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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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Il Museo Delle Voci
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È mattina presto. Il museo non ha ancora aperto ma le sue sale sono già sveglie. La luce scorre sulle pareti cambiando tonalità, dal rosso al blu, dal giallo al grigio, dal verde al marrone, come se stesse scegliendo il modo mi-gliore per accogliere il primo visitatore. Le superfici vibrano appena, calibrando fre-quenze che nessun orecchio umano percepisce consciamente. Sensazioni che non si fermano sottopelle: scivo-lano più in profondità, dove i pensieri diventano fragili e i silenzi pesano più delle parole. Ogni sala è pronta.
Il Museo delle Voci è moderno, elegante, incasto-nato tra i palazzi antichi di Firenze. Un luogo dove arte, suono e tecnologia si intrecciano in un'esperienza che i visitatori hanno definito "suggestiva", "innovativa", "indimenticabile".
Per la maggior parte delle persone sarà esatta-mente questo: un museo diverso, immersivo, af-fascinante. Un posto dove fermarsi, sentire, la-sciarsi attraversare da qualcosa che la vita quo-tidiana non concede quasi mai. Ma non per tutti.
Oggi, quando le porte si apriranno, il museo fa-rà ciò per cui esiste: Ascoltare – Scegliere - Entrare. Per alcuni, sarà un'esperienza. Per altri, sarà una condanna.
1 CONDANNA SILENZIOSA
C'è una voce. Non pronuncia parole: è un tim-bro, una vibrazione che si infila tra le costole e si appoggia lì, paziente, come una mano che aspetta il momento giusto per stringere.
Marco varca una soglia bassa, di legno scuro, con un cartellino discreto: Sala delle Risonanze. La luce cambia temperatura ogni pochi secondi, gli altoparlanti sono nascosti nei muri, e quella voce, quella che non dovrebbe esserci, sembra conoscerlo già.
Quando uscirà, porterà qualcosa con sé: non un ricordo preciso, piuttosto un peso nel petto. Quanto pesa, quello che porti. Non è una domanda. È un'affermazione sussur-rata in un italiano che sembra il suo, ma con un accento che non riesce a riconoscere. La frase è diretta a lui soltanto. Nessun altro visitatore la sente.
Avanza nella sala successiva senza nemmeno ac-corgersene. La Sala del Ricordo Distorto La luce qui è più tenue, quasi liquida. Alle pare-ti, pannelli scuri riflettono la sua figura in modo imperfetto: non sono specchi, non è solo vetro, è qualcosa che restituisce un'immagine sfocata, come un ricordo che non si lascia afferrare. Un suono sottile, appena percettibile, si insinua nella stanza. Non è una melodia, è qualcosa che assomiglia a una voce lontana, come se prove-nisse da un corridoio che non esiste. Si avvicina a un pannello, il suo riflesso si muo-ve un attimo dopo di lui, con un ritardo imper-cettibile ma sufficiente a farlo esitare. Poi la voce arriva, più bassa, più lenta, come se stesse scegliendo con cura ogni sillaba. Ricordi tutto, vero? Un brivido gli attraversa la schiena. Non sa cosa dovrebbe ricordare, eppure la domanda gli si in-colla addosso come una verità che non ha mai voluto affrontare. La luce cambia, il riflesso nei pannelli sembra piegarsi, come se stesse per dire qualcosa che lui non ha il coraggio di ascoltare.
Chiude gli occhi come se servisse a non sentire. Quando li riapre si trova in un'altra stanza. La Sala del Respiro È quasi buia, c'è solo una linea di luce che corre lungo il pavimento, guidando i passi come una vena luminosa. Anche l'aria è diversa, più densa, più calda. Un suono profondo riempie l'ambiente: un re-spiro amplificato, lento, regolare. Non è inquietante, è intimo, troppo intimo. Marco si blocca. Il respiro cambia ritmo e segue il suo. Lo imita, lo anticipa. Per un istante, ha la sensazione che la stanza stia respirando al posto suo. Poi di nuovo una voce, questa volta vicinissima, come se fosse appoggiata alla sua spalla. Da quanto tempo trattieni il fiato? Inspira di colpo, come se qualcuno gli avesse aperto una finestra nel petto. Non sa perché, ma la domanda gli fa male, un male profondo, che non ha nome.
Esce e si trova in un luogo silenzioso. La Sala del Sussurro Non ci sono luci che cambiano, non ci sono suoni o voci, solo un silenzio, così perfetto da sembrare impossibile. Avanza lentamente, ogni passo sembra amplifi-cato, come se il pavimento registrasse ogni mo-vimento. Poi, all'improvviso, un sussurro. Un filo di suo-no che gli sfiora l'orecchio come un segreto. Non sei solo. Marco si gira di scatto. Non c'è nessuno. Il sussurro torna, dall'altro lato. Non lo sei mai stato. La stanza sembra stringersi attorno a lui, come se stesse ascoltando la sua reazione. Il cuore ac-celera, non sa se la voce lo sta consolando o giudicando. Poi il sussurro sparisce, torna il silenzio.
La porta si apre. Il museo lo lascia andare. Ma qualcosa resta. Fuori è notte fonda, Firenze gli si stringe addos-so con i suoi vicoli antichi e l'Arno che luccica sotto i lampioni. Cammina verso il ponte alle Grazie. Non decide di andarci: ci si trova, semplicemente. I suoi piedi si muovono in quella direzione senza che lui ne sia consapevole. Quanto pesa. La voce è rimasta dentro di lui, si è accomodata nel punto esatto in cui, fino a poche ore prima, aveva creduto di custodire solo stanchezza. Si ferma a metà del ponte, osserva l'acqua scor-rere lentamente.
All'improvviso esplodono i ricordi, i conti la-sciati in sospeso per anni. Per un istante pensa a sua moglie, poi tutto svanisce.
Il petto si stringe, ma lui non reagisce. Non c'è panico, non c'è resistenza. C'è solo una strana, quieta resa, come se quel momento fosse l'unico in cui non deve più sostenere il peso che lo ha accompagnato per anni. Si siede sulla panchina di pietra, la schiena con-tro il parapetto freddo. Il cuore accelera, poi in-ciampa, poi accelera ancora, come un motore che non trova più la marcia giusta. L'ultima cosa che sente è quella voce, di nuovo, quasi affettuosa: Bravo. Adesso puoi lasciare andare. Poi, silenzio.
A Firenze, poco dopo mezzanotte, nessuno fa caso a quell'uomo seduto composto sulla pan-china. Un gruppo di turisti gli passa accanto senza farci caso, sono ragazzi che stanno tor-nando da qualche festa. Un taxi che rallenta e poi prosegue. Nessuno si ferma, nessuno guarda veramente. La città scorre accanto a lui senza accorgersi di nulla.
Solo al mattino, tra le sei e mezza e le sette, quando il fioraio alza la serranda e comincia a esporre i fiori; il barista, dall'altra parte del pon-te, inizia a portare fuori tavolini e sedie, qualcu-no nota che quell'uomo non si è semplicemente addormentato.
2 ROUTINE
Eva Sarnel non crede al silenzio di Firenze, lo conosce troppo bene per fidarsene. Alle sette e dieci è già al secondo caffè, in piedi al bancone del solito bar di Borgo San Frediano. Il barista, Marchetti, sessantanove anni e un'o-pinione su tutto, le racconta per la seconda vol-ta della retata di motorini rubati di due settima-ne prima. «E lei che ne pensa, dottoressa?» «Penso che il caffè qui sia ancora il migliore dell'Oltrarno, Marchetti, il resto lo lascio a lei.» Lui ride, soddisfatto, e le prepara un altro caffè, come fa sempre con chi gli dà ragione senza im-pegnarsi troppo.
Fuori, la città si scrolla di dosso la notte con la lentezza di chi sa di avere tempo. I turisti non sono ancora per strada. L'aria ha quell'odore di pietra umida e pane caldo che lei associa, da sempre, a un'idea di normalità che il suo lavoro le toglie puntualmente.
Il telefono le vibra in tasca, lo prende e lo guar-da con la diffidenza di chi sa che, di mattina, ra-ramente sono buone notizie.
È Giordano Montesi, il suo vice. Niente per te stamattina, capo. Solo un povero cristo morto di infarto sul Ponte alle Grazie. I colleghi della Mobile se ne stanno occupando. Legge il messaggio due volte, più per abitudine che per interesse. Un infarto su un ponte, all'alba, dopo una notte fuori. Firenze ne vede uno o due al mese, la movida non perdona.
Si sbaglia, questa volta è diverso.
Paga i caffè, saluta Marchetti ed esce nella luce ancora tenera di Firenze, diretta in centrale.
Ha imparato presto che il lavoro non chiede permesso: entra, si siede, occupa la stanza mi-gliore e lascia agli affetti quello che resta. Per anni aveva chiamato quella cosa: dedizione. Camilla, prima di andarsene, l'aveva chiamata: assenza. Assenza che ora sente come un vuoto incolma-bile. Sono passati ormai due anni, senza la sua pre-senza, e quasi due anni dall'ultimo caso che l'a-veva fatta vacillare come mai prima.
Catturare il colpevole degli atroci omicidi nei vecchi teatri, non era stato per nulla facile. È stato un caso che l'ha segnata profondamente.
Deve imparare a lasciare spazio per gli affetti, per qualcosa che non sia un'indagine.
3 LA VEDOVA
Si chiama Lucia Aranzi, vedova Cortoni.
L'appartamento è al terzo piano di un palazzo in via Maggio, di quelli con i soffitti troppo alti per il riscaldamento e le persiane verdi che la legna del tempo ha sbiadito, fino a un colore che non ha più una definizione. Dalle finestre entra l'odore di Firenze d'autunno: pietra bagnata, foglie marce sui mar-ciapiedi del lungarno.
Le pantofole di Marco sono ancora accanto al letto, Lucia ci passa davanti ogni mattina, da quattro giorni. La cucina sa di caffè vecchio e di una torta che ha cominciato a fare e poi abbandonato a metà, l'impasto ormai indurito nella ciotola.
Fuori, in strada, la vita di Firenze continua con quella cocciutaggine quasi offensiva delle città vecchie: il rumore delle persiane dei vicini che si aprono, il campanello della bottega di alimentari all'angolo, due turisti che ridono troppo forte per l'ora, noncuranti che, sotto le loro scarpe, c'è un lastricato che ha visto secoli di storia e di morti.
Lucia non è più uscita da quando è tornata dall'obitorio. Sua sorella è passata tutti i giorni e ogni giorno portando qualcosa da mangiare. Ora ha il frigo pieno di cibo che non toccherà.
C'è una cosa, però, che Lucia non ha detto a nessuno, nemmeno ai due agenti gentili e un po' distratti che sono venuti a farle firmare delle carte e a chiederle se suo marito avesse proble-mi di cuore, se prendesse farmaci, se ci fossero stati segnali di qualche malessere. Non ha detto che quella sera Marco era strano, in un modo che lei non sa nemmeno descrivere bene a sé stessa. Aveva detto che andava a vedere quella nuova cosa vicino al ponte, quel museo di cui parlava-no tutti, quello strano, dove non c'erano quadri ma solo suoni. Lei gli aveva risposto che era cosa da matti, scherzando, e lui aveva sorriso, ma era stata una risata che si era spenta troppo in fretta, come una candela in una stanza con troppa corrente. Non lo ha detto a nessuno perché cosa c'è da dire? Che suo marito è sembrato strano, una se-ra, prima di morire di un attacco di cuore che i medici hanno già spiegato con una parola — fulminante — che suona definitiva e non lascia spazio a domande?
Pensa che dovrebbe consegnare il biglietto del museo, quel pezzo di carta sottile che ha trovato nella tasca della giacca di Marco quando gliel'hanno riportata. Poi pensa: a chi? E perché? Lo rimette nel cassetto del comodino di Marco e, per ora, solo per ora, richiude il cassetto e torna a fissare il vuoto in una casa che le regala solo tristezza e dolore. |
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