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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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Lo Zen e lo Zan
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Cognati in guerra.
A San Calogero Terme le terme erano rimaste solo nel nome. Erano state chiuse verso la fine degli anni Sessanta e di quel lontano splendore non era sopravvissuta che la puzza di zolfo. I turisti erano spariti a poco a poco, le pensioni avevano chiuso e persino l'offerta delle oltre cento case a un euro non era bastata ad attirare anima viva. Il paese si era lentamente svuotato, le serrande dei negozi si erano abbassate e la nuova superstrada lo aveva definitivamente cancellato da ogni via di comunicazione. Pur di ripopolarlo con nuovi contribuenti che, tra IMU, TARI e addizionale IRPEF, potessero risollevare le misere finanze comunali, il sindaco Baldassarre La Greca aveva lanciato in giunta una proposta d'impatto: elargire un sostanzioso contributo di diecimila euro a chiunque scegliesse di trasferirsi a San Calogero. La proposta fu accolta calorosamente da destra e da sinistra, per poi essere accantonata pochi minuti dopo per mancanza di copertura. L'assessora al bilancio, Concettina Miccichè, sventolando tre bollette dell'Enel impagate per un totale di 423 euro e 50, si vide costretta a far notare ai colleghi e soprattutto al sindaco che il Municipio era senza luce da oltre quindici giorni. L'intero fondo cassa comunale — consistente in 138 euro — fu così investito in un'inserzione su Facebook che rilanciava la proposta delle case a un euro, con la promessa di ulteriori sconti. Qualche giorno dopo, attirato dalla possibilità di diventare proprietario al prezzo di un caffè, un turista era arrivato in piazza Garibaldi a bordo di una Panda prima serie che un tempo doveva essere stata bianca; gli anni e le strisciate l'avevano resa di un colore non previsto dal catalogo. L'uomo, sulla sessantina, piccoletto e con i baffetti da Omino Bialetti, apprezzò la calma assoluta del luogo. Non sapeva che dipendeva meno dall'indole contemplativa degli abitanti che dal fallimento dell'ultimo distributore di benzina. Appena sceso dall'auto, l'uomo fu aggredito da un odore terribile e iniziò a controllare le suole delle scarpe convinto di aver pestato qualcosa che sarebbe stato meglio non pestare. Fu a quel punto che il dottor Agrippino Sferrazza, il farmacista del paese che aveva assistito alla scena, gli mise una mano sulla spalla e lo rassicurò: «È l'acqua.» E lo disse con un certo orgoglio, come se avesse spiegato il mare. L'odore veniva dalle sorgenti sulfuree, dalle crepe della collina, dalle bocche murate delle vecchie miniere e dalle condutture che correvano sotto le strade senza che nessuno ricordasse più con precisione dove cominciassero e dove finissero. Nelle giornate senza vento, le terribili esalazioni sulfuree strisciavano nei vicoli, entravano dalle persiane e impregnavano le tende. Si mescolavano al caffè del mattino, al bucato steso sui balconi, al soffritto che cominciava a friggere già prima di mezzogiorno. Chi era nato a San Calogero, quell'odore non lo sentiva più. Il paese occupava il fianco della collina. In alto, le case più antiche si appoggiavano l'una all'altra. Avevano balconi di ferro gonfi di ruggine, portoni tanto alti da far pensare a famiglie molto più ricche di quelle che ancora ci vivevano e persiane che non si aprivano completamente nemmeno nelle ore di sole. Più sotto, dove la pendenza diventava meno severa, erano cresciute palazzine color pesca, villette con colonne greche di cemento e garage trasformati in cucine estive. Le avevano costruite negli anni in cui tutti erano convinti che il boom economico fosse alle porte. Il futuro, invece, aveva proseguito verso la costa. A San Calogero erano rimasti tre cartelli: il primo, con la scritta centro storico, indicava con una freccia una fila di saracinesche abbassate. Il secondo, che segnalava il percorso per lo stabilimento termale, era caduto e giaceva a faccia in giù, invisibile. Il terzo, completamente coperto dall'edera, indicava la zona artigianale. Qualcuno vi aveva aggiunto con la vernice spray: cercasi artigiani. Sulla provinciale, poco prima dell'ingresso del paese, una pubblicità scolorita mostrava una donna in costume immersa fino alle spalle in un'acqua azzurra che a San Calogero non si era mai vista. Sopra di lei si leggeva: Terme di San Calogero: puro benessere naturale La donna sorrideva ancora. Le terme no. La facciata liberty conservava ancora una certa dignità, ma l'intonaco si era staccato in grandi chiazze, le finestre del piano superiore erano state chiuse con pannelli di compensato e, sotto la scritta Terme di San Calogero, erano rimaste quattro stelle di metallo. La quinta era caduta durante l'amministrazione precedente. Il sindaco Baldassarre La Greca, durante la campagna elettorale, aveva promesso di rimetterla a posto così come aveva annunciato la riapertura delle piscine, il recupero del parco termale, la costruzione di un centro congressi e l'interessamento di una catena alberghiera straniera alle proprietà curative delle acque. Dopo le elezioni era riuscito solo a far ripulire il parcheggio dagli escrementi di piccione che dal giorno seguente erano ritornati ad accumularsi. Ma Baldassare La Greca non si dava mai per vinto: in qualche modo avrebbe riportato San Calogero Terme all'antico splendore. L'INAUGURAZIONE
Quella stessa mattina, mentre l'omino con i baffetti faceva inversione con la sua Panda per tornare a Caposaciccia Calabra senza aver concluso l'affare della casa a un euro, l'avvocato Baldassarre La Greca, sindaco di San Calogero Terme da sette anni, aveva convocato la stampa per inaugurare la nuova sistemazione della rotonda tra via delle Miniere e la provinciale. La stampa era rappresentata dal fotografo del Comune, Ciro Bello, e dall'assessore alla Cultura, Peppuzzo Di Ceta, che amministrava dal proprio telefono San Calogero Terme Online, una pagina di informazione locale molto seguita dai seicento sedici abitanti rimasti. Al centro della rotonda erano stati sistemati una macina di pietra, tre grandi vasi di gerani e un carrello da miniera dipinto di nero. Era la terza inaugurazione in undici mesi. La prima volta avevano inaugurato il semaforo ornamentale. Ornamentale perché non aveva mai funzionato. La seconda, il carrello nero proveniente dalla discarica comunale e che aveva vissuto la sua vita precedente nella miniera di zolfo. Adesso toccava all'impianto di irrigazione. Il sindaco arrivò alle nove e dieci con la fascia tricolore già indossata. Aveva una camicia bianca aperta sul collo e l'energia angosciata di chi continuava a muoversi perché temeva che, fermandosi, avrebbe visto il paese morire davanti a sé. Con lui c'erano l'assessore ai lavori pubblici, il comandante della polizia municipale e una bambina della scuola elementare alla quale era stato affidato un paio di forbici più lungo del suo avambraccio. La madre della bambina aspettava qualche metro più indietro, con la borsa sulla spalla e l'espressione di chi non aveva ancora compreso perché sua figlia fosse indispensabile alla rinascita del territorio. Il sindaco valutò il pubblico. «Facciamo avvicinare anche la signora,» disse. L'assessore ai lavori pubblici guardò la signora e disse: «È la madre della bambina.» «Appunto. La famiglia è la prima forma di partecipazione», sentenziò il sindaco Baldassarre La Greca. La donna fu sistemata accanto al comandante. Il fotografo, Ciro Bello, fece arretrare tutti di mezzo passo per nascondere il cassonetto alle loro spalle e si abbassò sulle ginocchia, in modo che la rotonda occupasse quasi tutta l'inquadratura. La Greca si schiarì la voce. Parlò della memoria mineraria, della riqualificazione urbana e della necessità di restituire dignità agli spazi comuni. Disse che San Calogero non poteva vivere soltanto del proprio passato, ma proprio da quel passato avrebbe trovato la forza per ripartire. Indicò il carrello da miniera, la macina e i gerani come testimonianza di un paese capace di unire tradizione, ambiente e innovazione. La bambina teneva le forbici aperte davanti al nastro e guardava la madre. Il sindaco concluse annunciando che la rotonda sarebbe diventata il biglietto da visita di San Calogero. La bambina tagliò il nastro. Il drappo rosso che copriva la targa scivolò a terra e lasciò apparire la scritta: L'amministrazione comunale restituisce questo spazio alla cittadinanza. I gerani erano già secchi. La Greca li osservò per qualche secondo, poi si voltò verso l'assessore ai Lavori pubblici. «Ma l'irrigazione non funziona?» L'assessore indicò il tubo nero collegato al rubinetto pubblico sul marciapiede. Il tubo attraversava la terra e si divideva in tre diramazioni, una per ogni vaso. «Manca l'acqua.» Non pioveva da mesi. Il Comune razionava l'erogazione e in quella zona l'acqua arrivava soltanto la sera, quando arrivava, se arrivava. Il sindaco guardò il geranio, il rubinetto e infine il fotografo. «Nella foto non si vede che non c'è l'acqua, al limite l'aggiungiamo con Photoshop.» Il fotografo scattò. Alle dieci e mezzo il comunicato era già su San Calogero Terme Online: San Calogero Terme guarda al futuro senza dimenticare le proprie radici. Nella fotografia la rotonda sembrava grande, il carrello da miniera importante e i gerani secchi sostituiti con altri rigogliosi ricreati con l'intelligenza artificiale. VITA DI PAESE
A quell'ora la farmacia aveva già ricevuto otto clienti. Il dottor Agrippino Sferrazza non aveva bisogno di strumenti o ricette del SSN nel suo lavoro, gli bastava osservare come una persona entrava per capire cosa avesse e di cosa avesse bisogno: Chi spingeva lentamente la porta aveva la pressione bassa. Chi la spalancava, aveva la pressione alta. Chi rimaneva sulla soglia a raccontare i sintomi, soffriva d'ansia. Chi chiedeva direttamente un farmaco era un ipocondriaco. Il dottor Sferrazza indossava il camice sopra una camicia a maniche corte e un papillon vinaccia. Portava occhialini tondi spessi come fondi di bottiglia, i radi capelli impomatati all'indietro e non stava mai fermo. Da trentasei anni lavorava dietro lo stesso bancone, circondato da medicine e pannolini. I pannolini erano più vecchi di lui perché in quel paese non nasceva più nessuno da anni. In quel momento stava servendo la nona cliente, Adelina Sciortino. Adelina era una zitella minuta, ansiosa di trovare un marito da quando aveva diciotto anni. Ora ne aveva sessanta. «Non è il cuore», stabilì il farmacista. «E che cos'è?» «Qualcosa che non rientra nell'assortimento.» Adelina si portò una mano al petto. «Ma io sento i battiti accelerati. E allora che mi devo prendere per guarire?» Sferrazza prese una scatola dallo scaffale, la posò sul banco e vi appoggiò sopra l'indice. «Una dopo pranzo e una dopo cena.» Sferrazza spinse la scatola verso di lei con l'autorità di chi aveva appena concluso una diagnosi. Adelina la rigirò fra le dita. «Che cos'è, esattamente?» «Un integratore universale: contiene potassio, magnesio, ferro e quasi tutto ciò che può essere stampato sul lato di una confezione.» Adelina girò la confezione tra le mani, cercando sul retro una conferma che non trovò. «E se i battiti non si abbassano?» «Una compressa anche dopo colazione.»
IL CORSO
Fuori dalla farmacia, il corso saliva verso la piazza sotto una fila di tende da sole. I negozi aperti erano pochi. Una merceria resisteva tra due locali vuoti. Un negozio di telefonia occupava l'antica sede del Banco di Sicilia. L'agenzia funebre aveva rilevato il cinema e conservato l'insegna verticale, così che sopra le vetrine di cofani e composizioni floreali continuava a leggersi: EDEN. Sulla facciata della chiesa madre, due uomini fissavano uno striscione per la festa di San Calogero. Uno stava in cima a una scala, l'altro la teneva senza guardarlo perché seguiva con maggiore interesse la discussione davanti al bar. Don Calogero Bellavia, il parroco, dirigeva il lavoro dal sagrato. Sul tessuto, San Calogero sollevava una mano benedicente sopra una sorgente dipinta di azzurro. Sotto era stampato il programma della festa: messa solenne, processione, banda musicale, degustazione di prodotti tipici e spettacolo pirotecnico, fondi permettendo. Davanti al bar Centrale, quattro uomini sedevano intorno a un tavolino. Soltanto uno aveva ordinato, Tonino Pisciotta: un bicchiere d'acqua di rubinetto che il proprietario del bar, don Masino, gli aveva posato davanti più di un'ora prima bestemmiando il bestemmiabile, ovvero fino all'esaurimento dei Santi che conosceva a memoria. Gli altri tre occupavano le sedie come se facessero parte dell'arredamento. Il barista li lasciava fare. Aveva capito da tempo che, ai fini commerciali, l'immagine di un locale vuoto era peggiore di quella decorata con quei quattro morti di fame. Sul televisore appeso sopra il bancone passava un servizio sui borghi italiani che vendevano case a un euro. Si vedevano vicoli restaurati, terrazze apparecchiate al tramonto e coppie straniere che brindavano davanti a fascinosi muri di pietra. «Pure noi le abbiamo messe in vendita», disse il più anziano, «ma chi se le compra queste quattro catapecchie?» «Gli americani», rispose Tonino Pisciotta. «Comprano qualunque rudere convinti di aver comprato la storia.» L'uomo più anziano indicò le colline asciutte. «Gli americani vogliono il mare.» «E noi gli diciamo che c'è, ma che questo è un periodo di bassa marea, come a Le Mont Saint Michel.» Risero. Dall'altra parte della strada, sul balcone del municipio, pendeva ancora lo striscione di un convegno sul futuro di San Calogero organizzato l'anno precedente e mai tenutosi per mancanza di adesioni. Il sindaco aveva detto di non toccarlo. Era convinto che, prima o poi, quel convegno si sarebbe tenuto. L'ALTA SOCIETÀ DI SAN CALOGERO
In alto, oltre la chiesa madre, il paese cambiava voce. Le strade si stringevano e le facciate diventavano più antiche e importanti. Là si trovavano le case delle famiglie che un tempo avevano contato: notai, proprietari terrieri, commercianti di zolfo, medici e avvocati. Alcuni cognomi sopravvivevano sulle targhe di ottone. Le fortune molto meno. I palazzi più imponenti erano quelli delle famiglie Mondello e Filippi. Il palazzo Mondello occupava il punto più alto della collina. Aveva tre piani, ventidue balconi e un portone di legno sul quale due leoni scolpiti tenevano in bocca anelli di ottone. La facciata conservava tracce di un giallo antico, consumato dal sole e dal vento. A una certa distanza appariva nobile. Da vicino mostrava crepe, grondaie piegate e decorazioni di pietra trattenute da staffe di ferro. Sopra il tetto si apriva una terrazza enorme, affacciata sull'intero paese. Da lì si vedevano la chiesa madre, le terme, le miniere abbandonate e la provinciale percorsa dalle automobili di chi non aveva motivo di fermarsi. Le persiane del piano nobile rimanevano quasi sempre socchiuse. Dietro, il commendator Stanislao Mondello trascorreva le giornate sorvegliando proprietà delle quali nessuno conosceva più con certezza il valore. Aveva sessantotto anni, i baffi bianchi curati con la stessa attenzione di trent'anni prima e una stretta di mano ancora energica, da uomo abituato a valutare un cavallo al primo sguardo. In paese lo consideravano ancora ricco perché possedeva un palazzo grande, una scuderia di cavalli da corsa e portava la giacca anche d'estate. Erano tre prove sufficienti. Poco più in basso, dalla parte opposta della collina, sorgeva la villa dei Filippi. Non era antica, ma era stata costruita per sembrare tale. Aveva colonne, terrazze, balaustre e un viale di cipressi troppo giovani per la severità che pretendevano di esprimere. I Filippi avevano fatto fortuna con l'acqua minerale. La loro fabbrica occupava un pianoro appena fuori dal paese. Ogni giorno i camion entravano vuoti e uscivano carichi di bottiglie con un'etichetta azzurra sulla quale una ninfa versava acqua da un'anfora. Il nome del prodotto era stampato in caratteri eleganti: Sorgente Pippa – l'acqua che frizza. La pubblicità prometteva leggerezza, purezza e una digestione facile. L'acqua aveva un sapore ferroso e lasciava sul fondo della bottiglia un deposito bianco che l'azienda chiamava ricchezza minerale. Gli abitanti di San Calogero la compravano raramente. Praticamente mai. Fuori provincia, invece, funzionava. Arrivava nei ristoranti, negli alberghi e nei negozi di prodotti naturali. I rappresentanti raccontavano che sgorgasse da una falda incontaminata, protetta da rocce millenarie. Quella mattina, nello stabilimento, le linee di imbottigliamento correvano senza sosta. Le bottiglie avanzavano sui nastri, venivano riempite, tappate, etichettate e raccolte in confezioni da sei. Il rumore delle macchine riempiva il capannone. Fuori, sopra la fabbrica, l'insegna della Pippa dominava la valle. Era abbastanza grande da essere letta dalla provinciale e abbastanza luminosa da essere vista di notte. Dall'altra parte del paese, il mercato settimanale occupava il piazzale davanti al campo sportivo con tende scolorite, tavoli pieghevoli, cassette di frutta, utensili da cucina, mutande appese e montagne di vestiti griffati taroccati che cambiavano marca a seconda della moda del momento. Quello era il cuore pulsante dell'economia locale. LAMBERTO E L'ARTE DI NON FAR NIENTE
Alle sette del mattino la fabbrica dei Filippi lavorava già da un'ora. Dalla villa non si vedevano gli operai, nascosti dal tetto basso dello stabilimento e dai cipressi del viale, ma se ne sentivano i movimenti: il cancello di ferro, i camion lasciati accesi durante il carico, le bottiglie che correvano sui nastri urtandosi con un tintinnio fitto. Ogni tanto un segnale acustico attraversava la valle e raggiungeva le finestre della casa. La fabbrica svegliava tutta San Calogero ben prima del sole. Tutta, tranne Lamberto Filippi, che aveva imparato a dormirci dentro. Quando Lamberto aprì gli occhi, rimase disteso sotto il lenzuolo con lo sguardo rivolto al soffitto, affrescato da un allievo di Raffaello del quale la storia dell'arte aveva rispettosamente dimenticato il nome. Lamberto aveva trentun anni, capelli biondi abbastanza lunghi da richiedere un elastico nelle giornate calde, occhi azzurri e un corpo sottile, mantenuto più dall'assenza di appetito che dall'esercizio. Il suo era il fisico di un uomo al quale nessuno aveva mai chiesto di portare un peso. E anche se glielo avessero chiesto, mai lo avrebbe portato. La camera occupava l'angolo più silenzioso della villa. Era spaziosa e spoglia, con solo un Futon di cotone steso su un prezioso Tatami, una stuoia di paglia appartenuta a un maestro di arti orientali morto nel secolo scorso. Anni prima Lamberto aveva spiegato a sua madre che gli armadi e i cassettoni, secondo la filosofia Feng Shui, ostacolavano il flusso dei pensieri e questo portava negatività e malessere diffuso. Alba Filippi aveva quindi spostato i vestiti del figlio nella camera degli ospiti, al piano superiore. A terra, accanto al futon, c'era un libro dalla copertina color avorio: L'architettura delle ombre, ovvero il peso dell'inconsistenza di Kenejiro Murase. Lamberto lo aprì nel punto segnato da un nastro e lesse una frase sul desiderio, la sofferenza e l'illusione del possesso: “Il desiderio è la radice che nutre la sofferenza, un continuo inseguire ombre; credere di poter possedere ciò che cambia a ogni respiro significa consacrarsi all'illusione di fermare l'onda dell'oceano.” Non la capì. La rilesse. Continuò a non capirla, ma si disse che la mente prima assorbe, poi comprende e infine elabora. Evidentemente la sua era ancora impegnata con pensieri precedenti e aveva messo quello di Kenejiro Murase in coda. Scese alle otto passate. Sua madre faceva colazione nella veranda davanti alle vetrate aperte sul giardino. Alba Filippi aveva cinquantasei anni e la bellezza curata delle donne che non conoscono la fretta. Indossava una vestaglia color perla, orecchini dello stesso colore e un velo di rossetto che sembrava essersi posato sulle labbra durante il sonno. Sul tavolo erano disposti caffè, tè, pane tostato, biscotti, marmellate e una ciotola di frutta che nessuno avrebbe mangiato. Il posto di Emanuele Filippi, il padre di Lamberto, era riconoscibile dalla tazzina vuota, dalle briciole e dal tovagliolo piegato male. Aveva cinquantanove anni e mani larghe, segnate da vecchie bruciature di vapore risalenti ai tempi in cui la fabbrica aveva ancora bisogno delle sue mani e non solo della sua firma. Lasciava la villa ogni mattina alle sei e quaranta, anche da quando la fabbrica disponeva di un direttore, due caporeparto, un ufficio commerciale e un ragioniere convinto di essere l'unico a sapere come funzionassero i conti. Alba aspettò che il figlio si sedesse, poi gli ricordò che suo padre lo voleva nello stabilimento alle nove. Avevano installato una nuova linea di imbottigliamento, arrivata dalla Lombardia dopo mesi di trattative. Quarantamila bottiglie l'ora, meno personale, meno sprechi. Emanuele voleva mostrargliela perché, prima o poi, quella fabbrica sarebbe diventata sua. Lamberto si versò il tè senza fretta e soprattutto senza dare peso alle parole della madre. Suo padre tentava da anni di coinvolgerlo nell'azienda. Prima gli aveva proposto l'amministrazione, poi il commerciale, infine un ufficio generico al piano superiore, con una scrivania nuova e nessuna responsabilità. Lamberto non aveva rifiutato apertamente. Aveva chiesto tempo per capire. Capire cosa non lo sapeva nemmeno lui. Il tempo era diventato anni. Aveva frequentato tre università senza terminarne una. Palermo, disse, era troppo competitiva, Bologna troppo ideologica. A Firenze aveva abbandonato un istituto di discipline orientali dopo aver compreso che aveva difficoltà a ricordare i nomi delle divinità. Emanuele, il padre, chiamava quelle esperienze fallimenti. Alba preferiva considerarle ricerca. Pina, la governante, entrò dalla cucina asciugandosi le mani sul grembiule. Lavorava dai Filippi da quasi vent'anni. Aveva visto Lamberto tornare da tre università, due viaggi spirituali e una settimana trascorsa in un monastero umbro, conclusa in anticipo perché il materasso troppo morbido alterava la postura. Non si lasciava più impressionare dalle sue idee. Quella mattina, nel bagno degli ospiti, l'acqua scorreva sul pavimento con una continuità che Pina non riusciva a spiegarsi. Sembrava arrivare dal nulla. Sicuramente un tubo rotto da qualche parte. Il rubinetto generale del piano era dietro il mobile della biancheria, troppo pesante per essere spostato da sola. L'idraulico era a Caltanissetta e sarebbe tornato nel pomeriggio. Pina rimase accanto al tavolo aspettando. Alba si portò una mano alla schiena. Da qualche settimana soffriva di una contrattura insignificante che trattava come una frattura. Lamberto conosceva il mobile. Era basso, massiccio e pieno di lenzuola. Per spostarlo sarebbe stato necessario svuotarlo, trascinarlo sul marmo, chiudere l'acqua e rimettere ogni cosa al proprio posto. Trovò che fosse un'attività volgare, poco meditativa. Suggerì di mettere degli asciugamani e attendere l'idraulico perché intervenire senza conoscere la causa esatta, spiegò, rischiava di complicare il problema. Pina lo guardò. «La causa esatta è il tubo rotto.» Lamberto prese una mandorla dalla ciotola. La donna rivolse gli occhi alla signora Alba, ma la signora Alba aveva già trovato ragionevole l'idea degli asciugamani. Pina raccolse la tazzina di Emanuele e tornò in cucina senza replicare. Aveva pensato di chiamare gli uomini della manutenzione, ma Alba le aveva proibito di disturbarli proprio mentre avviavano la nuova linea. Intanto l'acqua, che continuava a uscire da un punto imprecisato, avanzava sotto i mobili con la pazienza di una marea. |
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