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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP, ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo già formattato che per la copertina.
Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici, dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie capacità senza la necessità di un partner, identificato nella figura di un Editore.
Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Maseroli Andrea
Titolo: Routine - Harold Weeks
Genere Thriller Horror
Lettori 125 recensione
Routine - Harold Weeks
Nuovamente sentì fuoriuscire da quelle lenzuola qualche parola con la stessa fonetica.
"Sei russo vero? Viva la Perestroika! Hehe... Facciamo così, ti chiamerò Boris." sghignazzò compiaciuto dalla sua ironia. Poi si girò su un fianco e raccontò a Boris quello che stava vivendo, come se con il medico ci avesse preso gusto, anche se l'agitazione continuava a salire e le ultime tracce di sostanza a scomparire dai tessuti, quando notò sopra il cuscino sprofondato dei lunghi capelli neri fuoriuscire dalle coperte.
Che sia una donna? rifletté.
“Borissa?”
Rise nuovamente stralunato.
In quell'istante vide i capelli rientrare, come se la figura stesse cambiando posizione per girarsi verso di lui. Quel movimento fece scendere lentamente il lenzuolo, scoprendo un'unica chioma nera. Harold non volle credere ai propri occhi e per un momento cercò di darsi una spiegazione razionale, convincendosi di star guardando la nuca di una corpulenta donna; ma quando la rotazione dell'intero corpo scoprì la sagoma informe e scura come la pece, capì di essere nuovamente di fronte all'incubo che ora si trovava terribilmente vicino. Lo sguardo beffardo sparì violentemente dal suo viso, la vista sembrava l'unica funzione vitale rimasta attiva; gli occhi sgranati sembravano obbligarlo a fissare quell'orrore come fosse una punizione ai suoi peccati. Senza riuscire a distogliere lo sguardo, osservava la creatura strisciare fuori dal letto lasciandosi cadere sul pavimento. Lo shock gli chiuse la gola e non riuscì ad emettere un fiato. L'essere ormai sul pavimento cominciò ad allungare quelle unte ciocche verso di lui, impadronendosi delle sbarre del letto. Sopraffatto da tale visione, non riusciva a fare altro che emettere respiri agonizzanti mentre l'ombra oscurava la luce proveniente dalla finestra e si alzava inesorabile a sormontarlo, come una scura coperta venuta a spegnergli la vita, lasciando intravedere uno strano ghigno coperto di peli che sembrava vibrare. Non poté non fissare i piccoli occhi dall'apparenza primordiale, scuri come quelli degli squali e senza la minima traccia di coscienza. Le gambe di Harold, ormai rigide come tronchi d'albero, gli parvero sul punto di spezzarsi e intanto quel viso livido, senza lineamenti, lasciò aprire un buco simile a una bocca profonda quanto l'inferno. Poteva sentire il calore e un fetido miasma fuoriuscire da quell'abisso; i profondi respiri risucchiavano quel tanfo che sembrava venir assorbito da ogni tessuto del corpo. Man mano che quei lunghi capelli invadevano il letto avvicinandosi al collo, udì strani suoni somiglianti a voci lontane fuoriuscire dal profondo di quell'antro ormai a un passo dal viso. In un ultimo folle tentativo di reazione riuscì ad emettere un grido disperato che parve quasi intimidire quell'abominio. Ma l'illusione durò un attimo e Harold, ormai spacciato, sentiva di essere sul punto di morire nelle circostanze più folli che avesse mai potuto immaginare, sperando di spirare prima di essere inghiottito in quel baratro. Ciò che evitò ad Harold di esalare l'ultimo respiro fu Sally, che entrò di corsa con lo psichiatra avendolo sentito urlare; vedendolo in quelle condizioni di terrore, Miller gridò:
"La terapia, Sally! 50 mg di sertralina e aggiungi 25 mg di slomipramina!"
Sally somministrò velocemente i farmaci tramite il catetere mentre Harold, ancora alle prese con la creatura, si chiedeva perché loro non fossero terrorizzati. Ma proprio nel momento in cui il suo cuore stava per cedere dallo shock, venne invaso da quel torpore salvifico che lo intorpidì completamente, facendogli rilassare le gambe ormai tese a mezz'aria e appesantendogli le palpebre al punto da socchiuderle lentamente nonostante l'imminente minaccia; ebbe appena il tempo di intravedere la bestia allontanarsi silenziosamente e liberare il materasso da quegli orrendi peli raccapriccianti, lenta com'era arrivata.

Quando Sally lo svegliò la mattina dopo per servire la colazione, Harold aprì gli occhi a fatica; ci mise parecchi minuti a riprendere le minime capacità cognitive utili almeno per sedersi. Faticava a comprendere le parole dell'infermiera che, verosimilmente, si stava semplicemente sincerando che stesse bene. Pensieri confusi si mescolavano al tentativo di agganciare la realtà; continuava faticosamente a tenere le palpebre sollevate con il solo desiderio di tornare a crollare su quel morbido cuscino. Non si era ancora reso conto di dove si trovasse quando, provando a roteare la testa per sgranchire il collo, vide il compagno nel letto in fondo rivolto al muro. Un brivido gli corse giù per la schiena ricordando l'accaduto, ma durò un attimo, il tempo di notare la flebo di nuovo collegata al braccio. Intravide Sally uscire dalla stanza; aveva lasciato un vassoio sul carrellino al suo fianco. Lo guardò un secondo e gli sembrò di capire ci fossero due fette biscottate e una tazza, poi altre cose che non riuscì a mettere a fuoco. Continuò a sgranchirsi la schiena roteando il busto e stirò le gambe per poi tornarsi a coricare. Un attimo dopo entrò il dottor Miller.
"Brutta giornata ieri, eh?" chiese gentilmente.
Harold si voltò lentamente verso di lui:
"Credo di sì..."
Poi il medico assunse un'espressione dispiaciuta e si sedette in fondo al letto.
"Cosa ne pensi di stare qui qualche giorno? Vorrei monitorarti finché non troviamo una cura su misura per te e nel frattempo ti farei parlare con una mia collega molto brava. Una psicoterapeuta."
Harold, con lo sguardo basso e un'espressione quasi disinteressata, annuì alzando le spalle.
Miller sospirò e aggiunse:
“Lo so che ti sembra tutto troppo difficile adesso, ma fidati di me: quando starai meglio penserai che sarà stato tutto più facile di come te lo immagini ora. Nel frattempo continuiamo con il dosaggio giornaliero che abbiamo somministrato ieri, semplicemente lo spalmiamo nelle ventiquattro ore.”
Harold annuì di nuovo.
Il dottore si alzò, si avvicinò e gli mise una mano sulla spalla facendogli l'occhiolino.
“Forza, sei una roccia.”
Harold sorrise e farfugliò:
“Sì, come no... una roccia che rotola giù da una collina.”
Miller sorrise ed uscì.
Il ragazzo in quel momento sperava solo che nessuno andasse a disturbarlo per un po', per gustarsi lo stato d'animo sospeso nel quale si trovava. Era come se non fosse realmente sveglio, ma nemmeno dormisse. La calma piatta all'altezza dello stomaco lo allietava; era come sentirsi pienamente soddisfatti senza aver fatto nulla per meritarselo. Poi i pensieri iniziarono a riallacciarsi al giorno prima, a quella folle situazione indistinguibile da un sogno, ma al tempo stesso molto reale. Era come se la stesse rivivendo da spettatore, credendo di ammirare la scena di un film di serie B girato in maniera magistrale. Boris non accennava a muoversi e lui lo osservava con superiorità e sguardo gradasso, ormai convinto fosse un'allucinazione, la trasposizione delle sue ansie, un ologramma generato dal sistema nervoso che, incapace di gestirle, le aveva modellate in una forma ben definita dedicando loro un ruolo. Era come se, non riuscendo a metterle a fuoco, le avesse compresse dando loro un'identità, un volume e un peso; allo stesso tempo aveva intuito che il mostro non avesse alcun potere sulla psiche dal momento in cui questa fosse stata sedata e modificata ad hoc.
Iniziò a passargli per la testa l'idea di affrontarlo amichevolmente, come per fargli capire che avesse compreso il gioco e che potesse evitare, d'ora in poi, di mettere in pratica quel teatrino.
Questi farmaci sono una bomba pazzesca! pensò compiaciuto, anche se la consapevolezza che quella situazione non sarebbe durata in eterno. Si raccontava, però, che nel frattempo avrebbe imparato a interiorizzare il tutto e Boris presto sarebbe scomparso com'era arrivato.
Quella mattina passò lieta; galleggiando nei propri pensieri, alternò brevi sonnellini a momenti fissi a monitorare il soffitto e veloci flash alla vita passata. Si stupiva come un bambino a pensare a quanto non gli pesasse l'assenza dal lavoro, il giudizio dei colleghi e il fatto che non avesse la minima idea di chi avesse avvertito Peter. Ora si trovava nel suo limbo privato esente da preoccupazioni, un rifugio meritato, pensava. Non si accorse nemmeno di non aver toccato cibo fino all'arrivo di Sally verso l'ora di pranzo, venuta a ritirare il vassoio della colazione.
"Harold, non hai toccato niente?" chiese l'infermiera con sguardo materno.
"Però ho toccato il fondo!" ridacchiò ebete lui.
"Va là, stupidotto! Tra mezz'ora ti porto il pranzo e vedi di finirlo..."
Appena Sally uscì dalla camera, Harold, piuttosto ringalluzzito si alzò, infilò le ciabatte e con fare furtivo si avvicinò al vicino tirando con sé l'asta della flebo.
Maseroli Andrea
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