenze. «Si sieda, Floris.» Mi sedetti. «Sa perché è qui?» «Devo sventare un attentato terroristico al Papa? Fare fuori un nostro agente che fa il doppio gioco? Infiltrarmi in una cellula terroristica islamica?» Chiuse gli occhi e li tenne chiusi per un tempo che a me parve un po' eccessivo. «No.» «Allora non lo so.» Inspirò lentamente, come gli aveva insegnato il cardiologo, e disse: «Lei deve andare a Ginevra.» «È in Svizzera.» «Cazzo, Floris, lo so dov'è Ginevra.» «Anch'io. Ci tenevo a farglielo sapere. La storia che io prendessi sempre tre in geografia è una fandonia messa in giro da...» «Lasci perdere la geografia e mi ascolti con attenzione. Lei deve andare a Ginevra, dicevo, consegnare una busta sigillata a un nostro uomo che l'aspetterà in aeroporto, prendere il primo aereo disponibile e tornare immediatamente a Roma. Tutto chiaro?» «Chiarissimo: vado, consegno la busta e ritorno a Roma.» «A Ginevra è in corso una delicatissima conferenza di pace tra la Vardonia e la Kresnia che da trent'anni si contendono la valle di Dravograd e il Ponte della Fratellanza. Noi dobbiamo fare la nostra parte.» Annuii con l'aria di chi ha capito tutto ma non avevo idea di cosa fossero la Vardonia e la Kresnia. Zaccaria dovette intuirlo perché mi guardò per un tempo lunghissimo, poi appoggiò le mani sulla scrivania e disse: «Sono due Stati, Floris. La Vardonia e la Kresnia sono due Stati balcanici.» «Ah.» Si massaggiò la fronte. Da quando lavoravamo insieme aveva sviluppato un tic curioso: ogni volta che gli parlavo si premeva due dita nel punto esatto tra gli occhi e respirava profondamente. Secondo me soffriva di sinusite. «E la missione?» «Questa è la missione.» «Portare una busta?» «Esatto.» «Tutto qua?» «Tutto qua.» «Nessun terrorista?» «No.» «Nessun pedinamento?» «No.» «Nessuna identità falsa?» «No.» «Posso almeno portarmi una pistola?» «No.» «Una piccola?» «No.» «Un coltello?» «No.» «Una bomboletta al peperoncino?» Il Generale si alzò in piedi così di scatto che la sedia andò a sbattere contro l'armadio. «Lei deve prendere una cazzo di busta e portarla da un punto A a un punto B! Riesce a farlo senza sparare a qualcuno, senza infiltrarsi da qualche parte, combinare guai o senza far saltare in aria qualcosa?» Riflettei un momento, perché mi sembrava una domanda che meritasse una risposta ponderata. «Credo di sì.» Il Generale tornò a sedersi, aprì il primo cassetto della scrivania e ne tirò fuori una busta gialla, formato protocollo, chiusa con il nastro adesivo e con tre timbri tondi sul lembo. Me la appoggiò davanti senza spingerla, come si appoggia una cosa di cui ci si è già pentiti. «Questa.» La presi. Pesava poco. La girai tra le mani cercando una scritta, un numero, una sigla, qualunque cosa. Non c'era niente. Era una busta anonima, e nel mio mestiere le buste anonime sono sempre le più interessanti. «Cosa c'è dentro?» «Non sono affari suoi.» Ottima risposta. Compartimentazione. Alta scuola. «Le sto affidando l'unica cosa che, in questo momento, non posso affidare a nessun altro.» Devo confessare che, in quel momento, provai qualcosa. Vent'anni di rapporti negativi, di sopracciglia calate e di pasticche per lo stomaco, e alla fine, quando la situazione si faceva veramente seria, il capo dei Servizi segreti italiani si alzava in piedi, guardava fuori dalla finestra e chiamava me. Adesso so perfettamente che cosa stava guardando, fuori da quella finestra. Stava guardando se era arrivato il taxi. «La tenga addosso,» disse il Generale. «Nella tasca interna della giacca. Non la posi da nessuna parte, non la imbarchi, non la lasci in albergo, non vada in bagno senza. Se la porti anche a letto, se serve. Ce l'avrà addosso quando parte e ce l'avrà addosso quando la consegnerà. Chiaro?» «Chiarissimo.» «Me lo ripeta.» «Addosso.» «Bene.» Il Generale mi guardò per qualche secondo, e nei suoi occhi comparve quella luce particolare che ho imparato a riconoscere negli anni e che, tradotta dall'italiano, significa più o meno: Mah! Zaccaria si lasciò cadere sulla sedia. Aprì il cassetto, tirò fuori una scatola di pasticche per lo stomaco e ne mandò giù una manciata senza acqua. «Adesso si tolga dai piedi,» mi disse dimostrando tutto il suo complesso d'inferiorità mascherato da arroganza. Non ci feci caso, un agente segreto esperto come me sa bene quando deve far finta di non cogliere uno sgarbo per non mettere in imbarazzo il suo patetico superiore.
LA CONFERENZA DI PACE
Lo ammetto, la Vardonia e la Kresnia sono due piccoli Stati dei Balcani che, fino a qualche tempo fa, non avevo mai sentito nominare, e non me ne vergogno. Il mondo è pieno di Paesi inutili della cui esistenza nessuno sospetta niente fino al giorno in cui gli scoppia dentro una guerra, gli crolla un governo, oppure si qualificano miracolosamente per i Mondiali eliminando l'Italia ai rigori. La Vardonia ha poco più di un milione di abitanti, una capitale di cui non ricordo il nome nemmeno adesso che ci sono stato, una bandiera con tre colori messi in un ordine che può essere facilmente confuso con quello di almeno altre quindici nazioni, e una cucina nazionale basata prevalentemente su carne, patate e altre cose che fanno venire sete. La Kresnia è più o meno uguale, ha gli stessi colori nella bandiera ma invertiti. Per questo si odiano. È una legge della storia, e non l'ho inventata io. Quando due popoli confinanti hanno la stessa faccia, mangiano le stesse cose, bevono gli stessi liquori, ballano le stesse musiche ai matrimoni e bestemmiano gli stessi santi, prima o poi sentono il bisogno impellente di spararsi addosso per dimostrare al mondo, e soprattutto a se stessi, di essere diversi. Vardoni e kresni si odiavano ordinatamente da quasi cent'anni, ma negli ultimi trenta avevano concentrato tutte le loro energie su una piccola valle chiamata Dravograd e, soprattutto, sul Ponte della Fratellanza. Il nome, bisogna ammetterlo, era stato scelto con una certa ironia. Il Ponte della Fratellanza collegava le due sponde del fiume Drava ed era stato costruito una sessantina d'anni prima per simboleggiare l'amicizia eterna tra i due popoli. Ci furono discorsi, bandiere, una banda e, immagino, anche un rinfresco non si sa pagato da chi. L'amicizia durò sette mesi. Il ponte, o meglio, quello che ne rimane, è ancora lì. Inutilizzabile. Da una parte la strada che ci portava lì era franata nel 1998, dall'altra una piena aveva trascinato via l'ultimo tratto di carreggiata nel 2003, e da allora nessuno lo aveva attraversato più, se non qualche capra amante degli sport estremi. Questo, però, non aveva minimamente diminuito il suo valore simbolico. Anzi. Più il ponte diventava inutile, più tutti e due lo volevano. La Vardonia sosteneva che il Ponte della Fratellanza appartenesse storicamente ai vardoni, perché il progetto originale era stato firmato da un ingegnere nato in territorio vardone. La Kresnia ribatteva che l'ingegnere, pur essendo nato in Vardonia, aveva una nonna kresna e soprattutto aveva sposato una donna di Kresnia. I vardoni obiettavano che la moglie lo aveva tradito con un postino. I kresni rispondevano che il postino era vardone. La disputa, come vedete, si era fatta seria. C'erano stati incidenti di frontiera, scontri tra pattuglie, arresti, espulsioni di diplomatici e perfino una crisi internazionale scoppiata per una vacca che aveva attraversato il fiume e che entrambi i Paesi rivendicavano come propria. La vacca, per quanto ne so, non espresse mai una preferenza. Fu abbattuta. Così, per non sbagliare. Negli ultimi mesi la situazione era precipitata. Il presidente della Vardonia, Dragomir Petrovic, un uomo alto e corpulento con due baffi che sembravano spazzolini da scarpe incollati sotto il naso, aveva promesso in campagna elettorale che avrebbe riportato il Ponte della Fratellanza sotto il controllo vardone. Il presidente della Kresnia, Mladen Kovac, che aveva meno baffi ma molta più pancetta, gli aveva risposto in diretta televisiva che avrebbe preferito far saltare il ponte con la dinamite piuttosto che consegnarlo al nemico. Le rispettive televisioni fecero il resto. Ogni sera, per settimane, generali in pensione, storici improvvisati, giornalisti, cantanti, attori e gente che quel ponte non lo aveva mai visto nemmeno in fotografia discutevano per ore su chi ne fosse il legittimo proprietario, urlandosi addosso e interrompendosi a vicenda. In Italia facciamo la stessa identica cosa con il calcio. Loro con i confini. Ognuno ha le proprie passioni. La tensione era salita al punto che le due nazioni avevano cominciato ad ammassare truppe lungo la frontiera. La Vardonia schierò i carri armati, la Kresnia rispose con l'artiglieria; la Vardonia mobilitò i riservisti, la Kresnia richiamò perfino quelli che si erano trasferiti all'estero vent'anni prima e che non avevano la minima intenzione di tornare. A quel punto intervennero l'ONU, l'Unione Europea, gli Stati Uniti, la NATO, la Svizzera e un numero imprecisato di organizzazioni internazionali che esistono principalmente per organizzare riunioni e scrivere comunicati nei quali si dichiara forte preoccupazione. La forte preoccupazione, se non lo sapete, è una delle armi più potenti della diplomazia moderna. Funziona per gradi, come le medicine. Quando due eserciti si puntano i cannoni addosso, la comunità internazionale si dice fortemente preoccupata. Quando cominciano a spararsi, diventa profondamente preoccupata. Quando muoiono migliaia di persone, esprime sdegno. E se la situazione peggiora ancora, allora sì, allora si passa alle maniere forti: convoca una riunione. A Ginevra. Fu così che nacque la Conferenza internazionale per la pace, la cooperazione, la stabilità e la definitiva soluzione della controversia territoriale tra Vardonia e Kresnia, un nome talmente lungo che la guerra avrebbe potuto finire da sola prima che qualcuno riuscisse a pronunciarlo per intero. Vi avrebbero partecipato i due presidenti, i ministri degli Esteri, diplomatici, generali, mediatori internazionali, osservatori dell'ONU, rappresentanti dell'Unione Europea e parecchia altra gente che avrebbe mangiato gratis per una settimana senza risolvere un cazzo. La diplomazia, del resto, funziona così: se un problema non si può risolvere si rinvia; se non si può rinviare si crea una commissione; se la commissione non funziona si crea una sottocommissione; e se fallisce anche quella, alla fine, si cambia il nome al problema e si ricomincia da capo. In quel caso, però, la faccenda era davvero pericolosa. I due eserciti erano schierati e pronti a combattere, e per far cominciare tutto sarebbe bastato pochissimo: un colpo partito per sbaglio, un soldato ubriaco, un comandante troppo zelante. O una telefonata sbagliata. Lo so. Adesso lo so. All'epoca, invece, non sapevo niente di tutto questo, e qualche ora dopo il colloquio con Zaccaria ero già a bordo di un aereo diretto a Ginevra. In economy. Questo, lo confesso, mi aveva irritato parecchio. Un agente del mio livello, inviato in missione internazionale per conto dello Stato italiano, avrebbe meritato almeno la business. E non per comodità personale, sia chiaro: per prestigio istituzionale. Avete mai visto James Bond viaggiare schiacciato tra un bambino che piange e un signore di centotrenta chili che gli invade metà del sedile? Io sì. Nel senso che capitò a me. Il bambino pianse da Roma a Ginevra, senza pause, senza riprendere fiato, con una costanza che in un adulto sarebbe stata ammirevole. Il signore invece dormì tutto il tempo, russando come una betoniera, e ogni tanto, nel sonno, mi rovinava addosso. Tentai più volte di respingerlo con il gomito, ma quello tornava sempre. Come la marea. Alla terza gomitata il bracciolo mi aprì il dorso della mano. Me ne accorsi soltanto quando la hostess si fermò nel corridoio e rimase a fissarmi la manica. «Monsieur, lei sta sanguinando.» Abbassai gli occhi. Era vero. «Non è niente.» «Non le fa male?» «No.» Rimase lì un secondo di troppo, con la bocca aperta e il carrello fermo in mezzo al corridoio, poi andò a prendermi un cerotto. Fanno tutti quella faccia. Non ci si abitua mai, ma dopo un po' smetti di spiegare. Per voi faccio un'eccezione: Io soffro di analgesia congenita, una malattia rara: non provo il dolore fisico. Da un lato questa cosa è una figata perché ti fa sembrare un maledetto duro, e nel mio mestiere conta molto, dall'altro però è una grandissima fregatura perché rischi di morire dissanguato per una coltellata di cui non ti eri neppure accorto. Comunque, torniamo a noi. La valigia l'avevo dovuta imbarcare in stiva, cosa che a un uomo abituato a viaggiare leggero dà sempre un certo fastidio. Era nera, rigida, elegante e perfettamente anonima: il tipo di valigia che potrebbe appartenere indifferentemente a un uomo d'affari, a un diplomatico, a un sicario, a un trafficante d'armi o a un rappresentante di aspirapolveri. Perfetta, insomma, per un agente segreto. Dentro ci avevo messo lo stretto il necessario: dentifricio, spazzolino, pettine, un rotolo di carta igienica, una mutanda di ricambio e una pistola. La pistola non avrei dovuto portarla. Zaccaria era stato chiarissimo, e me lo aveva ripetuto quattro volte guardandomi negli occhi. Ma preferii ignorare quell'ordine per ragioni di sicurezza. Le mie. Il problema è che una pistola, su un aereo di linea, in cabina non ci sale. Va scaricata, chiusa in una custodia rigida, dichiarata al banco del check-in e imbarcata in stiva, e per fare tutto questo serve l'autorizzazione dell'Ufficio Movimenti. Zaccaria mi aveva vietato le armi, questo è vero. Ma non lo aveva detto all'Ufficio Movimenti. L'autorizzazione era ancora quella dell'anno prima, con il timbro tondo, la firma di un colonnello andato in pensione a marzo e nessuna data di scadenza. La consegnai al banco insieme al passaporto. L'impiegata la lesse, sollevò appena un sopracciglio, chiamò un collega; il collega ne chiamò un altro; l'altro fece una telefonata; e alla fine, dopo undici minuti buoni durante i quali la fila dietro di me ha maturato nei miei confronti un odio che immagino ancora vivo, mi restituirono tutto con un adesivo giallo sul passaporto e un sorriso professionale. La burocrazia italiana è una cosa terribile. Ma quando per una volta, per puro caso, lavora dalla tua parte, diventa improvvisamente una delle più belle istituzioni del mondo occidentale. La busta, invece, avrei dovuto tenerla addosso. Zaccaria era stato chiarissimo anche su quello, e me lo aveva fatto ripetere ad alta voce come si fa con i bambini e con gli ubriachi. La misi in valigia. Non per disobbedienza. Per tre ragioni tecniche, che elenco qui una volta sola perché non intendo tornarci sopra. Primo: un professionista non gira per un aeroporto internazionale con del materiale riservato nella tasca interna. È esattamente il primo posto in cui guardano. Secondo: una busta formato protocollo dentro una giacca fa una gobba che si vede a venti metri, e a un agente segreto che deve passare inosservato la gobba non serve. Terzo, e decisivo: la valigia in stiva ci andava comunque, per via della pistola. Tanto valeva metterci tutto insieme. La infilai sotto la mutanda di ricambio, che è il posto in cui nessun doganiere del mondo occidentale infila volentieri le mani, chiusi le cerniere e la consegnai al banco con la coscienza a posto. Ecco. Se un giorno qualcuno dovesse stabilire con precisione il punto esatto in cui è cominciata la guerra tra la Vardonia e la Kresnia, sappia che non è stata la telefonata, non è stato il bonifico e non è stato il ponte. È stata una busta gialla infilata sotto una mutanda. Nella tasca interna, insieme al biglietto, avevo il foglio che il Generale mi aveva consegnato prima della partenza. Lo tirai fuori e lo rilessi con calma, mentre il grassone alla mia destra cominciava una nuova fase del sonno. PRENDERE LA BUSTA. CONSEGNARE LA BUSTA. TORNARE A ROMA. Tre istruzioni. Semplici. Chiare. Alla portata di chiunque, e questo, a pensarci, avrebbe dovuto insospettirmi. E comunque c'era un problema di fondo: la busta che dovevo consegnare stava viaggiando nella pancia dell'aereo, dentro una valigia, in mezzo a una mutanda, a un rotolo di carta igienica e a una pistola che non avrei dovuto portare. Ma a questo avrei pensato più tardi. C'è sempre una soluzione a tutto. Ripiegai il foglio, me lo rimisi in tasca e guardai fuori dal finestrino. Sotto di noi le Alpi erano bianche, immense e tranquille, e sembravano occuparsi dei fatti propri da qualche milione di anni con notevole successo. Pensai che Zaccaria si preoccupasse inutilmente. Avrei consegnato la busta, avrei salutato il dottor Trevi, avrei mangiato qualcosa di caldo in un ristorante svizzero, avrei pagato con i soldi dello Stato e sarei tornato a Roma per cena. Niente terroristi, niente omicidi, niente organizzazioni criminali, niente inseguimenti, niente sparatorie. E soprattutto nessuna guerra. Un viaggio tranquillo. Una passeggiata. La missione più semplice della mia vita. Fu esattamente in quel momento che, quattro file più avanti, un signore in giacca su misura di nome Fepipe Loris si alzò dal sedile 3A per andare in bagno. Naturalmente io non sapevo chi fosse. Non sapevo che avesse una valigia identica alla mia. Non sapevo che sul cartellino ci fosse scritto F. LORIS. E soprattutto non sapevo cosa ci fosse dentro: i codici bancari per muovere diciotto milioni di euro, le fotografie di tre agenti sotto copertura, documenti riservati e il piano dettagliato per far saltare in aria una conferenza di pace. Lo avrei scoperto poche ore dopo. Ma ormai dovreste conoscermi. Io sono Floris. E quando la sfiga decide di viaggiare con me, il biglietto non se lo compra nemmeno. Le basta una valigia.
FEPIPE LORIS
Fepipe Loris odiava il proprio nome. Non il cognome. Loris era un cognome dignitoso, breve, internazionale, facile da pronunciare in quasi tutte le lingue del mondo e sufficientemente anonimo da non lasciare traccia nella memoria di nessuno, che è esattamente quello che si chiede a un cognome quando si fa il mestiere che faceva lui. Il problema era Fepipe. Suo padre avrebbe voluto chiamarlo Felipe, in onore di un calciatore brasiliano che negli anni Sessanta, a quanto pare, aveva segnato una doppietta in un'amichevole vista alla televisione in un bar di Caracas. L'impiegato dell'anagrafe, però, aveva capito male. O forse aveva scritto male. O forse era semplicemente un coglione. Sta di fatto che sul certificato di nascita comparve il nome Fepipe, e nessuno, nei giorni successivi, si prese la briga di controllare. Quando la madre se ne accorse, il bambino era già stato battezzato, registrato, vaccinato e con ogni probabilità segnalato al fisco. Correggere tutto avrebbe richiesto moduli, bolli, file agli sportelli e l'intervento di almeno tre uffici pubblici, e la famiglia decise che Fepipe, tutto sommato, poteva andare bene. Lui non fu mai dello stesso parere. Durante l'infanzia aveva provato a farsi chiamare Felipe, poi Filippo; a sedici anni, per qualche mese, addirittura Frank. Alla fine aveva rinunciato, e da adulto aveva trovato la soluzione definitiva: si presentava come F. Loris. Era più elegante, più misterioso, e soprattutto evitava una conversazione che negli anni aveva imparato a memoria. «Fepipe?» «Sì.» «Con la p?» «Sì.» «Due volte?» «Sì.» «Ma non sarà Felipe?» «No.» «Sicuro?» «Abbastanza.» «Strano.» «Molto.» «E come mai?» A quel punto, di solito, Fepipe Loris cominciava a pensare all'omicidio. Non che fosse un assassino. Non personalmente, almeno. Fepipe apparteneva a quella categoria di uomini che considerano sconveniente fare da sé ciò che può essere fatto meglio da un professionista: non si tagliava i capelli da solo, non riparava l'automobile, non imbiancava casa e certamente non ammazzava la gente con le proprie mani. Per quelle cose esistevano gli specialisti. Lui era un intermediario. Un facilitatore. Uno che metteva in contatto le persone che avevano un problema con le persone in grado di risolverlo, e che sul tipo di problema non faceva distinzioni morali, ma soltanto tecniche. Se qualcuno voleva comprare una casa a Montecarlo, Fepipe conosceva la persona giusta. Se doveva aprire un conto in un Paese dove le banche fanno poche domande, conosceva la persona giusta. Se aveva bisogno di far sparire cento milioni di euro, cambiare identità, procurarsi un passaporto, corrompere un funzionario, finanziare una campagna elettorale, attraversare una frontiera senza che nessuno se ne accorgesse o convincere un testimone a dimenticare quello che aveva visto, Fepipe conosceva sempre la persona giusta. E se quella persona non esisteva, la inventava. Era questo il suo talento. Non aveva mai sparato un colpo in vita sua e non ne aveva mai avuto bisogno, perché le persone veramente importanti raramente si sporcano le mani. Pagano qualcuno. Aveva clienti in mezzo mondo, uffici che non risultavano intestati a lui, numeri di telefono che cambiava ogni settimana e conti bancari dei quali dimenticava spesso persino l'esistenza. Parlava italiano, inglese, spagnolo, francese e una forma rudimentale di tedesco che gli consentiva di ordinare al ristorante, chiedere indicazioni stradali e negare qualsiasi responsabilità in caso di arresto. Vestiva su misura, viaggiava in business, dormiva in alberghi a cinque stelle e beveva champagne francese. Sugli aerei non mangiava mai, perché sosteneva che un uomo disposto a ingerire una frittata riscaldata a diecimila metri di altezza non potesse avere il minimo rispetto per la propria vita. Era preciso, metodico, prudente, e controllava sempre tutto due volte: i biglietti, i documenti, gli orari, gli appuntamenti, i codici e i nomi. Soprattutto i nomi. Per questo detestava le coincidenze. Le coincidenze, secondo lui, erano la scusa degli incompetenti: chi aveva organizzato bene una missione non aveva bisogno della fortuna, del caso, della Provvidenza o di altre cazzate del genere. Bisognava pianificare, prevedere, controllare. E quando tutto era stato pianificato, previsto e controllato, non poteva succedere niente. Almeno in teoria. Quella mattina, seduto nella business lounge dell'aeroporto di Fiumicino, Fepipe sorseggiava un caffè e controllava per la terza volta la cartella che teneva davanti a sé. Il volo per Ginevra sarebbe partito quarantacinque minuti dopo e, all'arrivo, ad aspettarlo ci sarebbe stato Milos Varga. E quando Milos Varga aspetta qualcuno, è sempre meglio arrivare puntuali. Varga era un trafficante d'armi. Naturalmente non si definiva così: sul suo biglietto da visita c'era scritto Consulente internazionale per la sicurezza e la stabilità. Anche le puttane, ormai, si chiamano escort. Le parole servono a rendere presentabili i mestieri, e più il mestiere è sporco più la parola è pulita. Varga vendeva fucili, missili, droni, munizioni, mine, sistemi radar, blindati e in generale tutto ciò che permette agli uomini di ammazzarsi meglio, più in fretta e possibilmente da lontano. Era un uomo intelligente e molto ricco, e le due cose non vanno sempre insieme, ma nel suo caso sì. Da anni vendeva armi sia alla Vardonia sia alla Kresnia, due Paesi ufficialmente in pace e praticamente in guerra da trent'anni, e che per lui rappresentavano il cliente ideale. Quando uno comprava dieci carri armati, l'altro ne ordinava dodici. Quando la Kresnia acquistava droni, la Vardonia comprava sistemi antiaerei. Quando la Vardonia si dotava di missili, la Kresnia si faceva costruire i bunker. Un circolo virtuoso, almeno per lui. Il problema era che, da qualche tempo, qualcuno si era messo in testa di far firmare la pace a quei due. E la pace, dal punto di vista di un trafficante d'armi, è una disgrazia. Le guerre consumano, le guerre distruggono, le guerre obbligano a ricomprare. La pace, invece, conserva tutto. È antieconomica. Per questo Varga aveva deciso che la conferenza di Ginevra doveva fallire. E per farla fallire aveva bisogno di Fepipe Loris. Non perché il compito fosse difficile: un bonifico lo autorizza chiunque, dal divano. Ma quel bonifico era l'unico filo che collegava Varga ai fanatici che aveva affittato, e Varga non firmava i propri crimini: li appaltava. I diciotto milioni — suoi — erano passati per abbastanza società e conti da non appartenere più a nessuno, e dormivano su un conto di transito in attesa di un uomo che li liberasse una rata alla volta, a cose verificate. E per verificare bisognava stare a Ginevra, dove tutto sarebbe successo. Rubarli, quell'uomo, non avrebbe potuto nemmeno volendo: le credenziali aprivano il conto, ma il denaro usciva soltanto con un codice di autorizzazione che arrivava su un dispositivo separato. Due mani sulla stessa cassaforte, nessuna sufficiente da sola. E non erano sconosciuti: quindici anni di lavori arrivati a destinazione senza che Varga l'avesse mai incontrato di persona: di lui girava una sola foto, vecchia e stampata male, perché in quel mestiere ogni faccia vista è un testimone in più. Serviva un uomo prudente, senza legami documentabili con Varga, che all'occorrenza si potesse negare, scaricare e dimenticare. Un professionista del non esserci. Il sistema era perfetto: nessun legame, nessuna faccia, nessuna firma. Talmente perfetto che chiunque si fosse presentato al posto giusto con quel nome addosso sarebbe diventato, a tutti gli effetti, l'uomo dei diciotto milioni. Il piano era complesso e Fepipe ne conosceva soltanto una parte, cosa che gli andava benissimo: nella sua professione sapere troppo è quasi sempre più pericoloso che sapere poco. Doveva arrivare a Ginevra, incontrare Varga, consegnare documenti e passaporti, fermarsi per i giorni della conferenza a sganciare le rate al momento giusto, e tornarsene a casa. Una missione semplice. Fepipe amava le missioni semplici. Le missioni complicate richiedono improvvisazione, e l'improvvisazione, secondo lui, non era altro che un modo elegante per definire la mancanza di organizzazione. Fepipe guardò l'orologio, si alzò e prese la propria valigia: nera, rigida, elegante. Aveva scelto di proposito un modello anonimo, senza monogrammi, senza adesivi, senza segni particolari. Alla maniglia era fissata soltanto una piccola etichetta di cartoncino con il nome stampato in nero, F. LORIS, il punto ridotto al minimo che la stampante consentiva: serviva a riconoscere il bagaglio in caso di necessità, senza attirare l'attenzione di nessuno. Raggiunse il gate con diciassette minuti di anticipo. Non sedici, non diciotto: diciassette. Era il margine che considerava perfetto, abbastanza per non rischiare di perdere l'aereo e non abbastanza per dover aspettare troppo, perché Fepipe odiava aspettare. L'attesa era tempo morto, e il tempo morto non produce denaro. Quando venne annunciato l'imbarco si alzò senza fretta, mostrò i documenti e fu uno dei primi a salire a bordo. Sedile 3A, lato finestrino, business class, come sempre. Si sedette e spense il telefono. L'aereo decollò in orario, e per Fepipe fu già un buon segno. Dopo poco più di un'ora e mezza l'aereo atterrò a Ginevra, in perfetto orario. Secondo buon segno della giornata. Anche l'ultimo. Al ritiro bagagli erano arrivati insieme tre voli, e attorno al nastro c'era quel genere di folla che non si mette in fila: gomiti, carrelli, bambini seduti sui trolley, uomini d'affari che fissavano il telefono e signore che riconoscevano la propria valigia in quella di chiunque altro. La mia valigia e quella di Fepipe uscirono dal nastro a pochi metri l'una dall'altra. Nere. Rigide. Stessa marca, stesso modello, stesse dimensioni. Io presi la prima che passò. Vidi una valigia nera identica alla mia, vidi un'etichetta di cartoncino, vidi il mio cognome stampato sopra, e la tirai giù dal nastro. Alle valigie, come alle persone, si dà un'occhiata: non un esame. Il punto non lo vidi. Al posto mio non l'avrebbe visto nessuno. Fepipe, invece, l'esame lo fece: quando arrivò la seconda valigia nera la sollevò, girò l'etichetta e la lesse. Due volte, come sempre. F. LORIS, lesse. Tutte e due le volte. C'era scritto FLORIS. Non c'è bisogno di aggiungere altro. Prendemmo entrambi la valigia sbagliata. Fepipe Loris uscì dal terminal portandosi dietro una busta gialla sigillata dei Servizi segreti italiani, il mio spazzolino, la mia mutanda di ricambio e una pistola che non avrebbe dovuto trovarsi lì, ed io con me i codici bancari per muovere diciotto milioni di euro, le fotografie di tre agenti sotto copertura, i documenti riservati e il piano completo per far saltare in aria una conferenza di pace. Nessuno dei due se ne accorse. Non subito, almeno. |
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