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Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici, dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie capacità senza la necessità di un partner, identificato nella figura di un Editore.
Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Paola Agutoli
Titolo: L'architetto
Genere Romanzo Storico
Lettori 24
L'architetto
Giza (Egitto) - 2483 a.C. (circa) Giorno del funerale del Faraone Cheope
Era l'alba. Il sole Ra stava lasciando le tenebre dell'oltretomba per illu-minare la terra e far nascere un nuovo giorno.
Ma non era un giorno qualunque. Era l'inizio di una nuova era, di un nuovo regno. Di lì a poco il sacro corpo imbalsamato del Faraone Cheope sarebbe stato deposto nella sua piramide, e gli dèi – e l'Egitto – avrebbero potuto accogliere il suo successore.
Quella mattina il vento furioso che aveva flagellato la piana per tutti i settanta giorni dell'imbalsamazione si era finalmente placato. Il cielo, che era rimasto nero e greve come una notte senza luna, si era rischiarato, diventando limpido, azzurro e luminoso come la turchese estratta nelle lontane miniere del Sinai.
Nella camera funeraria, sepolta nel cuore della piramide, tre uomini attendevano in silenzio; altri sarebbero giunti insieme alla mummia del re. C'erano il Gran Sacerdote d'Osiride Shashemai, l'architetto Ankha e lo scalpellino Pakher. Il primo panciuto di mezz'età; il secondo, esile e di origine nubiana; il terzo, un colosso libico dalla forza proverbiale. Sha-shemai aveva consegnato loro due papiri: «In inchiostro nero trovate le formule che verranno pronunciate da me e dagli altri officianti. In rosso, quelle che direte voi. È chiaro?»
Entrambi avevano annuito.
«Bene. Quando Gedefra e le due regine saranno usciti, vi posizionerete ai lati del meccanismo che chiude la stanza. Quando Chefren si avvici-nerà al sarcofago per l'ultimo saluto al padre, azioneremo il dispositivo e lo sigilleremo dentro. Morto lui, nessuno potrà più ostacolare l'ascesa al trono del fratellastro.»
«E se qualcuno sentisse le sue urla?» aveva chiesto Pakher.
«Non accadrà. Questa camera è così lontana dagli altri ambienti che Chefren potrebbe gridare fino a lacerarsi la gola e nessuno lo udirebbe.»
Un suono lontano li aveva interrotti: un frinire di sistri, un battere di tamburelli, un ondeggiare di canti e preghiere. Su tutti dominava la voce alta e possente di Neferi.

«È la processione reale! Ai vostri posti!» aveva ordinato Shashemai, agi-tato, posizionandosi ai lati dell'ingresso.
Un attimo dopo era entrato Neferi, avvolto in una lunga tunica nera e con la maschera da falco del dio Sokhar. Dietro di lui avanzavano il sar-cofago d'oro con la mummia di Cheope, portato da otto guardie nubiane, i due figli del Re – Gedefra e Chefren – e le vedove principali, Henutsen e Meritites. Le regine indossavano le vesti e le corone di Iside e Nefti; Chefren portava gli emblemi di Horus, mentre Gedefra era avvolto nella pelle di leopardo del sacerdote Sem, così grande da sfiorargli le caviglie.
I portatori avevano estratto la mummia dalla bara e l'avevano posta in piedi su un piccolo cumulo di sabbia, simbolo del tumulo primordiale su cui Ra era sorto all'inizio dei tempi. Poi si erano ritirati con un inchino.
Mentre Shashemai illustrava le procedure del rito, Ankha aveva osser-vato Cheope. Bendato come una bambola di stoffa, non lasciava intuire l'uomo che per cinquant'anni aveva retto il destino dell'Egitto.
Neferi aveva purificato le mani dei presenti con acqua e santificato la loro bocca con grani di natron, amari e salati. Poi aveva rivolto la mum-mia verso sud.
Henutsen e Meritites si erano avvicinate e l'avevano salutata con le pa-role di Iside al corpo di Osiride: «Salute a te, fratello adorato. Il tuo erede ha compiuto i riti che ti permetteranno di salire in cielo. Ma come farai, se non hai le ali?» Aveva risposto Neferi: «Salirà in cielo come un falco portato dal vento.» La sua voce, filtrata dalla maschera, sembrava prove-nire dall'oltretomba.
Era intervenuto allora Gedefra. Neferi gli aveva consegnato il pastorale e il flagello, e il giovane li aveva deposti tra le mani bendate del padre:
«Pongo questi scettri nelle tue mani, affinché tu possa aprire i chiavi-stelli del cielo e prendere posto tra gli dèi.»
Poi aveva sfiorato con una lama biforcuta le bende sul cuore: «O Cheope, io, tuo erede, ti restituisco il dominio su tutto l'Egitto.» Aveva mostrato alla mummia le armi prese dal corredo funerario: «Con queste scaccerai il male e abbatterai i tuoi nemici. Essi arretreranno davanti a te e non potranno nuocerti.»
Henutsen aveva preso il suo posto. Si era scoperta il seno destro e aveva lasciato cadere qualche goccia di latte sulla bocca dipinta del re: «Questo è il latte di Hathor: ti darà vita e potere eterni.»

Shashemai aveva asperto la stanza e il corpo con acqua sacra: «Dei di tutto l'Egitto, proteggete questa piramide e questo corpo perché durino per sempre. Chi agirà contro di essi con intenzioni malvagie sarà noto agli dèi e maledetto.»
Era giunto il momento conclusivo del rito, quello che avrebbe consa-crato Gedefra come Faraone. Neferi aveva deposto ai piedi di Cheope una tavola d'offerte d'alabastro, l'aveva purificata e aveva invitato il giovane a leggere la formula incisa.
Ma il giovane, contro ogni aspettativa, si era rifiutato. Era crollato ai piedi della mummia, singhiozzando: «Non ci riesco... Non ci riesco... Sto male...»
«Così il funerale resterà incompleto! – aveva ringhiato Shashemai – e lo spirito del Re non raggiungerà mai gli dèi!»
«Lo so... Ma non posso... Padre, perché sei morto? Perché mi hai la-sciato? Come farò senza di te?» aveva gemuto, stringendo le caviglie ben-date.
Era intervenuta Henutsen, la voce dura come pietra: «Alzati e finisci il rito. Sei l'erede, devi farlo.» Non sembrava più una madre: era Sekhmet in collera.
«Principe, vi scongiuro...– l'aveva supplicato Neferi – Se non per voi, per vostra madre... Per l'Egitto.»
Ma Gedefra era rimasto rannicchiato, ancora più piccolo, come un bambino smarrito.
Henutsen aveva trattenuto a stento l'impulso di colpirlo. Aveva però sibilato: «Sei un verme, un pusillanime, un inetto. Come ho potuto gene-rare un essere come te? Non sembri nemmeno uscito dal mio ventre. Non sei degno del dolore che ho sofferto per darti la vita. Se l'avessi saputo, ti avrei abortito.»
«Madre!» aveva singhiozzato disperato.
«Non chiamarmi così. Non lo meriti. Non meriti più nulla da me.»
«Madre...» aveva ripetuto, annientato.

Nella tomba era calato un silenzio abissale, rotto solo dai singhiozzi an-simanti e disperati di Gedefra: il pianto di un figlio che aveva perduto non solo il padre, ma anche la donna che l'aveva generato.

«Cosa accadrà ora?» aveva domandato Neferi, dando voce al terrore che tutti trattenevano.
Shashemai aveva abbassato lo sguardo, cupo: «Non lo so con precisione. Una cosa simile non è mai accaduta. I testi affermano che se Cheope non verrà inumato, il suo spirito non potrà raggiungere le stelle né salire sulla barca di Ra. Rimarrà qui, insepolto, né vivo né morto. E senza la sua ascesa non potremo eleggere un nuovo Faraone. L'Ordine verrà spezzato, e il mondo, retto dall'Equilibrio della Maat, sarà travolto dal Caos di Isfet.»
Henutsen aveva scagliato un urlo contro il figlio, un grido che sembrava voler lacerare la pietra stessa: «Hai sentito, verme inutile? Tutto questo per colpa tua! Se non sapessi di commettere un sacrilegio peggiore del tuo, ti ucciderei con le mie stesse mani!»
Ma gli dèi, quella volta, avevano avuto pietà dell'Egitto. E del loro figlio defunto.
Erano intervenuti, salvando Cheope e l'universo.
Mentre Gedefra, sempre più affranto, continuava a piangere abbrac-ciato al corpo bendato del padre, Chefren – mosso da una volontà che non era la sua – aveva strappato dalle mani di Shashemai il sacro bastone Wr-Hekau dalla testa di serpente, e dopo aver pronunciato le formule che lo attivavano, si era avvicinato alla tavola d'offerta ai piedi della mummia di Cheope. E aveva letto, con voce ferma, l'elenco delle offerte funebri incise sulla pietra.
Quando aveva finito, un lampo di consapevolezza gli aveva attraversato lo sguardo. Si era irrigidito. Aveva capito. Aveva compreso l'enormità del gesto compiuto, un gesto che nessun mortale avrebbe osato compiere. E si era ammutolito, come se la lingua gli si fosse pietrificata in bocca.
Per un istante era tornato il silenzio. Così improvviso da spegnere per-sino i singhiozzi di Gedefra, che giaceva rannicchiato ai piedi del padre come un cucciolo tremante.
Poi, all'improvviso, l'aria era stata squarciata da un urlo. Un urlo che non apparteneva più a un essere umano. Era follia. Era dolore. Era rab-bia, disperazione, e soprattutto una lucidissima, atroce consapevolezza.
Era Henutsen.
Lei, prima di tutti, aveva compreso ciò che quel gesto significava.

La legge era chiara: ereditava il trono chi completava la sepoltura del predecessore.
Gedefra aveva compiuto la prima parte del funerale. Chefren, la se-conda.
Entrambi, ora, avevano gli stessi diritti sul trono d'Egitto. Chi sarebbe diventato Faraone? Gedefra? O Chefren?

Shashemai, però, aveva previsto un simile epilogo e si era preparato con cura. Dopo aver accompagnato le due regine e Gedefra fuori dalla pira-mide, era tornato sui suoi passi. Non aveva raggiunto, però, la camera funeraria, dove Chefren, Pakher e Ankha lo attendevano ignari. Si era fermato nell'anticamera, davanti ai meccanismi che facevano calare le la-stre di pietra destinate a sigillare per sempre l'accesso alla stanza. Erano perfettamente bilanciati: bastava la forza di un uomo robusto come lui per azionarli.
L'aveva fatto senza esitare, condannandoli a un sepolcro eterno.
Solo allora, soddisfatto, si era avviato verso l'uscita della piramide, pronto a raccogliere i frutti del suo malvagio operato.


Giza. Vent'anni prima – Ankha
Era una costruzione immensa, la più grande che l'uomo avesse mai osato innalzare. Ripida come una montagna e così alta da sembrare toc-care il sole, mostrava i suoi fianchi a gradoni inclinati e una cima piatta, ancora incompiuta.
La base quadrata era tanto vasta che per percorrerla occorrevano quasi millecinquecento passi, ossia milleottocento cubiti secondo il nostro com-puto. Un cubito era la distanza fra il gomito e la punta del dito medio di un uomo.
La piramide non era ancora terminata, e sarebbero serviti molti anni per completarla. Eppure già allora la sua mole incuteva timore e procla-mava agli uomini, agli dèi e all'universo che colui che l'aveva voluta, il grande sole d'Egitto Cheope, non era un semplice mortale, ma un dio.

Alla base delle facce sud e ovest si allungavano due rampe diritte, usate per trascinare in alto pietre, corde, legname e uomini. Si arrestavano al cinquantesimo corso di blocchi, dove si trovava il pavimento della camera destinata ad accogliere il corpo mummificato del Faraone. Da quel livello in poi sarebbe entrata in funzione una rampa interna a spirale, scavata nella massa stessa della piramide, che avrebbe raggiunto la sommità, ol-tre i duecento cubiti d'altezza. La rampa meridionale era lunghissima; l'altra, più corta, serviva a sostituirla quando la prima doveva essere rial-zata e prolungata, così che il trasporto dei blocchi non si interrompesse mai. Ora era in demolizione, poiché la rampa interna aveva preso il suo posto.
Ai piedi della faccia orientale, a poca distanza dal candido rivestimento in calcare di Tura, stava sorgendo il tempio funerario del re, minuscolo accanto al gigante che lo sovrastava. Lì sarebbero stati celebrati i riti ne-cessari alla sua vita ultraterrena. In origine il santuario era piccolo e posto più a nord, ma quando Cheope, nel quinto anno di regno, si era procla-mato incarnazione vivente del dio sole Ra, aveva compreso che non era più degno del suo rango e ne aveva ordinato l'ampliamento. Sarebbe stato splendido, ornato da statue di dei e del Faraone in alabastro, granito e diorite, scolpite dai migliori artigiani d'Egitto.
Dal luogo sacro partiva una strada coperta che conduceva a un altro tempio, affacciato su un imbarcadero collegato al Nilo, dove si sarebbero svolte le prime fasi del funerale reale. Più a sud si estendevano le cave da cui provenivano i massi per tutte quelle costruzioni; oltre ancora, i vil-laggi degli operai e i cimiteri destinati a ospitarli. Sul lato opposto ri-spetto alla città operaia, più vicino al sacro fiume, sorgevano il palazzo di Cheope, quello del Gran Visir Hemiunu e le dimore dei familiari del re, dei funzionari più importanti e dei sacerdoti incaricati del suo culto fu-nerario.
Ricordo che sul luogo in cui doveva sorgere il tempio funerario Alto c'era stato, per settimane, un brulicare continuo di sacerdoti e di archi-tetti. Dovevano deciderne la pianta ma non riuscivano a trovare un ac-cordo. I sacerdoti di Ra sostenevano una soluzione, quelli di Sokhar un'al-tra, quelli di Osiride un'altra ancora. E il Faraone, travolto da pareri di-scordanti, non si decideva, così che il tempio non cresceva e rimaneva un abbozzo.

Non era una decisione da poco: da essa dipendevano la sua resurrezione e l'equilibrio dell'universo. Era già accaduto, in tempi remoti, quando re-gnavano i semidei discendenti di Horus: il mondo era stato sconvolto da catastrofi così terribili che per poco non era tornato nelle acque primor-diali da cui Atum-Ra l'aveva tratto. Nessuno ricordava come fosse stato fermato quel disastro, ma tutti sapevano che non doveva ripetersi. Per evitarlo, il funerale reale e i riti successivi dovevano svolgersi alla perfe-zione, e ciò era possibile solo se la pianta del tempio funerario Alto fosse stata impeccabile.
Hemiunu, il capo architetto, voleva modellarlo su quello più antico, del grande Re Gioser della III dinastia: ma era troppo semplice, e Cheope lo disdegnava. Ankhaf, suo assistente, proponeva invece uno dei modelli del grande Re Snofru, ma lui ne aveva costruiti tre, tutti diversi. Qual era dunque quello giusto?
Le discussioni erano durate mesi, interminabili come la disputa che aveva opposto Horus a Seth per ottant'anni. Ma noi non avevamo quel tempo: il Re era di mezz'età e nessuno sapeva quanto avrebbe vissuto. Sono certo che senza l'intervento degli dèi, la contesa sarebbe proseguita all'infinito e Cheope non avrebbe mai avuto una sepoltura degna.
Era stato allora che il saggio Principe Hordjedef aveva avuto un sogno che aveva risolto l'annosa questione. Non si trattava più soltanto di ga-rantire al Faraone l'immortalità, ma anche di evitare che i cleri, già pronti a guardarsi in cagnesco, si scagliassero l'uno contro l'altro.
Nel sogno gli era apparsa la dea Hathor, madre divina dei faraoni, e gli aveva rivelato che la pianta del santuario era conservata in un papiro cu-stodito nella biblioteca del tempio del Sole a Eliopoli. Hordjedef si era allora recato nella città sacra e aveva recuperato lo scrigno, il papiro e la pianta, salvando, così, Cheope, l'Egitto e l'universo.

Nessuno aveva mai visto un edificio come quella piramide, e nessuno, in futuro, ne avrebbe visto un altro. Si innalzava sul pianoro di Giza come un gigante, circondata da una miriade di uomini minuscoli come formi-che che a ogni ora del giorno contribuivano a renderla più alta, più mas-siccia, più immensa.
Nessuno capiva perché dovesse essere così grande: tutte le piramidi pre-cedenti erano più piccole. Le uniche che potevano reggere il confronto

erano quelle che il padre di Cheope, il buon Re Snofru, aveva fatto co-struire a Dahshur. La prima, a doppia pendenza, sembrava una focaccia mal cotta afflosciata su sé stessa, tanto che il Re si era rifiutato di farsi seppellire lì. La seconda, meno inclinata, era un buon compromesso tra altezza e larghezza, ma non era nulla rispetto a quella che stavamo innal-zando.
Qualunque fosse il motivo per cui Cheope la volesse così, per me non cambiava nulla. Ero uno degli uomini che la costruivano, e lavoravo dall'alba al tramonto, otto giorni su dieci. Rispetto a chi scavava e trasci-nava massi, però, ero fortunato: grazie agli insegnamenti di mio padre, che era stato capo cantiere alle cave di granito di Elefantina, sapevo leg-gere, scrivere e far di conto. A Giza ero scriba. Ci lavoravo da sette anni, da quando ero stato strappato alla mia terra del sud e portato qui per ser-vire la megalomania di Cheope, deciso ad avere la tomba più grande e più bella mai costruita.
E pazienza se fosse costata un numero spropositato di vite: aveva tutto l'Egitto da cui attingere. Uomini, animali e dei, eravamo tutti al Suo ser-vizio: gli uomini per costruire la piramide, gli animali per aiutarli e nu-trirli, e gli dèi per non ostacolarli.

Ero seduto di fronte alla piramide, sotto il gruppetto di sicomori dove mi riposavo nelle pause del lavoro. Guardandola pensavo a quanto fosse cambiata da quando ero arrivato lì: allora era solo un'informe spianata di roccia appena livellata, ora, una torre che sfidava il cielo.
Davanti a me brillava l'oro dell'obelisco del tempio di Ra a Eliopoli, così alto da sembrare una fiamma sospesa nel cielo; più vicino scorreva il nastro verde-argento del Nilo. A sud si stagliavano le piramidi di Dah-shur e, più lontana, quella a gradoni del Re Gioser la prima mai costruita in Egitto.
Stavo sbocconcellando il mio misero pasto di mezzogiorno – mezza forma di pane scuro e dieci pesci del Nilo, accompagnati da una brocca di birra calda – quando ero stato raggiunto dal mio amico Pakher, un li-bico grosso e imponente come un toro ma buono come il pane. Era uno delle migliaia di uomini che Cheope aveva fatto portare dalla lontana Li-bia per costruire la sua tomba. E uno dei pochi ancora vivi.

Gli avevo chiesto se volesse un po' della mia birra. Il sole era ancora alto, e faceva un caldo cane.
«Se non è quella annacquata della vedova Henwt, sì...» aveva mormo-rato, crollando seduto al mio fianco. Era stata una mattinata pesante alla cava: lo si vedeva dal sudore che gli imperlava la fronte e dai muscoli del torace che gli tremavano per la fatica. Era sempre così, d'estate, quando il sole dardeggiava alto e cocente e non c'era riparo fino al tramonto.
Avevo ringraziato mentalmente mio padre per avermi fatto diventare scriba. Anch'io stavo tutto il giorno sotto il sole, ma non dovevo tirare blocchi pesanti legati a corde che segavano le spalle e sfiancavano schiena, gambe e piedi. E, soprattutto, potevo venire a riposare qui, sotto il boschetto di sicomori che dava ombra e un po' di frescura.
Mi ero scostato per fargli posto all'ombra e gli avevo passato la brocca, piena per metà. L'aveva afferrata come se non bevesse da mesi e l'aveva svuotata in pochi, grossi sorsi.
«Per gli dèi, mi ci voleva. Avevo la gola più secca della mummia di quel cornuto di Osiride.»
«Non bestemmiare...– avevo mormorato facendo uno scongiuro con le dita – gli dèi ci ascoltano...»
Non ero molto religioso, ma non volevo mettermeli contro. Potevano essere pericolosi, ed era meglio tenerli buoni.
Pakher aveva sputato per terra un grumo di saliva giallastra che puz-zava di birra. Nel farlo aveva colpito una grossa scolopendra nera che si stava scaldando su un sasso, tramortendola. Quando aveva provato a scap-pare, l'aveva schiacciata sotto il piede nudo con un rumore raccapric-ciante. Avevo sperato che Seth non se ne avesse a male, visto che gli era sacra.
«Gli dèi? – aveva sbuffato – non so tu, Ankha, ma io non ne ho ancora visto uno. Solo statue immobili, e chi – come quel vecchio rimbambito di Cheope – crede di esserlo.»
Avevo distolto lo sguardo dall'orizzonte e l'avevo fissato: – Credi che non lo sia? I sacerdoti dicono di sì.»
«Ascolta. Quando mi hanno portato qui avevo otto anni. Credevo agli dèi, e pensavo di fare la loro volontà innalzando quella cosa mostruosa davanti a noi. Ero così piccolo e magro che l'unica cosa che potevo fare era andare su e giù per il cantiere a raccogliere il piscio degli operai con

una brocca, per versarlo negli orci dei follatori di stoffe e dei conciatori di pelli. Poi mi hanno messo a portare l'acqua da bere. Poi a versarla davanti alle slitte per lubrificare la strada. A quattordici anni, quando sono diven-tato il toro che vedi, mi hanno mandato nelle cave. E da allora spacco sassi dall'alba al tramonto, otto giorni su dieci, per rendere felici gli dèi e Cheope. E per cosa? Per uno stipendio che non riesco nemmeno a go-dermi, perché la sera sono troppo stanco. Sarebbe stato meglio restare nel mio villaggio in Libia, ad allevare capre e coltivare quel poco che cresceva nell'orto. A quest'età avrei una casa, una moglie, dei figli. E non rischierei di venire schiacciato da un masso com'è successo a quel poveraccio di Kat tre giorni fa, o azzoppato dal calcio di un bue.»
Aveva sfogato la rabbia scagliando la giara vuota a terra. Si era rotta, spargendo l'ultimo velo di birra.
«Potresti avere una bella casa anche qui, se lo volessi – gli avevo detto – e nessuno ti vieterebbe di sposare chi ti piace.»
Aveva sputato di nuovo:
«In ogni caso dovrei restare qui finché quella dannata piramide non sarà finita. Non voglio condannare una moglie e dei figli a una vita simile. Preferisco il mio tugurio, ubriacarmi ogni sera e scoparmi chi voglio.»
«Lavorando qui, però, ci siamo garantiti l'aldilà. Saremo gli unici, in tutto l'Egitto, a beneficiarne.» Speravo così di calmarlo.
«Sarà. Ma dato che non sono certo che esista, preferisco vivere meglio il presente.»
«Non sei sicuro di quello che ci hanno promesso?»
«No. Secondo me è solo un modo furbo per farci lavorare come dannati senza protestare.»
«Ah...»
Lo pensavo anch'io, a volte. Ma a differenza di Pakher, che era orfano, ero cresciuto con l'idea che gli dèi esistessero e che dovessimo fare di tutto per renderli felici. Anche se questo significava lavorare come muli, tutto il giorno, sotto il sole cocente, per il loro figlio Cheope.
Con un calcio, Pakher aveva fatto rotolare i pezzi di giara nel vallone ai nostri piedi. Ci avevano messo un po' a raggiungere il fondo.
«Senti, Ankha: ho visto seppellire un sacco di gente a cui i sacerdoti avevano garantito l'immortalità. E dopo un po'? Ossa e carne marcia. E

dopo ancora, nemmeno quelle. La chiami immortalità, questa? Io la chiamo fregatura.»
«Non è immortale il corpo, Pakher, ma l'anima. È quella che va nell'al-dilà, non il corpo.» Almeno così ci avevano detto.
«Sarà, ma non ci credo. Preferisco godermi la vita adesso. Lavoro il mi-nimo indispensabile per avere vitto, alloggio, cure mediche e tutte le put-tane che riesco a scopare.»
Giusto, avevo pensato. Ma l'avevo tenuto per me. Tanto non potevamo fare altro che stare zitti e lavorare. Eravamo uomini di Cheope, e il nostro destino era segnato. Bisognava solo sperare che vivesse a lungo, così da non dover costruire subito un'altra piramide per il suo successore.
Eravamo rimasti in silenzio per un po', osservando l'arco di Ra nel cielo. Pakher rimuginava sulla sua vita; io gli lasciavo sbollire la rabbia prima di tornare alla cava. Lo conoscevo da anni: era l'unico modo per farlo cal-mare. Altrimenti avrebbe brontolato tutto il pomeriggio, rendendo im-possibile lavorare.
E poi era un pomeriggio troppo bello per rovinarlo. Il cielo era azzurro come la più pregiata turchese del Sinai, il sole uno scudo d'oro incande-scente, la piramide una montagna d'avorio, il Nilo un nastro di malachite verde e il deserto, sullo sfondo, una distesa d'argento. In momenti così dimenticavo per un istante di essere uno scriba e mi sentivo più fortunato di Cheope, chiuso nella sua reggia calda, buia e polverosa a poca distanza dal cantiere.
«Sai come sta il Faraone?» mi aveva domandato quando il tamburo del cantiere aveva ricominciato a battere i colpi che annunciavano la ripresa del lavoro.
Le voci erano discordanti, ma nulla di ufficiale. Alcune guardie dice-vano che stava per raggiungere i suoi antenati; altre che si stava ripren-dendo dalla malattia che l'aveva colpito un mese prima.
«Non lo so. Dal palazzo non esce nulla, e il Gran Visir è più muto di una statua. Ho provato a chiederlo al mio superiore, ma mi ha detto di farmi gli affari miei.»
«Io ho messo alle strette il capo delle guardie, Men. L'unica cosa che mi ha rivelato è che dalla prossima settimana le ore di lavoro passeranno da otto a dieci. E se il Re non guarirà, sospenderanno anche i giorni di ri-poso.»

Ahia. Significava che avremmo lavorato come dannati finché la pira-mide non fosse stata pronta.



3. Giza – Palazzo di Cheope – dodici anni dopo
Il Principe Chefren era fermo davanti alla finestra della sua camera da letto, intento a osservare la piramide del padre illuminata dal sole della mattina. Era a buon punto: mancavano solo una cinquantina di cubiti alla cima, la pietra sommitale dorata e il rivestimento in calcare bianco di Tura.
Da quando la salute di Cheope era diventata così altalenante, due mesi prima, i lavori nel complesso funerario avevano avuto una notevole acce-lerazione. Ormai si lavorava sia di giorno sia di notte, ma non sarebbe stato pronto prima di due anni. Era il rischio che si correva quando si voleva realizzare un'opera degna degli dèi, ma che purtroppo aveva biso-gno dei miseri uomini per realizzarla.
Potevano anche essere i migliori del mondo, com'erano gli Egizi, ma nulla potevano contro l'umana impossibilità di accelerare i tempi per ta-gliare i blocchi di pietra, per trasportarli sulla piramide e per metterli in posizione.
Cheope aveva sfidato gli dèi per erigere la piramide più grande dell'uni-verso, ma non aveva fatto i conti con il fatto che potesse morire prima che fosse terminata.
E gli dèi, forse, lo stavano punendo per questo.
Se l'avesse fatta più piccola sarebbe già stata finita. Ma era come il suo predecessore Snofru, non si sarebbe mai accontentato di una piramide che potesse essere superata in grandezza da quella di qualcun altro.

Guardandola, si era sentito assalire dall'amarezza e dallo sconforto. Era da quando l'aveva vista, a quattro anni, che si chiedeva come sa-
rebbe stata quella che avrebbe edificato lui, l'erede al trono. Gli sarebbe piaciuto affidarne la costruzione ad Hemiunu, il più bravo architetto d'Egitto, che l'avrebbe progettata bellissima.

L'avrebbe fatta innalzare a fianco di quella del padre, per dimostrargli tutta la sua devozione e il suo amore.
Dentro di sé aveva un sogno, che non aveva mai rivelato a nessuno: di fare dell'altopiano di Giza un luogo consacrato a Cheope e agli Dèi di Eliopoli. Ra, il sommo dio sole, sarebbe stato rappresentato dalla pira-mide di Cheope, la più grande; al suo fianco ci sarebbe stata la sua, un po' più piccola, che sarebbe stata consacrata ad Hathor, la moglie di Ra. Vi-cino a esse, ma un po' discosta, ce ne sarebbe stata un'altra, più piccola, dedicata alla loro figlia, Maat, la dea che garantiva l'ordine dell'universo.
Fino a un mese prima sapeva che sarebbe successo. Avrebbe solo dovuto aspettare la morte del padre e di venire proclamato Faraone.
Ma poi il dio demone Seth ci aveva messo lo zampino e le cose erano cambiate.
Perché il Re aveva comunicato ai rappresentanti dei più importanti templi d'Egitto che c'era un altro pretendente. Era Gedefra, il figlio della Regina Henutsen. Era nato nell'anno della grande alluvione, quando le acque del sacro fiume Nilo avevano superato di quattro cubiti l'altezza massima. La notizia aveva fatto scalpore, perché la donna era priva di sangue divino, l'unico che dava accesso al trono.
Ma Cheope ne era innamorato perso, e per farla contenta le concedeva tutto, anche di fare del loro figlio un pretendente al trono.
Nella corte si erano quindi create due fazioni: quella che ruotava at-torno a Chefren e quella che gravitava attorno a Gedefra. La prima era sostenuta dalla parte più rigida e conservatrice dei nobili, che faceva capo al sommo sacerdote del dio Ptah; l'altra, da quella che era sempre stata messa in ombra, capeggiata dal sommo sacerdote di Ra.
In mezzo, come un birillo su un piedistallo instabile, stava Chefren, il cui sole sembrava essere tramontato ancora prima di sorgere.
Lo sguardo del giovane si era spostato a destra, verso il cimitero dov'erano sepolti i figli di Cheope. In quel momento era poco visibile, perché era oscurato dall'ombra massiccia della piramide.
«Sarò come voi... – aveva pensato rivolto ai fratelli che giacevano lì – Come te, Kawab, che avevi grandi sogni, o come te, Horbaef, che volevi rivoluzionare l'Egitto. Siete stati eredi per un attimo e defunti per un tempo infinito. Oh, dèi...– aveva urlato al cielo con un singhiozzo stra-ziante – Perché mi fate questo? Avrei potuto essere un Faraone e un figlio

del sole, e invece sarò solo un'ombra; un uomo, mentre avrei potuto essere un dio...»
Guardare quello che avrebbe potuto perdere lo straziava troppo, e allora si era staccato dalla finestra e si era portato a un tavolino d'ebano su cui stavano dei bicchieri d'oro e una brocca piena a metà del forte vino rosso del Delta. L'altra metà l'aveva bevuta mentre era intento a commiserarsi alla finestra.
Si era riempito un altro bicchiere e l'aveva svuotato d'un fiato, poi l'aveva fatto seguire da un secondo e da un terzo. Ma era così triste e ama-reggiato che nemmeno l'alcool riusciva a migliorare il suo umore, perciò, con uno scatto di rabbia, aveva gettato via il bicchiere. Si era arrestato contro la delicata colonnina a forma di papiro del letto.
Perché tutto, attorno a lui, contribuiva a peggiorare il suo dramma: l'ar-redamento, degno dell'erede al trono ma eccessivo per un semplice figlio del re; i dipinti alle pareti, che ricordavano le campagne commerciali che aveva condotto e che da nobile non avrebbe più potuto fare; la deferenza con cui gli si rivolgevano tutti, e che non gli avrebbero più tributato. Sa-rebbe passato dal cielo al fango, dal cielo all'inferno, come una stella che una notte era caduta ai suoi piedi. Aveva creduto che fosse un segno della sua futura incoronazione, ma invece era solo una beffa.
Dura, lacerante e straziante, come l'animo che aveva in quel momento.
Si era rivolto allo sgabello sghembo che l'aveva accompagnato in tutte le sue campagne:
«Che beffa, amico mio. Anni e anni a immaginarmi come un Re e sto per perdere tutto. Chissà se potrai ancora seguirmi o se diventerai anche tu una preda di guerra del mio fratellastro?»
Si era guardato l'anulare e il mignolo della mano sinistra, fusi insieme. Erano il marchio che gli dèi avevano dato al primo Faraone, Menes, e a tutti i suoi discendenti. Sua madre Meritites l'aveva passato a lui e lui l'avrebbe trasmesso ai suoi figli e ai figli dei suoi figli, fino alla fine dei tempi.
Aveva sollevato la mano sinistra al cielo, mostrando agli dèi silenziosi e impassibili quel marchio divino:
«Lo vedete? Io ce l'ho, non Gedefra. Sono io, quindi, il vostro prescelto, non lui!!!»
Avevano bussato alla porta:

«Principe...»
Era il servo di sua madre, Khet.
Sbagliava, o gli sembrava meno deferente di prima? O erano l'alcool e la disperazione a farglielo credere?
«Non voglio vedere nessuno!!! – gli aveva gridato – Lasciami solo!!!»
«Principe...non vorrei disturbarla, ma è importante...»
«Non voglio vedere nessuno! Hai capito?»
«E invece mi vedrai... – aveva risposto sua madre entrando nella stanza come una furia – Non è il momento di fare i capricci come se avessi cin-que anni.»
Si era rivolta al piccolo servitore calvo che l'aveva seguita nella stanza e che stava a testa china in segno di rispetto:
«Esci, chiudi bene la porta e sieditici davanti. Devo parlare in privato con mio figlio e non deve avvicinarsi nessuno.»
L'omino si era inchinato fin quasi a toccare terra con le mani:
«Sarà fatto, Mia Signora!»
«E se venissero a cercarlo digli che non c'è.»
Il servo era diventato pallido come un cadavere:
«E...E se lo chiedesse il divino Faraone?» Maritites l'aveva guardato torvo:
«Non hai sentito, stupido? Se accadrà gli ripeterai la stessa cosa, che non c'è.»
«E se volesse entrare a tutti i costi per controllare?»
«Non lo so, inventati qualcosa. Non ti pago per fare tutto io!»
«Ma mia Regina... È un dio, e se gli mento rischio la dannazione eterna!!!»
«Meglio quella della mia rabbia, Khet. O te ne sei già scordato?»
L'altro aveva scosso il capo. Era una degna figlia di Sekhmet, la potente dea del terrore. Era talmente cattiva che una volta, con la sua ira, aveva quasi distrutto l'umanità. La Regina, però, non era da meno.
«Bene, perché non ho nessuna intenzione di perdere tempo con gli im-becilli. Se dovesse capitare ti assolverò io, che ho più sangue divino del mio reale fratello. O vuoi assaggiare la mia frusta in pelle d'ippopotamo non conciata?» Ancora un po' e dagli occhi le sarebbero uscite le fiamme della dea.

«No, no, no, mia Regina...» L'aveva provata un paio di volte e gli era bastato. Non aveva potuto sedersi per un mese.
«E vedi di non addormentarti come l'altra volta, o qualche frustata non te le leverà nessuno!»
Khet si era inchinato nuovamente e si era affrettato a uscire cammi-nando all'indietro.
Meritites aveva aspettato che chiudesse la porta, poi si era avvicinata al figlio e:
«A mezzogiorno devi incontrare Cheope nella sala del trono. Ci saranno anche il Gran Visir e Gedefra. Non mi hanno spiegato il motivo di questa convocazione, ma credo che sia per comunicarvi chi sarà il suo succes-sore.»
«Credi?»
Disse mettendosi in piedi a fatica. Era ubriaco fradicio. Per farlo aveva dovuto appoggiarsi allo sgabello in vimini su cui distendeva i piedi quando era stanco. L'alcool gli aveva tagliato le gambe e l'equilibrio.
«Penso di sì, visto che vuole solo voi. Prima che tu vada, quindi, dob-biamo stabilire come muoverci se dovesse scegliere il tuo fratellastro. È la nostra ultima possibilità di fargli cambiare idea. Una volta comunicata la sua decisione a voi e al Consiglio dei Dieci verrà depositata negli ar-chivi dei templi. Pensiamo quindi a cosa fare.»
«Temi che scelga Gedefra?»
«Non lo so, ma dobbiamo prepararci al peggio. Ieri ho incontrato tuo padre e gliel'ho chiesto, ma non mi ha risposto. E gli Dèi, che ho consul-tato, sono stati muti. Quindi, tornando alla tua domanda, non lo so. Ma non voglio farmi trovare impreparata.»
«Hemiunu cosa dice?»
«Ne sa anche meno di me.»
«Hai chiesto agli astri?»
«Sono come gli dèi, muti.»
Dopo aver sollevato lo strascico di bianca mussolina trasparente che le copriva il corpo appesantito dagli anni e dalle gravidanze si era seduta su una delle ricche poltrone che si trovavano sparse qua e là e: «Prima di stabilire cosa fare versami un bicchiere di vino. Ho sete.»
Chefren se n'era versato uno anche per lui, ma era stato fermato dalla madre:

«Non berne più. Sei ubriaco, e non puoi entrare nella tana del lupo così. Ti farebbero a pezzi.»
Aveva assaporato il rosso nettare per un po', poi:
«Questo vino è eccellente. Devo dire al mio maggiordomo di fare i com-plimenti al capo vignaiolo e di farmene dare qualche giara.»
Poi:
«Guardati, sei penoso. E invece devi essere forte. È il momento della tua vita in cui devi esserlo come mai sei stato.»
«Non so se ci riuscirò...»
«Devi!! Ne va del tuo futuro e di quello dell'Egitto.»
L'aveva osservata. Malgrado i quarantacinque anni, gli intrighi, le lotte per il potere, le numerose gravidanze e le preoccupazioni, era ancora forte e indomita come una leonessa. Alta poco meno di lui, aveva il volto qua-drato, il naso camuso e gli occhi piccoli dei figli di Snofru. Non era bella, ma compensava questa mancanza con l'intelligenza e l'espressione fiera e indomita. Era contento di non averla per nemica. Molti l'avevano fatto, convinti che fosse solo una donna, e se n'erano amaramente pentiti.
«Tu invece lo sei, sempre...» amaro. Le invidiava questa caratteristica, e avrebbe dato dieci anni di vita per averla.
Gli occhi della donna avevano sprizzato fuoco:
«Certo, Chefren. Sono nata da un Faraone, sono sposa di un Faraone e forse sarò madre di un re. E sono divina, perché discendo dagli dèi. Sono forte anche quando non lo sono, e se non lo sono, fingo. Ma non mi per-metto di cedere o di mostrarmi debole. È il segreto per diventare forti e ingannare i nostri nemici.»
Gliel'aveva insegnato sin da quando era bambino. Ma un conto era farlo se si era come lei, un conto se si era come lui. Si era accasciato per terra a gambe incrociate come quando era piccolo. Gli dava sicurezza.
«Non so se riuscirò a esserlo.» aveva ribadito con voce ancora più fioca.
«Allora mi deludi...» sprezzante «E deludi l'Egitto, i tuoi antenati e tutto ciò che hanno fatto per te. Se sei così pusillanime è meglio che salga al trono Gedefra. Non so se ne sarebbe degno, ma tu, così, non lo sei. E un perdente non può stare sul trono di Horus. Ne va del bene dell'universo.» dura.
«Non è un parlare da madre...» amaro.

«No, infatti. Ma prima che madre sono la Regina dell'Egitto e dell'uni-verso. Il mio primo dovere è per loro, non per te. Se non lo pensassi non sarei degna del sangue sacro che mi scorre nelle vene.»
Si era chinata verso di lui. Il suo profumo, che sapeva di mirra e d'in-censo, gli aveva ricordato quando, da bambino, lo cullava raccontandogli le storie dei suoi predecessori: del Re Scorpione, che aveva iniziato l'uni-ficazione dell'Egitto, di Menes, che l'aveva fondato e aveva costruito la capitale Menfi, di Gioser, che aveva edificato la prima piramide di pietra, del nonno Snofru, che aveva inventato la piramide a facce lisce, e delle sue antenate: la Regina Qemet, che aveva fatto approvare una legge che permetteva alle donne, in assenza di un erede maschio, di salire al trono; la trisnonna Nimathaap, che aveva retto il trono fino alla maggiore età del figlio Sanakht, e la nonna Hetepheres, che aveva ottenuto il privilegio di essere sepolta sotto una piramide, la tomba dei faraoni.
«Tu sei mio figlio, Chefren. Sei Horus, perché io sono Iside. Non puoi permetterti di essere debole. Devi essere forte. Forte come il dio che è nato da una fecondazione impossibile, quella fra una dea vivente, Iside, e un dio morto, Osiride. Se non lo sei devi esserlo, o fingere di esserlo. Se non per te, per l'Egitto. Se non per l'Egitto, per i tuoi antenati e i tuoi discendenti. Se non per loro, per me. Per noi, Chefren, che discendiamo dagli dèi.
O vuoi che diventi Re una nullità come Gedefra? Sarebbe il crollo di tutto ciò che i nostri antenati hanno costruito, e la fine dell'Egitto. Gli dèi ci volterebbero le spalle, e la nostra terra diverrebbe preda di uomini senza scrupoli, avidi d'oro e di potere e insensibili al bene del nostro po-polo.»
«Se mio padre lo sceglierà è perché pensa che sia valido.» Risata:
«Gedefra valido? Ridicolo. Lo è solo perché lo ha deciso Henutsen. In quanto a Cheope, ti sei dimenticato perché è diventato Faraone? Perché Snofru non aveva più figli maschi, e allora l'ha nominato erede e me l'ha fatto sposare. Ma sono stata io, con il mio puro sangue divino, a legitti-mare la sua ascesa al trono. Senza di me non avrebbe avuto nulla!!
Quanto al motivo per cui potrebbe scegliere il tuo fratellastro, sappiamo tutti qual è: sua madre. Ma non può ignorare la tradizione, e qualcuno deve ricordarglielo. Tu non puoi farlo, dato che potrebbe giocare a nostro

sfavore, e io nemmeno, visto che non sono stata ammessa al colloquio. Perciò ci rimane solo Hemiunu. È il Gran Visir, è dalla nostra parte, è scaltro, è immune dalle seduzioni di quella donnaccia e sa come muo-versi.»
«Coma sai che parteggia per noi?» scettico.
«Perché l'ho fatto diventare io quello che è, e me lo deve. Senza di me non sarebbe nulla.»
«Potrebbe aver cambiato idea.»
«Hemiunu? No, è solido e coerente come la piramide che sta co-struendo. Ma c'è un motivo per cui non ci tradirà mai: mi ama e mi ha sempre amato. Se non avessi dovuto sposare tuo padre ora sarei sua mo-glie. Perciò sarà sempre dalla nostra parte.»
«L'amore va e viene, madre...»
«Se è quello di Hemiunu per me, no. Mi ama sin da quando eravamo bambini, e raccoglieva i fiori di loto del laghetto del palazzo per donar-meli. Non si è mai sposato per questo. Ci sono anche cose, solo nostre, che ci legano e che tu non conosci. Perciò fidati di me e di lui. Ma basta ‘cian-ciare' e perdere tempo. Devi raggiungere Hemiunu e trovare una solu-zione. Anche estrema. Ti assolvo io...»
Chefren era rabbrividito:
«Il regicidio è punibile con la morte e la dannazione eterna, madre.»
«Se è fatto per il bene dell'Egitto non lo è, Chefren. La nostra terra è nata da un regicidio, perché Osiride, da cui discendono tutti i faraoni, era un re. Dopo il suo omicidio ce ne sono stati altri, e altri ne seguiranno. Ti sei mai chiesto perché nessuno dei successori del grande Re Gioser ha regnato a lungo mentre il tuo bisnonno Huni sì?»
«No.»
«Perché i sacerdoti eliopolitani volevano un Re a loro fedele, e Huni era l'unico a esserlo. I suoi predecessori, quindi, sono stati eliminati.»
«Tutti?»
«Sì.»
«Ma è terribile!!» sconvolto.
«Sì, ma non è l'unica cosa grave che sia accaduta in nome del trono. Il suo simbolo è la Corona Doppia, formata da quella Rossa, sotto, e da quella Bianca, sopra. Il colore rosso non è solo tintura, Chefren, ma san-gue, quello versato per ottenerla. Ci sono state regine che hanno strango-

lato i figli e le rivali, figli che hanno ucciso i padri e padri che hanno am-mazzato i figli, fratelli che si sono scagliati contro i fratelli, sovrane che sono state fatte abortire perché portavano in grembo un erede non gra-dito. Non saresti né il primo né l'ultimo a farlo, figlio, ma solo uno dei tanti.
Quanto al fatto che possa essere dannata, ci penserò quando sarò da-vanti agli dèi. Se hanno assolto Seth quando ha ucciso il fratello Osiride, assolveranno anche me. Se non lo faranno la giustizia di Maat non avrà più senso, e il mondo finirà. Ma non voglio arrivare a questo. Bisogna però far credere a Cheope che sia disposta a farlo.»
«Non temi che ti farebbe uccidere?»
«Non gli converrebbe, e lo sa. Equivarrebbe a un regicidio, e il Consiglio dei Dieci nominerebbe erede te.»
«Tu però saresti morta.»
«Ma ne sarebbe valsa la pena.»
«Hai proprio pensato a tutto.»
«Sono tua madre. Devo farlo.»
Erano rimasti zitti fino a quando il suono delle trombe aveva annun-ciato che mancava un'ora a mezzogiorno.
«Convincerlo o ucciderlo... Non sarà facile»
«No, ma non lo sarà nemmeno indossare la Corona Doppia. E non ti salverà da serpenti travestiti da uomini, da donne che si diranno innamo-rate di te anche se ti detesteranno, da nemici travestiti da amici, da fratelli che ti sorrideranno prima di pugnalarti, da figli che saranno disposti a tutto pur di sostituirti. È stato così all'inizio, con Seth e Osiride, e sarà sempre così. Sarai un vaso di alabastro fra vasi di granito, e starà a te de-cidere se soccombere o resistere. E non ci saremo sempre Hemiunu e io ad aiutarti e a proteggerti. Ma se resisterai potrai costruirti una piramide più grande e più bella di quella di tuo padre, potrai rimediare a tutti i danni che ha fatto, e il tuo nome e quello dei tuoi discendenti sarà eterno. Considera quello che stai per fare una prova di ciò che ti aspetterà in fu-turo.»
Gli aveva lasciato pensare alle sue parole per un po', poi si era alzata:
«Ora, però, devo andare, e tu devi recarti da Hemiunu. Non c'è molto tempo, perché Cheope vi vuole fra un'ora. Ho detto al servo che aveva mandato a chiamarti di girare a vuoto per un po', prima di tornare dal

lui. Così avrai il tempo di fare tutto. L'ho pagato bene, ma non so se lo farà. L'oro funziona meno da quando non abbiamo più il trono saldo in mano. Perciò sbrigati.»
«Mi accompagni?»
«No, devi cavartela da solo. E io lavorare nell'ombra.»



4. Giza – Palazzo di Hemiunu
Gli alloggi di Hemiunu si trovavano in un'ala del palazzo reale affac-ciata su un ramo secondario del Nilo. Per grandezza, magnificenza e ric-chezza rivaleggiavano con quelli dello stesso Faraone. Erano il segno della sua importanza e del fatto che, come lui, era nipote del Faraone Snofru.
L'ingresso a due battenti portava incisi, in oro, i suoi titoli:
«Nipote del re, Sacerdote del dio Ra a Eliopoli, Visir, Giudice e Capo Architetto reale.»
Lo qualificavano come l'uomo più potente delle Due Terre dopo Cheope.
La porta era sorvegliata da un nubiano grosso e massiccio come un ce-dro del Libano. A gambe larghe, i piedi calzati da sandali di cuoio mar-rone, le braccia possenti incrociate sul petto muscoloso e la grossa testa rasata unta d'olio, occupava tutte e due i battenti della porta d'ebano. Era un alto ufficiale degli Eletti, la guardia personale del Faraone e del Gran Visir, e sul suo petto muscoloso brillavano, appese a una grossa collana d'oro, le insegne del suo grado, una piuma d'oro sormontata da tre stelle d'argento.
«Devo parlare subito col Gran Visir. Annunciami.»
gli aveva ordinato il ragazzo appena gli era giunto davanti. La guardia aveva chinato il capo in segno di rispetto ma non l'aveva fatto.
«Hai sentito cos'ho detto, nubiano? O devo ripetermi?»
«Non servirebbe a nulla, mio Principe. Il Gran Visir ha dato ordine di non far entrare nessuno.»
«Non m'importa cos'ha detto, è un'emergenza!»

L'Eletto aveva strusciato i grossi piedi sul pavimento, a disagio, ma non aveva fatto altro. Gli ordini di Hemiunu erano legge e andavano rispet-tati.
«Non posso veramente, mio Principe. Se lo facessi verrei spedito nelle miniere d'oro del deserto orientale e non potrei più tornare. È già suc-cesso...»
«Sai che potrei fare lo stesso? Apri!!»
«Sì, mio Principe, lo so, ma Hemiunu, a differenza vostra, mi darebbe anche cento frustate, e con la sferza di rame intrecciato. Perciò mi scuso ma non posso fare quello che mi chiedete».
Per fargli capire che non era il caso d'insistere si era drizzato in tutta la sua già notevole statura e aveva serrato ancora di più le braccia sul grosso petto muscoloso.
«Bene, non insisto. Ma farò rapporto al tuo superiore, Men. Magari non ti darà cento frustate come il Gran Visir, ma ti farà passare un brutto mo-mento.»
L'Eletto non aveva potuto far altro che chinare la testa e accettare quello che l'aspettava.
«Posso mandargli un messaggio attraverso la porta?»
«Se non comporta che entriate sì.»
«Va bene.»
Chefren si era avvicinato alla grossa porta d'ebano, l'aveva percossa tre volte col pugno chiuso e poi, sperando che l'altro lo sentisse, aveva urlato:
«Hemiunu!!! Sono Chefren!! Ho bisogno di parlarvi per conto di mia ma-dre!!»
Sperava che al nome di lei lo facesse entrare.
Per un po' non era successo nulla, tanto che il ragazzo aveva pensato che l'altro non l'avesse udito. Poi s'era avvertito un grugnito di stizza, e la voce cavernosa di Hemiunu che gli diceva di accedere.
L'Eletto si era allora girato verso i pesanti battenti in legno che condu-cevano nell'appartamento, li aveva spalancati e aveva accompagnato den-tro il giovane. Poi si era inchinato in un saluto profondo, e camminando all'indietro, era uscito chiudendo dietro di sé la pesante porta.
Il locale, in penombra, era abbellito da numerosi arazzi intessuti d'oro e da soffici tappeti floreali. Sparsi qua e là c'erano tavolini intarsiati d'avorio, lapislazzuli e turchesi che creavano un affascinante contrasto

con i rudi sgabelli in vimini e le sedie in ebano e in teak. Alcuni sorreg-gevano dei vasi di calcite pieni dei fiori più colorati e profumati che la terra d'Egitto potesse produrre; altri dei rotoli di papiro arrotolati. Su quello vicino all'ingresso c'erano una tromba di rame e una scacchiera per il gioco del Senet con i quadrati in ebano e in avorio e le pedine in ossidiana nera e in cornalina rossa. A Hemiunu l'aveva regalata Meritites, e vi giocava spesso con lei.
Dalle alte finestre, schermate da delicate tende di mussolina traspa-rente, si intravedeva il lungo canale, ombreggiato da numerosi boschetti d'acacia e di tamerisco, che portava al Nilo.
Tutto, in quel luogo, mostrava la ricchezza e il potere del suo proprie-tario, e quanto amasse circondarsi di cose belle, preziose e ricercate. Al-cune, come i vasi di calcite, risalivano ai primi faraoni, da cui discendeva.
Il ragazzo si era avvicinato all'uomo, stupendosi, ancora una volta, del potere e dell'importanza che emanava anche senza vestiti.
Era sdraiato supino su un enorme letto in legno decorato con teste e zampe di leone, ed era intento a farsi massaggiare da un libico dalla pelle color bronzo e le braccia grosse e nodose come tronchi d'albero. A parte un perizoma di lino bianco che gli copriva i genitali, erano nudi.
Il Gran Visir era un uomo massiccio di una cinquantina d'anni con la testa quadrata e pelata, ma la sua grassezza, i seni penduli, la pancia flac-cida e le gambe massicce solcate dalle vene varicose gliene facevano di-mostrare molti di più. Sentendo avvicinare Chefren aveva aperto gli occhi scuri, e dopo aver ordinato al massaggiatore di fermarsi aveva chiesto, duro, al ragazzo:
«Cosa c'è?»
Chefren aveva indicato il libico in attesa: «Prima mandalo via.»
«No, voglio rilassarmi. Fra mezz'ora devo andare dal Re e voglio essere lucido.»
«Non voglio che ascolti, potrebbe tradirci.»
«Non lo farà.»
«Il suo tono di voce esprimeva una certezza assoluta.»
«Come fai ad esserne sicuro? L'hai pagato?»
«No, ma mi è completamente fedele.»
«Di questi tempi non lo è nessuno, Hemiunu. Mi meraviglio che tu sia così ingenuo da crederci.»

La voce dell'altro si era abbassata di un tono, divenendo pericolosa:
«Attento, Principe. Non accetto da nessuno, nemmeno da te, che mi si manchi di rispetto e si metta in dubbio ciò che dico. C'è gente che è morta per molto meno.»
«Non lo faresti mai...»
«Ah no? – girando il volto massiccio verso di lui – Ti fidi troppo di chi sei, Principe, ma ricordati che non vali più come un tempo. Basterebbe un mio cenno e Reshep ti spedirebbe nell'oltretomba in un attimo. È forte come un toro e tu, invece, sei piuttosto mingherlino.»
«Ti scoprirebbero.»
«No, perché sono il supremo giudice d'Egitto, e nessuno, nemmeno il re, potrebbe mettere in dubbio ciò che racconterei. Mi basterebbe dire che sei scivolato e ti sei rotto il collo e avrei per sempre la riconoscenza del nuovo Faraone Gedefra.»
«Se lo facessi scontenteresti mia madre...»
Infatti, ed è l'unico motivo per cui non lo farò – aveva ammesso l'altro, gelido – riguardo a ciò che ti ho detto su Reshep, ti mostrerò perché lo affermo. Ma prima prendi la lampada a olio che sta sul tavolino d'ebano davanti a te, accendila e portala qui. C'è bisogno di luce.»
«Non sono un servo.» piccato.
«Lo so, ma fallo e basta. E poi togligli la parrucca e guardagli le orecchie e la lingua.»
Chefren l'aveva fatto ed era indietreggiato per l'orrore: non aveva i pa-diglioni auricolari, e il meato uditivo era chiuso da pelle cicatrizzata. La lingua, invece, gli era stata mozzata fino alla gola.
«Hai capito adesso perché mi fido di lui? Non può né parlare né sen-tire.»
«So di persone sorde che hanno imparato a leggere le labbra. Potrebbero comunicare scrivendo.»
«Non lui. È siriano, e non conosce i nostri sacri segni.»
«Sei stato tu?»
Conosceva la sua crudeltà, ma non immaginava che sarebbe arrivato a tanto.
«No, me l'hanno già portato così. Ma è bravo, fedele e devoto, e lo tengo. Di questi tempi sono qualità rare.»
«E come comunicate?»

«Nel tempo abbiamo sviluppato un nostro linguaggio. Lo conosciamo solo lui e io.»
Poi aveva spinto via l'uomo e si era alzato, mettendosi in piedi.
«E adesso veniamo al motivo per cui sei qui. Ho già parlato con tua ma-dre. Direi quindi di...»
Erano stati interrotti dal bussare dell'Eletto.
«Cosa c'è?»
«Mio Signore, sono mortificato di disturbarvi ancora, ma c'è qui il Re-sponsabile della sala del trono che chiede di parlarvi urgentemente.»
«Non può aspettare?»
«Dice di no, mio Signore...»
«Allora fallo entrare.»
Il Responsabile della sala del trono era un ometto magro e allampanato con un occhio storto. Appena entrato si era inginocchiato appoggiando la fronte a terra e allargando le braccia, sia in segno di rispetto sia per indi-care che non aveva armi:
«Il Re ha anticipato l'appuntamento e vi sta aspettando, miei signori. Non è il caso di farlo indispettire.»
Chefren sapeva che il padre era talmente suscettibile che avrebbe po-tuto scegliere il suo fratellastro solo per quello.
«Come mai l'ha anticipato? – gli aveva chiesto Hemiunu – mi aveva detto a mezzogiorno.»
«Lo so, mio Signore, ma la Regina Henutsen non vuole fare tardi alla partita a Senet con le amiche.»
«Quella cagna!! È più importante la sua partita di una riunione del go-verno. A cosa siamo arrivati! Torna dal Re e riferiscigli che stiamo arri-vando.»
Hemiunu si era avvicinato a un tavolino su cui erano disposti dei vassoi d'argento con dei dolcetti e della frutta, ne aveva fatto un misto e se li era ficcati in bocca, inghiottendoli rumorosamente.
«Sai il motivo della sua chiamata? La Regina non me l'ha detto.»
«Vuole annunciare quale sarà il suo successore.»
«Ah... – si era preso un istante per riflettere su quell'informazione – Chi ci sarà?»

«Gedefra, sua madre, i sacerdoti dei maggiori santuari del paese, quelli dei principali ministeri, i governatori delle province, Chefren, voi e tutte le mogli e i figli del re.»
«Anche Meritites?»
La voce dell'omino era diventata flebile come un alito di vento:
«No, mio Signore. Il Re non l'ha convocata.»
«Ah...Come mai?»
«A lei lo dirà dopo, in privato.»
Hemiunu si era strofinato il mento glabro, riflettendo e aggiunse:
«Hmm, non mi piace. Indica che ha scelto Gedefra. Non avrebbe senso, altrimenti, escludere la sua sposa principale. Perciò adesso vai da lei e le dici di raggiungerci subito nella sala del trono.»
«Ma non posso disubbidire a un ordine del re, mio Signore. Devo con-vocare solo il Principe e voi!»
Hemiunu aveva alzato la voce:
«Preferisci disubbidire a un mio ordine, invece?» riusciva a essere temi-bile anche con il solo perizoma.
«No, no, mio Signore. Farò quello che volete...» sapeva quanto potesse essere spietato con chi lo contraddiceva, e non voleva provarlo.
«Bene, perché le cave di granito di Elefantina hanno sempre bisogno di uomini. E adesso muoviti, o subirai anche la rabbia del re.»
«Sì, mio Signore, vado subito...» alzandosi e uscendo a ritroso. Una volta non l'aveva fatto e per le frustate non era riuscito a dormire per una settimana.
«E adesso...»
Si era tolto il perizoma di lino, rimanendo nudo:
«Aiutami a vestirmi, Principe. Sentiremo cos'ha da dirci il Re e valute-remo il da farsi.»



5. Sala del trono a Giza
La sala del trono sorgeva nella parte più fresca e riparata della reggia. Vi si accedeva da un lungo corridoio ombreggiato da piante di sicomoro e di melograno.

Era un ampio locale leggermente rastremato verso il fondo per sem-brare più lungo. Le pareti erano dipinte con immagini del Faraone, con le principali divinità dell'Egitto; i pavimenti piastrellati dai marmi più pregiati. Molti erano stati portati dalle spedizioni a cui aveva partecipato Chefren.
L'alto soffitto in legno blu era sorretto da ventiquattro colonne d'ebano. Ce n'era una per ogni ora del giorno e della notte, a indicare che Cheope era l'incarnazione vivente del dio sole Ra. Fra esse s'innalzavano delle statue del Re in granito rosso e in alabastro. Il sovrano era raffigurato in piedi, con la gamba sinistra avanzata e le braccia distese lungo il corpo. Le statue rivolte a sud portavano la Corona Bianca dell'Alto Egitto; quelle rivolte a nord quella Rossa del Basso Egitto. Indicavano che era il sovrano delle Due Terre, il delta del Nilo e la sua valle.
Le luci delle numerose lampade d'oro appese al soffitto danzavano sui loro volti dandogli una parvenza di vita, e dai bracieri davanti alle co-lonne si sprigionavano delle alte volute d'incenso che facevano profumare di sacro l'ambiente.
Hemiunu e Chefren vi erano entrati da un'entrata secondaria; quella principale era riservata al Faraone e a tutti gli altri.
Lungo il tragitto avevano discusso della strategia da tenere, stabilendo di ascoltare e di non fare nulla. Avrebbero deciso come agire in seguito.
Hemiunu indossava le insegne della sua carica: l'abito bianco svasato che dal petto gli arrivava alle caviglie, la parrucca nera con i pendenti d'argento, il largo collare d'oro con l'insegna della dea Maat e un lungo bastone d'ebano dal pomolo d'avorio. Chefren, invece, un gonnellino bianco pieghettato di lino e un collare di smalti colorati.
Nella stanza, sul cui fondo sedevano, in trono, Cheope, la bellissima Regina Henutsen e il giovane Principe Gedefra, si trovavano una sessan-tina di persone, che si inchinavano, scostandosi, per farli passare.
Erano abbigliati con gli abiti, le parrucche e i gioielli più belli, per sot-tolineare l'importanza di quel momento da cui dipendevano le sorti dell'Egitto e dell'universo.
Erano presenti l'unica sorella di Cheope ancora in vita, Hetepheres, che si avvicinava al secolo d'età ed era sorretta da un servo nubiano; i principi gemelli Minkhaf e Khufukhaf, così simili da essere indistinguibili; le principessine Meresankh ed Hetepheres, leggiadre nell'abito da sacerdo-

tesse di Hathor; la Regina Nebtitepites, ormai prossima al parto; la bel-lissima Nefertiabet, avviluppata in un'aderentissima pelle di leopardo; le mogli secondarie di Cheope: Sedit, Waret e Idut, e i nipoti adolescenti del re, Dwaenhor e Khaemsekhem.
Mancavano il Principe Gedefhor, impegnato in un'operazione com-merciale in Sinai; il suo fratellastro Mennefer, che era malato; la Regina Khnumkhuit, che stava per partorire, e l'ultima cugina vivente di Cheope, Maatnefrura, che era troppo vecchia per affrontare il lungo e stancante viaggio da Menfi.
Fra le più alte cariche dello stato c'erano i Capi delle Guardie Reali; gli amministratori delle provincie e i Governatori dei vari ministeri. Fra i sacerdoti spiccavano il Sacro Cultore di Osiride, Shashemai, che faceva concorrenza ad Hemiunu per boria e pinguedine; il Capo dei Veggenti di Thot, Putnefer, con il naso lungo e arcuato come il becco del dio ibis che serviva; il Gran Sacerdote di Ra, Itetu, cieco da un occhio; il Sacro Osser-vatore di Min, nero come l'ala di un corvo e le due sacerdotesse gemelle delle dee Wadjet e Uto, Iput e Khuit.

All'ingresso di Chefren e di Hemiunu era cessato ogni brusio. Si udiva solo il suono dei loro passi sul pavimento di marmo. Quello più pesante e strascicato del Gran Visir, che soffriva di problemi alle gambe, e quello più snello e rapido di Chefren. Vista la loro importanza, simile perché uno era l'uomo più importante dell'Egitto dopo il Faraone e l'altro il fi-glio della sua sposa principale, procedevano affiancati.
A Chefren il percorso era sembrato lunghissimo, anche se in realtà era di poche decine di passi. Ma era il momento più importante di tutta la sua vita, che aveva aspettato e temuto per anni. Poteva avere tutto o per-derlo, senza una seconda chance. La mancanza della madre, inoltre, lo rendeva ancora più nervoso, e gli faceva temere il peggio. Da quando era diventata Regina, quella era la prima volta a non presenziare a un annun-cio così importante.
Non ci aveva rinunciato nemmeno in travaglio.
Giunto davanti al Faraone, ai piedi dell'alta scalinata d'alabastro che sorreggeva il trono, si era inginocchiato, rimanendo così fino a quando gli era stato detto di alzarsi e di spostarsi sul lato destro della scalinata. He-

miunu, invece, non si era chinato ed era rimasto in piedi. Era uno dei tanti privilegi della sua carica.
Il Faraone sedeva sul trono cubico d'alabastro che era stato di suo pa-dre, adattato a ospitarlo. Sul davanti erano incisi i cartigli con il suo nome, Khufu Dedjemw, e, sui lati, l'immagine del Sema Tawi, il simbolo dell'unione delle due parti in cui era diviso l'Egitto, la valle del Nilo e il delta.
Per sembrare più imponente adagiava i piedi su un poggiapiedi dorato inciso con la rappresentazione dei nove nemici dell'Egitto. Mettendoci sopra i piedi li schiacciava e, magicamente, li distruggeva.
Sovrastando tutti i presenti, ribadiva la differenza esistente fra lui, che era un dio, e loro. Dietro il trono c'era un dipinto che lo raffigurava men-tre uccideva un ippopotamo, simbolo del caos e del dio demone Seth. Il Re era, quindi, il garante dell'ordine cosmico, colui che eliminava il di-sordine e ripristinava l'ordine.
Sulla stessa pedana d'alabastro, alla sua destra e alla sua sinistra, ma su troni più bassi, stavano, rigidi e immobili come statue per sottolineare l'importanza del momento, il Principe Gedefra e la Regina madre Henu-tsen.
Chefren era rimasto stupito dall'aspetto del padre. Non lo vedeva da un mese, da quando lui era tornato dalla spedizione nell'oasi di Dakla.
Magro, emaciato, e con la grossa testa squadrata che faticava a tenere dritta, sembrava avere più di sessant'anni. Ne dimostrava meno la sorel-lastra Hetepheres, che ne aveva quasi cento.
Cheope aveva tentato di nascondere la magrezza con un lungo gonnel-lino di lino bianco e con un largo collare d'oro e pietre preziose che gli arrivava all'ombelico, ma aveva ottenuto l'effetto opposto. Perché lo splendore dell'oro e delle pietre attirava lo sguardo sulle parti che voleva nascondere, mettendone ancora più in risalto l'aspetto malato.
Gli stava larga anche la Corona Doppia, che un servitore dietro di lui continuava a sistemargli sul capo.
La bellissima donna, seduta sul trono alla sua sinistra, invece, era l'op-posto. E talmente splendida da rubare al Faraone l'attenzione dei pre-senti.
Piccola e flessuosa, con i fianchi morbidi da fattrice e i grossi seni di-pinti di rosso, era più bassa del Re di quasi tutta la testa.

I capelli neri, a treccine, lunghi fino alla vita, le rosse labbra lussuriose e gli occhi verdi da gatta sottolineati da una spessa riga di kohl nero face-vano di lei l'immagine vivente della dea dell'amore Hathor. E come lei, che era chiamata “La dorata”, aveva la pelle che brillava, perché se l'era fatta cospargere con il sacro metallo.
Indossava un abito di perline colorate che la fasciava dal collo alle cavi-glie senza lasciare nulla all'immaginazione. Perché sotto non aveva niente, solo la sua magnifica, brillante e dorata pelle di seta.
Immobile come una statua divina, ed eretta come le dee che incarnava, non guardava nessuno ma fissava lo sguardo lontano, verso quel mondo divino a cui apparteneva.
A Chefren non era mai piaciuta, e nel tempo la sua impressione si era rinforzata.
Era bellissima e perfetta, forse la donna più splendida che avesse mai visto, ma nei suoi occhi leggeva un qualcosa di gelido, di sottile e di cru-dele che appannava il suo fascino e gliela rendeva antipatica.
Era come un bellissimo ghepardo, che era capace di sedurti e poi, con la stessa noncuranza, di azzannarti alla gola e di divorarti.
Figlia di Meretkhawi, una lontanissima cugina di Snofru che aveva l'inutile titolo di “Ornamento reale”, riservato alle donne che frequenta-vano la corte, era un'arrivista come la madre, ma più bella e più crudele. Da giovane Meretkhawi aveva tentato di entrare nell'harem di Cheope ma non c'era riuscita, e si era dovuta accontentare di sposare un insulso e anonimo sacerdote funerario di Snofru. Aveva però sempre coltivato quel sogno, e aveva fatto di tutto perché lo realizzasse la figlia.
Chefren aveva spostato lo sguardo sul fratellastro, che non vedeva da mesi.
Tanto sua madre era splendida, tanto lui era brutto: un adolescente bru-foloso e grassoccio con il viso squadrato, il naso camuso e le orecchie a sventola. La giovane età era sottolineata dalla treccia di capelli neri che gli arrivava alle spalle e dal gonnellino svasato senza decorazioni. Non portava gioielli.
Ai lati di Henutsen e di Gedefra stavano, a gambe incrociate, i due scribi incaricati di redigere la relazione dell'incontro. Sulle cosce avevano un rotolo di papiro, e in mano un calamo intinto nell'inchiostro nero.

Cheope era stato in silenzio per un po', assaporando quel momento, poi, dopo aver guardato i presenti, gli si era rivolto:
«Miei fedeli e amati sudditi, vi ho convocati perché sono vecchio e sto per morire. Se ciò accadesse prima che abbia nominato un erede al trono fra i miei numerosi figli si scatenerebbe una guerra che potrebbe distrug-gere l'Egitto e tutto ciò che ho creato. Voglio quindi comunicarvi chi, fra loro, sarà il mio successore. Gedefra e Henutsen, alzatevi e inginocchia-tevi davanti a me!»
Fra gli astanti si era levato un mormorio sorpreso, ma nessuno aveva osato proferire parola.
Il Re aveva appoggiato la mano destra coperta d'anelli sul capo chino di Gedefra, inginocchiato davanti a lui. La sinistra, invece, era stata posta su quello della sua sposa, inginocchiata alla sua destra:
«Figlio mio amatissimo, nato dalla mia carne. Ti nomino mio erede al trono. Tu diverrai un dio e regnerai sull'Egitto dopo di me. Sarai immor-tale, e così i tuoi figli dopo di te e i loro figli, fino alla fine del tempo. Tutti gli abitanti delle Due Terre ti renderanno omaggio, pena la morte e la dannazione eterna. Tu adempierai alle mie ultime volontà e al mio fune-rale, e terminerai il mio complesso funerario e le opere che non avrò fi-nito.»
Gedefra era stato scosso da un fremito; se lo immaginava ma non se l'aspettava. La stessa cosa era successa a Chefren, che si era sentito mo-rire. Era il crollo delle speranze che aveva coltivato per tutta la vita.
Hemiunu, invece, era rimasto impassibile. Ma dentro di sé ribolliva di rabbia e frustrazione.
Cheope aveva quindi preso il Nemes a fasce blu e oro che un servo gli stava porgendo e l'aveva posto sul capo chinato del figlio, sancendo così la sua nomina.
Dai presenti si era levato un mormorio incredulo, e tutti gli sguardi si erano fissati su Chefren per vedere come avrebbe reagito. I nemici per gongolarne, i sostenitori temendo un gesto inconsulto che avrebbe potuto farlo cadere in disgrazia.
Ma il giovane era rimasto immobile. Solo la postura rigida, il pallore del volto, le mani contratte e tremanti e lo sguardo fisso mostravano quanto fosse sconvolto.
Il Faraone si era poi rivolto a Henutsen:

«E Tu, mia Sposa amatissima, mio Amore e Luce della mia vecchiaia. Ti nomino Madre dell'Erede al Trono. Da questo momento sarai anche l'incarnazione vivente di Hathor, come io sono quella di Ra, suo marito. Tutti ti dovranno rendere omaggio, pena la morte e la dannazione eterna.»
Si era quindi fatto passare una corona d'oro a forma d'avvoltoio e l'aveva posta sul capo chino della donna:
«Ecco, mia Amata. Da adesso sei la madre degli dèi e dell'Egitto. Alla tua morte diverrai immortale, verrai imbalsamata e sepolta in una delle piccole piramidi vicine alla mia. Così saremo insieme in eterno.»
Solo Hemiunu, che le si era messo di lato, aveva visto il sorriso trion-fante e soddisfatto che si era disegnato sulle labbra della fanciulla in quel momento, e che aveva subito spento. Era il coronamento dei sogni e delle speranze che coltivava sin da bambina. Era la prima nobile di basso rango che sarebbe diventata la madre di un Faraone. E l'unica che avrebbe rag-giunto l'immortalità. La sua scalata sociale, però, poteva anche andare oltre. Se Cheope fosse morto mentre Gedefra era ancora minorenne, sa-rebbe stata lei, come reggente, a governare l'Egitto.
«Il tuo, mia Adorata, sarà un compito difficile e pieno d'oppositori, per-ciò assegno a tuo figlio e a te, come guida, il Gran Sacerdote di Osiride, Shashemai, che è un caro amico della tua famiglia. Ti guiderà nell'arduo compito che ti attende, sconfiggendo i tranelli e le insidie che troverai sul tuo cammino.»
All'udire quella notizia Shashemai non aveva fatto un movimento, ma il sorriso da iena soddisfatta che gli aveva illuminato il volto aveva rive-lato a Hemiunu che era stato lui l'ispiratore di quella nomina.
Il Re aveva poi fatto tornare a sedere la moglie e il figlio e si era rivolto ai presenti:
«Ora voglio che giuriate sugli dèi, sulla mia Regalità e sull'Egitto che sarete devoti e fedeli a Gedefra e a sua madre in ogni momento e per qual-siasi motivo, pena la morte e la dannazione eterna.»
Lo avevano fatto tutti, anche Chefren e Hemiunu. Non potevano fare diversamente.
Chefren si era quindi guardato attorno, stupendosi di quanti sembras-sero gongolare e dei pochi che, invece, parevano rattristati.

Quelli che si felicitavano erano i sostenitori del fratellastro, soddisfatti perché la sua nomina gli avrebbe portato vantaggi, posizioni e ricchezze; i tristi, invece, erano i suoi seguaci, preoccupati di perderli o di vederseli ridimensionati.
«Che la mia decisione sia messa agli atti...– aveva concluso Cheope congedando tutti tranne Chefren, Hemiunu, Gedefra e Henutsen – e che questi siano depositati in tutti i tempi del Paese, in modo che in ogni luogo e in ogni tempo gli dèi e gli uomini conoscano la mia volontà e la rispettino!!»
«Sia lode al grande Faraone Cheope! – avevano allora gridato i presenti chinandosi e uscendo a ritroso dalla stanza – E siano lodati suo figlio Ge-defra e la Grande Sposa Reale Henutsen!!! Che gli dèi donino loro felicità, vita, salute, prosperità e saggezza, in eterno!»
«Dobbiamo andare anche noi, mio Signore?» l'aveva chiesto il più an-ziano dei due scribi reali.
«Sì. Voglio rimanere con la mia famiglia.»
Poi si era rivolto al Gran Visir che lo fissava torvo:
«Vai a chiamare la Regina Meritites. Devo parlarle!»
Non aveva finito di pronunciare quelle parole che lei era entrata con una furia degna della dea leonessa Sekhmet quando aveva terrorizzato l'Egitto:
«Come hai osato? Come hai osato nominare erede al trono Gedefra ed elevare a un rango superiore al mio sua madre?»
Era senza parrucca, con gli occhi infuocati e i capelli irti come i peli sul dorso del dio demone Seth.
«Ricordati che io sono il Faraone e che posso fare quello che voglio!!!» le aveva risposto Cheope, ma a voce così bassa che aveva dovuto ripeterlo due volte prima che si sentisse. Non l'aveva mai vista così, e ne aveva paura. L'aveva sin da quando, a sei anni, aveva trasformato il suo bastone in un serpente. Diventando vecchio la cosa era peggiorata.
«Ah sì?» sfidandolo. Era talmente arrabbiata da tremare.
«Sì, e la mia decisione è inappellabile!!!»
Se pensava di zittirla, aveva fatto male i suoi conti.
«E no, mio caro, non sono un funzionario che puoi mettere a tacere! Sono la figlia del Faraone Snofru, la tua moglie più importante e la madre di cinque dei tuoi figli! Quindi devi dirmelo!!»

«Ah sì? E se non lo facessi?» spavaldo. La presenza di Henutsen al suo fianco gli dava coraggio.
Il volto di Meritites era divenuto ancora più furente:
«Vuoi sfidarmi, fratello? Ti sei già dimenticato di tutte le volte che l'hai fatto e hai perso?»
Alla velata minaccia, Cheope si era fatto piccolo piccolo. Se avesse po-tuto, si sarebbe nascosto sotto la grossa Corona Doppia che portava sul capo:
«No, Meritites, ma non ti devo nulla. Sarai anche mia moglie e la figlia di Snofru, ma io sono Faraone e faccio quello che voglio!»
Sembrava tornato a cinque anni e faceva i capricci per un nonnulla.
Meritites aveva salito a due a due i gradini della piattaforma su cui si ergeva il suo trono e gli si era avvicinata:
«Ah sì? Stai attento, fratello, perché sarai pure il Faraone, ma io sono l'incarnazione di Iside, la Grande Maga. Perciò dimmelo o ti incenerisco all'istante!!»
«La dea non te lo permetterebbe: sono l'incarnazione vivente di suo fi-glio Horus!»
«Ah sì? Vuoi vedere?»
Aveva brandito l'amuleto di Iside che portava al collo, l'aveva indiriz-zato verso di lui e pronunciato una frase dalle parole incomprensibili. Due lampi minacciosi erano usciti dagli occhi di smeraldo della dea man-dando a terra la Corona Doppia. Si era fermata solo quando aveva rag-giunto il trono di Henutsen, che se l'era posta in grembo.
«Allora? Guarda che la prossima volta non colpirò la corona ma te!» più minacciosa.
Cheope aveva allora provato a fare lo stesso. Si era fatto passare i due scettri della regalità, li aveva puntati verso la moglie e aveva pronunciato una frase magica, ma non era successo nulla. Nemmeno quando l'aveva fatto a voce più alta.
Meritites si era messa a ridere: «Vedi, fratello? Gli dèi non sono con te. Dunque?»
«Va bene, va bene, te lo dico!»
«Te l'ha chiesto Henutsen?»
«IO non gli ho chiesto nulla! le aveva risposto l'altra, offesa.
«Tu stai zitta. Allora?»

«Ti ha già risposto lei. No.»
«Suo figlio?»
«No.»
«Gli dèi?»
«No...»
«E allora? Non puoi sovvertire le regole stabilite dagli dèi per la succes-sione reale. Solo un Principe nato da una discendente di Iside e di Osiride può avere il trono. Chefren può, Gedefra no.»
Cheope aveva fatto una faccia maligna che non prometteva nulla di buono:
«Ah sì? Lo credi veramente?»
Gongolava, e sembrava divertirsi enormemente.
Chefren si era chiesto perché. C'era qualcosa che non tornava. Ma non riusciva a capire cosa fosse.
«Sì, certo!»
«È vero, mio Re. Lo confermo io, che sono il giudice supremo dell'Egitto.» si era intromesso Hemiunu.
Cheope si era rivolto allora a lui:
«Quindi anche tu credi che Chefren, essendomi nato da Meritites, abbia diritto al trono invece di Gedefra?»
«Certo, mio Re. E come me, può confermartelo qualunque funzionario o qualunque sacerdote.»
Cheope aveva ridacchiato, sempre più cattivo:
«Bene, bene, vedo che siete tutti d'accordo. Ma non potrebbe essere al-trimenti, visto che...» e si era zittito.
Pareva un rospo seduto sul trono. Ma il suo viso aveva un'espressione perfida che non prometteva nulla di buono.
“«Come mai?” si erano chiesti Meritites, Chefren e Hemiunu?
Il tempo era parso fermarsi per un po', come se Thoth avesse bloccato il suo scorrere nella sacra clessidra di Ermopoli.
Poi aveva ripreso a scorrere, e il re, sconvolgendo tutti, aveva urlato, cattivo:
«Volete sapere perché Chefren non ha diritto al trono? Non ce l'ha per-ché è figlio di Hemiunu!»

Nella sala era sceso un silenzio lento e profondo come quello dell'oltre-tomba. E il tempo aveva cominciato a scorrere più lentamente di prima. Sembrava che ogni istante ne valesse mille.
Chefren aveva guardato Cheope come se fosse impazzito. Che stava di-cendo, che era nato dal Gran Visir? Ma non era possibile!! Probabilmente doveva aver capito male, si era detto per tranquillizzarsi. Era stata una giornata lunga e densa di emozioni, era stanco, ubriaco, e poteva succe-dere.
Per averne conferma aveva lanciato un'occhiata a Gedefra e a Henu-tsen, ma ciò che aveva letto sui loro volti l'aveva preoccupato ancora di più. Sorridevano, e questo non collimava con il fatto che la rivelazione del Faraone fosse falsa.
Allora aveva guardato sua madre.
Quel che aveva visto sul suo volto l'aveva spaventato a morte, e confer-mato ciò che aveva appena detto Cheope.
Era bianca come un cencio e sembrava essersi rattrappita. In pochi mi-nuti sembrava invecchiata di mille anni.
E lo stesso era accaduto ad Hemiunu, che in più, tremava.
Vedere quelle due colonne, su cui aveva sempre fatto affidamento, così devastate e angosciate gli aveva fatto capire che l'unico figlio del Faraone, lì dentro, era il ragazzino brufoloso.
«Pensavate che non lo sapessi, vero? – aveva continuato velenoso il Re rivolgendosi ai due amanti - Poveri e illusi sciocchi, lo so da tanto, da troppo tempo. Ma non vi farò il favore di rivelarvi come l'ho scoperto, vi farei un regalo troppo grande. Dovrete soffrire e soffrirete, ve lo garanti-sco. Perché non avete tradito e insultato solo me, ma l'Egitto e i suoi dèi, di cui faccio parte. Vi meritate perciò una punizione esemplare. Una sarà chiedervi chi ha parlato, chi vi ha tradito, chi vi ha visto mentre vi crogio-lavate nel vostro lurido e lussurioso atto. Ma non lo scoprirete mai, e vi macererete nelle domande senza trovare risposte. Chi lo sapeva è stato fatto sparire da tempo, da così tanto che non riuscirete mai a collegare la sua uccisione a quel fatto.»
Li aveva guardati con un odio che non aveva più nulla di umano: “Questa, miei cari, sarà una parte della mia vendetta. L'altra, che vi di-
struggerà a poco a poco, è che il vostro adorato figlio non diventerà mai Faraone. E vi odierà, per questo. Vi maledirà per avergli tolto il sogno che

inseguiva da una vita, per avergli distrutto il futuro, per averlo fatto di-ventare una nullità. E non avrà nemmeno una tomba, perché l'unica che gli concederò sarà il deserto, dove marcirà mangiato dalle iene e dagli sciacalli. Senza un corpo la sua anima vagherà nelle ombre buie dell'ol-tretomba e nessuno si rammenterà più di lui.
Credevate veramente che gli dèi vi avrebbero permesso di porre sul loro trono chi non ne è degno? Illusi!!»
Si era poi rivolto a Meritites, che lo fissava inorridita e raggelata senza riuscire a parlare:
«E tu, mia cara e infedele sorella, in ogni momento della tua vita, osser-vando tuo figlio, saprai di avergli tolto tutto ciò in cui sperava e in cui credeva. E in ogni suo sguardo, in ogni suo respiro, in ogni suo gesto leg-gerai condanna, odio, rabbia, tristezza, angoscia e dolore. L'immortalità che hai bramato diverrà la tua condanna, perché la tua sofferenza non avrà mai fine.»
Si era quindi girato verso il Gran Visir, che sembrava l'ombra di sé stesso:
«E tu, mio amato e infedele Gran Visir, non sarai condannato a morte per quello che hai fatto. Sarebbe troppo facile e troppo poco doloroso. E invece dovrai soffrire, tanto, tantissimo. Avrai lo stesso destino della tua innamorata, ma non potrai più starle accanto. Ho dato ordine che la tomba che ti sei fatto realizzare accanto alla sua venga assegnata a un al-tro, e che tu venga sepolto lontano. Separati dalla mia enorme piramide, non potrete godere dell'abbraccio del vostro amore, e vivrete per sempre nella notte gelida della lontananza a cui vi condanno.»
«Sei pazzo...» era stata l'unica cosa che era riuscita a dire la disperata Meritites.
«Forse sì o forse no. Chi può dirlo? Voi?» perfido.
«Gli dèi ti puniranno...» sfiancata, distrutta, sfinita.
«L'hanno già fatto... – amaro – il giorno in cui ho scoperto il vostro tradimento. Ho sempre pensato che circondarsi dei propri familiari fosse l'unico modo per evitare pugnalate alle spalle, e invece... Avrei fatto me-glio a fare come il mio bisnonno, che aveva affidato la corte a degli estra-nei.
Ma torniamo a te, caro architetto. Per tutta la vita hai inseguito il sogno di costruire la piramide più grande che sia mai stata realizzata, che

avrebbe tramandato il tuo nome fra gli uomini e gli dèi. Non sarà più così. Ho dato ordine di toglierti la carica di Capo Architetto Reale e di asse-gnarla a Ankhaf. Sarà lui a terminare la mia tomba e a venire ricordato come il suo costruttore. La storia, se lo farà, ti rammenterà solo come uno dei tanti, e insulsi, funzionari che mi hanno servito.»
«Farò in modo di distruggerti!» aveva concluso Meritites.
«Provaci, sorella, e vedremo. Ho già incaricato i sacerdoti di toglierti tutti i tuoi poteri magici, così da non potermi più nuocere. Diverrai inu-tile come il tuo ventre, che dopo Menna non mi ha più dato figli. Nei prossimi giorni partirai per la reggia del Fayyum, dove passerai il tempo a tessere le vesti per Henutsen. Così ti ricorderai per sempre cosa sei stata e cosa, invece, è LEI.»
Era stato interrotto dall'ululato disperato di Chefren. Gli era uscito di bocca senza rendersene conto. Troppo sconvolto per pensare, per capire e per crederci, riusciva solo a guardare Hemiunu e sua madre per cercare di scoprire, nei loro volti, nei loro corpi e nella loro voce quanto di loro ci fosse in lui, e di lui in loro.
Ma non ci riusciva, e questo accentuava la sua pena.
Perché sua madre, Hemiunu e Cheope erano parenti stretti, i loro tratti erano simili, e questo annullava ogni suo tentativo di capirci qualcosa.
In loro, e in lui, si mescolavano gli stessi occhi larghi, il medesimo viso quadrato, lo stesso naso camuso, le medesime labbra carnose, le stesse orecchie a sventola, la medesima bruttezza.
Più li guardava e più i loro visi si sovrapponevano dando il suo.
Era stato solo quando sua madre era caduta a terra maledicendo sé stessa, gli dèi, il destino, Cheope e il Gran Visir, che aveva capito che il suo sogno di diventare Faraone era finito, e che sarebbe stato uno dei tanti figli di Cheope svaniti nell'ombra della vita e della piramide di un altro.



6. Assuan, dodici anni prima – Ankha
Mi ricordo ancora il momento in cui avevo conosciuto Hemiunu ed ero diventato uno degli Uomini di Cheope.
Come potrei dimenticarlo?

È inciso nel mio cuore e nella mia anima come i sacri geroglifici sulle pareti dei templi. Perché aveva sconvolto la mia vita e quella di tutti quelli che amavo.
Era il sesto mese del quarto anno del regno del Faraone Cheope, avevo quindici anni e stavo finendo la scuola per diventare scriba. Era l'unico lavoro che poteva fare uno come me, che era nato prematuro e non aveva una costituzione robusta. Per diventare scriba mi mancava poco, solo l'esame finale, e poi avrei fatto quello che secondo tutti gli insegnamenti era il mestiere migliore del mondo. Mi evitava infatti di faticare immerso nel fango pieno di sanguisughe come un contadino, di portare pesi che spaccavano la schiena come i muratori o di finire cotto dal calore del forno come i panettieri, i cuochi e i vasai.

Quel giorno, il primo della stagione dell'inondazione, tutti i più impor-tanti sacerdoti di Assuan e gli allievi della scuola da scriba che frequen-tavo si erano raccolti attorno ai gradini del nilometro di Elefantina e os-servavano la lenta salita delle acque su di loro. Il timore di tutti era che non arrivassero al minimo necessario per inondare i campi e per permet-tere alle chiatte cariche di massi di granito di giungere ai cantieri delle piramidi. Per fortuna quest'anno non sarebbe successo, dato che la por-tata minima necessaria a evitarlo era già stata superata di due gradini.
Ci si ricordava ancora con terrore di quella volta, al tempo del Re Gio-ser, in cui le acque erano rimaste basse, e la carestia aveva colpito l'Egitto per sette terribili e lunghissimi anni. Anni in cui il popolo aveva sofferto la fame come non mai, perché le terre, non fecondate dal fertile limo del fiume, non avevano fatto nascere nulla, e la gente, per la fame, era stata costretta a mangiare prima gli animali che l'aiutavano nei campi, e poi le erbe cattive che usavano come loro lettiera.
Al settimo anno di carestia il Faraone, preoccupato per il fatto che la sua piramide, senza i blocchi che giungevano da Assuan non sarebbe stata pronta per la sua morte, aveva mandato il suo fidato Visir, Imhotep, a consultare l'oracolo di Thoth a Ermopoli per sapere come mettere fine a quella tragedia.
Il dio gli aveva spiegato che l'alluvione del Nilo dipendeva da una sor-gente di Elefantina consacrata a Khnum, e che il dio l'aveva fatta inari-dire perché il suo tempio stava cadendo a pezzi.

Quando il Faraone l'aveva saputo aveva fatto restaurare il santuario e gli aveva concesso la ricchissima regione compresa tra Assuan e lo Wadi Allaqi, in Nubia. Grazie e tutto questo le acque del sacro fiume avevano ricominciato a fluire abbondantemente, e l'Egitto e i suoi abitanti erano stati salvati dalla catastrofe.

Ma torniamo al giorno del mio incontro con Hemiunu.
Ero accanto alle scale del nilometro quando era arrivata la notizia di tornare subito a casa, poco lontano dalle miniere di granito. Era arrivato il Gran Visir Hemiunu, e tutti gli abitanti del villaggio dove abitavo do-vevano ascoltare ciò che aveva da dirci. C'eravamo perciò affrettati a rag-giungere le varie imbarcazioni su cui eravamo arrivati sull'isola e a tor-nare a casa.
A causa della mia gamba sinistra, leggermente più corta dell'altra, e della mia zoppia ero arrivato sulla piazza del villaggio dopo tutti i miei compagni, e per vedere meglio, dato che la vista mi era preclusa dai corpi massicci e sudati che mi stavano davanti, mi ero arrampicato, non senza fatica, sul primo gradone della piramide che sorgeva all'ingresso dell'abi-tato.
La piazza era piena all'inverosimile, tanto che molti, per vedere e sen-tire meglio, si erano radunati sulle terrazze delle case che circondavano lo spiazzo o si erano arrampicati sulle poche palme rachitiche che lo at-torniavano.
C'erano tutti: uomini, donne, vecchi e bambini. Non mancava nessuno. L'arrivo del supremo rappresentante del Faraone era un avvenimento così importante, così maestoso e così raro che nessuno se lo sarebbe perso. C'era anche quello storpio del ciabattino Ibis, che stava sempre rinta-nato nella sua casa e non si vedeva mai. Per non cadere si appoggiava con un braccio alla sorella, e usava l'altro, e il nodoso bastone che serrava, per cacciare chi cercava di metterglisi davanti. Chiamato alla nascita Ebi, era stato appellato Ibis, come l'animale sacro a Toth, quando la schiena aveva cominciato a curvarglisi fino a farlo assomigliare al sacro uccello. Ora era
così piegato da arrivare quasi a terra con la testa.
Era quasi mezzogiorno, e Ra, il sole, stava per raggiungere il punto più alto del cielo. Lontano il Nilo scorreva placido verso nord, portando gli

affanni degli uomini verso il grande mare verde che li avrebbe dispersi come la sabbia quando c'era una tempesta di vento.
Avrei saputo in seguito che Hemiunu aveva scelto quel momento per-ché lo faceva sembrare più imponente e più potente.
Si innalzava al centro di una piattaforma di legno posta sul fondo della piazza, davanti all'ingresso del tempio di Ptah. Sotto di lui, sul gradino inferiore della piattaforma, si ammassavano le personalità più importanti del villaggio e della zona. Stretti come i pesci salati di un orcio di terra-cotta, facevano fatica a stare in equilibrio, ma non avrebbero mai ceduto il posto. Ne andava della loro importanza, che aumentava quanto più erano vicini al Gran Visir.
Dietro Hemiunu, schierati in file ordinate come i birilli con cui giocavo con i miei compagni, c'erano gli uomini della sua guardia, gli Eletti.
Scelti fra i nubiani più alti, massicci e imponenti, avevano le gambe, le braccia e il torace grossi come tronchi, e la testa glabra che riluceva sotto il sole. Il loro corpo brillava per l'olio con cui si cospargevano per sem-brare più imponenti, e il viso, segnato dalle scarnificazioni rituali delle loro terre, li faceva assomigliare a demoni.
Il Gran Visir era un uomo che la calvizie e la forte pinguedine facevano sembrare di età indefinita, ma che non superava i quarant'anni. Emanava una tale aura di potere e di sicurezza come non avrei mai visto in nessuno, nemmeno in Cheope. Dal grembiule di lino candido che lo copriva dal torace alle caviglie uscivano i piedi, gonfi per la malattia di cui soffriva, le grosse braccia dalla pelle cascante, il collo tozzo, il viso massiccio e la parte superiore del torace. La bocca, dalle labbra carnose, faceva pendant con il naso aquilino e le grandi orecchie a sventola. Portava una corta par-rucca a casco nera, braccialetti e numerosi anelli.
Ciò che colpiva di più erano gli occhi, neri e allungati come quelli dei serpenti. Avevano anche lo stesso sguardo: duro, sottile e privo d'espres-sione.
Sembrava un blocco di granito, con la differenza che il granito si poteva addomesticare, lui no.

Il Visir ci aveva osservati per un po', poi aveva battuto a terra, per tre volte, il grosso bastone d'ebano che impugnava gridandoci di fare silen-

zio. L'ordine era stato ribadito dall'Eletto che gli stava al fianco con uno squillo di tromba.
Fatto questo Hemiunu aveva sollevato la mano destra, e dopo aver per-corso i nostri volti con quello sguardo duro che avrei visto molte altre volte negli anni, aveva detto a voce alta, scandendole bene le parole per farle arrivare a tutti:
«Amato popolo d'Egitto! Sono il Gran Visir Hemiunu, e sono qui in rappresentanza del Faraone Cheope. Vi sto parlando come se fossi Lui, perciò ogni mia parola sarà come se fosse creata dal suo santo cuore e pronunciata dalle sue divine labbra. Avete capito?»
Le teste si erano abbassate in segno di approvazione.
«Da adesso vi aspetterà un grande onore, che assicurerà a Cheope l'im-mortalità e all'universo, all'Egitto e a voi prosperità e benessere. Lavore-rete alla costruzione della tomba del Faraone, ricevendone, in cambio, vitto, alloggio, per ognuno di voi e cure mediche.»
Poi era passato alle cose meno piacevoli:
«Ogni famiglia dovrà dare al Faraone un uomo sano, maschio, di età compresa fra gli otto e i trent'anni, o, in alternativa, due figlie femmine con le medesime caratteristiche. Saranno esentate solo quelle famiglie dove la madre è vedova e ha un solo figlio maschio, quelle che non hanno figli o quelle che li hanno disabili. Avete capito?»
Avevamo risposto ancora di sì, anche se l'ansia stava cominciando a montare nei nostri cuori. Erano molte le famiglie che rientravano nelle caratteristiche richieste, e il villaggio avrebbe perso molti giovani.
«Nei prossimi giorni le mie guardie verranno nelle vostre case, e grazie ai dati del censimento dell'anno scorso, sceglieranno quelli, fra voi, che verranno con me a Giza. Avete domande?»
Non ne avevamo. O meglio, eravamo troppo frastornati da quello che avevamo udito per pensare ad altro.
Avevo fatto un piccolo calcolo: se avessimo soddisfatto le sue richieste avremmo perso i due terzi degli uomini, e fra questi ci sarebbero stati i fidanzati delle mie sorelle.
Che ne sarebbe stato di loro, quindi?
Non si sarebbero mai sposate, perché per molto tempo non ci sarebbero stati altri ragazzi in età da marito. E dopo sarebbero state troppo vecchie per essere scelte.

Come avrebbero fatto a vivere, quindi? E mia madre? Era troppo vec-chia per sposarsi, e l'unica cosa che sapeva fare era accudire la sua fami-glia.
E io? Il mio misero stipendio da scriba non mi avrebbe permesso di mantenere tutti, e avremmo fatto la fame.
E se mi fosse successo qualcosa? Mia madre e le mie sorelle sarebbero state costrette a prostituirsi, e per la nostra famiglia sarebbe stata la fine.
Se invece... Se invece...
Avevo pregato Thoth, il dio degli scribi, di farmi avere un'idea.
E il dio, stranamente, mi aveva ascoltato, e dato la forza di fare quello che avevo fatto.
«Gran Visir!!!!» avevo gridato, sperando che mi sentisse, con tutto il fiato dei miei quindici anni. Era molto lontano, e la mia voce, dopo tutto quel tempo sotto il sole cocente, era rauca e flebile.
Ma Thoth mi aveva dato una mano anche questa volta. Aveva fatto spi-rare un vento che gli aveva portato le mie parole.
«Cosa vuoi, ragazzo?»
«Io non rientro nelle categorie da voi elencate, ma non potreste fare un'eccezione per me?»
L'avevo visto corrugare la fronte e cercarmi fra la folla senza trovarmi. Ero troppo piccolo e lontano.
«Chi sei, ragazzo, e quanti anni hai? Da qui non riesco a capirlo, e la tua voce, da così lontano, non mi è d'aiuto per comprenderlo.»
Mi ero schiarito la voce:
«Sono il figlio di Menna, Signore, e studio da scriba alla scuola del tem-pio di Elefantina. Ho quindici anni, ma sono molto più grande e maturo della mia età!»
L'avevo visto chinarsi e chiedere informazioni al capo del nostro villag-gio, Udet. I due avevano confabulato per un po', poi Hemiunu aveva as-sunto un'espressione prima stupita e poi divertita:
«Da quanto mi dice il vostro sindaco, ragazzo, non hai il fisico adatto a lavorare nel cantiere della piramide, e non ci saresti d'aiuto. Mi spiace, quindi, ma...»
Non mi ero dato per vinto, e pur sapendo di compiere un terribile ol-traggio, passibile di una grave punizione, l'avevo interrotto:

«Fisicamente non ho possibilità, Signore, ma ho la mente sveglia. Sono il primo del mio corso, e lo sono sempre stato!»
Hemiunu ne aveva chiesto conferma al capo villaggio, che gliel'aveva data.
«Bravo, ragazzo, ma a Giza non abbiamo bisogno di scribi, ne abbiamo già troppi.»
«Ma io non voglio propormi come scriba, Signore. Voglio diventare Vo-stro assistente!»
La mia risposta l'aveva fatto ridere. La folla, invece, aveva smesso ogni rumore, come se non credesse a ciò che aveva appena sentito.
«Come mio assistente? Ma io ce l'ho già, un assistente: è mio fratello Nebennakht. Credi di essere più bravo di lui?» ironico.
Mi ero giocato il tutto per tutto:
«Sì, Signore!!»
Dalle labbra di Hemiunu era uscita un'altra risata:
«Se bastassero l'arroganza e la fiducia in sé per esserlo, ragazzo, avresti già vinto. Mi piaci, mi ricordi me da giovane, quando credevo di poter fare tutto. Se non fossi stato così, ora non sarei qui. Voglio metterti alla prova. Se la supererai verrai con me a Giza e diverrai uno dei miei assi-stenti. Se fallirai, tu e la tua famiglia verrete mandati alle miniere di rame del Sinai, dove estrarrete il prezioso minerale fino alla fine dei vostri giorni. Accetti?»
L'enormità di quello che mi stava proponendo mi aveva disorientato per un attimo, e fatto pensare che Ra mi avesse fatto perdere la capacità di ragionare. Ma quali alternative avevo?
Avevo soppesato i pro e i contro, poi avevo stretto l'amuleto di Hathor che portavo al collo, dono di mio padre in punto di morte, e mi ero giocato il tutto per tutto: «Sì, Signore, accetto!»
Dalla folla si era scatenato un urlo di sorpresa e di orrore, che un istante dopo si era trasformato in un silenzio assoluto. Erano tutti annichiliti da ciò che stavano vedendo e udendo. Non potevano credere che io avessi accettato una sfida simile, e soprattutto, che fossi in grado di vincerla.
Gli unici che gongolavano erano quelli che detestavano la mia famiglia, e che speravano, così, di vederci distrutti.
Ma io confidavo nella mia divinità protettrice, Hathor, e nella mia in-telligenza, che non mi aveva mai tradito.

«Bene, ragazzo...» aveva proseguito allora Hemiunu «Mi piacciono le sfide, ma non mi piace perdere. Specialmente con qualcuno che porta an-cora la treccia dell'infanzia. Ti proporrò quindi un quesito che non ha mai risolto nessuno. Sei ancora deciso a sfidarmi?»
Non mi ero permesso di cambiare idea. D'altronde, cosa mi avrebbe potuto proporre che non fossi in grado di superare? Conoscevo perfetta-mente l'aritmetica e la matematica, sapevo a memoria tutte le antiche leggende e gli antichi miti, ero un asso nello scrivere in geroglifico e in ieratico, e quanto al resto, confidavo nella mia buona sorte e nella mia sfacciataggine.
«Sì, Signore, certo! Mio padre mi ha insegnato che un uomo ha una sola parola, e che deve difenderla a costo della vita!»
«Tuo padre era un uomo saggio, ragazzo, ma avrebbe dovuto insegnarti che a volte bisogna essere prudenti, e che non bisogna mai fare il passo più lungo della gamba. Ma ormai hai scelto. Vieni qui!!»
Avevo obbedito.
Da sotto la piattaforma sembrava ancora più massiccio e imponente.
«È un quesito che mi aveva posto la Regina Meritites quando l'avevo conosciuta. Aveva sette anni ed era più furba di tutti gli dèi messi assieme. Ma io lo ero di più e avevo vinto.»
Il suo sguardo si era perso in quei ricordi lontani, e un sorriso strano gli era aleggiato sulle labbra facendolo sembrare un altro. Più giovane e in-genuo, il fantasma del ragazzino che era stato una volta, quando non era ancora stato abbrutito dalla vita di corte e dagli intrighi di palazzo. Poi era tornato nel nostro tempo e riacquistato la cattiveria che lo contraddi-stingueva:
«Vedi la mano che stringe il bastone? Nasconde qualcosa. Devi dirmi esattamente cos'è. Hai tempo fino a quando Ra scenderà dietro le rocce di Elefantina.»
Osservando la sua posizione nel cielo, avevo calcolato che mancassero venti minuti.
Era una sfida impossibile, e lo sapeva. Una sfida che non aveva nulla a che fare con i miei studi, con la mia intelligenza e con la mia capacità di ragionare.
Bastardo!

Avevo allora provato a protestare, sapendo però che non sarebbe servito. Ma dovevo provarci.
«Ma questo non ha nulla a che fare con la mia intelligenza o con i miei studi, Signore...»
Un sorriso maligno gli aveva illuminato gli occhi piccoli:
«Lo so, ragazzo, ma non ha importanza. Sono il Visir, e posso anche barare. Tu, invece, devi darmi la risposta giusta entro venti minuti, o per te e la tua famiglia sarà la fine. Allora?»
La prima soluzione che mi era venuta in mente era il bastone, ma l'aveva passato a un Eletto che l'aveva riposto in una custodia di pelle.
«Ecco, ragazzo, così sai che la risposta non è questa.»
Poi, per rendermi le cose più difficili, aveva steso la mano verso Ra, con il palmo rivolto verso l'alto, per farmi vedere che non stringeva nulla.
«Vedi, ragazzo? Non ho nulla. Eppure, nasconde qualcosa. Cosa? E non è un anello o qualcosa che li riguarda. Quelli sono esclusi.» aveva rimar-cato per mandarmi ancora più in confusione.
Poi, per divertirsi di più, aveva fatto finta di aiutarmi:
«Considera che la risposta potrebbe anche essere “il nulla”. Pensaci...»
Era la risposta più ovvia, ed ero stato tentato di darla. Ma Thoth, per fortuna, mi aveva fermato.
Hemiunu si era allora rivolto agli astanti:
«E voi, signori, che risposta dareste? Tu, ad esempio, Djer?»
Il funzionario della squadra est delle cave di granito si era limitato ad abbassare la testa senza dire niente.
E lo stesso era accaduto con il Nomarca della regione, Wpwat.
L'unico che aveva risposto era stato il Gran Sacerdote di Ptah, Pwy, che si riteneva più furbo di tutti:
«Secondo me la risposta è il nulla, Signore, come avete detto voi!» Hemiunu aveva allora gridato:
«Bravo!», e per convincerci che fosse giusto si era messo a battere forte le mani.
Stavo preparandomi al mio triste destino quando lui ci aveva stupiti: «E invece no, mio caro Pwy, non è la risposta giusta. Per fortuna sei troppo vecchio per le cave di rame del Sinai, altrimenti ti ci avrei mandato.»
Poi era tornato a rivolgersi a me:

«Allora, ragazzo? I minuti stanno passando, e Ra è quasi giunto dove mi dovrai rispondere.»
Non sapevo che pesci pigliare. La mia mente, sempre più ottenebrata dalle immagini della mia famiglia nelle miniere del Sinai, era come morta.

Poi Hathor mi aveva aiutato, e avevo risolto il quesito.
Il cielo si era coperto di nubi nere, scure, minacciose, come se da un momento all'altro si dovesse scatenare una bufera o una tempesta d'ac-qua.
Gli occhi di tutti si erano allora rivolti verso l'alto, sperando che non si mettesse a piovere prima di sentire la risposta che attendevano con impa-zienza.
Era trascorso così qualche minuto, anche se non avrei saputo dire se fossero tanti o pochi.
Poi la nube più scura si era aperta, e un raggio di sole era andato a po-sarsi sul palmo della mano che Hemiunu teneva rivolto verso l'alto.
Quello che era accaduto in seguito era stato così strano che tutti, negli anni, l'avrebbero considerato un segno della volontà divina.
La luce era rimasta sul palmo della mano fino a ustionarlo.
Così Hemiunu, con un grido, era stato costretto a ruotarlo verso il basso e a esporlo agli occhi di tutti.
Avevamo così visto che sul palmo c'era una grossa macchia violacea.
A quel punto non c'era più bisogno che dessi la risposta, perché era evi-dente. Per scrupolo l'avevo comunque fatto assicurandomi la vittoria.
Grazie a questo l'avevo accompagnato a Giza ed esentato i miei cognati dal raggiungermi. Avrei lavorato al loro posto.
Essendo troppo giovane, non ero però diventato il suo assistente. Avrei fatto lo scriba nelle cave dove si estraevano i blocchi per la costruzione della piramide di Cheope.

Eravamo partiti per quella località una settimana dopo, quando le ac-que del Nilo erano salite così tanto da permettere alle chiatte cariche dei massi di granito di navigare verso nord.
In quella settimana non avevo avuto un attimo di tregua; oltre a salutare tutti i parenti e gli amici, che erano tantissimi, e il mio defunto padre,

sepolto nella piccola tomba che guardava l'isola di Elefantina, avevo an-che dovuto preparare tutto ciò che mi sarebbe servito per la mia nuova vita.
L'addio più straziante, oltre a quello con la mia famiglia, era stato quello con i miei compagni di studi e i miei insegnanti. Shashemnefer e Raweb, che mi avevano insegnato a leggere e a scrivere, mi avevano rac-comandato di obbedire sempre ai miei superiori e di continuare a stu-diare, perché solo così avrei fatto onore alla scuola. Mi avevano donato i papiri, scritti di loro pugno, su cui ci avevano fatto studiare ed esercitare in quei lunghi anni.
Commosso, senza quasi riuscire a parlare e con gli occhi che minaccia-vano lacrime, gli avevo promesso che ne avrei avuto cura più della mia stessa vita.
«Siamo orgogliosi di te, ragazzo...» aveva mormorato Shashemnefer con la voce rotta dall'emozione «Non era mai successo che un nostro al-lievo venisse scelto dal Visir, e soprattutto, che lo fosse per aiutarlo a rea-lizzare la tomba del nostro sovrano. Vai e fatti onore!»
Il regalo più grande me l'aveva però fatto Merib, l'insegnante di aritme-tica e di geometria con cui avevo avuto i più grossi contrasti: un cubito di legno con inciso il mio nome, Ankha. Ma era stato solo quando vi avevo letto il determinativo che l'accompagnava, uno scriba, che avevo com-preso di esserlo diventato veramente, e avuto l'enorme consapevolezza di quello che mi stava aspettando al nord.
Una settimana dopo ero sul molo di Elefantina pronto a imbarcarmi per Giza. Con me portavo l'amuleto di Hathor, il fagotto di stoffa con i pochi vestiti che ero riuscito a racimolare, i cibi tipici della mia terra che mia madre mi aveva preparato per il viaggio, i papiri, il cubito, i miei sogni, le mie speranze e la mia determinazione.

Le chiatte che ci avrebbero condotto a nord erano una ventina, legate l'una all'altra come i grani di una collana. Fatte da assi di legno cucite con corde di papiro, assomigliavano a dei grandi vassoi. Questa struttura gli permetteva di adattarsi alla variabilità della corrente, che in alcuni punti era più forte e in altri più lenta. La prua era tronca, per meglio aderire ai moli; la poppa, invece, era curva.

Ogni chiatta portava pochi blocchi, disposti in file parallele. Quel quan-titativo permetteva una maggiore stabilità della barca ed evitava, in caso di naufragio, che si perdessero troppi massi. L'equipaggio era ridotto al minimo, per avere più spazio dove stivare uomini, blocchi e merci. In questo primo viaggio sarebbero partiti i maschi; nel prossimo le femmine. La nave di Hemiunu era partita due giorni fa; l'avremmo trovata a Giza.

Sulla chiatta, con me, c'erano venti uomini, di età compresa fra i quin-dici e i trent'anni. La maggior parte di loro veniva dalla Nubia; gli altri dalle zone vicine a Elefantina. Essendo però estranei al mio villaggio, non ci avevo legato. L'unico con cui l'avevo fatto era Unamon, il comandante. Un quarantenne privo dell'occhio destro che veniva da Tebe. Faceva quel mestiere da quando era un bambino. Erano barcaioli anche suo padre, suo nonno e il suo bisnonno. Non avendo figli, questa catena si sarebbe interrotta con lui.
Navigavamo solo di giorno, per non rischiare di arenarci sulle nume-rose secche che punteggiavano il corso del fiume. Di notte accostavamo a riva e ci fermavamo fino all'alba, quando riprendevamo la navigazione.
Non essendomi mai allontanato da Assuan e dal corso del Nilo inter-rotto da massi e da rapide, non potevo immaginare quanto diventasse am-pio e placido dopo aver superato la strettoia di Gebel el-Silsila, dove scor-reva fra le alte pareti di roccia di vari colori.
Le località successive, opposte sulle due rive, erano Nekhen e Nekheb, che erano state fra le prime capitali del nostro amato Egitto. Poco più su c'era la città di Unamon. Non c'eravamo fermati perché il molo a noi as-segnato era occupato da una barca che si era incagliata. Poco più a nord, vegliata dalla città in cui si venerava il dio Min, si apriva la lunga valle dello Wadi Hammamat che portava al Mar Rosso.
Visto che era uno dei rari momenti in cui lo vedevo pronto a chiacchie-rare, avevo domandato a Unamon che tipo fosse Hemiunu. Mi aveva ri-sposto che era il più gran figlio di puttana che la terra d'Egitto avesse partorito. Capace, a quanto si raccontava, di aver fatto cadere da un'im-palcatura il cugino Kawab per sottrargli il posto di Capo Architetto.
Poi aveva aggiunto: «Vera o falsa che sia questa notizia, ragazzo, stagli il più possibile lontano, e non farlo mai arrabbiare. Io l'ho fatto, una volta, e il risultato è stato che mi ha bruciato con una frustata l'occhio destro.

Ma mi è andata ancora bene. C'è chi, per lo stesso sgarbo, si è trovato con la schiena sbrindellata.»
«Cosa avevi fatto?»
«Avevo tardato a scaricare i massi.»

L'attracco successivo era avvenuto a Denderah, la città della dea dell'amore, Hathor. Il suo tempio era stato fondato da Cheope per ringra-ziare la dea di avergli fatto incontrare la sua bellissima moglie, Henutsen. Unamon mi aveva raccontato che la statua della dea aveva le sembianze della Regina.
Poco prima di giungere a Menfi avevamo abbandonato il corso princi-pale del Nilo e ne avevamo preso uno secondario, sulla sinistra, che por-tava a Giza. Dopo un po' avevo intravisto una curiosa costruzione di pie-tra a gradoni che si innalzava verso il cielo.
«Cos'è?» avevo domandato incantato a Unamon. Era talmente bella che non riuscivo a smettere di fissarla.
«È la prima piramide costruita nel nostro Egitto – mi aveva risposto – custodisce il corpo del divino Faraone Gioser.»
«Credi che Hemiunu sarà in grado di farne una così?» Mi sembrava im-possibile.
«La farà molto più bella e più grande di questa, ragazzo. Da quanto mi è stato detto, la sua base sarà lunga il doppio di quella che vedi.»
«Così tanto?» non riuscivo a crederci. Perché solo gli dèi creavano le montagne.
«Sì, e sarà anche molto più alta. Così il suo nome diventerà eterno.»
Ero rimasto a guardare la piramide che scompariva lentamente verso sud. Se fino a quel momento ero stato fiero di aver intrapreso quell'av-ventura, ora lo ero di più, e la consapevolezza che io, un povero ragazzo di Elefantina avrei dato il mio misero contributo alla realizzazione di un'opera così magnifica mi aveva reso orgoglioso di me stesso, e aveva fatto evaporare gli ultimi dubbi che mi avevano tormentato sino ad allora.

Due giorni dopo avevamo attraccato a Giza.
Non so cosa mi fossi aspettato di vedere, ma di sicuro non quello che mi si era piazzato di fronte.

Era un'enorme spianata piena di uomini e di animali che arrancavano sulla strada che saliva sull'altopiano trasportando slitte cariche di massi prima, e vuote dopo. Sull'altopiano, che non era ancora stato livellato, s'innalzavano una serie di collinette di altezza e dimensioni diverse. Ses-sant'anni dopo non ne sarebbe più rimasta traccia, perché erano state smantellate per ricavarne i massi con cui realizzare la piramide di Cheope.
Sullo spiazzo, parzialmente oscurata dall'enorme nube di polvere che l'avvolgeva, c'era la piramide, o, meglio, quanto di essa era stato costruito sino ad allora.
A destra del porto, pieno di barche che andavano e venivano, c'erano degli edifici, in varie fasi di realizzazione, dove si sarebbero svolti la mummificazione e il funerale del re.
Alla mia sinistra, invece, si estendeva l'enorme cava dove si estraevano i massi per la costruzione di quegli edifici. Lontano, oltre un alto e lungo muro, si trovavano i villaggi dove vivevano gli addetti alla realizzazione della tomba reale e chi si occupava del loro sostentamento. C'erano quat-tromila operai e sedicimila addetti, per un totale di ventimila uomini. Il loro numero, però, sarebbe diminuito man mano la piramide fosse cre-sciuta, perché, per edificarla, sarebbero occorsi meno blocchi e meno per-sone per cavarli e trasportarli.
Per gestire quest'enorme macchina lavorativa erano necessarie un'or-ganizzazione capillare e una disciplina ferrea, perché, se un ingranaggio si fosse fermato, o avesse rallentato, la piramide non sarebbe mai stata terminata entro la morte del re, e lui non sarebbe stato sepolto nel modo previsto dai sacri testi.

Avevo trovato alloggio nella casa di una vedova sessantenne, Qenebwt. Si trovava vicino al muraglione che separava l'abitato dal porto. Dal ter-razzo si vedevano il palazzo del Faraone e lo scintillio delle acque del Nilo.
Vi abitavamo in cinque. Oltre alla donna e me c'erano due artigiani menfiti che si occupavano della realizzazione del corredo funerario di Cheope e un orefice del Delta.
Paola Agutoli
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