|
Writer Officina Blog
|

Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
|
|
|
|
|
|
Conc. Letterario
|
|
|
|
Magazine
|
|
|
|
Blog Autori
|
|
|
|
Biblioteca New
|
|
|
|
Biblioteca Gen.
|
|
|
|
Biblioteca Top
|
|
|
|
Autori
|
|
|
|
Recensioni
|
|
|
|
Inser. Estratti
|
|
|
|
@ contatti
|
|
|
Policy Privacy
|
|
L'ufficio degli ieri perduti
|
La noia ha il sapore della polvere.
Se la noia avesse avuto un rumore, a casa di nonna Adele sarebbe stato il ticchettio spietato dell'orologio a pendolo in fondo al corridoio. Clac. Un secondo masticato. Clac. Un altro secondo digerito. Ogni battito sembrava inghiottito da un mostro invisibile e pigrissimo che non aveva nessuna fretta di finire il suo pasto. Anita era sdraiata sul tappeto a motivi geometrici del salotto, con la testa rivolta verso il basso e le gambe appoggiate contro lo schienale del divano di velluto verde bosco. Da quella posizione sottosopra, il mondo sembrava un briciolo più interessante: i quadri con le nature morte parevano sul punto di far cadere le loro mele sul soffitto, e le tende di pizzo oscillavano come ragnatele giganti. Ma, nonostante lo sforzo di immaginazione, tutto rimaneva insopportabilmente immobile. «Nonna», sbuffò Anita, soffiando per far oscillare una ciocca di capelli castani che le pendeva dritta sul naso. «Da quanto tempo sono qui?» La voce di nonna Adele arrivò dalla cucina remota, attutita dal rumore sibilante della caffettiera e accompagnata dal profumo dolce, ma leggermente bruciacchiato, di una teglia di biscotti dimenticata nel forno. «Da venti minuti, tesoro.» «Impossibile», mormorò Anita, parlando direttamente alle fessure dell'intonaco sul soffitto. «Sono qui dentro da almeno tre anni terrestri. Sento letteralmente le ragnatele che mi crescono sulle ginocchia. Tra poco metterò le radici nel pavimento.» Anita aveva undici anni, un'età di mezzo in cui il tempo si comporta in modo del tutto instabile. Quando era fuori in sella alla sua mountain bike sgangherata o quando mancavano pochi secondi alla fine di un livello difficilissimo a un videogioco, un'ora durava lo spazio di un respiro, svanendo tra le dita come polvere di fata. Ma lì, nella penombra silenziosa della casa della nonna, dove persino i ritratti degli antenati nei corridoi sembravano stanchi di tenere gli occhi aperti, cinque minuti potevano stiracchiarsi, allungarsi e torcersi fino a diventare un'eternità. Si tirò su a fatica, come se la forza di gravità si fosse improvvisamente raddoppiata solo per dispetto, e iniziò a vagare per il corridoio a passi felpati. La casa di nonna Adele era un vero e proprio museo di cose sopravvissute al secolo scorso. C'erano telefoni a disco di bachelite nera che non squillavano dagli anni Novanta, enciclopedie dai dorsi sbiaditi dal sole che profumavano di carta bagnata, e decine di scatole di latta che un tempo avevano contenuto deliziosi biscotti danesi al burro. Anita sapeva bene, per amara esperienza, che quelle scatole non contenevano mai cibo, bensì un esercito silenzioso di aghi, rocchetti di filo colorato, ditali di metallo e centinaia di bottoni spaiati. Fu proprio mentre infilava le dita in una di quelle scatole di latta, alla ricerca di un bottone abbastanza grande e piatto da poter essere usato come moneta per un gioco di fantasia, che Anita notò la botola. Era sempre stata lì, sul soffitto del corridoio, seminascosta dall'ombra imponente del grande armadio di quercia scura. Eppure, quel giorno, c'era qualcosa di diverso. Forse perché il caldo soffocante di luglio aveva fatto restringere le assi di legno del soffitto, o forse per pura magia, ma una cordicella di canapa grezza pendeva giù dall'alto. E, cosa ancora più strana, oscillava impercettibilmente, disegnando piccoli cerchi nell'aria, come se qualcuno l'avesse appena lasciata andare. Anita si guardò intorno, col cuore che improvvisamente batteva un briciolo più forte del pendolo. Dalla cucina proveniva il sommesso mormorio gracchiante della radio, che trasmetteva un bollettino meteorologico soporifero. La nonna era decisamente distratta. «Nessun danno, solo un'occhiata veloce», si sussurrò Anita, arrampicandosi sulla sedia di paglia del corridoio. Allungò la mano tesa, afferrò la cordicella ruvida e tirò verso il basso. Con un cigolio lamentoso e acuto che risuonò come un urlo nel silenzio della casa, la botola si spalancò. Una pioggia fitta di polvere dorata cadde giù, brillando come una cascata di minuscole lucciole nella luce obliqua del pomeriggio. Subito dopo, una scala a pioli in legno scuro scivolò verso il basso con un rumore fluido, fermandosi a pochi centimetri dal pavimento di graniglia. Anita tossì, scacciando la polvere con la mano, ma si accorse che quella polverina non pizzicava la gola come la sporcizia normale; sulla pelle sembrava quasi... frizzante. Sopra di lei si apriva una bocca di buio fitto. Un buio strano, però. Non era freddo o umido come quello di una soffitta qualunque. Al contrario, l'aria che scendeva da lassù era tiepida, quasi vellutata, e profumava intensamente di pioggia estiva imminente, di erba tagliata di fresco e di pomeriggi passati all'aperto. Era un odore selvaggio e libero, che non c'entrava assolutamente nulla con il soffitto di una vecchia casa di città. Anita salì il primo piolo. La sedia sotto i suoi piedi oscillò con un leggero scricchiolio. Salì il secondo, sentendo il legno sotto le dita caldo e liscio, quasi levigato dal passaggio di migliaia di mani. Al quinto piolo, la sua testa superò la linea del soffitto, entrando nell'oscurità. Si era preparata mentalmente a incontrare scatoloni coperti di ragnatele, vecchi specchi d'ottone nascosti da lenzuoli spettrali e magari qualche pipistrello addormentato. Invece, quello che vide le mozzò il fiato, facendole dimenticare persino come si respirava. La soffitta non aveva un tetto. Al suo posto si stendeva un cielo immenso di un viola elettrico e vibrante, privo di nuvole e di stelle. Al posto degli astri, c'erano miriadi di piccoli ingranaggi dorati e argentati di ogni dimensione che giravano lentamente su se stessi, incastrandosi gli uni negli altri ed emettendo un debole, ipnotico ronzio metallico. E sotto quel cielo incredibile non c'era un pavimento di assi di legno, ma un paesaggio collinare sconfinato. Erano colline fatte interamente di una spazzatura bizzarra e luccicante. Anita vide montagne di sveglie private delle lancette che ticchettavano a vuoto, fiumi di sabbia colorata di blu e di rosa che risalivano i pendii invece di scendere, galleggiando contro la gravità, e distese di pietre grigie, piatte e lisce che fluttuavano a mezz'aria come grandi foglie d'autunno. «Ma che cos'è questo posto...» sussurrò Anita, sollevandosi del tutto oltre l'apertura e appoggiando le scarpe su quella terra bizzarra. Al tatto non sembrava roccia, ma era soffice, elastica e calda, simile a una vecchia moquette riscaldata dal sole. «Ehi! Attenta a dove metti i piedi, ragazzina! Quella che hai davanti è un'ora di punta molto costosa, non un marciapiede!» Anita fece un balzo all'indietro per lo spavento, rischiando di perdere l'equilibrio e ruzzolare giù per la botola. A pochi passi da lei, seduto comodamente su una pila instabile di vecchi calendari ingialliti accatastati come mattoni, c'era un ragazzino. Non poteva avere più della sua età. Indossava una giacca marrone di tre taglie troppo grande per lui, letteralmente tempestata di tasche, taschine e passanti da cui facevano capolino orologi da taschino d'oro, molle di metallo lucido e piccoli flaconi di vetro riempiti di liquidi colorati e luminescenti. Aveva i capelli scuri, spettinati in un nido indomabile, e un paio di grossi occhiali da aviatore sollevati sulla fronte. Tra le mani stringeva il manico di un retino da farfalle, ma la rete non era fatta di filo di nylon: era una trama flessibile di pura luce dorata che vibrava a ogni minimo movimento. «Chi... chi sei tu? E dove sono finita?» riuscì finalmente a chiedere Anita, stringendosi le braccia al petto per darsi contegno. Il ragazzo sbuffò sonoramente, sistemandosi i risvolti della giacca pesante con un gesto teatrale. «Io sono Noah. E tu, mia cara intrusa, hai appena rischiato di scheggiare un preziosissimo quindici agosto del 1998. Guarda lì!» Con la punta di uno stivale consumato, indicò una pietra rotonda, liscia e traslucida che giaceva proprio davanti ai piedi di Anita. Emanava un debole calore arancione e, se si prestava attenzione nel silenzio di quel cielo viola, si poteva udire un suono lontanissimo e cristallino: il frangersi di onde del mare sulla riva e la risata spensierata di un bambino piccolo. «Io avrei calpestato... un giorno?» chiese Anita, stringendo gli occhi, ormai del tutto convinta di essere svenuta sul tappeto del salotto e di essere finita dentro un sogno particolarmente vivido causato dai fumi dei biscotti bruciati della nonna. Noah alzò gli occhi al cielo con fare drammatico, saltando giù dalla pila di calendari con un balzo leggero. «Oh, fantastico. Proprio quello che ci voleva oggi. Un'altra "viva" che si è persa seguendo il profumo del tempo scartato. Dimmi la verità, non mentire: ti stavi annoiando a morte in quella casa, vero?» Anita arrossì, sentendosi colta in fallo. «Beh... sì. Mi annoiavo da morire. Ma cosa c'entra con questo posto?» «C'entra tutto, testa di legno!» disse Noah, allargando le braccia per indicare la distesa infinita di colline luccicanti che si perdeva all'orizzonte. «Benvenuta nell'Ufficio degli Ieri Perduti. Tutta la noia grezza, i minuti sprecati e il tempo che la gente "ammazza" nel tuo mondo viene spedito dritto quaggiù per essere riciclato e catalogato. E, a giudicare da quanto è colossale e fresca quella nuova duna grigia laggiù... tu oggi devi esserti annoiata abbastanza da creare una mezza catastrofe naturale!»
Il collezionista di minuti di scarto
Anita sbatté forte le palpebre, una, due, tre volte. Era convinta che se avesse strizzato gli occhi con abbastanza energia, quel mondo bizzarro si sarebbe dissolto come un miraggio estivo, restituendole la rassicurante vista del soffitto crepato di nonna Adele e il profumo di biscotti un po' bruciati. Ma il cielo viola elettrico sopra la sua testa non accennava a svanire. Anzi, il ronzio degli ingranaggi dorati si faceva sempre più nitido, una vibrazione costante che le solleticava i timpani. «La mia noia... finisce davvero tutta qui?» domandò Anita con un filo di voce, abbassando lo sguardo sulla pietra calda che aveva quasi calpestato. Ora che ci faceva caso, la gemma non si limitava a brillare di una luce arancione. Emanava un profumo leggerissimo ma inconfondibile di crema solare al cocco, di salsedine e di sabbia riscaldata dal sole di mezzogiorno. Era l'odore esatto di una giornata di vacanza al mare. «Esattamente», rispose Noah. Con un movimento fluido e abituato, infilò il lungo manico del suo retino luminoso in un passante di cuoio della sua giacca gigante. «Vedi, voi umani consumate il tempo in modo pessimo. Lo sprecate, lo buttate via nei modi più assurdi, lo "ammazzate", come vi piace dire quando non sapete che fare. Ma il tempo non muore affatto. Non svanisce nel nulla. Si accumula. Quando vi annoiate a morte, quel tempo si solidifica, diventa pesante, perde il suo colore e precipita quaggiù, nel grande magazzino degli scarti.» Con un cenno del mento, il ragazzo indicò una duna grigiastra poco lontana. Non era fatta di sabbia fine, ma di milioni di sassolini piatti, opachi e freddi come cubetti di ghiaccio tirati fuori dal freezer. «Quella collina là, per esempio», spiegò Noah, assumendo un'espressione di finto terrore che gli fece sollevare le sopracciglia sopra gli occhiali da aviatore, «è la riserva dei 'Cinque minuti prima della ricreazione'. La noia più pura, densa e pesante di tutto il vostro mondo. Se provi a scalarla, le gambe ti si fanno di piombo. Ti sembra di metterci cent'anni ad arrivare in cima.» Incuriosita, Anita fece qualche passo verso la duna grigia. Si chinò e tese un dito per sfiorare uno di quei sassolini opachi. Non appena la punta del polpastrello toccò la pietra gelida, una strana sensazione di pesantezza le gravò sulle palpebre, come se una colla invisibile le stesse spingendo gli occhi verso il basso. Nella sua mente rimbombò il suono stridulo di una matita che scarabocchiava svogliatamente su un foglio di quaderno a quadretti, accompagnato da una voce maschile, monotona e nasale, che spiegava per la centesima volta le frazioni equivalenti. «Uffa...» mormorò Anita, ritraendo la mano di scatto e scuotendo le dita per scacciare quel brivido di torpore. «È terribile! Sembra di stare in classe a metà giugno, con trenta gradi all'ombra e l'orologio della parete che va all'indietro.» «Visto? Quella è noia concentrata al cento per cento. Roba forte», disse Noah, fiero dell'effetto che la sua spiegazione aveva avuto sulla ragazza. Poi, però, la sua espressione giocosa svanì all'improvviso, oscurandosi. Si chinò con delicatezza quasi solenne, raccolse la pietra rotonda e traslucida che profumava di cocco, il famoso 15 agosto del 1998, e la infilò in una tasca interna della giacca, foderata di morbido velluto blu. «Ma questa... questa non è noia», continuò Noah a bassa voce. «Questa è una Gemma di Memoria. Un ricordo felice e prezioso che qualcuno, nel tuo mondo, ha dimenticato di custodire. Forse è cresciuto, forse si è lasciato distrarre da troppi pensieri grigi. Ma le gemme non dovrebbero mai trovarsi qui, ammucchiate in mezzo agli scarti e alla polvere. È pericoloso.» «E perché si trova qui, allora?» chiese Anita, stringendosi nelle spalle. Noah si guardò intorno con estrema circospezione, restringendo gli occhi dietro le lenti degli occhiali. Il cielo viola sopra di loro sembrò improvvisamente farsi di una sfumatura più cupa, quasi color prugna. «Perché c'è qualcuno che sta mescolando i flussi del tempo di proposito», sussurrò il ragazzo, avvicinandosi a lei. «Qualcuno che ruba il tempo bello dal tuo mondo, i momenti in cui la gente è davvero felice, e lo nasconde qui per contrabbandarlo al mercato nero del Sottomondo.» Prima che Anita potesse fargli altre domande, un rumore metallico, stridente e profondo fece tremare il terreno soffice sotto le loro scarpe. Sembrava il suono spaventoso di cento forbici giganti che tagliavano l'aria all'unisono, seguito dal cigolio di ingranaggi arrugginiti forzati a girare. Crick-crack. Crick-crack. Noah sbiancò all'istante. I suoi occhiali da aviatore vibrarono visibilmente sulla fronte. «Oh, no. Non ora. Dobbiamo nasconderci. Subito!» «Chi... chi sta arrivando?» chiese Anita. Sentì il cuore accelerare di colpo, pulsando rapido contro le costole. La noia pesante di pochi minuti prima era svanita del tutto, spazzata via da una scarica elettrica di pura adrenalina che le fece rizzare i peli sulle braccia. «Un Collezionista», sussurrò Noah, afferrandola senza troppi complimenti per la manica della felpa e trascinandola dietro la pila instabile di vecchi calendari ingialliti. «E credimi, ragazzina, non vuoi farti vedere da lui per nessun motivo al mondo. Se scopre che sei una "viva", una che ha ancora tutto il suo tempo da spendere... ti prenderà ogni singolo secondo che ti rimane da vivere e lo trasformerà in un fermacarte da tenere sulla sua scrivania.» Anita si rannicchiò contro la carta spessa dei calendari, raggomitolandosi il più possibile e trattenendo il respiro. Il profumo di carta vecchia e polvere le solleticava il naso, ma non osava nemmeno tossire. Attraverso una fessura millimetrica tra due fogli del calendario del 1984, vide una figura maestosa ed esile emergere lentamente dalla nebbia viola che ristagnava in fondo alla vallata. Non era un essere umano, ma non assomigliava nemmeno a un mostro delle fiabe. Era un uomo altissimo, spaventosamente magro, che si muoveva con scatti rigidi, quasi fosse un burattino meccanico. Indossava un lungo cappotto scuro fatto interamente di centinaia di quadranti di orologi di ogni forma e dimensione. Tutti quei quadranti ticchettavano contemporaneamente a ritmi diversi, veloci, lenti, sincopati, creando una cacofonia metallica che metteva addosso un'ansia terribile. Al posto delle dita della mano destra, la creatura aveva lunghe cesoie d'argento affilate che brillavano di una luce fredda e tagliente. Il Collezionista si fermò di colpo, proprio di fronte alla duna dei 'Cinque minuti prima della ricreazione'. Sollevò il mento affilato e annusò l'aria con un movimento rapido della testa, simile a quello di un uccello rapace che ha avvistato una preda. «C'è profumo di tempo fresco, caldissimo, qui intorno...» sibilò il Collezionista. La sua voce non era umana; sembrava il fruscio secco della sabbia che scorre troppo velocemente all'interno di una clessidra di vetro. «Tempo fresco... non ancora consumato. Tempo che scorre forte, pulito, giovane.» Anita si premette entrambe le mani sulla bocca per non emettere alcun suono. Poteva sentire il proprio battito cardiaco, violento e ritmico: tum-tum, tum-tum, tum-tum. Nel silenzio spettrale di quel limbo viola, quel battito le sembrava rimbombare come un tamburo di segnalazione indiano. E, lentamente, come se avesse avvertito quella vibrazione vitale, il Collezionista voltò la sua testa priva di volto, coperta da una maschera d'orologio d'ottone, puntando il suo sguardo dritto verso la pila di calendari dietro cui erano nascosti.
Un secondo può durare un'eternità
Il ticchettio frenetico sul cappotto del Collezionista accelerò all'improvviso. Non era più una cacofonia disordinata; ora i centinaia di quadranti battevano all'unisono, producendo un suono fitto e inquietante che ricordava una pioggia battente di piccoli chiodi d'acciaio su una lastra di metallo. Tic-tic-tic-tic-tic. «È qui intorno», sibilò la creatura, inclinando la testa di scatto prima a destra e poi a sinistra, come se stesse seguendo una scia invisibile nell'aria. Fece scattare le sue lunghe dita-cesoie d'argento, producendo un rumore affilato che sembrò tagliare il silenzio della vallata. Crick. Crack. «Un battito cardiaco così giovane, così deliziosamente impaziente... Spruzza secondi dorati dappertutto. Posso quasi sentirne il sapore.» Anita, rannicchiata contro la carta ruvida e ingiallita dei vecchi calendari, strinse i pugni fino a farsi male alle unghie. Accanto a lei, Noah era immobile come una statua di sale. Aveva gli occhi spalancati dietro le lenti da aviatore e le sue nocche erano completamente bianche per la forza con cui stringeva l'impugnatura del suo retino luminoso, la cui luce si era ridotta a un debole tremolio. Con un cenno rapidissimo e impercettibile della testa, Noah attirò lo sguardo di Anita verso la tasca interna della sua giacca gigante. Da lì dentro, la Gemma di Memoria che avevano appena salvato, il caldo pomeriggio del 15 agosto 1998, stava iniziando a ribellarsi. Forse spaventata dalla vicinanza del Collezionista, la pietra pulsava ritmicamente, emanando sprazzi di una calda luce arancione che filtravano attraverso le cuciture del tessuto, proiettando deboli ombre danzanti sulla parete di calendari. Il Collezionista stava cercando quella gemma, ma era palese che fosse attirato soprattutto da qualcos'altro: il tempo presente di Anita. Per un essere millenario fatto interamente di ieri polverosi, di occasioni mancate e di rimpianti ragnatelosi, il qui e ora di una ragazzina di undici anni, vivo, vibrante e carico di futuro, era potente quanto un faro da nebbia puntato dritto negli occhi. Crick-crack. I passi del Collezionista si fecero più pesanti, più vicini. Un'ombra lunga, sottile e incredibilmente scura, sagomata esattamente come la lancetta dei minuti di un grande orologio da torre, si allungò lenta sui fogli di carta del loro nascondiglio, sfiorando la scarpa di Anita. Un freddo improvviso, che sapeva di ferro arrugginito, le accarezzò le caviglie. «Dobbiamo usare uno scarto», sussurrò Noah. La sua voce era talmente bassa da essere ridotta a un soffio d'aria impercettibile. «Cosa?» rispose Anita solo muovendo le labbra, terrorizzata all'idea che persino il suono del suo respiro potesse tradirli. Noah non rispose a parole. Con estrema cautela, allungò il braccio magro oltre il bordo dei calendari, verso la duna grigia dei “Cinque minuti prima della ricreazione” che si trovava a pochissimi centimetri da loro. Le sue dita afferrarono una manciata di quei sassolini piatti, polverosi e gelidi. Poi, con un colpo di polso rapido e fluido, li lanciò nell'aria sopra le loro teste, facendoli ricadere sul versante opposto della vallata di scarti. I sassolini grigi toccarono il suolo con un rumore secco e sommesso. Toc. Toc. Plop. Il Collezionista si voltò di scatto nella direzione del rumore, le dita-cesoie pronte a colpire. Ma non fu solo il suono ad attirare la sua attenzione. Non appena quelle pietre di pura noia scolastica toccarono il terreno, l'aria intorno a loro subì una trasformazione spaventosa. L'atmosfera si fece improvvisamente densa, pesante e incredibilmente pigra. Un'invisibile ma tangibile bolla di noia estrema, fredda e grigiastra, si espanse nello spazio circostante come una macchia d'olio nell'acqua. Era la stessa sensazione di quando fuori piove, non c'è internet, la televisione è rotta e ogni minuto sembra durare un giorno intero. Il Collezionista fece un passo deciso in quella direzione e, all'improvviso, rimase intrappolato. I suoi movimenti fluidi e scattanti rallentarono vistosamente, come se fosse finito immerso fino al collo in una vasca piena di melassa scura o di colla vinilica. Il suo braccio-cesoia rimase sollevato a mezz'aria, incapace di scendere. Persino il ticchettio frenetico e spaventoso del suo cappotto di orologi si trasformò in un lamento metallico, lento e strascicato: Tiiiiiiiiiic... caaaaaaaaaaac... tiiiiiiiiiiiiic... «La noia rallenta ogni cosa», sussurrò Noah, balzando in piedi con un'agilità sorprendente. «La bolla ci darà circa trenta secondi prima che lui riesca a liberarsi. Muoviti, dobbiamo correre alla botola!» Anita non se lo fece ripetere due volte. Uscì dal nascondiglio dietro i calendari e scattò in avanti. Ma nel momento esatto in cui i suoi piedi sfiorarono la zona d'influenza dei sassolini grigi, sentì le gambe farsi pesanti come se le sue scarpe fossero state riempite di piombo fuso. Ogni passo richiedeva uno sforzo immenso. Il petto le doleva per la fatica e la sua mente iniziò a essere invasa da pensieri nebbiosi e noiosi: le sembrava di correre in uno di quegli incubi in cui c'è un mostro alle spalle, ma le gambe rimangono incollate al pavimento e l'aria sembra fatta di gommapiuma. «Non guardare le pietre grigie! Non pensarci!» le gridò Noah, voltandosi indietro e afferrandola con forza per un braccio per trascinarla via. «Pensa a qualcosa che ami fare! Pensa a qualcosa che ti fa battere il cuore! Pensa a correre veloce!» Anita strinse i denti con tutta la forza che aveva, chiudendo quasi gli occhi. Scacciò l'immagine della classe, della lavagna e delle frazioni. Al loro posto, evocò il ricordo della discesa più ripida del parco vicino a casa: lei in sella alla sua bicicletta, senza mani sul manubrio, con il vento freddo e frizzante che le sferzava la faccia e la sensazione di volare, libera da ogni peso. All'improvviso, quella pesantezza grigia si sgretolò. Le sue gambe ritrovarono una scarica di energia pulita e vitale. Anita superò la duna di slancio, con Noah che faticava a starle dietro. Dietro di loro, l'effetto dei sassolini stava svanendo. Il Collezionista, con un tremendo sforzo meccanico, stava già uscendo dalla nebbia di noia. Il suo viso di metallo e fumo era distorto in una smorfia di pura rabbia. «Ladri di tempo!» urlò la creatura, e la sua voce tesa fece vibrare gli ingranaggi nel cielo. «Non potete sfuggire al passato! Il vostro presente appartiene a me!» Arrivarono finalmente alla botola. La scala di legno scuro che portava direttamente al corridoio caldo e profumato di nonna Adele era ancora lì, ma l'apertura quadrata sul soffitto stava iniziando a rimpicciolirsi, restringendosi lentamente ai bordi come una ferita magica che si rimargina. «Scendi! Prima tu, sbrigati!» disse Noah, spingendola con decisione verso i pioli di legno. «E tu?» chiese Anita, stringendo il legno freddo della scala e guardandolo con gli occhi spalancati dal panico. «Non puoi rimanere qui con quel mostro!» |
|
Biblioteca

|
Acquista

|
Preferenze
|
Recensione
|
Contatto
|
|
|
|
|