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Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Matteo Brunetto
Titolo: Luna City
Genere Fantascienza
Lettori 714
Luna City
Padre Enea.

Padre Enea si alzò dalla sedia perché la schiena gli doleva. Allargò le spalle e spinse indietro il collo nella speranza di trovare un po' di sollievo. Era abituato a studiare i testi per ore, ma quel giorno si sentiva più stanco del solito.
La notte precedente non era riuscito a riposare bene ed era nervoso. Temeva che il loro tempo stesse per scadere; era l'unico a pensarla così, mentre tutti gli altri confratelli lo consideravano troppo melodrammatico.
Padre Enea, come gli altri preti della struttura, non aveva il permesso di accedere alla "zona proibita", ma sapevano cosa contenesse ed era di fondamentale importanza, per l'umanità intera, che Lei non fuggisse. I sacerdoti non avevano il compito di sorvegliarla, ma cercavano da secoli un modo per fermarla definitivamente. Al momento, sembrava un'impresa impossibile: Lei era viva da millenni e Padre Enea sapeva che lo sarebbe rimasta per un tempo indefinito.
Dopo essersi stiracchiato, si guardò intorno: la vasta sala era scura e fredda. Piccole luci la illuminavano a sprazzi, lasciando ampie zone immerse nell'oscurità. Enormi scaffali ricolmi di tomi pesanti e antichi ricoprivano le pareti a perdita d'occhio. Era la biblioteca di libri cartacei più grande mai esistita; non c'era nulla di simile per vastità e varietà di volumi, alcuni dei quali risalivano a oltre quattromila anni prima.
Padre Enea aveva solo ventisei anni. Era nato e cresciuto su Marte e a quindici anni aveva preso i voti entrando in un piccolo monastero, isolato dalle grandi città marziane ma accogliente. Lì aveva potuto studiare e coltivare la sua passione, quasi un'ossessione: l'Abbazia Nera e i suoi segreti. Dopo anni di richieste lo avevano finalmente accontentato e vi era stato trasferito da soli quattro anni. Era convinto che la risposta fosse in quella biblioteca: dove altro avrebbe potuto trovarsi, se non in quel luogo?
Fin da bambino aveva desiderato farsi prete solo per sperare di essere assegnato all'Abbazia. Conosceva il pericolo che correva l'umanità: non ci sarebbe stato scampo se Lei fosse fuggita.
La stanchezza e l'ora tarda lo convinsero a smettere. Visto che era lì dal mattino presto, decise che per quel giorno poteva bastare. Era incredibile come quella stanza brulicasse di persone durante il giorno, tanto da sembrare piccola, per poi diventare enorme e gelida la sera, quando tutti si ritiravano e lui restava solo.
Esausto, fece per andarsene, ma la sua dedizione lo spinse a trattenersi ancora un istante. Si risedette e incrociò le dita, forzandole fino a farle scrocchiare rumorosamente. Si voltò per prendere il primo volume della robusta pila che aveva accumulato sul tavolo, ma calcolò male il movimento e la urtò in pieno. I grossi tomi caddero rovinosamente sul pavimento, spargendosi in ogni direzione.
Enea era sempre stato maldestro e, per quanta attenzione facesse, finiva sempre per combinare qualche disastro.
«Se il Signore ha voluto così, pazienza», pensò mentre si chinava a raccoglierli.
Iniziò a impilarli nuovamente sul vasto tavolo. Ne afferrò uno di circa duemila pagine intitolato Tecnologie perdute e, sollevandolo, scorse un piccolo libricino nero. Era indubbiamente antico e consumato, tanto che il titolo era illeggibile. Rimase stupito dalle dimensioni: in quel luogo tutto era mastodontico, mentre quello era piccolo e sottile. Lasciò cadere il volume che aveva in mano e lo prese. La copertina era rigida, fatta di cartone logoro; un tempo doveva essere stata nera, ma ora appariva di un grigio pallido.
Le pagine di carta spessa erano ingiallite dal tempo. Iniziò a sfogliarlo incuriosito: non ricordava di aver mai visto un libro tanto piccolo nella biblioteca ed era certo di non averlo scelto per la consultazione; probabilmente era rimasto incastrato tra due volumi più grandi.
Il testo era in inglese, una lingua antica ormai morta che però lui conosceva bene.
Più sfogliava le pagine, più l'emozione cresceva. Con il passare dei minuti capì di aver finalmente trovato ciò che cercava. Era così assorto dalla lettura da non accorgersi dei fragorosi colpi che iniziarono a rimbombare nella sala, così forti da far sussultare l'intera Abbazia.
Quando terminò la lettura, rimase di sasso: era eccitato ma anche terrorizzato. Un ulteriore, profondo boato fece tremare l'edificio. Enea fissò il libricino che stringeva tra le mani, poi un altro poderoso colpo scosse di nuovo la struttura. Doveva avvisare subito il Padre Superiore!
Guardò l'ora: era tardissimo, ma non importava, lo avrebbe svegliato. Senza riflettere, afferrò il libro e si mise a correre, lasciando la luce accesa e i volumi in disordine sulla postazione.
Uscito dalla biblioteca, sfrecciò lungo il corridoio. La strada più veloce passava proprio davanti alla porta della zona proibita. Enea evitava sempre quel passaggio perché ne era spaventato, ma non quella notte: la sua scoperta era troppo importante. Doveva raggiungere Padre Samuel, non c'era tempo da perdere. Un altro poderoso colpo fece tremare tutto, costringendolo a fermarsi un istante finché le vibrazioni non cessarono. Lei stava diventando più potente. Guardò il piccolo libro; lo stava stringendo con tanta forza da averlo piegato. Si costrinse ad allentare la presa, respirò affannosamente e riprese a correre.
Arrivato davanti alla porta della zona proibita, rallentò. Era alta cinque metri, in robusto acciaio e si diceva fosse spessa dieci metri. Grosse catene e travi di metallo la bloccavano ulteriormente, come se la massiccia serratura al centro non bastasse. Ci passò davanti camminando piano, quasi con reverenza.
Un boato spaventoso provenne dall'interno e l'Abbazia tremò così forte che il giovane cadde al suolo. Si rialzò subito, tenendo gli occhi fissi sulla porta: l'aveva vista sussultare vistosamente. Si fece il segno della croce e ricominciò a camminare, poi, superato l'ostacolo, riprese a correre più velocemente di prima.
Quando raggiunse l'area degli alloggi, i colpi si fecero più potenti e ravvicinati. Non ne aveva mai uditi di simili. Molti preti stavano uscendo dalle stanze, allarmati dal frastuono. Finalmente arrivò all'ultima porta, quella di Padre Samuel.
Enea era stremato, con il fiatone e il cuore in gola.
«Padre Samuel, mi apra! Sono Enea!» urlò bussando con forza, mentre l'Abbazia veniva scossa da vibrazioni tali da far cadere i primi calcinacci dal soffitto.
La porta si aprì quasi subito. Padre Samuel indossava una lunga camicia da notte; era un uomo saggio e anziano che Enea rispettava profondamente.
«Che succede?» domandò il Superiore, osservando i monaci che affollavano il corridoio.
«Ho trovato questo», rispose Enea, mostrandogli il libricino stropicciato.
«Enea, cos'è? Non ho mai visto un volume simile in biblioteca», chiese Samuel incuriosito.
«È la risposta! L'ho trovata! Qui c'è scritto come fermarla!» esclamò il giovane, mentre i colpi diventavano un unico, incessante boato.
Un urto spaventoso fece cadere tutti a terra. I preti si rialzarono e si rifugiarono nelle stanze, terrorizzati. Il rumore divenne assordante, uno stridio di metallo che veniva piegato.
Padre Enea guardò terrorizzato Padre Samuel.
«Ho trovato la risposta... e Lei lo sa!»

Oltre la cenere

L'appartamento, sito al ventunesimo piano della Lunar Tower, era di proprietà della società mineraria lunare, come tutto il resto della torre. Lì, i piccoli ma confortevoli alloggi erano destinati ai minatori. Il loro contratto prevedeva un'ottima paga, oltre a vitto e alloggio, a patto di accontentarsi di quella modesta sistemazione.
Luc Andersen stava dormendo serenamente quando la sveglia automatica si attivò. Le pesanti paratie di schermatura, necessarie per bloccare la luce solare sempre presente su quel lato della Luna, iniziarono a sollevarsi. Una radiazione potente e radiosa illuminò il piccolo locale, composto da una camera con un abbondante letto a due piazze, una cucina quasi nuova e un bagno provvisto di doccia.
Non appena le paratie di metallo furono sollevate, la radio si accese a tutto volume, inondando lo spazio con un fastidioso brano metal. Luc aprì gli occhi. Faceva il minatore da due anni; gli piacevano il posto e il lavoro, ma non sopportava la sveglia automatica della compagnia. Veniva impostata un'ora prima dell'inizio del turno per garantire la puntualità dei dipendenti. Luc avrebbe potuto permettersi un appartamento a pagamento nei complessi lussuosi di Luna City, l'unica città presente sul satellite, ma lì era tutto gratuito e la sveglia era l'unica pecca.
Si stirò mentre la musica assordante gli rimbombava nelle orecchie. Sapeva che l'agonia non sarebbe terminata finché i sensori non avessero rilevato il suo passaggio alla posizione eretta.
«Sì, sì, ho capito: mi alzo!» esclamò ad alta voce, come se qualcuno potesse sentirlo.
Si mise a sedere e balzò in piedi. Immediatamente la musica cessò. Il letto si richiuse automaticamente scivolando nella parete: la sera lo avrebbe ritrovato pulito e rifatto.
Consultò l'orologio da polso, che non toglieva mai; su quel lato della Luna era sempre giorno e, senza un riferimento, si rischiava di perdere la cognizione del tempo. Sapeva di gente che era impazzita e non voleva correre il rischio. Erano le cinque del mattino: un'ora dopo sarebbe iniziato il suo turno di scavo nella fascia di asteroidi tra Giove e Marte.
Andò in bagno e si fece una doccia veloce. Uscito, si osservò allo specchio. Per avere quasi cinquant'anni, non era messo male: alto un metro e ottanta, con un fisico atletico. Non era mai stato muscoloso, nonostante gli allenamenti giovanili; la genetica glielo aveva impedito e ormai non gli importava più di diventare un colosso.
Si studiò il viso. La barba cresceva a chiazze e molto rada; non si radeva da cinque giorni e aveva solo un accenno di peluria sotto il mento e il naso. Decise che se ne sarebbe occupato il giorno seguente.
Si sciacquò il volto con acqua gelata per darsi una sferzata di energia. I profondi occhi marroni erano ormai contornati dalle rughe. “Sto invecchiando”, pensò.
Si passò la mano sul cranio glabro: era calvo da sempre, vederlo così era la norma. Le dita raggiunsero la grossa cicatrice che partiva dalla base del collo e terminava sopra la testa. Era il ricordo di un vecchio errore, quasi letale. La toccava ogni mattina per ricordarsi che chiunque può sbagliare. Era un rito che risaliva a quando svolgeva un lavoro molto più pericoloso: Luc Andersen era stato una spia del Governo Terrestre per ventidue anni, dodici dei quali trascorsi come infiltrato su Marte.
La situazione tra la Terra e Marte in quel periodo era stata delicatissima. Il governo terrestre aveva vietato la produzione di intelligenze artificiali dopo la spaventosa "guerra delle macchine", che aveva quasi sterminato la popolazione umana. Anche dopo la fine del conflitto, l'umanità aveva impiegato secoli per eliminare ogni macchina fuori controllo. In passato, gli uomini credevano che il futuro dipendesse dalle IA; dopo la rivolta, l'errore era apparso evidente e nessuno intendeva ripeterlo.
Tuttavia, le colonie marziane erano cresciute fino a diventare una potenza autonoma, spesso in disaccordo con la Terra. Marte riteneva che, con un controllo più mirato, le IA potessero essere gestite, mentre la Terra le considerava un pericolo assoluto. Questo aveva dato inizio a una guerra fredda, costellata da mega-metropoli spaziali orbitanti tra i due pianeti che simpatizzavano ora per l'uno, ora per l'altro schieramento.
Luc era stato inviato su Marte proprio per spiare il nemico, ma la sua carriera si era interrotta bruscamente quando il governo marziano, cambiando rotta, aveva infine vietato a sua volta lo sviluppo delle IA. Improvvisamente, la tensione era svanita e Luc si era ritrovato disoccupato. Aveva scelto la Luna perché l'ambiente artificiale di Luna City gli ricordava quello di Marte.
Si scrollò di dosso la nostalgia e indossò la tuta da lavoro. In cucina lo accolse il profumo di pancetta, uova e caffè preparati dal sistema automatico. Consumò il pasto in silenzio, evitando di accendere il televisore; preferiva la calma mattutina.
Finito di mangiare, lasciò piatti e posate sul tavolo: non appena si alzò, il piano si aprì a metà inghiottendo le stoviglie sporche per lavarle.
Si avvicinò all'unica grande finestra dell'appartamento che mostrava la superficie lunare. Sotto la Lunar Tower si estendeva Luna City: un intrico di strutture torreggianti, cupole e lunghi tunnel trasparenti che collegavano i vari settori. In assenza di atmosfera, ogni ambiente era sigillato. Nata come insediamento minerario, Luna City era ormai una metropoli da venti milioni di abitanti. Solo una piccola parte della città restava perennemente nella zona d'ombra: la zona dei locali notturni, naturalmente.
Bevve un lungo sorso di caffè fumante nero. Il calore della bevanda gli invase lo stomaco. Alzò lo sguardo: lontano, grande come un pollice, si stagliava la Terra. Un tempo nota come il "Pianeta Azzurro" per il colore dell'atmosfera, ora era chiamata il "Pianeta d'Oro". Quando il sole la colpiva, lei rifletteva i raggi attraverso il suo nuovo scudo dorato.
Dopo i lunghi secoli di guerra contro gli androidi, la Terra ne era uscita devastata. L'aria era satura di gas tossici e irrespirabili; solo poche zone del mondo erano rimaste abitabili. L'umanità si era trovata di fronte a un bivio: abbandonare il pianeta o tentare di risanarlo. Scelsero la seconda via. Filtrarono l'intera atmosfera, espellendo i gas nocivi nello spazio, ma il processo finì per vaporizzare l'ossigeno stesso. Grazie a tecnologie d'avanguardia, costruirono allora una gigantesca cupola di un materiale sperimentale: una membrana capace di riprodurre gli effetti dell'atmosfera naturale, migliorandone persino le prestazioni. Il risultato fu stupefacente e la Terra ricominciò a prosperare. Quella bolla semitrasparente dalle sfumature oro pallido aveva ribattezzato il pianeta per sempre.
Un segnale acustico dell'orologio gli ricordò che era ora di muoversi. Finì il caffè e uscì.
Il complesso della Lunar Tower consisteva in una serie di imponenti torri affiancate, l'edificio più alto e vasto dell'intero suolo lunare. I palazzi formavano un anello, racchiudendo un ampio spazio centrale.
Appena Luc scese dall'ascensore, si trovò davanti agli ingressi del suo edificio. Ce n'erano due: quello principale dava sul lato residenziale, dove si affacciavano le finestre degli alloggi; il secondo, sul lato opposto, conduceva direttamente al cuore del cortile interno. La società mineraria cercava di agevolare i dipendenti: il centro della Lunar Tower era infatti il punto di partenza per la fascia di asteroidi.
Luc si avvicinò alla porta e appoggiò la mano sul sensore. Dopo un rapido esame del DNA, il sistema confermò la sua identità e le ante si aprirono. Il cortile era vasto e caotico, brulicante di minatori in movimento. Alcuni indossavano già le pesanti tute da estrazione che conferivano loro un'andatura robotica, facendoli affondare nel terreno a ogni passo.
Il suolo era ridotto a una poltiglia fangosa: il passaggio continuo delle tute e l'abbondante acqua usata per lavarle avevano reso l'area sgradevole. Trattandosi di attrezzature vitali per la sopravvivenza, le tute necessitavano di manutenzione costante, e molti operai stavano lottando con il fango proprio mentre eseguivano i controlli di routine.
Gli alloggi non avevano finestre su quel lato; i progettisti erano stati attenti a nascondere la zona industriale il più possibile. Non appena Luc attraversò la soglia, la porta si chiuse alle sue spalle, restituendo agli altri inquilini l'illusione di vivere in un lussuoso condominio lunare.
Matteo Brunetto
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