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Autore: Tanja Mengoli
Titolo: Lo Scrigno delle Anime
Genere Urban Fantasy
Lettori 132
Lo Scrigno delle Anime

"Un'anima spezzata è un'anima debole
Un"anina debole è un'anima vulnerabile"

Tracia Filippolis (capitale della tribù degli Odrisi) 127 a.C.

In quella mattina di agosto il sole bruciava impietoso, - Come non succedeva da anni. - , sussurrava qualche vecchio impensierito.
Era come se Elios, il Dio del sole in persona, non volesse che il mondo assistesse a ciò che stava per accadere, all'ingiustizia che si stava per perpetrare.
Gran parte della popolazione tracia, normalmente suddivisa in tribù, era accalcata sulla piazza centrale davanti alle alte mura che delimitavano il cuore della città.
Sfidavano la canicola, non si curavano del riverbero accecante del sole che si rifletteva sui ciottoli bianchi e sembravano non avvertire i miasmi che la pelle, umida e riarsa, emanava.
Uomini, donne, e perfino bambini, non si allontanavano, nessuno di loro avrebbe rinunciato allo spettacolo macabro messo in scena quella mattina soleggiata.
La comunità della cittadina di Eumolpias, recentemente ribattezzata Filippolis, una città prospera e ricca nel cuore della Tracia, attendeva il momento in cui, il traditore straniero, sarebbe stato portato fuori dalle mura e avrebbe ricevuto il castigo che meritava.
Avevano tutti sentito parlare di lui: nelle taverne, nelle piazze, nell'agorà o al fiume. Pettegolezzi e infamie bisbigliate sottovoce, mezze verità e maldicenze, avevano serpeggiato di bocca in bocca, trasformandosi lentamente in una creatura viva e ingorda di falsità. Nessuno era a conoscenza del reale motivo che aveva spinto colui che chiamavano l'Enomotarco [1], per la sua origine spartana, a tradire il proprio re.
Molti degli astanti, se non tutti, si erano lasciati influenzare dalla propaganda dei potenti, i quali avevano infangato il suo nome e distorto la verità a loro vantaggio.
Il nome dell'uomo, il cui destino era ormai segnato, era Nahib di Iraklion.
Insieme al suo superiore Caylon figlio di Ares, era diventato famoso per essere uno dei soldati più valorosi e coraggiosi dell'esercito tracio poi, senza una ragione apparente, aveva disubbidito agli ordini. Aveva sobillato una rivolta intestina alle truppe che guidava, sommossa che aveva avuto terribili conseguenze.
Nahib di Iraklion era stato l'unico ad essere catturato, degli altri insorti non si sapeva più nulla. Qualcuno sussurrava che si fosse sacrificato per i suoi uomini, altri che fosse un codardo e che si fosse arreso alla prima difficoltà, ma chi lo conosceva sapeva quale fosse la verità.
Nahib era un uomo d'onore, giusto e forte, e non meritava ciò che stava per accadergli. Qualcuno sperava, in cuor suo, che fosse liberato. Auspicava di scorgere un movimento furtivo nella folla, un guizzo nello sguardo di qualche impavido, ma non c'era nessuno pronto a farlo. Nessuno teneva la mano sulla spada. Nessuno si sarebbe fatto avanti per salvare quell'uomo.
Il silenzio era pesante, nessun bisbiglio, nessuna parola proveniva dalla folla accorsa finché un rumore di ferraglia lacerò l'aria, immobile e ardente, attirando la loro attenzione.
Lo stridio del chiavistello che scivolava negli anelli ne dava l'avviso, stavano per uscire.
Gli astanti alzarono il capo, come una sola creatura, verso la grande porta ad est, allungando il collo nel tentativo di scorgere qualcosa. Nei loro occhi il malcelato desiderio di sangue, la brama di morte travestita da bisogno di giustizia.
Il pesante portone di legno si spalancò mostrando il muso di due cavalli neri come la notte, il cui manto era lucido di sudore, sbuffavano e nitrivano nervosamente. Scuotevano il capo, facendo ondeggiare le loro criniere, nel tentativo di darsi sollievo e liberarsi di quella calura insopportabile.
Un ordine secco e il soldato in testa, che reggeva le briglie dei due imponenti animali, iniziò ad avanzare. Un drappello di guardie faceva corona attorno ad un carretto, sul quale era inginocchiato e assicurato, con spesse catene, quello che solo poche settimane prima, era un uomo fiero e forte. Amato e rispettato dai propri uomini, un soldato leale e un uomo giusto.
Più alto della media dell'epoca, atletico e prestante, quello che qualcuno sussurrava essere il pupillo di Atena, ora era solo l'ombra di sé stesso. Ferito nel corpo e spezzato nello spirito. Qualcuno era sicuro di averlo visto nelle taverne, o ai bagni, e non lo riconosceva più. Mentre il carro sfilava sulla piazza, il traditore tenne il capo chino a fissarsi le mani ferite, ma avvertiva su di sé le occhiate, feroci e caustiche, della folla sempre più esaltata.
Udiva le grida che incitavano le guardie ad ucciderlo, a dargli il colpo di grazia, una cortesia che non era riservata a lui, ma non gli importava, ormai non gli importava più di niente.
Il percorso fu breve ma accidentato, ogni buca nel selciato, ogni sasso sconnesso era un sobbalzo e una conseguente fitta di dolore che aggravava una condizione già di per sé insopportabile. Quando finalmente il carretto arrivò nei pressi del patibolo e si arrestò, il giovane sospirò sollevato.
Il drappello di morte si sistemò davanti a quello che in gergo veniva chiamato - palo - , in realtà era una semplice croce di legno a forma di X conficcata nel terreno; dalla quale nemmeno la pioggia e le intemperie erano riuscite a lavare via il sangue e il dolore del precedente condannato.
Le guardie si posizionarono ai lati del carretto, fermi e impettiti, tranne due di loro, quelle addette alla gestione del prigioniero.
Il primo, in evidente sovrappeso, non tentò nemmeno di salire sul carro, si limitò ad aprire il lucchetto che chiudeva la catena assicurata ad esso.
Il secondo, più piccolo e gracilino ma sicuramente più agile, si arrampicò per controllare che le corde ai suoi polsi fossero ben strette, come se temesse un tentativo di fuga o una rappresaglia, in realtà l'uomo non era nemmeno sicuro di riuscire a reggersi sulle gambe. Infatti, appena lo trascinarono a terra, senza riguardi e senza lasciargli il tempo di riprendere la mobilità degli arti, il giovane barcollò penosamente e dovettero sorreggerlo per evitare che cadesse a terra. Non riusciva nemmeno a stare dritto, provato dai giorni di torture e di privazioni a cui era stato sottoposto. Quando gli astanti notarono le sue condizioni un sussurro pietoso si levò dalla folla. Qualcuno non sopportò quella vista e si allontanò scuotendo il capo. Le madri più sensibili coprirono gli occhi ai propri figli e li accompagnarono lontano da quello spettacolo straziante. Altri rimasero a guardare affascinati da quell'orrore.
Qualcuno si domandò cosa stesse provando quell'uomo, quali fossero i suoi pensieri. Se, vista la fine miserrima che si apprestava ad affrontare, si pentisse della propria scelta ma Nahib di Iraklion non si pentiva.
Non avrebbe chiesto perdono per una colpa che non sentiva di avere, però aveva un rimpianto, non era riuscito a portare a termine la missione che Atena gli aveva affidato. Si sentiva un inetto, un fallito, e aveva una sola cosa in mente, un unico fastidioso assillo che gli rodeva in petto e scavava dentro di lui una voragine: - Resta vivo! - .
Nahib di Iraklion sperava che ci fosse dell'altro in serbo per lui, una seconda occasione, un'altra possibilità quindi resisteva, resisteva caparbiamente oltre ogni auspicio. Nemmeno quando, come un burattino senza fili e senza volontà, le guardie lo trascinarono al palo, assicurarono le braccia ai legni; una mano dopo l'altra senza incontrare nessuna resistenza, o gli bloccarono le caviglie a terra, perse la speranza.
Uno dei soldati si assicurò, con evidente piacere e un pizzico di sadismo, di aver stretto abbastanza da fermare la circolazione ma, quando era ancora intento a stringere le corde, uno sguardo blu come l'oceano all'alba, brillò colpito dal sole.
L'Enomotarco di Atena lo stava fissando, non il prigioniero e nemmeno l'uomo, ma il comandante sicuro di sé e della propria superiorità, nonostante tutto. Un'occhiata truce che sferzò il soldato come una lama, che lo obbligò ad abbassare il capo e indietreggiare intimidito. Il condannato sollevò un angolo della bocca in un sorriso fiero e soddisfatto, sicuramente l'ultimo.
- Soldato! - gridò una voce prepotente. L'uomo drizzò la schiena tornando fra i ranghi, lasciando il condannato al proprio amaro destino. Il drappello di guardie si allontanò facendo posto ad un annunciatore più largo che alto, con il compito di leggere la sentenza alla popolazione lì intervenuta. Indossava un chitone color porpora, lo stesso colore delle gote paffute. I suoi occhi erano stretti in due fessure, sicuramente a causa della luce che gli feriva la vista ed era visibilmente seccato, perché quello non era il luogo in cui voleva stare.

- Popolo di Filippolis – gridò con voce ferma, per sovrastare il brusio e farsi udire da tutti. Ottenuto il silenzio desiderato, srotolò la pergamena che teneva in mano, la alzò fino all'altezza del proprio volto e continuò. - Il qui presente Nahib di Iraklion, capitano della prima falange che ha servito sotto il comando del generale Caylon figlio di Ares, è colpevole di insubordinazione, alto tradimento, omicidio – Nahib tentò di ascoltare ma perse immediatamente l'attenzione. Ogni parola, ogni accusa era come una pugnalata al petto perché enunciavano, senza appello alcuno, la verità. La rivolta c'era stata, aveva ucciso i suoi stessi compagni, aveva portato dalla propria parte gli altri, era la motivazione ad essere importante, ma quella non sarebbe mai stata svelata. – ed è condannato alla pena del palo finché morte non sopraggiunga! - sentenziò infine con tono solenne.
Nell'udire la condanna un timoroso bisbiglio si levò dalla folla.
Chi scuoteva il capo in disaccordo, chi esultava, qualche donna piangeva e c'era addirittura chi scommetteva su quanto, il traditore, sarebbe sopravvissuto in quelle condizioni.
Chi scommetteva qualche ora, chi un giorno e chi due ma avrebbero perso tutti.
L'istinto di sopravvivenza che lo aveva sempre spinto in avanti, fin da ragazzino, avrebbe tenuto in vita Nahib di Iraklion per altri quattro giorni.
Quattro lunghissimi giorni di agonia sotto il sole impietoso, quattro interminabili notti di tremori al freddo. Immobilizzato da catene troppo strette, che gli impedivano di respirare, che gli laceravano la carne fino all'osso, affamato e assetato, fino a perdere la ragione.
Quattro giorni durante i quali aveva sopportato l'assalto degli animali con zanne e artigli, le aggressioni degli uomini e dei ragazzini, con sassi e pietre.
Il quinto giorno all'alba, mentre guardava il sole apparire all'orizzonte, nonostante tutte le sue resistenze, nonostante la propria caparbietà, il desiderio di rimanere vivo non bastò. Il suo cuore cedette, arrendendosi sotto il peso dell'indifferenza degli Dei, e della crudeltà degli uomini, segnando così l'inizio di tutto.

Roma 2003


Un grido, infantile e spaventato, squarciò il silenzio di quella notte calda e senza stelle, turbando l'apparente tranquillità dell'elegante appartamento situato in Trastevere. All'ultimo piano di un antico palazzo, nel cuore della città eterna.
Il padrone di casa si svegliò di soprassalto oppresso dalla preoccupazione, si rizzò a sedere sul letto e, districandosi dall'abbraccio languido delle tre giovani donne coricate insieme a lui, saltò giù dal proprio giaciglio e si precipitò verso la porta.
Indossata la veste da camera uscì dalla propria stanza da letto e si avviò velocemente verso quella dalla quale, in quel momento, provenivano gemiti e gridolini di terrore.
Il corpulento afroamericano, a dispetto della propria stazza, dischiuse delicatamente la porta e si avvicinò alla piccola umana che tremava impaurita, sotto al leggero lenzuolo rosa pastello. Accese la fioca lampada sul comodino e la guardò con un amore che non sapeva di poter ancora provare,
- Scrìcciolo, [2] – la chiamò dolcemente l'uomo, con quel nomignolo che lei adorava – tesoro è solo un incubo. - cercò di rassicurarla. Tuttavia, la bambina, rannicchiata su quel letto esageratamente grande per lei, non poteva udirlo.
Era scesa troppo in profondità in quello che in realtà non era un semplice brutto sogno ma un ricordo, non troppo lontano, della notte in cui i suoi genitori furono uccisi.
La stessa notte durante la quale sarebbe dovuta morire insieme a loro, ma non successe, e fu solo grazie all'intervento di una creatura che non avrebbe dovuto esistere. Un vampiro di quasi quattrocento anni che, ora, tentava di strapparla dal suo pauroso incubo.
- Lena, tesoro, - continuò dolcemente osservando quel fagottino tremante - svegliati. -
La calda voce di Marcus, così si chiamava il vampiro, trascinò la piccola Lena fino in superficie. La guidò lontano dalle tenebre nelle quali era intrappolata, come la luce di un faro guida le navi perse nella tempesta verso la salvezza.
La bambina si agitò vistosamente, aprì lentamente le palpebre e poco dopo riuscì a mettere a fuoco il grosso vampiro dagli occhi gialli, che la fissava con un'espressione carica di apprensione e amore. Senza parlare si trascinò verso di lui, rifugiandosi in quell'abbraccio freddo capace di estirpare dal suo cuore la paura e il terrore appena provati.
Marcus circondò la bambina con le sue possenti braccia, la quale scomparve rannicchiata contro il suo petto, in quella stretta tenera e confortante. La tenne sul suo cuore muto di vampiro, cullandola dolcemente e accarezzandole i capelli, fino a quando non sentì il suo respiro rallentare e i singhiozzi cessare. Appena la quiete sembrò essere tornata a regnare sovrana, la creatura avvertì una presenza alle proprie spalle, si voltò a guardare la porta e notò una delle sue compagne. Diamante, la Dea minore sua concubina, teneva in mano una tazza fumante di camomilla.
- Dici che può aiutare? - chiese la giovane ninfa mostrandogli la tazza. Il vampiro fece un cenno di assenso e le indicò il comodino.
Diamante vi si avvicinò, appoggiò la tazza e poi si allontanò senza fare alcun rumore perché sapeva che, in quei momenti, la sensibilità della piccola era messa a dura prova e riusciva a sopportare solo la presenza del vampiro.
- Scrìcciolo, - pronunciò con estrema dolcezza Marcus, guardando la bambina – sei al sicuro ora. Non permetterò a nessuno di farti del male. -
La piccola umana alzò lo sguardo su quello che per molti era un mostro assetato di sangue. Una creatura malvagia mossa solo dai bassi istinti di un predatore, ma per lei rappresentava il suo salvatore. Era la sua forte e salda àncora che non le permetteva di andare alla deriva nell'oceano di paura e terrore che la dominava. L'uomo che la stava crescendo amorevolmente e pazientemente come se fosse sangue del suo sangue.
Marcus incrociò quegli occhi stupefacenti di colore diverso, uno azzurro e uno verde, arrossati e terrorizzati, ma la bambina annuì, riservandogli un timido sorriso come segno di incoraggiamento. La piccola aveva ormai dieci anni e sapeva che quando Marcus la trovava in quello stato soffriva insieme a lei così, quando era sveglia, cercava di trovare dentro di sé la forza di reagire e non soccombere, anche se spesso non le riusciva affatto.
Marcus le sorrise di rimando, consapevole del suo sforzo, le accarezzò le guance paffute della fanciullezza e le asciugò le lacrime. Quel timido cenno del capo bastò come risposta perché sapeva che da lei, in quello stato, non avrebbe ottenuto altro. Non parlava mai di quello che sognava, in realtà non parlava quasi mai. Per esprimersi la bambina si limitava a timidi cenni del capo ma erano i suoi occhi espressivi a comunicare tutto quello che provava. Marcus, però, sapeva esattamente cosa sognasse perché lui aveva visto, lui c'era, e non necessitava di ricevere spiegazioni, gli bastava riuscire a tranquillizzarla.
- Diamante ti ha preparato la camomilla. - sussurrò porgendole la tazza fumante, decorata con i personaggi del suo cartone animato preferito. La bambina si staccò con dispiacere dal suo braccio e afferrò con mani tremanti la tazza colorata. Sorrise riconoscente poi appoggiò le labbra al bordo e sorseggiò un po' della tisana calda che la ninfa le aveva gentilmente portato. Marcus sorrise quando notò la smorfia sul dolce viso della ragazzina.
- Brucia? - le chiese con quel tono, calmo e pacato, riservato solo a lei –Piccola Lena, spero che un giorno riuscirai a superare tutto questo. - pensò accarezzandole il viso. Con quella speranza nel cuore, afferrò la tazza per appoggiarla sul comodino, le rimboccò le coperte, le diede un tenero bacio sulla fronte e spense la luce, ma non se ne andò. Come faceva tutte le volte che Lena aveva gli incubi, si sedette sulla poltrona che aveva sistemato vicino alla porta e attendeva che la piccola umana, della quale si sentiva fieramente responsabile, si riaddormentasse.

Tanja Mengoli
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