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Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Maurizio Dolce
Titolo: Quello che resta
Genere Romanzo Corale
Lettori 447 15 4
Quello che resta
La chiesa era già piena quando arrivai. Non perché Franco fosse stato un uomo famoso, o perché in città si facesse ancora quel tipo di folla per un morto. Era piena perché Franco, senza fare rumore, aveva tenuto insieme cose che di solito si sciolgono: parenti che si sopportano, amici che si perdono, colleghi che spariscono appena cambi lavoro, conoscenti che ti salutano solo quando li guardi per primo. Lui era uno che, anche quando non ti chiamava più, ti restava addosso come un'abitudine.
Parcheggiai lontano. Il traffico a Bari non ha mai avuto bisogno di una ragione per essere insopportabile, e quel giorno ne aveva una. Camminai piano, con la sensazione di essere in anticipo e in ritardo nello stesso momento. L'aria aveva quel sapore di fine estate che non decide se essere già autunno o ostinarsi a restare calda. Sulla facciata chiara della chiesa la luce cadeva piatta, senza pietà, come se ogni cosa dovesse essere vista per come era e basta.
Dentro l'odore di incenso era troppo. Non mi dava fastidio da ragazzo, mi sembrava un odore di cose serie, di vite che valevano qualcosa. Ora mi sembrava un modo per coprire, per rendere sopportabile quello che non lo è. Avevo imparato a diffidare di ciò che addolcisce.
Mi fermai vicino all'ingresso, non per timidezza ma per orientarmi. Davanti, un mare di teste e spalle. Uomini con la giacca sbottonata, donne con le mani intrecciate, ragazzi che si guardavano attorno come se non sapessero quale faccia si deve tenere in un funerale. Il feretro era lì, più avanti, coperto di fiori che mi parevano eccessivi. Pensai, senza volerlo, che a Franco non sarebbero piaciuti. Lui avrebbe preferito una cosa ordinata, sobria, quasi invisibile.
Lo vidi subito, Carlo. Non perché fosse al centro, ma perché era ancora quello che, anche da fermo, sembrava poggiare il peso in modo equo su entrambi i piedi. Era invecchiato come invecchiano gli uomini che non hanno mai avuto il tempo di imparare a essere vanitosi: un po' curvo, le mani grandi, il viso scavato, gli occhi che però restavano chiari e attenti. Portava una giacca scura che gli stava appena larga. Aveva gli occhiali da lettura in tasca, come se li avesse presi per abitudine e poi non li avesse mai usati.
Quando incrociò il mio sguardo, non sorrise subito. Fece prima quel gesto minimo di chi ti riconosce e decide se vale la pena di farti vedere che lo ha fatto. Poi accennò un cenno con il mento.
"...Stè."
Lo disse piano, quasi senza voce. Eppure quel soprannome, detto così, mi colpì più di tutto il resto. Nella mia testa, per un secondo, non ero un uomo con i capelli grigi e le mani fredde. Ero un ragazzo che scendeva di corsa le scale per non perdere gli altri.
"...Carlo."
Non gli dissi mai "Carlo Marx", come facevano gli altri. Non mi veniva. Non perché lo rispettassi più di loro. Perché per me lui era sempre stato Carlo e basta. Il fatto che suo padre lo avesse chiamato così per onore a un uomo morto da un secolo era una stranezza di famiglia, una decisione che lui portava addosso senza averla scelta. Lo prendevano in giro, sì. Ma era un modo per dirgli che apparteneva al gruppo. Qui, in questa chiesa, quella presa in giro non aveva spazio.
Mi feci largo tra le persone e mi avvicinai. Ci abbracciammo senza slancio, come fanno gli uomini che si sono voluti bene senza concedersi mai molta tenerezza. Aveva l'odore di sapone e di stoffa chiusa nell'armadio. Mi disse all'orecchio:
"...Non ci credo ancora."
"...Io sì."
Lo dissi e me ne accorsi subito: non era crudele. Era il contrario. Io ci credevo perché avevo visto la malattia da vicino. Franco era mio cognato. Non era uno che potevo immaginare eterno.
Carlo mi guardò con una specie di rimprovero, ma non disse nulla. Guardò verso l'altare.
"...Stanno tutti qua."
"...Non tutti."
"...No. Ma abbastanza."
"Abbastanza" era la parola giusta. C'erano quelli che non vedevo da decenni e che riconobbi lo stesso, non dal viso ma dal modo di stare dentro i vestiti. Uno che da ragazzo aveva sempre le mani in tasca e ora le teneva ancora lì, come se avesse paura di farle vedere. Un altro che aveva sempre parlato troppo e ora parlava ancora, anche in chiesa, chinandosi verso la moglie per dirle cose che non potevano essere urgenti. Una donna che da giovane era stata bellissima e ora lo era ancora, ma in un modo diverso: più duro, più vero.
La comitiva. Non avevamo mai usato un'altra parola. Non "gruppo". Non "compagnia". Comitiva. Era una parola che sapeva di strada, di pomeriggio, di tempo buttato via con la sensazione che non fosse buttato via per niente.
E lì, davanti, c'erano loro: i figli di Franco.
Li conoscevo bene, li avevo visti crescere, li avevo accompagnati a scuola, avevo passato con loro pomeriggi interi senza fare nulla di speciale. Eppure, così, non li avevo mai visti. Non era una questione di somiglianza. Era il ruolo. Erano lì come persone che reggono qualcosa. Non più come figli soltanto, ma come quelli che restano.
Con una serietà che non ti aspetti da ragazzi nati dopo il 2000, cresciuti in un mondo dove tutto è ironia, distanza, protezione. Eppure, quel giorno, avevano addosso una gravità pulita, come se avessero capito che esistono cose per cui non c'è battuta.
Il maggiore stava più vicino alla bara. Aveva una barba corta, appena accennata, e gli occhi arrossati. Teneva le spalle dritte come se gli fosse stato insegnato che in certi momenti si deve reggere il peso anche per gli altri. Accanto a lui, sua sorella, con le mani intrecciate e le labbra serrate. Non piangeva. Guardava davanti a sé, fissa, come se avesse paura che, muovendo gli occhi, potesse cambiare qualcosa.
Mia moglie era poco più avanti, accanto ai figli di suo fratello. Non piangeva apertamente. O forse sì, ma in un modo che non chiedeva a nessuno di accorgersene. Le andai vicino senza parlarle.
Era il nostro modo di esserci.
Mi venne da pensare che Franco li aveva cresciuti così: senza dirlo, senza retorica, con il solo modo di stare al mondo. E mi venne da pensare anche che, per loro, Franco sarebbe diventato più grande adesso che era morto. La morte fa questo: trasforma un uomo normale in un riferimento.
Il prete iniziò a parlare. Le parole erano le solite. "Dolore", "speranza", "eternità". Sentivo la voce come un rumore, mentre i miei occhi cercavano dettagli minimi, come se solo quelli potessero essere veri. Il nodo della cravatta di un uomo dietro di me era troppo stretto. Una donna continuava a passarsi le dita sul polso, come per controllare che ci fosse ancora un battito. Un ragazzo guardava il telefono e poi lo rimetteva in tasca, come se si vergognasse di avere un presente.
Pensai a Franco da vivo. Pensai a come si sedeva a tavola, a casa nostra, senza invadere lo spazio. Pensai a come ascoltava, più che parlare. A come, quando rideva, lo faceva con un suono breve, quasi trattenuto, e poi si ricomponeva subito. Pensai a come, anche quando stavamo in disaccordo su tutto, riusciva a non trasformare quel disaccordo in una guerra. Era una qualità rara, e io non l'avevo mai avuta.
Quando la cerimonia finì, la gente si mosse come un animale unico che decide di cambiare direzione. Uscimmo nel sole. La luce fuori era troppo forte. Alcuni si misero gli occhiali scuri come se volessero nascondere le lacrime, altri perché la luce dava fastidio davvero. Io non avevo occhiali, e mi sentii esposto.
Fuori, sul sagrato, si formarono piccoli gruppi. Non era più un funerale, era un raduno. Ognuno cercava qualcuno con cui condividere una frase, un ricordo, una banalità. La morte, quando è fresca, non permette silenzi lunghi: o ti schiaccia o ti costringe a riempire lo spazio.
Carlo mi raggiunse di nuovo. Mi toccò il gomito.
"...Hai visto?"
"...Ho visto."
"...Non pensavo che sarebbero venuti."
"...Chi?"
"...Quelli."
Fece un cenno con la testa verso alcuni uomini che non nominò. Aveva la voce bassa, come se avesse paura che qualcuno potesse sentirlo e fraintendere. Era ridicolo, eppure era così. Eravamo ancora capaci di farci condizionare da vecchi riflessi.
"...Sono venuti per Franco," dissi.
Carlo annuì. Ma i suoi occhi dicevano altro: dicevano che, anche se erano venuti per Franco, portavano dietro tutto il resto. E tutto il resto, per noi, non era mai davvero finito.
Mi voltai e vidi il figlio di Franco che si staccava da un gruppo di parenti e veniva verso di me. Camminava con una determinazione che mi fece quasi paura. Aveva in mano un pacchetto di fazzoletti, stropicciato. Quando fu vicino, si fermò senza sapere bene come iniziare. Guardò Carlo, poi tornò su di me.
"...Zio."
Mi voltai.
"...Dimmi."
Guardò verso il feretro, che era ancora all'interno, prima che lo portassero fuori. Poi mi guardò di nuovo. Aveva gli occhi lucidi, ma non piangeva. Aveva lo stesso modo di Franco di trattenersi.
"...Papà diceva sempre che tu avevi capito prima degli altri."
Non mi piacque. Non per modestia. Perché era una frase che metteva ordine dove ordine non c'era mai stato.
"...Capito cosa?"
Scosse appena la testa.
"...Che certe cose non funzionano."
Rimasi in silenzio.
"...E allora perché ci avete creduto così tanto?"
Lo guardai. Aveva l'età che avevamo noi quando pensavamo di poter reggere tutto.
"...Perché sembrava l'unico modo per non sentirsi soli."
Annuì.
Non sembrava rassicurato. Sembrava solo aver trovato una risposta che non mentiva.
Guardai le mani del ragazzo. Erano mani pulite, da giovane di oggi: unghie curate senza ostentazione, pelle senza calli. Pensai alle nostre mani di allora, sporche di nicotina e di polvere, mani che volevano essere forti senza sapere cosa volesse dire.
"...Papà non parlava mai di quegli anni," disse.
"...Faceva bene."
Lo dissi d'istinto. Poi mi resi conto che forse non era giusto. Ma a quel punto era detto.
"...Tu invece ne parlerai?"
Rimasi in silenzio. Pensai a Franco immobile, invisibile nella sua bara, e sentii una fitta che non era dolore, era fastidio. Come se qualcuno mi stesse imponendo un compito.
"...Non lo so ancora," dissi.
E fu vero. In quel momento non lo sapevo. Non avevo deciso di raccontare. Avevo solo capito che certe domande, prima o poi, vengono.
Il ragazzo abbassò lo sguardo. Sospirò come se, per un attimo, avesse avuto la tentazione di chiedere di più e poi avesse capito che non era il luogo.
"...Papà ti voleva bene," disse soltanto.
Annuii. Non riuscivo a rispondere con parole. Carlo fece un passo e posò una mano sulla spalla del ragazzo, un gesto breve, quasi militare. Il ragazzo lo guardò e poi tornò indietro verso la sua famiglia. La sorella lo seguì con gli occhi e poi guardò me. Non disse nulla. Mi fece un cenno impercettibile, come a dire: ho sentito.
Li vidi allontanarsi, e in quel momento capii che, per loro, quel giorno sarebbe stato un taglio netto. Loro non avevano bisogno di noi per ricordare Franco. Lo avrebbero ricordato da soli. Noi, invece, avevamo bisogno di Franco per ricordare noi stessi. E quella differenza mi fece vergognare.
Portarono fuori la bara. La gente si strinse. Qualcuno si segnò. Qualcuno si asciugò gli occhi. Io guardai la bara e pensai che Franco era stato un uomo abbastanza intelligente da capire che la morte non è una lezione. È solo un fatto. Eppure, eccoci lì a cercare un senso.
Seguimmo il corteo fino al carro funebre. Il rumore dei passi sul selciato era regolare, ipnotico. Ogni tanto qualcuno tossiva. Qualcuno sussurrava un nome. Qualcuno diceva: "Non ci posso credere". Io, invece, ci credevo. E continuavo a sentirmi colpevole per questo.
Dopo, come accade sempre, la gente iniziò a sciogliersi. Alcuni andarono via subito, come se avessero paura di restare troppo. Altri si fermarono a parlare, a salutarsi, a promettere cose che non avrebbero mantenuto: "Dobbiamo vederci", "Ci sentiamo", "Passa da me". La morte, per un'ora, fa credere a tutti che il tempo sia infinito e che basti una frase per rimettere insieme ciò che si è perso.
Io rimasi lì, senza muovermi. Carlo rimase con me. Ci guardammo senza dire niente. La città intorno continuava come sempre. Motorini, clacson, voci. Bari non si ferma per nessuno.
"...Te lo ricordi," disse Carlo a un certo punto.
Non era una domanda. Era una constatazione.
"...Che cosa."
Carlo fece un piccolo sorriso amaro.
"...Quando stavamo tutti lì... e lui faceva finta che niente lo toccasse."
Lo disse con affetto. Anche Carlo, che era sempre stato il più serio, aveva avuto bisogno di Franco come di una regola. Franco, per noi, era stato un modo per stare insieme senza distruggerci.
Io guardai verso la strada. In quel momento passò un ragazzo su un motorino. Non era niente. Un motorino qualunque, un ragazzo qualunque, un rumore qualunque. Eppure quel rumore, quel modo di accelerare, quella risata buttata lì da qualcuno sul marciapiede, mi procurò un colpo dentro.
Non fu nostalgia. Fu qualcosa di più fisico. Un richiamo. Come quando senti un odore e ti ritrovi in un'altra stanza senza averlo deciso.
Per un attimo rividi una radiolina appoggiata su un sellino. Rividi un gruppo di ragazzi attaccati a un muro, la sera, con la musica troppo alta. Rividi una mano che passava una sigaretta. Rividi Franco che mi guardava e sorrideva appena, come a dire: ci sei.
Carlo parlava ancora, ma la sua voce si allontanava. La luce del 2024 si sporcava, diventava più gialla, più povera. I contorni delle cose si ammorbidivano.
Sentii qualcuno chiamarmi da lontano, e per un secondo non capii se era qui o allora.
"...Stè!"
Mi voltai di scatto. Non era Carlo. Non era nessuno del funerale. Era una voce che avevo nella testa da quarant'anni.
Rimasi fermo, con la sensazione ridicola di non sapere più in che anno fossi. Poi respirai. L'aria aveva lo stesso sapore di polvere calda e mare lontano che avevo dimenticato di conoscere.
E capii che non avevo scelto di raccontare.
Ero stato scelto.
E il ricordo, finalmente, smise di bussare.
Entrò.

La comitiva

Non ricordo un giorno preciso in cui la comitiva sia cominciata.
Ricordo piuttosto un periodo. Un'estate che sembrava non finire mai, anche quando finì. Avevamo tra i quattordici e i sedici anni, ma nessuno di noi ci faceva caso. L'età non era una cosa che contava davvero. Contava dove ti fermavi la sera, con chi tornavi a casa, chi mancava.
Ci vedevamo sempre nello stesso punto, senza averlo deciso. Un tratto di marciapiede abbastanza largo da starci in piedi in dieci senza dare nell'occhio, vicino a una strada che portava da qualche parte ma non era di passaggio obbligato. Le macchine rallentavano, qualcuno guardava, nessuno si fermava. Era perfetto.
Arrivavamo alla spicciolata. Io quasi sempre a piedi. Franco con passo regolare, come se stesse andando a un appuntamento serio. Carlo a volte in ritardo, perché aiutava il padre o perché aveva una scusa pronta che non convinceva nessuno. Gli altri comparivano da direzioni diverse, come se la città ce li consegnasse uno per uno.
All'inizio non succedeva niente. Questo era il bello. Stare lì senza fare niente era già fare qualcosa. Appoggiarsi al muro, sedersi sul muretto, parlare di musica, di una partita finita male, di una ragazza che non aveva salutato come al solito. Le frasi erano brevi, spesso inutili. Ma nessuno sentiva il bisogno di riempirle di senso.
La musica arrivò dopo. Una radiolina portata da uno che non ricordo nemmeno chi fosse. Poi un mangianastri, poi cassette passate di mano in mano, registrazioni fatte male, con una canzone che partiva già a metà e un'altra che si interrompeva per una voce che diceva qualcosa sul fondo. Non importava. Quelle canzoni erano nostre proprio perché imperfette.
Ballavamo anche. Male. Senza saperlo fare. Qualcuno prendeva in giro qualcuno, qualcuno faceva finta di non sentire. Le ragazze ridevano, o facevano finta di annoiarsi. Nessuno era davvero disinvolto. Eravamo tutti troppo consapevoli dei nostri corpi per sentirci liberi, ma abbastanza giovani da non vergognarcene fino in fondo.
Io parlavo molto, allora. Avevo la sensazione che se non parlavo io, il silenzio avrebbe preso il sopravvento e il silenzio mi faceva paura. Non parlavo di politica. Non ancora. Parlavo di libri che avevo letto a metà, di film che avevo capito male, di frasi che mi sembravano importanti solo perché suonavano bene. Gli altri ascoltavano o facevano finta. Franco mi guardava spesso con quell'aria che aveva, come se stesse decidendo se quello che dicevo era da prendere sul serio o solo da lasciar scorrere.
Carlo interveniva poco. Quando parlava, lo faceva con frasi semplici, concrete. Qualcuno lo prendeva in giro per il nome, come sempre.
"...Oh, Carlo Marx, che ne pensi?"
Ridevano. Anche lui rideva. Non si offendeva mai. Forse aveva capito prima di noi che, nella comitiva, le prese in giro erano una forma di affetto. Se non ti prendevano in giro, non esistevi.
Franco non rideva molto. Sorrideva, sì, ma senza abbandonarsi. Era quello che teneva insieme i pezzi senza dirlo. Se due iniziavano a discutere troppo, lui cambiava argomento. Se qualcuno alzava la voce, lui faceva una battuta che abbassava la tensione. Non era un leader. Era qualcosa di più difficile da definire. Una presenza.
La politica, allora, stava fuori. O meglio, girava intorno come un rumore distante. Ogni tanto qualcuno diceva una parola più grossa. "Compagni". "Fascisti". "Polizia". Restavano lì, sospese, come oggetti che non si sa bene dove appoggiare. Poi qualcun altro metteva su una canzone, o raccontava una storia, e quelle parole cadevano per terra senza rompersi.
A casa mia, invece, le parole erano ovunque. I libri, i giornali, le discussioni a tavola. Mio padre parlava come se il mondo fosse un problema da risolvere, non un posto dove stare. Mia madre ascoltava, interveniva poco, ma quando lo faceva chiudeva il discorso. Io assorbivo tutto, con la voracità di chi non ha ancora imparato a difendersi.
A casa di Franco era diverso. Silenzi ordinati. Frasi misurate. Si parlava del necessario. Niente slanci, niente prediche. Forse per questo mi sentivo così a mio agio lì. Era un luogo dove le idee non pretendevano di comandare.
Ci capitava di andare in giro senza meta. Lungomare, strade secondarie, quartieri che sembravano lontani solo perché non erano i nostri. Camminavamo molto. Fumavamo troppo. Parlare mentre si cammina rende tutto meno impegnativo. Se una frase pesa, basta accelerare il passo e lasciarla indietro.
Le coppie si formavano e si scioglievano senza drammi. O almeno così sembrava. Franco non parlava mai delle sue cose. Sapevamo che vedeva una ragazza, ma non chiedevamo. Carlo si innamorava spesso e male. Io mi innamoravo sempre e basta. Ogni volta mi sembrava definitivo. Ogni volta passava.
In quei giorni avevo la sensazione che la comitiva fosse una cosa naturale, come il mare o il caldo d'estate. Non pensavo che potesse finire. Pensavo che avrebbe cambiato forma, magari, ma non che si sarebbe dispersa. L'idea della dispersione non esisteva ancora.
Poi, lentamente, senza una data precisa, cominciarono le differenze. Non tra di noi, ma dentro di noi. Uno iniziò a saltare qualche sera. Un altro arrivava, restava poco e se ne andava. Qualcuno parlava sempre più spesso di cose che succedevano fuori, di riunioni, di assemblee, di nomi che non erano più solo parole.
Io ascoltavo. Sentivo una tensione nuova, una promessa. Mi sembrava che finalmente quelle parole potessero dare una forma a quello che sentivo confusamente. Ma quando tornavo sulla strada, davanti alla radiolina, davanti a Franco e agli altri, mettevo tutto tra parentesi. Non volevo rovinare quell'equilibrio fragile.
Non sapevo ancora che gli equilibri fragili sono quelli che costano di più quando si rompono.
Quella sera, mentre tornavo a casa, pensai che il giorno dopo sarebbe stato uguale. Pensai che avevamo tempo. Pensai che certe cose potevano aspettare.
E fu proprio allora, senza che io me ne accorgessi, che il tempo cominciò a non aspettarci più.
Non c'era stato un momento preciso in cui avevamo smesso di essere solo ragazzi. Era successo come succedono le cose importanti: senza rumore. Una sera ti rendi conto che qualcuno parla con parole che non usava prima. Un'altra sera scopri che tu stesso le stai capendo meglio di quanto vorresti.
Io cominciai a portare con me libri che non avevo il coraggio di tirare fuori davanti agli altri. Li infilavo nello zaino, li leggevo di nascosto, come se fossero qualcosa di indecente. Non erano libri difficili, almeno non come avrei scoperto dopo. Erano pieni di frasi che promettevano chiarezza, ordine, una direzione. Mi dava sollievo pensare che qualcuno, da qualche parte, avesse già messo in fila le cose.
Quando arrivavo al nostro punto, però, quei libri restavano chiusi. Appoggiavo lo zaino al muro e mi appoggiavo anch'io, come sempre. Franco mi lanciava uno sguardo rapido, Carlo arrivava con il solito passo un po' stanco, e tutto tornava a posto. Era come se la strada avesse un potere correttivo. Lì, le idee perdevano peso. O forse lo perdevamo noi.
Ricordo una sera in cui uno di quelli che frequentavano l'università, più grande di noi di qualche anno, si fermò a parlare. Non faceva parte della comitiva, ma ci girava intorno ogni tanto, come uno che valuta se entrare o no in una stanza. Disse qualcosa su una manifestazione, su uno scontro, su una carica. Le parole uscirono tutte insieme, come se le avesse provate a casa.
Qualcuno ascoltò. Qualcuno fece finta di niente. Franco si accese una sigaretta e guardò dall'altra parte della strada.
"...Oh," disse uno degli altri, "e mo' che facciamo, andiamo a fare la rivoluzione pure stasera?"
Risero. Anche quello dell'università sorrise, un po' forzato. Capì che non era il posto giusto. Disse ancora due frasi e poi se ne andò. Quando fu lontano, nessuno commentò. La radiolina riprese a gracchiare. Il mondo tornò alla sua dimensione gestibile.
Carlo mi si avvicinò.
"...Ti interessa?"
"...Cosa?"
"...Quella roba."
Fece un gesto vago con la mano, come se stesse scacciando una mosca.
"...Non lo so," dissi. Ed era vero. Non lo sapevo ancora.
"...Mio padre dice che sono tutte chiacchiere," continuò. "Che le cose si cambiano lavorando."
"...Tuo padre dice sempre così."
"...Appunto."
Sorrise. In quel sorriso c'era qualcosa di già deciso, anche se lui non lo sapeva. Carlo non avrebbe mai smesso di credere che il tempo potesse aggiustare le cose. Io, invece, cominciavo a sospettare che il tempo fosse una trappola.
Le ragazze arrivavano più tardi, quasi sempre. Quando arrivavano, la comitiva cambiava assetto. Le voci si facevano più alte, le battute più frequenti. Qualcuno si sistemava i capelli. Qualcuno si sedeva più composto. Io cercavo sempre di sembrare disinvolto, e fallivo con una costanza che oggi mi fa sorridere.
La sorella di Franco veniva spesso. Non sempre con lui. A volte arrivava con un'amica, a volte da sola. Si fermava un po' in disparte, ascoltava, interveniva solo quando aveva davvero qualcosa da dire. Quando parlava, il rumore intorno sembrava abbassarsi. Non perché imponesse silenzio, ma perché diceva cose che valeva la pena ascoltare.
Io la guardavo troppo. Me ne accorgevo e non smettevo. Non era solo desiderio. Era una specie di attrazione per qualcosa che mi sembrava più stabile di me. Lei non sembrava avere bisogno di spiegare se stessa. Io, invece, spiegavo tutto, anche quello che non capivo.
Una sera Franco mi prese da parte, senza che sembrasse una cosa importante.
"...Oh," disse, "meno."
"...Meno cosa?"
"...Meno parole."
Sorrise. Non era un rimprovero. Era un consiglio.
"...Così," aggiunse, "ti ascoltano di più."
Non capii subito cosa intendesse. Pensai che fosse una delle sue frasi, quelle che sembrano buttate lì e invece ti restano addosso. Ci avrei messo anni a capire che Franco aveva sempre saputo cosa stava per succedere, senza mai dirlo.
In quei mesi cominciai a frequentare posti che non avevo mai frequentato prima. Sale dove si parlava fitto, dove tutti sembravano sapere esattamente perché erano lì. Mi sentivo accolto e giudicato nello stesso momento. Mi piaceva. Mi dava l'illusione di contare qualcosa.
Quando tornavo nella comitiva dopo una di quelle serate, mi sentivo diverso. Non migliore. Diverso. Guardavo gli altri come se mancasse loro un pezzo. Poi mi vergognavo di quel pensiero e lo nascondevo. La comitiva non perdonava l'arroganza, nemmeno quella silenziosa.
Franco mi osservava. Non faceva domande. Carlo faceva finta di niente, ma una volta mi disse:
"...Stè, stai attento."
"...A cosa?"
"...A non diventare noioso."
Scoppiai a ridere. Aveva ragione. La noia era la vera colpa, nella comitiva. Potevi essere tutto, tranne che noioso.
Eppure, qualcosa stava cambiando. Lo sentivamo tutti, anche se nessuno lo diceva. Le serate si facevano più corte. Qualcuno aveva impegni. Qualcuno doveva alzarsi presto. Qualcuno non arrivava proprio.
Una notte restammo in pochi. Io, Franco, Carlo e altri due. La radiolina non funzionava. La strada era insolitamente silenziosa. Franco guardò l'orologio.
"...Io vado."
"...Già?"
"...Domani prima di andare a scuola devo aiutare mio padre."
Era la prima volta che lo sentivo dire così, senza giustificarsi. Carlo annuì. Anche lui aveva da fare. Io restai ancora un po', appoggiato al muro, a guardare le luci lontane.
Tornando a casa, pensai che forse quella sera non contava nulla. Che era solo una sera storta. Che il giorno dopo saremmo tornati a essere quelli di sempre. Mi dicevo questo mentre salivo le scale, mentre aprivo la porta, mentre poggiavo lo zaino a terra.
Dentro, sul tavolo, c'era un giornale aperto. Un titolo grande parlava di scontri, di feriti, di giovani come noi. Lessi distrattamente, poi con più attenzione. Mi sedetti. Lessi tutto.
In quel momento non provai paura. Provai una specie di eccitazione fredda. Come se qualcuno avesse finalmente acceso una luce in una stanza che avevo sempre attraversato al buio.
Chiusi il giornale. Spensi la luce. Andai a letto.
Il giorno dopo scesi di casa con la stessa idea di sempre: la sera ci vediamo. Ma qualcosa, dentro, si era spostato. Non era ancora una scelta. Era solo una possibilità.
E le possibilità, allora, ci sembravano una cosa innocua.
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