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Autore: Tanja Mengoli
Titolo: Lo Spettro e La Guaritrice
Genere Urban fantasy
Lettori 106
Lo Spettro e La Guaritrice

Il giovane tremava in modo incontrollabile, complici la rabbia e il terrore che gli ottenebravano il cuore, quando fu al cospetto dei maggiori Dei dell'Olimpo.
In catene, nudo e vulnerabile, sentiva il peso dei loro sguardi su di sé.
Lo osservavano morbosamente curiosi, come fosse un raro esemplare di qualche strana bestia non ammaestrata o non addomesticata, ed era proprio così che si sentiva, un animale in trappola. L'enorme sala, nella quale si trovava, lo faceva sentire insignificante.
Il trono di Zeus incombeva su di lui, carico di una minaccia reale e tangibile.
La visione dell'alta volta dorata sarebbe stato uno spettacolo meraviglioso da contemplare, ma non in quella circostanza, sebbene ci provasse, la luce che filtrava dalle aperture sul soffitto gli feriva gli occhi, era stato al buio troppo a lungo.
Le colonne, in stile classico, formavano un portico che percorreva tutti i lati della sala. I capitelli finemente cesellati, decorati con motivi floreali alternati a motivi geometrici, avrebbero fatto impallidire i maggiori scultori umani; ma lì, di umano, non c'era nulla.
Il pavimento era decorato da un meraviglioso mosaico che ritraeva gli Dei più grandi e più amati.
Raffigurata c'era la Dea Artemide, che roteava la sua spada durante la caccia.
Ares sul massiccio carro da guerra, che frustava i cavalli al galoppo, con quel suo sguardo altezzoso e iracondo.
Ade che vigilava sulle anime nel regno delle Ombre, con il suo piglio ombroso ma amorevole. Atena, la Dea della giustizia, che reggeva la bilancia in una mano e la spada nell'altra.
Infine, c'erano Hera, intenta a sorvegliare tutto, e Zeus fiero e potente, il quale brandiva le folgori decidendo del destino di tutti, compreso il proprio.
La condanna era ormai certa, niente e nessuno avrebbe potuto aiutarlo a salvarsi, mancava solo di conoscere l'entità della pena.
- Dov'è? - pensò il giovane alzando lo sguardo sulla folla brulicante e rumorosa, in cerca di colui che diceva di essere suo padre, Dioniso, ma non lo vide. Non l'aveva ritenuto degno di essere presente, nel giorno peggiore della sua vita come, del resto, aveva fatto per tutta la sua breve esistenza.
Il giovane abbassò lo sguardo sul proprio bacino scoperto dove campeggiava, fiero e ben distinto, il marchio a forma di toro, comparso di recente. Uno dei simboli di quel padre ingombrante del quale aveva scoperto l'identità solo da qualche giorno e che non aveva fatto altro che insultarlo e rinnegarlo.
Strinse i pugni ingoiando il dolore, la frustrazione e il terribile senso di ineluttabilità che lo ottenebrava. Abbandonato, solo e furioso; con sé stesso per la propria stupidità e con gli Dei, tutti, riuniti in quel luogo per assistere al suo personale giorno del giudizio.
Da una enorme porta situata dietro il trono, Zeus fece il suo trionfale ingresso, ergendosi davanti a tutti i presenti, i quali si ammutolirono all'istante e lo fissarono attoniti in religioso silenzio.
Il giovane comprese perché Zeus fosse il più temuto e il più amato degli Dei, l'aura di potere assoluto che emanava arrivò a lambirlo, ed era quasi insopportabile. Le statue disseminate per la Grecia non gli rendevano giustizia. Era alto e possente, il suo volto trasmetteva virilità e magnetismo, il suo sguardo era una maschera austera e leziosa.
L'atmosfera si era fatta immobile, il tempo sembrava essersi fermato, l'impazienza degli astanti era palpabile, volevano conoscere il verdetto. La voce del padre degli Dei ruppe quell'insopportabile silenzio, un tuono potente che squarciò l'anima del giovane semidio.
- La condanna è decisa! – e lo fissò torvo. Un'occhiata che il giovane non avrebbe mai dimenticato, c'erano biasimo e una punta di disprezzo - Tartaro! - enunciò infine, prima di sedersi sul trono con la schiena dritta, in un atteggiamento deciso e irremovibile.
Nell'udire la sentenza, il cuore del giovane si pietrificò nel suo petto, le gambe non lo sorressero e, volente o nolente, cadde in ginocchio come se fosse stato abbattuto da una invisibile scure.
Zeus non si curò della sua pena e, con un cenno della mano, diede l'ordine alle guardie di prelevarlo e portarlo via.
Una voce femminile, proveniente dal fondo della sala, si fece udire sovrastando il brusìo di assensi - Non è giusto! - , quella dichiarazione, urlata con disperazione, gelò l'aria e attirò l'attenzione di tutti.
Il giovane sollevò il capo attirato da quel suono soave e cristallino, così familiare - Ángelos nýchtas mou? - - Mio angelo notturno? - fu sicuro che fosse lei. La gratitudine che provò per quell'intervento inaspettato e, sicuramente inopportuno, gli scaldò il cuore ma fu subito soppiantata dal terrore che potesse succederle qualcosa di brutto a causa sua.
- No no no. Cosa fai? - sussurrò fra sé e sé sgomento.
Il semidio si voltò in cerca della fonte di quella voce, sorpreso dal desiderio impellente di vederla, di portare con sé il ricordo del suo volto. Il terrore di essere buttato nel Tartaro, in balia di chissà quale punizione, aveva lasciato il posto alla curiosità di conoscere l'aspetto della donna che gli aveva regalato il suo tempo, aveva alleviato il suo tormento e guarito le sue ferite, ma non riuscì a scorgerla.
Quando tentò di alzarsi, spinto da quella necessità imperiosa, due forti mani lo trattennero lì dov'era, in ginocchio, impedendogli qualsiasi movimento. Il semidio, dalla sua posizione avvilente, riuscì a scorgere solo la porta alle proprie spalle, che si apriva per poi richiudersi immediatamente dopo con un tonfo secco. Quel botto gli spezzò il cuore e frantumò la sua debole speranza. Fu sicuro che l'avessero allontanata prima che anche lei subisse la sua stessa punizione e ne fu enormemente sollevato.

*

- Sei impazzita? - la giovane Dea non aveva mai visto il proprio padre tanto infuriato. L'aveva trascinata fuori dalla sala del trono, strattonandola malamente quando lei aveva cercato di opporre resistenza; ma, seppure a malincuore, il genitore si era visto costretto a portarla via, lontano da occhi e orecchie indiscrete. Non avrebbe mai voluto comportarsi in quel modo, non l'aveva mai trattata con tale veemenza ma, quella figlia ribelle, che amava alla follia, aveva osato troppo.
- Non potete permettere che venga condannato, non è giusto! - gridò lei fra le lacrime, incurante che qualcuno la udisse. La giovane Dea fissò il padre furibonda con quei suoi occhi dorati che lui amava, sempre luminosi e colmi di amore, ma non in quel momento.
La Dea non riuscì a trattenere le lacrime che le rigarono il volto arrossato, aspettava colma di speranza che lui la comprendesse e che tentasse l'impossibile, che le tendesse una mano e la aiutasse.
- Non dovresti nemmeno essere qui! - replicò il padre furente senza dare peso alle sue parole - Come hai fatto ad entrare? -
La giovane Dea abbassò lo sguardo per nascondere l'improvviso rossore che le aveva infiammato le gote. Durante la notte, spinta dal desiderio di porre rimedio a quell'ingiustizia, aveva beffato le guardie e si era chiusa dentro la sala del trono, poi aveva atteso.
Era stata la cosa giusta da fare, ma si guardò bene dal raccontarlo, avrebbe continuato con la propria opposizione senza scendere in dettagli inutili.
- Non potete permetterlo padre! - , continuò lei sopraffatta ma l'altro si irrigidì, imperturbabile,
- L'offesa perpetrata è una delle peggiori, lo doveva sapere... - replicò con fermezza. Non sapeva come fare per calmare la figlia perché faticava a rimanere calmo lui stesso. Tuttavia, la giovane si stava dimostrando più incosciente e impulsiva che mai, nel tentare di difendere quell'uomo.
- Ma non sappiamo nemmeno perché lo ha fatto... - piagnucolò esasperata.
Il Dio osservò la propria figlia, vederla agitata e addolorata gli spezzava il cuore, e non poter fare niente per alleviare la sua pena lo faceva sentire in difetto. La rabbia sbollì velocemente e l'affetto che provava per lei riaffiorò, come sempre, immancabilmente. Sapeva che era nella sua natura aiutare il prossimo, esporsi sempre e comunque, seguiva il suo cuore e il suo istinto. Aiutare e dare supporto a chi ne aveva bisogno era per lei come respirare, ma in quel caso, il suo istinto paterno, gli gridava che c'era dell'altro.
La sua dolce terzogenita si era affezionata al giovane prigioniero, come e quando fosse successo non avrebbe saputo dirlo, ma non poteva permetterle di compromettere sé stessa per un semidio incosciente e degenerato, per giunta un ladro condannato all'unanimità. Rimase fedele a sé stesso e al pensiero comune, si mostrò fermo e irremovibile con il terrore che quella figlia lo odiasse per sempre.
- Ha infranto le regole e lo ha fatto di proposito. - insistette, mentre la giovane sentiva la speranza infrangersi in mille pezzi. Se nemmeno suo padre, che avrebbe fatto tutto per lei, non era intenzionato ad alzare un dito, nessuno lo avrebbe fatto.
- Ma... - la Dea cercò di replicare, ma il padre la zittì con un'occhiata glaciale che la bloccò,
- Smettila! - tuonò - Non puoi fare niente per lui, niente! Ora torna a casa prima che succeda l'irreparabile! -
La giovane Dea, avvilita e sconfitta, voltò le spalle al proprio padre profondamente delusa e amareggiata. Si avviò verso il palazzo, le spalle ricurve, il passo trascinato e il cuore pesante.
Nel tragitto che la separava dal tempio di Zeus alla loro più semplice e umile dimora, comprese che quella non era più casa sua.

Tanja Mengoli
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