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Autore: Tanja Mengoli
Titolo: L'Artiglio di Mafdet
Genere Urban fantasy
Lettori 122
L'Artiglio di Mafdet

Il Guardiano e la Dea

Londra 1993

- Ci sono mondi dietro al mondo, vite dentro le vite, mondi magici e magia nel mondo, ombre dietro le ombre.
Niente è come sembra bambina mia. Se tieni gli occhi aperti e le orecchie ben tese li puoi sentire bisbigliare nella notte, si lasciano sfuggire dolci sussurri o ringhi sommessi che attraversano il buio, per irretire e sottomettere gli innocenti.
Si nascondono nell'oscurità della notte che li cela amorevole.
Dalla notte dei tempi l'uomo ha cercato di spiegare e comprendere l'esistenza di creature che la ragione non può comprendere, dando loro diversi nomi: dei, demoni, streghe, fate, ninfe, mostri.
Esseri mitici nei confronti dei quali, l'uomo, non può nulla se non averne paura e rispetto.
Nei secoli l'uomo ha smesso di percepirli, ha smesso di credere nella loro esistenza, distratto da altre meraviglie ma questi esseri magici, maligni e benigni, sono in mezzo a noi, vivono con noi, siamo noi.
Devi stare attenta, piccola mia, sempre! -
Con Affetto La Nonna

PROLOGO

Era una notte tersa e senza nuvole, quella che avvolgeva la maestosa villa poco fuori Londra. La luna piena brillava alta nel cielo, i suoi raggi lattiginosi filtravano dalla finestra della cameretta del giovane rampollo di un'antica famiglia molto speciale.
Il sonno del piccolo era tormentato, come non era mai successo prima di allora, da immagini orribili che l'avevano terrorizzato. Il ragazzino si era svegliato, gridando, in un bagno di sudore. Era scattato a sedere con gli occhi sbarrati, aveva le palpitazioni e l'affanno. Si era guardato intorno alla ricerca istintiva della propria madre, per ricevere un abbraccio, un bacio sui capelli, il suo conforto e il suo amore, ma la madre non c'era e, come aveva scoperto quello stesso pomeriggio, non ci sarebbe mai stata.
Alexander aveva passato gran parte della mattinata appollaiato davanti alla propria finestra, in attesa che il padre uscisse di casa. Appena aveva visto l'auto allontanarsi era scattato come una molla impazzita fuori dalla propria cameretta. Aveva percorso i lunghi e ampi corridoi, decorati con i ritratti dei suoi antenati, diretto allo studio del capofamiglia.
Appena vi giunse, il giovane rimase qualche attimo fermo, davanti alla porta chiusa, indeciso. Sapeva di non doverlo fare, ma non era riuscito ad impedirselo.
Alex si era addentrato nell'ufficio e, per l'ennesima volta, si era tuffato nei cassetti dell'antica scrivania in mogano alla disperata ricerca di informazioni, tracce, indizi su chi fosse la madre o dove potesse trovarla ma, ciò che non si aspettava, era di cadere in una trappola. Il giovanotto stava rovistando dentro i cassetti dello schedario, posto sul muro di fronte alla porta, quando sentì un fastidioso formicolio pizzicargli la base della nuca. C'era qualcuno alle proprie spalle e riconobbe, immediatamente, la presenza del padre.
Il bambino si era bloccato lì dov'era, sorpreso e colpevole, con la testa tuffata nei cassetti. Una vampata di calore lo aveva attraversato, aveva vacillato mentre si era tirato in piedi per poi voltarsi a guardarlo.
Quel padre, quasi uno sconosciuto, se ne stava dritto di fronte a lui con le braccia incrociate sul petto, il suo sguardo gelido e privo di qualsiasi sentimento, lo trapassò. Non c'era amore, non c'era compassione, non c'era affetto, per quel motivo Alex cercava disperatamente notizie della madre, voleva solo essere amato.
- Alexander! – la voce truce aveva riverberato come un tuono imperioso e violento – Cosa ti ho detto a proposito del mio studio? -
Il piccolo aveva trovato il coraggio di balbettare sommessamente una risposta
- Non devo entrare! - , l'altro aveva annuito facendo un passo minaccioso verso di lui
- E allora perché sei qui? -
Alexander, terrorizzato, lo aveva guardato con i suoi enormi occhioni verdi, lucidi per l'emozione, ma al padre non importava avere una risposta, lo sapeva il perché e lo disprezzava per quello.
Il padre si era avvicinato ad Alexander con una sola e potente falcata, gli aveva afferrato un braccio e lo aveva trascinato fuori in corridoio senza alcun riguardo, nonostante le proteste vibranti e l'evidente sofferenza provocatagli.
Appena fuori dallo studio, l'uomo aveva chiuso la porta a chiave tenendo stretto il ragazzo in modo che non potesse scappare, perché Alex possedeva una velocità superiore alla norma e non sarebbe stato facile inseguirlo se fosse riuscito a sfuggirgli. Il bambino, però, non lo avrebbe fatto, era troppo spaventato e dolorante per reagire. L'uomo lo aveva osservato per qualche minuto, uno sguardo penetrante e indagatore carico di astio e delusione.
- Sei debole Alexander! – quelle parole lo avevano fatto tremare di rabbia, era l'insulto peggiore che suo padre gli potesse rivolgere – Devi imparare a bastare a te stesso se non vuoi soccombere. I sentimenti ti offuscano la mente e ti rendono un facile bersaglio. Tu vuoi essere debole? -
Aveva fatto segno di no con il capo, stringendo i pugnetti fino a farsi venire le nocche bianche, mentre cercava di dissimulare il dolore che quel padre, severo e inflessibile, gli provocava.
- Allora smetti di cercare conforto e amore! Non ne hai bisogno, non ti serve! Sii furioso. – aveva gridato alzando la voce, un rombo potente e penetrante che lo aveva sconquassato - Sii rabbioso, combatti e accetta la solitudine, perché sarà la tua fedele compagna, l'unica! -
Alex lo sapeva, glielo aveva ripetuto così tante volte che era certo fosse l'unico insegnamento che gli avesse mai inculcato ma, nonostante non volesse deludere il genitore, o rinnegare i propri doveri, voleva dell'altro.
Il piccolo Alexander voleva vivere, voleva amare, provare meraviglia per il mondo fuori da quella casa, conoscere gente, fare amicizie, ma il destino riservato a lui, e ai membri della sua famiglia, non prevedeva niente di quello che desiderava per sé.
- È ora che tu comprenda a fondo ciò che sarà la tua vita! - aveva grugnito il padre trascinandolo nelle segrete della grande villa.
Alex era rimasto estremamente sorpreso di essere portato laggiù, a lui era proibito addentrarsi lì sotto e il fatto che il padre lo stesse accompagnando di persona, non prometteva niente di buono.
I due erano arrivati in fondo alle scale e si erano fermati davanti ad una spessa porta di ferro ben sigillata. L'unico modo per aprirla era conoscere la combinazione che serviva a sbloccare la serratura elettronica, nessun altro poteva entrare e di sicuro ciò che era lì dentro non doveva uscire.
- Sei sicuro che sia la cosa giusta? - aveva domandato a suo padre l'uomo a guardia della porta, dopo aver notato l'espressione atterrita che segnava il proprio volto.
- Doc, dobbiamo innescare i ricordi! - l'altro aveva fatto un passo indietro come se non volesse prendere parte a quell'iniziativa,
- Ma...è ancora piccolo, più piccolo di quando lo hai fatto tu...non è presto? - aveva replicato l'imponente omone:
- È debole, l'ho sorpreso di nuovo nel mio studio. - aveva detto secco - Se va avanti così lo perderemo, lo deve fare, stanotte! -
Alla luce di quanto rivelatogli, l'altro si era trovato d'accordo con lui e si era fatto da parte, ma al bambino non era sfuggito lo sguardo di rammarico che gli aveva riservato.
Il ragazzino si era domandato cosa lo aspettasse, tremava visibilmente ma mai avrebbe dato la soddisfazione a quei due di capire quanto fosse terrorizzato.
Alexander era stato spinto nella stanza ma non era riuscito a vedere niente, era completamente immersa nel buio. Riusciva a percepire solo l'odore pungente di sangue e morte che lo avevano sopraffatto, provocandogli un conato di vomito. Il suo stomaco si era agitato dolorosamente e aveva cercato di risalirgli la cassa toracica, ma il giovane aveva represso quell'impulso che, sebbene involontario, avrebbe dato al padre altre motivazioni per umiliarlo. Quando si era ripreso, il padre aveva acceso la luce per mostrare, al giovane e innocente Alexander, l'esemplare di uno di quei mostri di cui aveva letto solo sui libri e che era destinato a combattere per il resto della sua vita.
La creatura era incatenata al muro, ma quel dettaglio non era stato sufficiente per rassicurare il ragazzo. L'istinto di Alex aveva avuto il sopravvento, aveva cercato di fuggire da quella cella ma il padre lo aveva afferrato per la nuca, stringendo più del necessario, e aveva riportato la sua attenzione al mostro.
- É questo il tuo futuro, prima lo accetti e meglio sarà per te! Noi siamo guerrieri. - gli aveva detto – Proteggiamo gli uomini da questo... – e gli aveva indicato il mostro – ...è compito nostro! È compito tuo! - Poi, lo aveva lasciato andare sul pavimento lurido ed era uscito chiudendosi la porta alle spalle, lasciando il giovane Alexander solo, in quella stretta e angusta cella, con il mezzo demone. Un miscuglio malriuscito fra un uomo e un diavolo, la sua pelle era grigia ed emaciata a causa della mancanza di nutrimento, lunghe zanne si allungavano nella sua bocca, i suoi occhi erano rossi come le fiamme dell'inferno ma, la cosa peggiore di tutte, era il suo sguardo: famelico e vorace, avesse potuto, lo avrebbe sbranato e il piccolo lo sapeva.
Il giovane aveva gridato terrorizzato, per ore, con tutto il fiato che aveva in corpo. Aveva cercato di abbattere la porta con calci e pugni, fino a ferirsi le manine e i piedi, ma i suoi sforzi erano stati vani e le sue grida erano rimaste inascoltate, nessuno era andato a liberarlo. Quando era stato colto dalla fatica e si era ritrovato stremato da quell'estenuante quanto inutile battaglia, si era accasciato a terra, appoggiato alla porta, fu in quel momento che li aveva sentiti bisbigliare dall'altra parte. Erano lì, erano sempre stati lì ad ascoltare le sue grida di terrore e avevano atteso.
Quando Alex si era svegliato nel suo letto non sapeva come o quando fosse uscito dalla cella, ma non gli importava. Il petto gli bruciava come se qualcuno lo avesse marchiato a fuoco ed aveva avuto il terribile sospetto che fosse così. La sensazione di dolore era accompagnata da un odore nauseabondo di carne arrostita. L'incubo che lo aveva svegliato era ancora così vivido e reale nella sua mente che, anche se aveva gli occhi aperti, non era riuscito a separare ciò che aveva sognato da ciò che era tangibile o reale attorno a sé. Immagini vivide si confondevano e si intrecciavano alternandosi ad immagini sfuocate, dando forma ad un vero e proprio incubo ad occhi aperti.
Alex aveva visto un uomo, molto somigliante a suo padre, circondato da mostri famelici che gli mostravano i denti. Lunghi canini appuntiti si allungavano nelle loro bocche deformi. Occhi maligni bramavano sangue umano, il suo sangue.
L'uomo del suo sogno si era difeso con tutta la forza che gli era rimasta, sprezzante del pericolo e incurante della palese verità, era spacciato. Uno dei mostri lo aveva sorpreso alle spalle e gli aveva catturato le braccia dietro la schiena, in una morsa di ferro, immobilizzandolo. L'uomo si era arreso alla sua stretta, aveva alzato lo sguardo e aveva visto andargli incontro il più alto dei cinque; ne aveva sentito l'olezzo da metri di distanza, un misto di acqua stagnante e sangue putrido.
La creatura gli era arrivata vicino, senza esitazioni, lo aveva afferrato per i capelli tirandogli la testa da un lato, mettendo in mostra il collo. La bestia affamata lo aveva annusato e poco dopo, senza esitazioni, aveva affondato i denti nella sua gola, provocando una scarica di adrenalina che lo aveva pervaso. Quell'improvvisa ondata aveva bloccato il suo cuore mentre il dolore lancinante aveva svegliato il ragazzo. Finché il bambino non riconobbe la propria camera, l'armadio e poi la lampada, i suoi libri, lo scrittoio, non era stato in grado di calmarsi ma, ora che ci era riuscito, si era reso conto di essere a casa, il suo cuore rallentò certo di essere al sicuro.
- Il ragazzo è pronto! – aveva sentenziato la voce del padre appostato fuori dalla sua stanza – È ora che inizi l'addestramento! - , dopo aver ascoltato quelle parole, il bambino, era stato certo che non sarebbe mai più stato al sicuro.
*
Quella stessa notte, in una deliziosa villetta a graticcio ad Amersham, nella contea del Buckinghamshire (Inghilterra), la piccola Isabel si era addormentata sognando la meravigliosa giornata che aveva trascorso.
Quel pomeriggio, lei e la nonna, si erano recate in visita da un vicino di casa della donna. L'uomo si era rotto una gamba cadendo da una scala, ma non era stata quella la cosa entusiasmante, la cosa entusiasmante era stato scorrazzare nel giardino della fattoria in mezzo a tutti agli animali.
La bimbetta aveva visto, per la prima volta nella sua vita, le mucche e le caprette, poi c'erano delle galline che non si erano fatte catturare e uno splendido pony che Isabel aveva avuto il permesso di cavalcare, nonostante le proteste appassionate del povero animale, che non ne voleva sapere. Quel giorno era stato il più bello di tutta la vacanza e quella notte, ne era certa, avrebbe sognato tutti gli animali della fattoria e, soprattutto, i quattro gattini appena nati.
Isabel era ansiosa di addormentarsi per poter rivivere quella meravigliosa esperienza. Cullata dalla voce della nonna, che le aveva letto la favola della buona notte, si era addormentata pacificamente e, come aveva sperato, si ritrovò nell'aia del cortile e a giocare con gli animali. Si sentiva felice e spensierata, accarezzava delicatamente i micetti appena nati, sotto l'attenta supervisione di mamma gatta quando, senza preavviso, il cielo del suo luminoso sogno si era fatto buio e carico di pioggia.
Le nuvole nere incombevano minacciose sulla piccola Isabel, gli animali erano scomparsi e, all'improvviso, la pioggia si era rovesciata sopra di lei, fredda e aggressiva. In balia dell'acquazzone e impietrita dal terrore per quel cambio repentino di scenario, Isabel era scattata in piedi guardandosi attorno e fu allora che aveva notato, in lontananza, un'orda di uomini e donne che sembravano volerla travolgere.
La moltitudine si avvicinava velocemente, gli uomini gridavano e sventolavano in aria grosse armi, o le battevano sugli scudi di legno e metallo, provocando un frastuono terrificante che voleva superare il rombo dei tuoni.
I vessilli variopinti sventolavano in balia della rabbia del vento, sui volti espressioni bellicose e grida di guerra si levavano nell'oscurità, confondendosi con il sibilo del vento.
Isabel era paralizzata dalla paura, si era accovacciata a terra cercando di proteggersi tenendo le manine sulla testa e gli occhi serrati, così stretti fino a lacrimare, per allontanare quell'immagine da sé.
Gli uomini, lanciati in corsa, le erano piombati addosso come se lei non esistesse, la bambina gridò con tutto il fiato che aveva in corpo ma non la sfiorarono. L'esercito la oltrepassò come se fossero fantasmi, effimere ombre di un passato lontano, lasciandola terrorizzata ma incolume. Quando era stata certa di essere salva, Isabel, aveva alzato lo sguardo seguendo la direzione dell'orda e ciò che vide la impietrì. Quegli uomini e quelle donne, tutti avvolti in armature scintillanti, stavano combattendo contro esseri mostruosi, creature orribili che li stavano annientando.
Sconvolta da quello che stava guardando, la bambina, chiuse gli occhi nella speranza che svanissero, ma poteva sentire le loro grida di sofferenza e fatica, di terrore e morte che la avvolgevano facendola tremare.
Finalmente, tutto d'un tratto, il frastuono era scomparso lasciando il mondo, intorno a lei, avvolto in un silenzio spettrale. Timidamente e senza riuscire ancora a respirare, aveva aperto gli occhi ma quello che le si mostrò era per lei incomprensibile. L'unica cosa che poteva notare, e che sapeva per certo, era che tutti quegli uomini erano morti e tutto il sangue che la circondava ne era la prova.
La bimba si svegliò di soprassalto, gridava e si agitava nel letto in un bagno di sudore, strillando in preda al panico. Era incapace di comprendere il significato di quel sogno e non era in grado di fare scomparire quelle immagini. La nonna stava cucendo sulla sedia a dondolo al piano di sotto, in salotto, e quando la sentì gridare balzò in piedi lasciando cadere a terra il suo lavoro per correre da lei.
La donna sperava che avesse avuto un incubo come un altro, uno degli incubi che fanno i bambini e che dimenticano in fretta, ma in cuor suo sapeva che non era così. Entrò come una furia nella stanza della bambina e la prese fra le braccia per cullarla e calmarla:
- Era un incubo tesorino, calmati! Sta tranquilla! - l'aveva consolata la nonna, ma la piccola non riusciva a contrastare il terrore, il corpicino era scosso da fremiti e singhiozzi incontrollabili. La donna le accarezzava la schiena e cominciò a cantarle una canzone della quale la piccola non comprendeva le parole ma grazie ad essa, a poco a poco, i singhiozzi cessarono rassicurata.
Isabel aveva alzato lo sguardo verso di lei certa che la nonna sarebbe stata in grado di aiutarla come faceva sempre, ma la donna nascose il viso lontano da quegli occhi imploranti, non poteva far vedere alla bambina quanto, quell'episodio, l'avesse scossa. La donna aveva ricacciato indietro le lacrime, l'aveva stretta più forte e l'aveva dondolata finché non fu riuscita a riaddormentarla. Sarebbe rimasta con lei certa che, per il futuro, la giovane Isabel avrebbe dovuto essere molto forte perché quello era solo l'inizio.

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