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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP, ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo già formattato che per la copertina.
Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici, dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie capacità senza la necessità di un partner, identificato nella figura di un Editore.
Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Antonio Rispoli
Titolo: Seconda Stella
Genere Raccolta di Racconti
Lettori 321
Seconda Stella
Quel dono chiamato Fantasia.

Mi chiamo Roberto De Nicola e sono un avvocato di quarant'anni, sposato con la mia bellissima moglie Eleonora di qualche anno più giovane e padre di uno splendido bambino di nome Pietro di dieci anni, molto intelligente, forte e scatenato come pochi.
Sono un uomo come tanti altri, anche se forse c'è qualcosa che mi rende “diverso”. Mi definisco un sognatore, perché credo molto nei benefici che porta la fantasia. Qualcuno dirà che io sia in crisi di mezza età oppure abbia qualcosa di simile alla sindrome di Peter Pan e che la pensi in questo modo perché non voglio crescere. Purtroppo o per fortuna non è così e se mi dedicate un po' del vostro tempo, ve ne spiegherò il motivo. Non sono sempre stato un sognatore, prima ero come voi e questo rendeva la mia vita molto più difficile/dura di adesso, ma un giorno cambiò tutto.
Era una mattina come tante e, come al solito, prima di andare a lavoro accompagnavo mio figlio a scuola. Quando arrivammo all'entrata, mentre aspettavamo il suono della campanella, Pietro mi tirò la manica della giacca e mi disse: «Papà, la maestra ci ha dato un tema da fare per domani, ma è molto difficile. Non so cosa scrivere».
«Di cosa deve parlare?» gli chiesi io con fare rassicante.
«Ci ha chiesto qual è stato il momento più bello della nostra vita, ma ero indeciso su cosa scrivere».
«E perché?» gli domandai incuriosito.
«Perché noi abbiamo fatto tante cose belle insieme, ma con la mia fantasia ho passato momenti altrettanto belli se non di più!» mi rispose lui, un po' dispiaciuto.
«E allora racconta quelli!» cercai d'invogliarlo.
«Non so se posso».
«Perché dici così?»
«Ho paura che se raccontassi i miei sogni, i miei compagni possano prendermi in giro!» disse lui, abbassando la testa sconsolato. Allora gli poggiai le mani sulle spalle e abbassandomi per guardarlo bene negli occhi, gli dissi: «Non devi mai vergognarti dei tuoi sogni. Sono quelli che prendono in giro i sognatori a doversi vergognare, perché hanno perso la cosa più bella, la fantasia!»
Pietro, convinto dalle mie parole, mi sorrise e poi salutandomi andò in classe; dopo di che mi voltai e continuai il mio cammino per andare a lavoro.
Mentre passeggiavo, mi ronzava nella mente il discorso che avevo fatto con mio figlio e pian piano i ricordi riaffiorarono, ma uno in particolare fu quello che li sovrastò tutti.
Mi ricordai di una volta, avevo all'incirca otto anni e mentre ero seduto sul mio divano a giocare con la mia console a un videoco sul calcio, la mia fantasia prese a vagare. Immaginai di essere l'allenatore della mia squadra del cuore. Sì, ho detto proprio l'allenatore. E' vero di solito i bambini sognano di fare i calciatori e forse è anche più conveniente, ma, diciamoci la verità io, non sono stato mai un bravo calciatore, anche se in porta me la cavavo. Mi ha sempre affascinato studiare l'avversario, valutare chi sarebbe dovuto scendere in campo, decidere i moduli da usare e le contromosse da prendere. Insomma ognuno si diverte come può ed io adoravo questo particolare dello sport che spesso passa inosservato, anche se è uno degli ingranaggi fondamentali se non quello più importante.
Mi scuso per questa piccola parentesi e se me lo permettete continuo a raccontare cosa immaginai. Preso da quell'atmosfera fantastica, emozionato e un po' nervoso, mi vidi scendere in campo e una volta sul prato verde, dove il vento spostava i fili d'erba bagnati così da farmene sentire l'odore, percepii una forte scossa nel cuore.
Avanzando sul manto erboso illuminato dalla luce accecante dei grandi fari, lo stadio ai miei occhi sembrava ancor più maestoso di come lo avevo percepito dagli spalti, quando da tifoso ero andato a vedere la partita. Appena mi andai a sedere in panchina, udii tante voci che, entusiaste, c'incoraggivano a dare il meglio di noi stessi e in quell'atmosfera così festosa, che non avrei mai potuto percepire da spettatore, un brivido mi percorse la schiena.
In seguito iniziò la partita ed io comandavo i miei ragazzi: dicevo loro come muoversi, li incoraggiavo quando le cose andavano male e non appena segnavano, scattavo dal mio sediolino per esultare con veemenza al gol del vantaggio. La mia fantasia a quel punto, come un essere astratto con una volontà propria, non volle fermarsi a quello: infatti proseguì pensando a come sarebbe stato bello se fossi riuscito a far conquistare tutti i trofei possibili e immaginabili alla mia squadra, ma sapevo benissimo che, anche se mi trovavo in un sogno, sarebbe stata una cosa difficilissima se non impossibile. Cominciai a riflettere e l'unica soluzione che mi venne in mente fu: «Se fossi un supereroe, forse potrei fare qualcosa!» Infatti, come tutti i bambini, seguivo anche i cartoni animati dei supereroi.
Trovata una soluzione, non mi restava altro da fare che trovare il super-potere adatto a quella circostanza. Passato qualche minuto, dissi: «Ho trovato!» e scelsi il super-potere di controllare il tempo. A qualcuno potrebbe sembrare stupido, ma quante cose avrei potuto fare con quel potere. Avrei fermato il tempo così da poter spostare i giocatori e la palla a mio piacimento, permettendo alla mia squadra di vincere tutte le partite, ma poi, notando il grande potere di cui disponevo, spostai la mia attenzione su tutte le cose che avrei potuto fare. Avrei potuto fermare il tempo durante un compito in classe così da andare a leggere sui libri le risposte esatte, bloccare un bullo che cercava di colpirmi così da potermi difendere, viaggiare nel tempo così da tornare alla preistoria e vedere i dinosauri che mi avevano sempre affascinato, partecipare in prima persona a qualche evento storico studiato sui libri di scuola e molte altre cose.
Anche adesso, a volte, vorrei poter controllare il tempo come, credo, anche molte altre persone. Chi non vorrebbe rivedere un evento in particolare della sua vita? Chi non rimpiange di non aver fatto qualcosa? Chi non si pente di qualcosa che ha fatto e magari col senno di poi avrebbe agito diversamente? Insomma tutti, chi più e chi meno, vorremmo questo potere ed io personalmente lo metto tra i primi. Di certo non posso dire che è il mio potere preferito, perché ovviamente nelle diverse circostanze che la vita ci mette davanti, non c'è ne può essere uno preferito. Ognuna delle difficoltà che ci apprestiamo ad affrontare ha delle caratteristiche diverse l'una dall'altra e ci porta a dire: «Ah, se potessi...»
E così, senza nemmeno accorgermene, tra le mie tante riflessioni e ricordi arrivai a lavoro. Mai come quella mattina la giornata mi sembrò più leggera e riuscii ad affrontarla più serenamente. Quei ricordi di bambino mi resero sereno e infondo la fantasia serve a questo. La fantasia ci rende sereni, ci fa sognare e ci aiuta a superare le difficoltà della vita molto più spesso di quello che sembri. La fantasia ci ha aiutato a evolverci. Senza gli uomini visionari che ci hanno permesso di progredire, staremo ancora ai tempi della pietra. La fantasia è un patrimonio dell'umanità e dobbiamo tenercela ben stretta, perché è la nostra salvezza. Spero che nessuno la perda mai, perché un Mondo senza fantasia è un Mondo cupo e pieno di tristezza.
Quindi, fatevi un favore. Quando avrete finito di leggere questo testo, chiudete gli occhi e usatela. Tornate bambini per un attimo e vedrete che affronterete la vita più facilmente.
Antonio Rispoli

L'anima in gabbia

Salve a tutti, mi chiamo Carlo e quella che sto per raccontarvi è la mia storia. Per fare ciò ho bisogno di andare un po' indietro nel tempo, così che voi possiate vedere con i vostri occhi quello che mi è successo. Solo così, forse, potrete comprendermi veramente.
E' l'inverno del 2013 e come potete vedere, sono quel ragazzo seduto sul divano che con lo sguardo spento, preso dai pensieri, “guarda” la televisione cambiando ripetutamente canale. Penserete che sia tutto normale, a tutti capita di essere sovrappensiero, ma ci terrei che spostaste la vostra attenzione sul mio sguardo che ha perso la luce, uno sguardo senza luce è uno sguardo vuoto.
Adesso forse qualcuno di voi si sarà incuriosito e quindi dirà: Per quale motivo stavi così? Ed io, per rispondere a questa domanda, non posso fare altro che portarvi ancora più indietro nel tempo, precisamente alla mia adolescenza e da lì iniziare il mio racconto.
La mia storia inizia qualche anno prima, nel 2011. Era una calda mattina d'estate, mio padre ed io scendemmo per andare a sistemare il garage, che si trovava a un centinaio di metri da casa. Arrivati sul posto ci mettemmo all'opera, ad un tratto mio padre si fermò e mi chiese di tornare a casa perché si era dimenticato una cosa. Non ricordo bene cosa. Allora io, per fare prima, presi il casco e salendo sul mio vecchio motorino cinquanta, senza pensarci due volte, mi diressi verso casa. Mi fermai all'incrocio e all'improvviso, mentre aspettavo che arrivasse il mio turno per attraversare, una forza mi spinse in avanti. In quella frazione di secondo sembrò che il tempo rallentasse. Sbalzato in avanti, strinsi forte lo sterzo per non cadere e, nello stesso momento, afferrai le levette dei freni e le tirai con forza mentre sterzavo con l'intento di non andare sull'altra corsia dove le auto che venivano dalla direzione opposta potevano prendermi in pieno, così da causarmi un danno ben peggiore. A quel punto, facendo quella manovra, caddi sul fianco e per un po' strisciai sull'asfalto col motorino, fino a quando, lasciando lo sterzo, non schizzò in aria andandosi a schiantare sul marciapiede al lato della strada.
Rimasi a terra per qualche secondo e, durante quel lasso di tempo, riuscii a percepire l'aria calda che saliva dall'asfalto tiepido che, data l'ora, non era diventato ancora rovente.
Confuso e inconsapevole di cosa fosse successo, mi girai in posizione prona e, un po' a fatica, mi alzai da terra. Non appena ripresi la posizione eretta, tolsi il casco e vidi dietro di me un'auto ed al volante vi era un uomo di mezz'età con lo sguardo fisso e impaurito, consapevole di quello che aveva fatto.
Tentai di avvicinarmi, ma, non appena misi un piede davanti all'altro, percepii una forte fitta dietro al collo che mi fece irrigidire di colpo e, portandomi la mano dietro la nuca, non riuscii più a muovermi. L'uomo, vedendo ciò, si fece coraggio e scendendo dall'auto venne a sincerarsi delle mie condizioni. Fortuna volle che dei vicini di casa, avendo visto l'accaduto, si attivarono per avvisare i miei genitori che poco dopo arrivarono sul posto e poi da lì, tutti insieme, andammo all'ospedale più vicino.
Arrivati al pronto soccorso, essendo minorenne, la dottoressa mi chiese se i signori che mi stavano accompagnando fossero i miei genitori, perché senza il loro consenso non poteva visitarmi e, solo dopo aver avuto la conferma, iniziò a farlo. Fatto ciò, mi mandò a fare le radiografie e poi dall'ortopedico. Passai più di quattro ore in piedi ad aspettare il mio turno. Anche se venivo dal pronto soccorso, poiché il medico era da solo, dovetti aspettare che ingessasse prima tutte le persone che c'erano davanti a me e solo dopo mi poté visitare. Entrai nello studio e il medico mi fece sedere su di una sedia di fronte alla scrivania per poi chiedermi cosa mi avesse portato lì ed io, spiegandogli che avevo fatto un incidente, gli dissi che dopo l'urto avevo percepito un forte dolore al collo e che si era irrigidito a tal punto da non poter girare la testa ed anche la schiena. Il medico allora si alzò e, avvicinandosi, mi prese la testa tra le mani e cominciò a ruotarla facendomi urlare dal dolore.
Alla fine della visita scrisse la diagnosi e mi rimandò dalla dottoressa che, dopo averla letta, mi mise in uscita e mi diede ben otto giorni di riposo assoluto con l'obbligo di tornare per una visita di controllo dopo una settimana, ma si dimenticò di dirmi la cosa più importante. Dopo sette giorni tornammo e l'ortopedico mi “visitò”, se così si può dire, dato che a stento mi fece delle domande sul mio stato di salute e poi verso la fine mi chiese: «E il collare dov'è?»
«Collare?» dissi io, non capendo di cosa stesse parlando.
«Sì, qui sul referto c'è scritto che doveva portare il collare».
«A me nessuno ha detto niente!» replicai meravigliato.
«E' scritto qui. Non sa leggere?» insistette lui con fare arrogante.
«A capirla la vostra scrittura... Qui non si capisce niente!» risposi io, infastidito dal suo atteggiamento.
In seguito a questa piccola discussione, il medico scrisse che mi ero tolto un collare che non avevo mai messo e mi diede altri giorni di riposo con comuni antidolorifici come rimedio alla mia sofferenza. Qualcuno penserà, o addirittura spererà, che la storia sia giunta al termine, ma non è così. Siamo appena all'inizio.
I mesi passarono e, nonostante il collo si fosse sbloccato, il dolore alla schiena era sempre presente. Quel dolore cronico m'impediva di vivere. Non riuscivo ad andare a scuola, a uscire con gli amici, non riuscivo nemmeno ad andare fare quattro passi per prendere un po' d'aria e questa situazione stava diventando sempre più pesante. A quel punto vedendomi in quelle condizioni, cominciai ad andare da un medico, poi da un altro provando terapie e rimedi impensabili che alla fine non portavano a niente; però in tutta questa storia la cosa peggiore non fu questa, ma andiamo per gradi. Prima vi voglio raccontare dell'indifferenza di alcuni medici e a proposito di questo, quale miglior prova se non raccontarvi una delle tante visite cui sono stato sottoposto?
Era il giorno di Pasqua, faceva molto caldo, ed io insieme ai miei genitori andammo in un comune vicino, perché sarebbe venuto un medico specialistico da Bologna. Ci recammo al suo studio e. dopo aver atteso, – com'è ovvio che sia – il nostro turno, entrammo. Il medico ci fece accomodare e, senza nemmeno guardarci in faccia, prese tutte le radiografie che avevo fatto in precedenza e non notando niente di particolare mi fece spogliare per “visitarmi”. In pratica, dopo dieci minuti, ero fuori dallo studio senza una risposta e con ben 150€ in meno.
A questa visita ne seguirono altre che furono anche peggiori. Infatti alcuni medici, non trovando niente nelle normali procedure di routine, non indagavano, bensì credevano fosse meglio dubitare della veridicità delle mie parole, causandomi un forte disagio non che la repulsione verso quella categoria così da evitare addirittura di curarmi. Mia madre, vedendomi soffrire sempre di più, mi convinse, quasi trascinandomi, ad andare da un fisiatra che, a differenza di tutti gli altri, sembrò veramente prendere a cuore la mia situazione, ma ero comunque diffidente. Non era la prima volta che un medico mi dava speranza e che alla prima difficoltà mi abbandonava al mio destino. Lui invece fu diverso. Non trovando niente non si fermò, anzi cominciò a prescrivermi un sacco di analisi e anche se in un primo momento pensò avessi una semplice ernia “retrattile” che fuoriusciva solo nella posizione eretta, scoprì che in realtà avevo la Fibromialgia, una “malattia”, se così si può definire, invalidante e che in alcuni soggetti può portare anche alla depressione. Il fisiatra pensò che l'incidente aveva scatenato la mia malattia, ma che in realtà forse c'era sempre stata. Una malattia poco conosciuta che procura forte sensibilità e dolore cronico in qualsiasi parte del corpo oltre ad altri sintomi che non sto qui a elencare. Se non è curata, tende a peggiorare progressivamente. Non hanno trovato ancora una cura a questa malattia e che non hanno ancora capito da cosa sia causata. A me non resta altro che continuare a provare. L'unica certezza e che finalmente, dopo aver incontrato tanti medici indifferenti, strafottenti, attaccati solo al denaro, ho trovato un medico di buon cuore che mi ha dato la risposta che mi serviva per combattere i pregiudizi, l'indifferenza e l'arroganza di certa gente. Questa “malattia” mi aveva tolto tutto: gli amici, l'amore e tante possibilità, ma soprattutto la gioia di vivere.
Qualcuno di voi mi dirà che sto esagerando, ma provateci voi a convivere con un dolore perenne mentre i medici non ti credono, i tuoi sogni sfumano e soprattutto con persone che, non capendo la mia situazione, mi dicevano che volevo solo farmi compatire. Con quella risposta, adesso, i medici non pensano più che menta, ma capiscono la mia sofferenza e la rispettano.
Alla fine, dopo anni bui, sto ancora male, ma la luce nei miei occhi si è riaccesa e, nonostante le difficoltà, cammino a testa alta. I rimpianti ci sono e ci saranno sempre, ma almeno adesso affronto la vita diversamente e, consapevole dei miei limiti, sono tornato a sorridere.
Antonio Rispoli
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