Writer Officina Blog
Ultimi articoli
Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP, ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo già formattato che per la copertina.
Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici, dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie capacità senza la necessità di un partner, identificato nella figura di un Editore.
Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
Home
Admin
Conc. Letterario
Magazine
Blog Autori
Biblioteca New
Biblioteca Gen.
Biblioteca Top
Autori

Recensioni
Inser. Estratti
@ contatti
Policy Privacy
Writer Officina
Autore: Franco Gambioli
Titolo: Il crepuscolo delle fiabe oscure
Genere Fantasy Noir
Lettori 19
Il crepuscolo delle fiabe oscure
La ragazza che parlava al crepuscolo.

Il crepuscolo arrivava sempre troppo presto sulle Terre Crepuscolari, come se il sole fosse stanco di illuminare un mondo che gli dava sempre meno ragioni per farlo.
Nel villaggio di Pietramuta gli abitanti si abituavano a questa fretta del giorno di morire: anticipavano i lavori, accendevano le lanterne in anticipo, chiudevano le imposte con un gesto automatico, quasi nervoso.

Lina, invece, no.

Per lei, quell'istante era una promessa.
O una minaccia.
Dipendeva da come la guardavi.

A quattordici anni aveva già imparato a riconoscere segnali che gli altri ignoravano. Aveva una sensibilità che non era visibile nei suoi gesti o nelle sue parole, ma negli sguardi che tratteneva più a lungo del necessario, nell'attenzione che dedicava alle sfumature della luce, nel modo in cui ascoltava i silenzi più che i rumori.

Era una bambina tranquilla, ma il villaggio la considerava “troppo attenta”.
Come se osservare il mondo con sincerità fosse un difetto.

Il suo casolare si trovava a meno di duecento passi dal Bosco del Respiro, un confine cupo che nessuno attraversava al tramonto.
Gli adulti raccontavano che il bosco fosse antico, più antico di Pietramuta, più antico delle leggende stesse.
Si diceva che fosse vivo — non come un luogo pieno di animali, ma come un organismo unico, un'entità che respirava davvero, lenta e profonda come la notte che si espande.

Lina lo credeva.
Perché lo sentiva.
Come un battito appena percettibile, nascosto sotto la terra.

Quella sensazione aumentava ogni anno, come se il bosco la chiamasse con insistenza crescente.

Il padre, uomo semplice e stanco, aveva smesso da tempo di provare a farle cambiare idea.

«Lina, non devi fissare il tramonto in quel modo» le disse una sera, mentre chiudeva l'ultima imposta.
«È un momento d'inganno. La luce non è più luce e il buio non è ancora buio. È un confine. E i confini vanno rispettati.»

«Io non lo guardo per mancare di rispetto» rispose lei.
«Lo guardo perché cambia.»

«Il crepuscolo non cambia» sbuffò lui. «È sempre uguale.»

«No, papà. A volte... parla.»

L'uomo lasciò cadere la mano dalla finestra.
Per un istante sembrò volerla sgridare davvero, ma il ricordo della moglie gli attraversò il volto come un'ombra. Lina aveva preso da lei quella strana percezione, quella capacità di avvertire ciò che non c'era — o che non doveva esserci.

Non la rimproverò.
Si limitò a dire: «Non dirlo agli altri.»

Quella sera, al calare del sole, accadde qualcosa che Lina non poté più ignorare.

La luce si assottigliò come una lama che si affonda in una superficie morbida, lasciando una fessura di buio che si allargava in fretta.
Il vento si fermò.
Gli uccelli cessarono di muoversi.
Ogni cosa parve trattenere il respiro.

Fu allora che la voce arrivò.

— Tu non sei sola.

Non era un sussurro umano.
Non era un suono prodotto da qualcosa di visibile.
Era una vibrazione d'aria, la materializzazione di una presenza diffusa, che veniva da tutte le direzioni e da nessuna.

Lina si voltò di scatto, convinta che qualcuno fosse alle sue spalle.

Niente.
Solo la sua ombra, che si allungava sul terreno come un animale sdraiato, immobile ma vigile.

La fissò a lungo.
Le sembrò più scura del solito.
Più definita.
Quasi... spessa.

Il giorno dopo, al pozzo, incontrò il vecchio Nonno Brènn.
Nessuno sapeva quanti anni avesse. Forse settanta, forse più di cento.
C'era chi diceva che fosse stato il primo a stabilirsi nelle Terre Crepuscolari.
Altri giuravano che fosse nato nel Bosco del Respiro e che fosse fuggito appena in tempo.

Chiunque fosse, però, guardò Lina come se sapesse tutto.

«Hai gli occhi tirati, bambina» disse mentre riempiva il secchio.
«Hai sentito qualcosa, ieri.»

Lei non finse di non capire.
«Il crepuscolo mi ha parlato.»

Il vecchio annuì con un'espressione che non mostrava sorpresa, ma malinconia.

«Di che colore erano le parole?»

Lina corrugò la fronte.
«Che intendi?»

«Il crepuscolo non parla come noi» spiegò Brènn.
«Le sue parole non si ascoltano soltanto: si vedono. Quelle buone sono grigie. Quelle che portano dolore sono nere.»

La ragazza ci pensò un attimo.
In realtà, non aveva visto nessun colore... ma il suono era stato così denso, così cupo, che una risposta le uscì quasi da sola.

«Nere.»

Il vecchio sospirò.
Nel suo sguardo apparve una pena sincera, ma anche una sorta di rassegnazione.

«Allora non c'è molto da fare» mormorò.
«Lui ti ha scelta.»

«Chi?»

«Il crepuscolo stesso.»
Brènn la fissò con occhi velati.
«E quando il crepuscolo sceglie qualcuno... non lo dimentica più.»

Quella notte Lina non dormì.
Non del tutto.
Ogni volta che chiudeva gli occhi, riviveva il momento preciso in cui la voce l'aveva chiamata.
“Tu non sei sola.”

Le parole risuonavano nella sua mente come eco lontane, impossibili da ignorare.

E la mattina seguente, mentre aiutava il padre a sistemare la legna, si accorse che la sua ombra si muoveva un attimo dopo di lei.
Un ritardo minimo.
Quasi invisibile.
Ma reale.

Si sfregò gli occhi.
Fece un passo avanti.
L'ombra la seguì, sì... ma in ritardo.

Sentì la pelle rizzarsi.

Il terzo giorno decise di smettere di chiudere gli occhi quando sentiva il richiamo.
Decise di andare incontro a ciò che la inseguiva.

Si avvicinò al Bosco del Respiro.
Il silenzio era innaturale: nessun fruscio, nessun animale.
Solo il battito lento e profondo del bosco, un ritmo impossibile da confondere con qualsiasi altro suono.

Entrò.

La luce del crepuscolo filtrava tra gli alberi in fasci sottili che sembravano solidi, come corde di vetro.
Ogni foglia pareva osservare.
Ogni tronco pareva inclinarsi leggermente, come se seguisse il suo passaggio.

Poi arrivò il sussurro, più forte di prima.

— Sei tornata.

Lina non aveva risposte.
La voce, però, non lasciò spazio al silenzio.

— Le ombre parlano, quando nessuno vuole ascoltarle.
— Le ombre vedono ciò che gli occhi ignorano.
— Tu sei fatta per ascoltarci.

Il suolo si mosse lievemente sotto i suoi piedi, come se respirasse.

«Perché io?» chiese, tremante.

— Perché non menti.
— E chi non mente può vedere la verità degli altri.

Lina pensò ai compaesani, alle loro vite regolate da abitudini e paure.
A come evitavano di guardare il bosco, il lago, i tramonti.
A come evitavano di guardarsi davvero.

«Io non voglio verità» sussurrò lei.
«Voglio... vivere.»

Il crepuscolo sembrò sorridere.
Non nel modo umano, ma con una distorsione nell'aria, un movimento appena percettibile della luce.

— Anche le ombre vivono. In un modo.

La sua ombra si allungò davanti a lei.
Si fece più sottile.
Più fragile.
Più... distante.

— Tornerai.
— Ogni giorno più vicina.
— Fino a non poterne più fare a meno.

Lina indietreggiò.
Il bosco non la trattenne.

Non ancora.

I giorni successivi furono un tormento di attese e chiamate.
Ogni tramonto la attirava.
Ogni tramonto il bosco sussurrava il suo nome.
Ogni tramonto la sua ombra diventava più pallida, quasi scolorita ai bordi.

Il padre era preoccupato.
La osservava lavorare con gli occhi cerchiati, il respiro corto, la pelle più fredda del solito.

«Hai bisogno di riposo» disse una sera.
«Se continui così, ti ammali.»

Lei scosse la testa.
«Sto bene.»

Un brivido attraversò la stanza.
Le lanterne tremolarono.

Aveva appena detto la prima bugia della sua vita.
Una bugia vera.
Detta con paura.

E in quell'istante, nel punto esatto in cui la luce moriva, Lina sentì ridere.

Non suo padre.
Non una persona.

Le ombre.

Ridevano.
Ridevano perché avevano atteso quel momento.

La voce del crepuscolo bisbigliò:

— La prima bugia.
— Ora possiamo iniziare.

Da quel momento, non ci fu più ritorno.

E la notte seguente, le ombre la attesero nella radura.

Il crepuscolo di quel giorno avvolse Lina come se sapesse che lei non avrebbe resistito.
La attirò fuori casa, oltre il sentiero, dentro il bosco.
Il Bosco del Respiro la accolse senza rumori, senza resistenza, come si accoglie qualcuno che è sempre appartenuto lì.

Lina camminò finché la luce smise del tutto di avere una direzione.
Finché non fu possibile distinguere da dove venisse.
Era sospesa.
Galleggiava nell'aria come polvere.

Quando raggiunse la radura, capì che quello era il luogo dove era sempre stata destinata a tornare.

Era una circonferenza perfetta, illuminata da una luce che non aveva fonte.
L'erba era più scura, quasi blu.
Le ombre degli alberi si proiettavano verso il centro, come dita o tentacoli di un unico corpo.

Ma la cosa più terribile era un'altra:

c'erano ombre senza persone.

Erano centinaia.
Sottili, spesse, alte, piccole.
Alcune parevano quelle di bambini.
Altre di animali.
Altre ancora non corrispondevano a nessuna forma conosciuta.

Si muovevano come se respirassero.
Come se avessero un ritmo.
Un respiro comune.

Lina restò immobile.
La sua ombra, invece, si mosse di fronte a lei.
Da sola.

«No...» sussurrò, con un filo di voce.
«Ti prego...»

La sua ombra si sollevò leggermente dal terreno.
Non completamente, non come un corpo, ma quel tanto che bastava a capire che non era più legata a lei.

Qualcosa dentro Lina si spezzò di colpo.

— Siamo qui.
— Ascolta.
— È il momento.

Le ombre si stringevano attorno a lei come un pubblico silenzioso.
Una pressione invisibile la costrinse a inginocchiarsi.

«Perché io?» domandò, le lacrime che le rigavano il viso.
«Perché non posso essere come gli altri?»

Il crepuscolo rispose in mille voci sovrapposte:

— Perché vedi.
— Perché senti.
— Perché non hai chiuso gli occhi.
— Perché ci hai ascoltato.

Lina scosse la testa, disperata.
«Io non volevo ascoltarvi! Non volevo niente di tutto questo!»

Le ombre ridacchiarono come foglie mosse da un vento inesistente.

— È sempre così.
— Tutti dicono di non volerci.
— Ma nessuno rinuncia mai a guardare la verità.

La sua ombra — la sua — si avvicinò.
Per la prima volta, Lina vide un contorno di volto nella macchia scura, un abbozzo di lineamenti, come se stesse imparando a essere qualcos'altro.

Non era un riflesso.
Era un'entità.

Il crepuscolo parlò attraverso di essa:

— Non avrai più paura.
— Non sarai più sola.
— Sarai una Voce.

«Io voglio essere viva!» gridò Lina, cercando di sollevarsi.

Il bosco rispose chiudendosi come una mano.
Le radici si intrecciarono dietro di lei.
I rami si abbassarono.
La luce si attenuò.

— Vivere è una forma di solitudine. disse il crepuscolo.
— Noi ti offriamo qualcosa di diverso.

La sua ombra la toccò.

Non fu un contatto fisico.
Fu una sensazione di vuoto, un risucchio, come se qualcosa si staccasse da dentro di lei: ricordi, emozioni, pensieri.
Non li portava via tutti, solo una parte.
Una parte sufficiente a non tornare più la stessa.

Lina emise un singhiozzo.
Le ombre si avvicinarono, curiose, quasi affettuose.

— Sì...
— Sta accadendo...
— Sta nascendo...
— Una nuova Voce...

La radura si illuminò di un bagliore freddo.
La sua ombra sprofondò nel terreno come acqua che si assorbe.
E in quel punto, dove prima c'era un'ombra nera, apparve una macchia grigia, che lentamente prese forma.

Sembrava un piccolo corpo curvo, come una bambina che si abbracciava le ginocchia.

Lina si piegò in avanti.
Sentiva il mondo allontanarsi, come se fosse dietro un vetro.

La voce del crepuscolo la avvolse in un ultimo sussurro:

— Ora non soffrirai più.
— Ora non sarai più chi eri.
— Ora appartieni a noi.

E la notte la inghiottì con dolcezza.


Epilogo

Il padre la cercò per tre giorni.
Camminò fino allo sfinimento, urlando il suo nome, sperando in un miracolo.

Il villaggio sapeva.
Il Bosco del Respiro sapeva.
Ma nessuno osò entrare nella radura.

Quando finalmente il padre trovò il coraggio, vide solo una piccola ombra fissa a terra.
Non si muoveva.
Non seguiva nessuno.
Era seduta, con le ginocchia al petto, nella posizione in cui Lina si rannicchiava quando aveva paura.

«Lina...?» chiamò, con voce spezzata.

L'ombra non rispose.
Non si mosse.
Non tremò.

E il crepuscolo, come per consolarlo, sussurrò:

— Ora non è più sola.


“Il Custode delle Ossa”

Nella parte più remota della valle, dove la nebbia si strusciava ogni mattina contro le pareti delle case come un animale in cerca di calore, viveva un uomo a cui nessuno dava mai un nome.
Tutti lo chiamavano semplicemente il Custode.

Non che lo avessero mai visto in volto.
Si diceva che fosse molto vecchio — più vecchio del villaggio stesso — e che abitasse in una casa minuscola, costruita direttamente sul bordo del Campo delle Ossa, un luogo che perfino gli adulti evitavano.

Il Campo delle Ossa non era un cimitero.
Era più antico, più vasto e molto meno ordinato.
Uno spazio enorme, disseminato di avvallamenti e piccole collinette da cui, quando la terra era troppo secca o troppo umida, emergevano ossa bianche, lucide come pietre levigate.

Chi le riconosceva diceva che non erano ossa umane.
Chi non le riconosceva diceva che...
era meglio così.

Il Custode aveva un unico compito:
fare in modo che le ossa rimanessero quiete.

Nessuno sapeva cosa volesse dire davvero "quiete".
Ma i genitori dei bambini del villaggio dicevano sempre:

> “Se senti un tintinnio nella notte, chiudi la finestra.
Non ascoltare.
Non chiamare.
E prega che il Custode sia sveglio.”

In quel villaggio viveva Mira, una ragazza di quindici anni dal carattere ostinato e troppo curioso per la sua età.
Era cresciuta senza madre, e con un padre che parlava poco e coltivava patate con la stessa tristezza con cui si guarda un'alba che non si è chiesta.

A differenza degli altri, Mira non credeva alle storie del Custode.
Non ci credeva davvero.
Non perché fosse più coraggiosa.
Semplicemente, non le era mai successa una cosa che potesse spaventarla abbastanza da cambiare idea.

Ma una notte d'inizio inverno, mentre riponeva la coperta sul davanzale, udì un suono diverso.
Non il vento.
Non un animale.
Un tintinnio lieve, ma costante.
Come se qualcuno scuotesse un sacchetto pieno di piccoli oggetti duri.

Mira si avvicinò alla finestra.
La nebbia pareva accumularsi in un punto, come se stesse guardando dentro.

Il tintinnio cessò.

Poi udì un altro suono.

Uno scricchiolio.
Come ossa.
O come passi fatti da qualcosa che non aveva pelle.

Mira avrebbe dovuto chiudere la finestra, come sempre le era stato detto.
Ma fece l'opposto.

La aprì.

La nebbia le si riversò addosso, fredda come acqua di pozzo.

E in mezzo alla foschia, vide una figura.

Alta.
Curva.
Con una mantellina di stoffa grigia e un cappello a tesa larga.

La figura mosse il capo verso di lei, lentamente.

E due occhi profondi, neri come pozzi senza fondo, si accesero nel buio.

Mira arretrò.
E l'uomo parlò.

«Dovresti dormire, ragazza.»

La voce sembrava provenire da un luogo lontano, come se attraversasse molti corpi prima di raggiungerla.

«Sei... il Custode?» chiese Mira, prima che il buon senso potesse impedirglielo.

Lui inclinò il capo.
Poi, sotto il cappello, comparve un sorriso sottile, lungo un attimo e subito ritirato.

«Non dovresti conoscere il mio nome.»

«Io non... non lo conosco. Lo immagino.»

«E immaginare certe cose è peggio che saperle.»

La figura fece un passo avanti.
Il movimento fu fluido, eppure innaturale, come se il terreno non gli importasse del tutto.

«Hai aperto la finestra quando il Campo chiamava» disse l'uomo. «Per questo ora ti sentono.»

«Chi?»

Il Custode non rispose.
O forse non volle rispondere.

Fece invece un gesto lento con la mano, e la nebbia sembrò allontanarsi da lui, come spaventata.

Da sotto la mantellina uscì un oggetto lungo, avvolto in un panno nero.
Sembrava un bastone, ma quando lo appoggiò al terreno, Mira udì un tonfo sordo.
Come se non fosse legno.
Come se fosse... qualcosa di cavo.
Qualcosa di morto.

«Ascoltami bene, ragazza» disse lui.
«Stasera non faranno del male a nessuno. Sono... tranquilli.
Ma questo accade di rado.»

Mira guardò oltre l'uomo, verso la distesa di nebbia alle sue spalle.

«Cosa c'è nel Campo?»

Il Custode fece un lungo respiro.
A Mira parve un respiro triste.
Stanco.
Come di chi porta un peso che nessuno vuole conoscere.

«Cose che un tempo erano vive.»
Pausa.
«E cose che non hanno mai avuto il diritto di esserlo.»

La risposta la fece rabbrividire.

«Ma perché si muovono?» chiese Mira. «Perché chiamano?»

Lui sorrise di nuovo.
Un sorriso che non aveva alcun calore.

«La vita è rumorosa quando non vuole ammettere di essere finita.»

Il giorno dopo, Mira non raccontò nulla a suo padre.
L'uomo non avrebbe creduto a una sola parola.

La giornata passò lenta, fra il lavoro nei campi e il silenzio denso tipico di quella valle.
Ma Mira aveva un pensiero fisso:
il Custode delle Ossa non era una leggenda.
Era reale.
Ed era venuto da lei.

Al tramonto, mentre suo padre dormiva già sulla sedia, stremato, Mira uscì di casa.

Il vento portava un odore diverso quella sera.
Un odore di terra bagnata... e di qualcosa di sepolto che cercava aria.

Mira si incamminò verso il Campo delle Ossa.
Non aveva un piano.
Voleva solo vedere.

Vedere per capire se era stata pazza.
O se davvero il mondo era molto più oscuro di quanto credesse.

Arrivò al limite del campo.
La nebbia era più densa che mai, come un muro vivo.

E lì, seduto su una roccia bianca come un teschio, c'era lui.
Il Custode.

La stava aspettando.

«Sapevo che saresti venuta» disse senza voltarsi.
«La curiosità è un vizio che la valle punisce sempre.»

Mira non si mosse.

«Cos'è questo posto... davvero?»

«È un confine.»
Il Custode toccò la roccia accanto a sé.
«E i confini, Mira, sono più pericolosi dei luoghi proibiti.
Nei confini, ciò che è morto sente ciò che è vivo... e ciò che è vivo sente il richiamo di ciò che vuole tornare.»

Si alzò lentamente.
La mantellina si mosse al vento come un'ombra sfilacciata.

«Vieni.»

Mira esitò solo un momento, poi lo seguì.

Attraversarono la nebbia, che si apriva al passaggio del Custode.
Passi silenziosi, lenti.

E poi li vide.

Nel terreno, emergevano ossa enormi, curve, lunghe come tronchi.
Altre piccole, disposte in modo che sembravano... mani.
O teste.
O qualcosa che non esisteva più da secoli.

Il Custode si fermò.

«Non guardare troppo a lungo» disse. «Le cose che non hanno più occhi tendono a desiderarne di nuovi.»

Mira trattenne un urlo.

«Chi... cosa erano?»

«Creature che non appartenevano a questo lato.
E che non hanno accettato di essere dimenticate.»

La nebbia si mosse.
No, non era nebbia.
Era qualcos'altro.

Una vibrazione nel terreno.
Un tremito sotto i piedi.

«Si stanno svegliando!» disse Mira, spaventata.

«No» rispose il Custode, con una calma che faceva paura.
«Stanno ricordando.»

Il terreno sotto i piedi di Mira vibrava.
Non era un terremoto: era un risveglio.

Il Custode posò la sua lunga asta — quella che sembrava fatta di qualcosa di morto — con la punta rivolta verso il suolo.

«Rimani dietro di me» disse. «E per qualunque motivo, non rispondere se senti chiamare il tuo nome.»

Mira sentì il cuore battere forte.
«Perché?»

«Perché non sarò io a farlo.»

La nebbia cominciò a torcersi.
A volte sembrava alzarsi come un filo di fumo; altre volte si abbassava di colpo, come se qualcosa, da sotto, la stesse risucchiando.

Le ossa nel terreno iniziarono a muoversi.
Non alzarsi — muoversi.
Un ronzio secco, un tintinnìo fastidioso, come un bracciale scosso da mani invisibili.

Mira fece un passo indietro involontariamente.
Il Custode la bloccò con un gesto della mano.

«Non arretrare» disse.
«Se mostri paura, verranno verso di te.»

Era paradossale: Mira non aveva mai avuto più paura in vita sua, eppure le parole dell'uomo la immobilizzarono, come se la sua voce avesse un peso diverso da quello degli altri.

Poi accadde.

La terra si aprì.

Non completamente: giusto una fessura lunga mezzo metro.
Ma da lì emerse qualcosa che Mira avrebbe voluto non vedere mai più.

Una mano.
No. Non era una mano.
Aveva troppe falangi.
E nessuna pelle.

Le ossa, bianchissime, sembravano nuove, come appena lucidate.

«Non aver paura» disse il Custode.

Ma Mira l'aveva già.
Solo che, in quel momento, capì che la paura non serviva a nulla.

La creatura emerse un poco di più:
un braccio — lungo, snodato — e una parte di cranio.
Un cranio enorme, sproporzionato, con orbite così ampie che sembravano buchi nella realtà.

La bestia si bloccò, come se avesse sentito qualcosa.

«Non respirare» sussurrò il Custode.

Mira trattenne il fiato.

La creatura annusò l'aria.
Non aveva naso, eppure annusava.
Le ossa del cranio tremarono, producendo un fruscio inquietante, come foglie secche.

Poi, dal terreno, si udì un'altra voce.

Una voce distorta.
Spezzata.
Sussurrata.

«...Miiiira...»

Il sangue le si gelò nelle vene.

Era la voce di sua madre.
La voce che ricordava da bambina, quando la donna la chiamava per portarla a letto.

«Non ascoltare» disse il Custode, ruvido.

«Ma... è lei!» sussurrò Mira, con gli occhi pieni di lacrime.

«Non è lei.»
Il vecchio la guardò fisso.
«Nel Campo, nessuno ha la voce che aveva in vita. Le voci sono prese dai tuoi ricordi, non dai loro.»

Il braccio osseo uscì ancora un poco, scricchiolando.

Poi, come un colpo improvviso, la creatura si voltò verso la ragazza.
La mascella si aprì con un suono assordante.

Il Custode piantò il bastone nel terreno.
Una vibrazione cupa attraversò il Campo.
Le ossa della creatura tremarono.

«Torna giù» ordinò il Custode, in un tono che non era umano.

La creatura si fermò.
Poi, con un movimento brusco, venne risucchiata dalla terra, come se fosse stata afferrata da mani invisibili e trascinata nel buio.

La fessura si richiuse.
Il silenzio tornò.

Ma Mira sapeva già che quel silenzio non durava mai a lungo.

Il Custode si voltò verso di lei.
Gli occhi erano scuri, ma ora, nella luce opaca del Campo, parevano quasi riflettere qualcosa che Mira non vedeva.

«Perché sono... così?» chiese la ragazza, tremando.
«Cosa sono davvero questi... questi esseri?»

«Sono ciò che resta di una cosa che non è mai stata di questo mondo» disse il Custode.
«Non appartenendo a questo lato, non hanno mai accettato di morire.»

«Ma perché nascono qui?
Perché proprio vicino al villaggio?»

Il Custode inspirò forte.
La sua mantellina svolazzò leggermente.
Non c'era vento.

«Perché noi li abbiamo chiamati.»
Una pausa.
«Molto tempo fa, prima che io nascessi.
Prima che tu nascessi.»
La sua voce si fece più ruvida.
«Nessuno ricorda più l'origine.
Ma io sì.
Perché sono l'ultimo che ha visto cos'è successo.»

Mira lo guardò, atterrita.
«Tu... quanti anni hai?»

Il vecchio sorrise amaramente.
«Più di quanti ne vorrei.»

Riprese a camminare.
Mira lo seguì, incapace di distogliere lo sguardo dalle ossa che spuntavano qua e là come funghi maledetti.

«C'è qualcosa che devo dirti» disse lui.
«Una cosa che non ti piacerà.»

Mira non rispose.
Il silenzio era perfetto.

«Quando una creatura del Campo percepisce qualcuno, non lo dimentica» spiegò il Custode.
«E tu hai risposto al richiamo.»

«Io... io non ho risposto! Ho solo... aperto la finestra.»

«Aprire la finestra è rispondere.»

Mira sentì le gambe tremare.
«Quindi verranno... per me?»

Il Custode annuì.

«Sempre.
Finché vivrai.
Perché il Campo ricorda.»

«Non posso farci niente?» balbettò lei.

«Pochi possono.
E nessuno lo fa senza pagare un prezzo.»

Mira lo fissò.
«Che tipo di prezzo?»

Il Custode si fermò.
Sembrava riflettere.

Poi sollevò il bastone.
Tolse il panno che lo avvolgeva.

Mira trattenne il fiato.

Non era un bastone.

Era un femore.
Un femore enorme, appartenuto a una creatura di dimensioni impossibili.
Le incisioni sulla superficie non erano naturali: sembravano simboli scolpiti con lame sottili.

«Questo è un patto» disse il Custode.
«Il mio patto.
Pagato tanto tempo fa.»

«Che patto?» chiese Mira.

Lui la guardò con una tristezza che fece più paura dei mostri.

«Che finché io vivo... il Campo dorme.
E quando morirò... il Campo si sveglierà del tutto.»

Mira capì.
Capì tutto.

Il villaggio era vivo solo perché quell'uomo vecchio, solo e dimenticato, teneva a freno qualcosa di innaturale.

«E quando morirai?
Cosa succederà... a me?» chiese lei, con la voce rotta.

Il Custode rimase in silenzio per un lungo istante.

Poi disse:

«Dipende.
Da cosa scegli di diventare.»

La ragazza lo guardò, confusa.

«Io? Io non sono nessuno.
Sono solo... Mira.»

«È così che inizia ogni erede.»

Mira sbiancò.
«Erede?
Vuoi dire che IO...?»

«Sì» disse il Custode.
«Puoi diventare la prossima Custode.
E tenere a bada il Campo.
Proteggere il villaggio.
Pagare il prezzo al posto mio.»

Mira scosse la testa.
«Io non posso!
Non sono forte.
Non sono speciale.
Non sono—»

«Hai risposto al Campo» la interruppe lui.
«E il Campo risponde a chi lo sente.
Non è una scelta.
È un legame.»

La nebbia attorno a loro si mosse come un animale irritato.

La voce distorta tornò, più forte.

«...Miraaaa... torna... tor-n-a...»

Mira sapeva che non era sua madre.
Eppure sentì il cuore strapparsi.

«Perché io?» gridò, disperata.
«Perché proprio io?!»

Il Custode la guardò.

«Perché sei l'unica che non è scappata.»

Un ruggito profondo squarciò l'aria.
Non un ruggito animale.
Un suono di pietra che si spezza.
Di legno che crolla.

Il Custode si irrigidì.

«Dobbiamo andare!» disse.

La nebbia attorno a loro esplose in un vortice.
Dal terreno emersero più fessure.
Non una creatura.
Non due.
Molte.

Le ossa tintinnarono come campane impazzite.

Il Custode afferrò Mira per il braccio.

«Ascolta me!» gridò sopra il frastuono.
«Non hai tempo per decidere!
O accetti di diventare come me...
O diventerai come loro.»

Mira lo fissò con occhi spalancati.

«Che devo fare?!»

Il Custode le mise in mano il femore.

«Prendilo.
E giura.
Giura a nome tuo.
E a nome dei morti.»

«E poi?»

«Poi non sarai più Mira.»

La terra tremò.
Le creature stavano emergendo.

Una di loro aprì la mascella, spalancandola fino a un punto che nessuna creatura viva avrebbe potuto sopportare.

La nebbia le entrò dentro, come un soffio di vita invertita.

La voce uscì da quella bocca immensa:

«...MIRAAAAA...»

Il Custode la spinse.

«GIURA! ADESSO!»

Mira sentì il peso del femore tra le mani.
Freddo.
Antico.
Sporco di simboli che le vibravano nella pelle.

Fece un respiro.
Un respiro che sapeva di addio.

E disse:

«Io...
giuro.»

La nebbia esplose.

Il femore si illuminò.

Le ossa nel terreno si bloccarono.

E il Custode... sorrise.

Per la prima volta, sorrise davvero.

«Benvenuta» le disse, mentre il suo corpo cominciava a dissolversi in polvere.

«Mira...
Custode delle Ossa.»

Quando il villaggio, giorni dopo, vide la ragazza camminare sola nel Campo, con il femore sacro sulle spalle e la nebbia che si apriva al suo passaggio...
sapevano.

Sapevano che il vecchio Custode era morto.

E che ora c'era lei.

Mira non era più la ragazza curiosa di prima.
I suoi occhi erano profondi.
La sua voce più bassa.
E quando parlava, il Campo taceva.

La notte, un tintinnio si sentiva ancora.
Ma nessuno osava aprire le finestre.

Perché ora Mira rispondeva al richiamo.
E non era mai sola.

Mai più.
Franco Gambioli
Biblioteca
Acquista
Preferenze
Recensione
Contatto