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Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Maurizio Dolce
Titolo: il mistero del telefono smarrito
Genere Letteratura per ragazzi
Lettori 356 1
il mistero del telefono smarrito
A fine agosto, a Sendai, l'estate non finiva davvero. Si limitava a perdere forza un po' alla volta, come se ogni giorno cedesse qualcosa al successivo senza fare rumore. Le ore di luce restavano lunghe, eppure il sole cominciava a scendere prima di quanto Samu si aspettasse, e verso sera l'aria cambiava temperatura con una rapidità che, a luglio, sarebbe sembrata impossibile. Non era freddo. Era una freschezza leggera che si faceva notare soprattutto quando lui era in movimento.
Quel pomeriggio Ren lo aspettava al solito posto, accanto al minimarket all'angolo, dove il marciapiede si allargava abbastanza da lasciare spazio alle biciclette senza intralciare nessuno. Ren era appoggiato al parapetto basso che delimitava il parcheggio per le due ruote, con una mano sul manubrio e l'altra sul telefono. Il casco era agganciato alla bici, come sempre, e aveva quell'aria tranquilla di chi potrebbe restare lì anche mezz'ora senza annoiarsi.
Quando vide Samu arrivare, sollevò appena il mento.
"Pensavo avessi già cambiato idea."
Samu rallentò progressivamente, lasciando che la velocità calasse senza frenare di colpo, finché si fermò accanto a lui con un movimento pulito, mettendo un piede a terra solo all'ultimo.
"Se cambiassi idea ogni volta che hai un problema, non usciremmo mai."
Ren sollevò una bottiglietta d'acqua ormai vuota, quasi a dimostrare che non era colpa sua.
"Avevo sete," disse. "È finita subito."
Samu lanciò un'occhiata veloce alla bottiglietta.
"Ti sei bevuto tutto e adesso vuoi fare il giro lungo."
Ren si strinse nelle spalle, senza negare.
Non si salutarono davvero. Non lo facevano mai, e non perché non si volessero bene: semplicemente non serviva. Avevano lo stesso ritmo da anni. Da quando erano bambini e uscivano con bici troppo piccole e caschi troppo grandi, e Ren si arrabbiava perché Samu voleva sempre passare per strade che non erano strade. La differenza era che adesso quelle deviazioni le chiamavano "tagli", e in certi punti la pista ciclabile era davvero una pista ciclabile.
Ren infilò il casco, tirò il laccetto sotto il mento, poi lo controllò con un colpetto secco.
"Facciamo il solito?" chiese Samu, anche se sapeva già la risposta.
Ren guardò la strada, poi il cielo, e poi la bici di Samu, come se stesse valutando il mondo in base a parametri invisibili.
"Finché non ricomincia la scuola, puoi anche decidere tu."
Partirono senza fretta, imboccando la pista che correva parallela alla strada principale. A quell'ora il traffico era ancora pieno: auto ferme ai semafori, autobus che rallentavano alle fermate, motorini che passavano troppo vicini. Ren si spostò istintivamente verso il bordo quando una moto gli sfilò accanto con un rumore secco, e Samu lo notò senza dirlo, perché con Ren succedeva sempre così: lui non commentava, ma registrava.
Dopo il primo incrocio la pista piegava verso destra e la città sembrava cambiare volume. I rumori non sparivano, si abbassavano. Le case diventavano più distanziate, i negozi più rari, le strade più larghe. Pedalare lì dava una sensazione diversa: non di fuga, ma di uscita.
Quel giro lo avevano fatto decine di volte.
Passavano accanto a un quartiere residenziale ordinato, poi affrontavano una breve salita che portava verso un tratto più aperto, dove i palazzi lasciavano spazio a capannoni bassi, parcheggi quasi sempre vuoti e strade di servizio usate soprattutto da furgoni. Samu preferiva quel tipo di strada perché gli sembrava più prevedibile: meno incroci, meno pedoni, meno cose che potevano comparire all'improvviso.
Ren pedalava mezzo metro dietro di lui, in una posizione che non era casuale. Ren non amava stare davanti. Non per paura, ma perché gli piaceva vedere cosa faceva Samu, come se la scelta del percorso fosse una lingua che lui capiva meglio quando la ascoltava e non quando la parlava.
"Se prendiamo a destra dopo il distributore, evitiamo il semaforo," disse Ren.
Samu annuì senza voltarsi. Sapeva già dove stava per girare. Lo facevano quasi sempre, soprattutto quando non avevano voglia di fermarsi e ripartire, perché a fine agosto anche la noia della città era più pesante.
Superarono il distributore e imboccarono la strada secondaria che correva tra due file di magazzini. Le serrande erano abbassate e i cartelli appesi sopra le entrate avevano perso colore sotto il sole. In un parcheggio c'erano tre furgoni bianchi senza loghi, allineati male, come se fossero stati lasciati lì in fretta. Samu li guardò per abitudine, senza pensare davvero a niente.
"Dovremmo provare il giro lungo fino alla zona delle serre," disse Ren, dopo un po'. "Così almeno non facciamo sempre lo stesso."
"È tardi," rispose Samu.
"Non è tardi. È solo che tu vuoi tornare prima."
Samu lasciò che quella frase restasse sospesa, perché era vero e non lo era. Lui non aveva paura di fare tardi. Aveva solo un'idea precisa di quanto tempo ci voleva per un giro, e quando non tornava con i calcoli gli dava fastidio, come quando un file non si apriva anche se doveva aprirsi.
"Se facciamo il giro lungo e poi c'è ghiaia sul tratto dopo il ponte, torniamo indietro a piedi," disse Samu.
"Se c'è ghiaia non vuol dire che si torna a piedi. Vuol dire che si guida meglio."
"Ren, tu guidi meglio quando non devi guidare."
Ren rise piano, senza offendersi.
Proseguirono. Il tratto tra i magazzini era sempre uguale: recinzioni metalliche, cartelli di divieto, qualche albero che cresceva dove non avrebbe dovuto, e quel silenzio strano delle zone di servizio che, anche quando non sono lontane dalla città, sembrano vivere a parte.
Poi Samu rallentò.
Non lo fece in modo brusco. Rallentò quel tanto che bastava perché Ren capisse che davanti c'era qualcosa, e infatti Ren ridusse la velocità quasi allo stesso tempo.
La strada che di solito prendevano era chiusa.
Una rete metallica era stata tirata da un lato all'altro del passaggio, fissata a due paletti provvisori. Sopra, un cartello in plastica indicava lavori in corso. Dietro la rete, la pista era stata scavata per qualche metro, e una striscia di terra smossa e ghiaia si allungava come una ferita.
Ren si fermò accanto a lui e guardò il cartello.
"Non c'era ieri."
"No," disse Samu. "Ieri era libero."
Rimasero a guardare per qualche secondo, non tanto per capire cosa stessero facendo, quanto per capire quanto fosse serio quel blocco. La rete non sembrava definitiva. Sembrava una cosa messa lì in fretta, come se qualcuno avesse deciso di chiudere il passaggio in un'ora e basta.
"Torniamo indietro?" chiese Ren.
Samu scosse la testa.
"Possiamo passare da sotto."
Indicò il punto in cui la rete non arrivava fino a terra. C'era uno spazio sufficiente per far scivolare una bici, se si aveva pazienza. Ren lo guardò come se stesse per protestare, ma poi sospirò.
"Se graffi il telaio è colpa tua."
"Il telaio è già graffiato," disse Samu.
"Non abbastanza da sembrare una bici vecchia."
Si fermarono. Appoggiarono le bici sul lato, sollevarono la rete quel tanto che bastava e le fecero scivolare sotto una alla volta. Ren passò per secondo, con più attenzione, come se si aspettasse che la rete gli cadesse addosso all'ultimo.
Dall'altra parte il terreno era instabile e le ruote affondavano leggermente nella terra smossa. Samu mise un piede a terra e spinse per qualche metro, sentendo sotto la suola la consistenza della ghiaia. Ren lo imitò, con un'espressione che diceva chiaramente che avrebbe preferito fare cento metri in più piuttosto che sporcarsi le scarpe.
"Te l'avevo detto che era tardi," disse Ren.
"Non è tardi. È che hanno deciso di scavare oggi," rispose Samu, e c'era una differenza importante: per Ren era un fastidio, per Samu era un'informazione. Se un passaggio veniva chiuso, voleva capire perché, anche se non aveva nessuna utilità pratica.
Superarono il tratto scavato e risalirono in sella. Dopo pochi metri la strada si restringeva gradualmente fino a diventare una striscia di cemento che costeggiava uno dei canali di scolo che attraversavano la periferia della città. Lì l'aria cambiava. Più umida, più fresca. L'odore dell'acqua si mescolava a quello dell'erba tagliata di recente lungo gli argini.
"Sempre meglio che stare in casa," disse Ren, e questa volta lo disse come se volesse convincersi.
Arrivarono al ponte ciclopedonale senza rallentare. Una struttura semplice, in metallo verniciato, con il fondo in cemento e il parapetto alto appena sopra il manubrio. Samu lo attraversava sempre con la stessa velocità, come se quel punto fosse una linea neutra: né prima né dopo, solo un passaggio.
Dall'alto si vedeva il canale scorrere lento, con l'acqua scura che rifletteva il cielo in modo irregolare. Sull'argine, qua e là, c'erano rifiuti trascinati dalla corrente o lasciati da qualcuno: plastica, lattine, pezzi di cartone umidi.
Dall'altra parte del ponte la pista si divideva. A sinistra si tornava verso il quartiere residenziale. A destra si allungava lungo una zona più aperta, tra recinzioni metalliche e campi incolti.
Ren si fermò e appoggiò un piede a terra.
"Facciamo una pausa," disse.
Samu alzò un sopracciglio.
"Una pausa adesso? Non abbiamo fatto nemmeno metà."
"Appunto. Se poi facciamo il giro lungo, tu cominci a dire che è tardi, e io non voglio sentirtelo dire ogni dieci minuti."
Samu fece un mezzo sorriso e si fermò anche lui. Appoggiò la bici a una ringhiera bassa, poi si sedette sul bordo di cemento che delimitava la pista. Ren si sedette accanto, lasciando la bici di lato.
Per qualche secondo non parlarono. Si sentivano solo l'acqua del canale e un rumore lontano di auto.
Ren bevve un sorso, poi guardò Samu.
"Tu sei già con la testa alla scuola."
Samu non rispose subito. Guardò la pista davanti a loro, come se potesse leggere lì qualcosa.
"Non mi va di ricominciare," disse infine.
"Non a nessuno va di ricominciare."
"Intendo... i giorni uguali. Le lezioni. Gli orari. Il club che diventa sempre più serio."
Ren lo guardò di lato.
"Il club è serio perché tu lo prendi sul serio."
Samu fece un gesto con la mano, come se volesse dire che non era quello.
"Tu fai finta di niente. Io invece... mi dà fastidio. Anche solo l'idea che tra una settimana saremo di nuovo a fare le stesse cose."
Ren rise piano.
"Tu dici le stesse cose e poi ti metti a fare cose nuove. È sempre stato così."
Samu si strinse nelle spalle. Quella frase era vera in un modo che non gli piaceva.
Ren continuò: "Quando eravamo alle elementari tu volevi sempre passare dal cortile dietro la palestra perché dicevi che era più corto. E ogni volta c'era qualcosa: un gatto, un ramo, un cancello chiuso. E tu ogni volta..."
"Ogni volta trovavo un modo," disse Samu, completando la frase con un tono quasi automatico.
"Esatto. Tu trovi un modo. Io invece mi chiedo se vale la pena."
Samu lo guardò.
"Vale la pena quando poi funziona."
Ren sbuffò, ma senza irritazione. Era uno sbuffo abitudinario, come se quell'argomento lo avessero già discusso cento volte in cento forme diverse.
Samu prese la borraccia e bevve. Poi, quasi senza volerlo, controllò il telefono in tasca. Non per messaggi, ma per abitudine. Ren lo notò e fece un sorriso corto.
"Tu non riesci a stare fermo nemmeno seduto."
"È un riflesso."
"Un riflesso da mezzo genio," disse Ren, con una punta di ironia che non era cattiva. "Se ti dessero un compito di storia e ti dicessero che è un file da recuperare, prenderesti dieci."
Samu fece una smorfia.
"Non è la stessa cosa."
"Per te lo è."
Samu stava per rispondere, poi si limitò a dire: "La storia non si lascia aprire."
Ren lo guardò con quell'espressione che aveva quando capiva una cosa senza doverla analizzare. "E tu ti arrabbi quando una cosa non si lascia aprire."
Samu non negò.
Si alzò, batté leggermente le mani sui pantaloni e riprese la bici. Ren fece lo stesso con più calma.
"Allora?" chiese Ren. "Giro lungo o no?"
Samu guardò la strada a destra, poi quella a sinistra. Era una decisione piccola, ma per lui era sempre una decisione vera.
"Facciamo lungo," disse. "Ma se troviamo ghiaia, non mi dire che non te l'avevo detto."
Ren rise.
"Affare fatto."
Ripartirono. Il tratto successivo era più silenzioso. Solo il rumore delle catene, qualche auto in lontananza, il vento che si infilava tra le recinzioni metalliche. In un punto la pista era stata riparata con una toppa di asfalto più scuro; Samu la evitò istintivamente, come se fosse un buco.
Dopo qualche chilometro la strada cominciò a riportarli verso zone più abitate. Non era un ritorno diretto: era un percorso che faceva un grande arco, passando vicino a un parco e poi a un incrocio dove si vedevano di nuovo le case.
Quando arrivarono al punto in cui di solito si separavano, Ren rallentò. Non fu un rallentamento improvviso. Fu una scelta. Si fermò, appoggiò un piede a terra e guardò Samu come se stesse per dire una cosa che non aveva detto fino a quel momento.
"Domani non posso uscire," disse.
Samu lo guardò, aspettando la spiegazione.
"Club?" chiese, più per confermare che per sapere.
"Sì. Riunione e poi allenamento. E mio padre mi ha già detto che dopo devo passare in magazzino con lui."
Samu annuì lentamente.
"Ok."
Ren lo fissò per un secondo, come se volesse assicurarsi che Samu avesse capito davvero che non era un invito a insistere.
"Non fare stupidaggini," disse Ren, e lo disse nel modo in cui si dice una frase che sembra una battuta ma non lo è del tutto.
Samu fece un mezzo sorriso.
"Che tipo di stupidaggini?"
"Quelle che tu chiami scorciatoie."
Samu alzò una mano in segno di resa, come se stesse promettendo qualcosa che non aveva ancora deciso.
"Va bene."
Non aggiunsero altro. Ren svoltò per primo, sollevando una mano senza voltarsi davvero. Samu lo guardò allontanarsi per qualche secondo, poi girò dalla parte opposta e riprese a pedalare verso casa.
Il giorno dopo avrebbe fatto lo stesso giro.
Da solo.
Samu se ne accorgeva in bici.
Non tanto per la pelle, quanto per i dettagli: il vento che entrava dalle maniche, l'odore dell'asfalto che smetteva di essere caldo, il modo in cui le ruote sembravano scorrere più libere quando l'aria era meno pesante. In quei giorni, uscire era diventato quasi un riflesso. Gli ultimi giorni prima dell'inizio delle lezioni non avevano un vero calendario: era più una sensazione. Bastava guardare il cellulare e leggere l'elenco delle cose da comprare per la scuola, o vedere la divisa del club appesa alla sedia, per capire che stava finendo.
Erano gli ultimi giri, non l'ultimo. Quei giri in cui non si diceva "andiamo" perché era già sottinteso.

Il giorno dopo l'aria era diversa.
Non più fresca — non abbastanza da poterlo dire davvero — ma abbastanza perché Samu se ne accorgesse mentre scendeva le scale con la bici in mano. Era una di quelle differenze che non si vedevano, ma che cambiavano il modo in cui il manubrio scivolava sotto le dita, o il suono delle ruote sul cemento del vialetto.
Non aveva scritto a Ren.
Non perché non volesse, ma perché non c'era niente da dire. Ren gli aveva già detto che non poteva uscire, e non era il tipo da cambiare programma all'ultimo minuto solo perché lui aveva deciso di fare un giro comunque.
Uscì dal cancello di casa spingendo la bici fino alla strada, poi salì in sella con un movimento rapido e familiare. I primi metri li fece piano, lasciando che le gambe trovassero il ritmo senza sforzo. Non aveva fretta. Non aveva nemmeno una meta precisa, anche se sapeva già quale strada avrebbe preso.
Il solito giro.
Passò accanto alla fermata dell'autobus, dove due persone aspettavano in silenzio sotto la tettoia di plastica, poi attraversò l'incrocio principale quando il semaforo diventò verde. La città, a quell'ora, sembrava sospesa tra due momenti: troppo tardi per essere mattina, troppo presto per essere sera.
Dopo qualche centinaio di metri imboccò la pista ciclabile che correva parallela alla strada principale. Senza Ren davanti o dietro, il percorso gli sembrò leggermente diverso, come se mancasse qualcosa che di solito non notava. Non era solo il rumore della seconda bici. Era l'assenza di qualcuno che, anche senza parlare, condivideva le stesse scelte.
Superò il distributore senza rallentare e girò a destra, imboccando la strada secondaria tra i magazzini. Le serrande erano ancora abbassate, ma uno dei furgoni che il giorno prima era parcheggiato in fondo non c'era più. Samu registrò la differenza senza pensarci troppo, come faceva sempre quando qualcosa cambiava in un posto che conosceva.
Quando arrivò al punto in cui il giorno prima avevano trovato la strada chiusa, rallentò istintivamente.
La rete era ancora lì.
Il cartello dei lavori pendeva leggermente verso sinistra, come se qualcuno lo avesse urtato. Samu si fermò a pochi metri, appoggiando un piede a terra mentre l'altro restava sul pedale. Guardò il tratto scavato dietro la rete. Non sembrava che avessero lavorato durante la notte. La terra smossa era ancora lì, con le stesse tracce di ruote che avevano lasciato loro.
Scese dalla bici, sollevò la rete quanto bastava e fece passare la ruota anteriore, poi il telaio, poi la ruota posteriore. Ripeté il gesto con calma, facendo attenzione a non impigliare il cambio.
Dall'altra parte il terreno era ancora instabile. Spinse la bici per qualche metro, sentendo la ghiaia muoversi sotto le scarpe, poi risalì in sella.
Il canale apparve alla sua destra qualche secondo dopo, come sempre. L'acqua scorreva lenta, con quella superficie scura che rifletteva il cielo in modo irregolare. L'erba lungo l'argine era stata tagliata di recente, ma in alcuni punti era già ricresciuta.
Pedalò senza fretta, lasciando che il ritmo si stabilizzasse da solo.
Arrivò al ponte ciclopedonale e lo attraversò con la stessa velocità del giorno prima. Dall'alto si vedeva il canale scorrere lento, quasi immobile in certi tratti, con piccoli vortici che si formavano vicino alle sponde.
Dall'altra parte non si fermò subito.
Proseguì per qualche metro, poi rallentò.
Non per una decisione consapevole. Più per un riflesso.
Qualcosa aveva attirato la sua attenzione.
All'inizio non capì cosa fosse. Una macchia? Un pezzo di plastica? Un riflesso?
Guardò verso l'argine.
Tra l'erba, poco sotto il livello della pista, qualcosa brillava alla luce del sole. Non era grande. Non era nemmeno evidente. Solo un punto di luce che compariva e scompariva quando si muoveva.
Samu frenò.
Appoggiò la bici alla ringhiera bassa e si avvicinò al bordo della pista. Da lì si vedeva meglio. Il riflesso veniva da un oggetto parzialmente nascosto tra l'erba.
Scese con cautela lungo il piccolo pendio che portava all'argine, facendo attenzione a non scivolare. L'erba era umida in alcuni punti, e il terreno leggermente cedevole.
Quando fu abbastanza vicino, vide di cosa si trattava.
Una piccola cassetta metallica.
Non molto grande. Più o meno quanto un bento. Il coperchio era chiuso, ma non c'era nessun lucchetto. Il bordo era sporco di fango, e su un lato si vedeva una graffiatura recente.
Samu si fermò a un passo di distanza.
Non sembrava qualcosa caduto per caso. Non c'erano altre cose intorno, a parte qualche lattina e pezzi di plastica trascinati dall'acqua.
Si chinò.
La raccolse.
Era più pesante di quanto si aspettasse.
Per qualche secondo restò immobile, tenendola in mano, come se stesse valutando se aprirla o no. Poi, con il pollice, fece scattare la chiusura.
Il coperchio si sollevò senza resistenza.
Dentro c'era un panno scuro.
Avvolto in modo irregolare, come se qualcuno lo avesse piegato in fretta.
Samu lo sollevò.
Il tessuto era umido in un angolo, e lasciava intravedere la forma di qualcosa di rigido all'interno.
Lo aprì con cautela.
Uno smartphone.
Non rotto.
Non spento.
Lo schermo si accese appena lo prese in mano.
Per un attimo Samu pensò di richiudere tutto e lasciarlo lì.
Poi guardò lo schermo.
Non c'era la schermata iniziale.
Non c'erano notifiche.
C'era una lista.
Scorse le prime righe senza capire cosa stesse guardando. Nomi. Orari. Numeri.
Allineati.
Precisi.
Nome. Cognome. Orario. Numero.
Il suo sguardo si fermò su una riga.
Matsuda Kenta – 21:00 – 2
Il nome gli sembrò familiare.
Non subito. Poi sì.
Il club di atletica. Il comitato del festival. Quello che passava spesso in laboratorio a chiedere i cavi.
Scorse.
Nakamura Taisei – 16:10 – 2
Il basket.
Sempre in palestra.
Tutti i pomeriggi.
Scorse ancora.
Fujimoto Haru – 20:20 – 3
Ishida Riku – 18:50 – 2
Poi:
Arai Misaki – 20:30 – 1
Si fermò.
Perché non era del quinto.
Era del quarto.
E la conosceva.
Non bene.
Ma abbastanza da riconoscerne il nome senza dover pensare.
Guardò di nuovo la lista.
Non era un elenco casuale.
Erano studenti della sua scuola.
Richiuse il telefono.
Lo riaprì.
La lista era ancora lì.
Nakamura Taisei – 16:10 – 2
Alle 16:10 Taisei era sempre in palestra.
Sempre.
Con l'allenatore.
Con la squadra.
Quindi...
Samu restò immobile per qualche secondo.
Poi avvolse di nuovo il telefono nel panno, lo rimise nella cassetta e si guardò intorno.
Non c'era nessuno.
Risalì sull'argine, recuperò la bici e restò in piedi per qualche istante, senza muoversi.
Non lo avrebbe portato alla polizia.
Non ancora.
Doveva parlarne con Ren.
Solo con Ren.
Chiuse la cassetta.
La infilò nello zaino.
E ripartì.

Maurizio Dolce
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