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Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Silvana Roselli
Titolo: Velluto grigio
Genere Psicothriller
Lettori 7
Velluto grigio
Madeila Calvino è nata due volte.
La sua seconda vita ebbe inizio dodici anni dopo la nascita e tutto ciò che era accaduto in quei dodici anni in Madeila non era rimasto alcun ricordo.
Il giorno in cui era nata per la seconda volta, aveva aperto gli occhi in un letto bianco ed era sola.
Aveva provato un senso di pace, la tranquillità rassicurante di chi finalmente non ha pensieri, neanche uno.
Gli occhi vagarono lentamente sul soffitto bianchissimo leggermente scrostato in alcuni punti, scesero sull'unico letto accanto al suo, pulito e intatto, e seguirono la danza di due mosche, che giravano in tondo a tempo di musica, una canzone che arrivava da chissà dove. La canzone cambiò e le mosche si adeguarono al nuovo ritmo. Incredibile come tenessero il tempo!
Dalla finestra della stanza bianca si vedeva il mare in lontananza. Rimase a guardarlo a lungo, poi si sedette sul letto e comparvero anche gli alberi carichi di colori e tante case.
Si rimise sdraiata e chiuse gli occhi, assaporando il silenzio, il calore del sole che arrivava dalla finestra e la pace che le dava il non pensare a nulla.
Una ragazzina bionda la salutò con la mano e le sorrise.
“Ciao Lucia” pensò Madeila, mentre il silenzio venne interrotto dai passi veloci di un'infermiera, che entrò nella stanza.
Madeila aprì gli occhi.
̶ Ma sei sveglia? – squittì la donna, che per la sorpresa fece un balzo indietro e poi la sua voce si alzò senza controllo.
– Piccola, ti sei svegliata! – prese in mano il campanello e chiamò le sue colleghe, che arrivarono in fretta e la stanza divenne un formicaio di camici bianchi. Circondarono il letto parlando tutte insieme, con allegria, gridolini di stupore e contentezza. Chi le accarezzava il viso, chi le stringeva le mani, mille domande si accavallavano, accrescendo la sua confusione.
̶ Come ti senti, Madeila? Che begli occhi che hai, finalmente ti si vedono. Hai fame? Hai sete? Anna, chiama il dottor Aicardi, presto. Bisognerà avvisare la famiglia!
Poco dopo un dottore la visitò: era molto contento e le raccontò che si trovava da più di un mese in ospedale per una gravissima broncopolmonite.
̶ Fuori dalla porta c'è tua madre, tra poco la vedrai ̶ le disse. ̶ Hai dormito un bel po', eh? Vuoi raccontarmi qualcosa? Un sogno, un ricordo?
Madeila avrebbe voluto trovare qualche cosa da dire a quel medico gentile e simpatico, ma non riusciva a pescare dalla sua mente nessun ricordo che non fosse il mare visto poco prima dalla finestra.
̶ Non lo so. Non so proprio. Il mare...
̶ Sì, sì, il mare. Cosa ricordi del mare? Come mai ti è venuta la bella idea di fare il bagno nella giornata più fredda di aprile, tutta sola?
̶ Non lo so. Che cosa ho fatto? – perché non ricordava questo fatto?
Il medico la scrutò negli occhi e non vide nulla, a parte una sincera curiosità.
̶ Il giorno in cui ti hanno portata qui – le spiegò ̶ ti hanno trovata in riva al mare, immersa nell'acqua, con tutti i vestiti. Eri lì da molto tempo, a giudicare dalla tua pelle, e hai rischiato di morire. Ti abbiamo curata e alla fine la broncopolmonite è andata via. Ma tu hai continuato a fare la bella addormentata. Va be', forse hai bisogno di tempo. Parleremo ancora, adesso facciamo entrare la mamma, che sta aspettando e di sicuro avrà voglia di abbracciarti.
Il dottore uscì e una nuvola di costoso profumo entrò nella stanza, subito seguita da una donna elegantissima e austera, fasciata da abiti degni di una sfilata di moda; il sapiente trucco rendeva avvenente un viso altrimenti insignificante. Una bambina di circa quattro anni, che camminava dietro di lei, la superò e si lanciò sul letto, tuffandosi sulla sorella maggiore.
̶ Antonella! Fa' piano, per favore, sei sempre la solita maldestra. ̶ la richiamò la madre.
Madeila si sforzò di sorridere alla donna che forse era sua madre e che ora lisciava il lenzuolo stropicciato. Vide poca dolcezza nei suoi occhi, ma molta apprensione.
̶ Dio, finalmente! Quanto ci hai fatto spaventare! È un mese che non dormo, sono uno straccio. Guarda che faccia che ho.
̶ A me sembri molto bella. ̶ provò a rispondere, ma la donna non l'ascoltò e continuò a parlare.
̶ Anche tu, guarda come ti sei ridotta, dopo un mese di flebo! Mi sembri un osso spolpato. Vorrei tanto capire perché lo hai fatto. Cosa ti è saltato in testa, di fare il bagno con quel tempo? Cosa è successo? E perché hai continuato a dormire fino a oggi?
̶ Non lo so, non mi ricordo. – cominciava a sentirsi confusa e frastornata. Quanto parlava quella donna?
̶ Ma come non ti ricordi? Eri con qualcuno quel giorno? Dopo la lezione di piano non sei tornata a casa. Con chi eri? Un ragazzo? Chi era? Guarda che devi dirmelo.
Madeila la fissava, cercando di interpretare i suoni di quella voce, che le arrivavano ovattati e incomprensibili. Non sapeva come spiegare a quella signora così agitata che non sapeva di cosa stesse parlando e anzi, a dirla tutta, non aveva neanche la minima idea di chi fossero lei e la sua bambina.
D'un tratto, due braccine cicciottelle circondarono il suo collo e una piccola bocca le sbavò le guance con baci al gusto di vaniglia.
̶ Antonella, basta! Col tuo dolce peso farai male a tua sorella. Madda, hai visto com'è ingrassata? Non so più come fare con ‘sta bambina. Io cerco di stare attenta a quello che mangia e lei ruba il cibo di nascosto.
̶ Ma... non mi sembra così grassa.
La donna si alzò, aprì l'armadietto e iniziò a infilare nella borsa alcuni oggetti personali della figlia. La sua facciata imperturbabile nascondeva il vulcano che aveva dentro, pensieri che la tormentavano da giorni, domande senza risposte.
Le bruciava ancora nella mente il colloquio con il medico che aveva visitato Madeila subito dopo il ricovero, circa un mese prima.
̶ Signora, le condizioni di sua figlia sono critiche. È rimasta per più di due ore immersa fino al petto nell'acqua fredda. Sarò franco, non possiamo essere sicuri del buon esito delle cure. Un'altra cosa: riteniamo che sia stata stuprata.
Si era sentita morire. La sua bambina in pericolo di vita! No, no, non poteva essere. Era un brutto sogno. E poi, stuprata? Ma com'era possibile? Madeila era una ragazzina insignificante, non aveva atteggiamenti provocanti, indossava sempre abiti larghi e sportivi. Perchè proprio lei? E chi poteva essere quel verme schifoso?
Immaginò la scena, l'uomo che dopo averla violentata aveva cercato di annegarla. Maledetto, per sempre maledetto! E se Madda non ce l'avesse fatta?
All'idea di perdere la figlia aveva sentito la sua vita scivolarle via come un vestito di seta. Si era seduta per non svenire.
A malapena riusciva a sentire la voce del medico, che le stava spiegando come l'immersione avesse purtroppo cancellato ogni traccia organica, rendendo impossibile un'identificazione dello stupratore. Una psicologa avrebbe interrogato Madeila non appena fosse stata in grado di parlare.
Purtroppo la bambina non collaborò, continuò a dormire e le indagini si arenarono in un nulla di fatto.
Quello era l'epilogo di un pomeriggio vissuto nell'ansia.
Quando Madeila non era rincasata dopo la consueta lezione di pianoforte, la madre si era allarmata, perché di solito era puntuale. Aveva telefonato al maestro di musica e una donna sgarbata le aveva risposto che sua figlia non c'era e il maestro stava molto male, il che equivaleva a un chiaro non ci seccare più.
Quando il ritardo toccò le due ore, aveva deciso di andare a cercarla. Affidò Antonella a una vicina di casa e uscì, percorrendo la strada che avrebbe dovuto fare Madeila, con la speranza di incontrarla. Cercò di esorcizzare la paura del peggio preparandosi a una sgridata memorabile. Nella sua mente ringhiava un groviglio di pensieri contrastanti, dall'ansia alla collera.
“Questa volta la paga. Eccome se la paga! Oddio, fa' che non sia successo niente!”
Non la vide da nessuna parte.
Ritornò a casa, augurandosi di trovarla già lì, immaginando quali scuse avrebbe tirato fuori per giustificarsi, quella disgraziata.
“Dio, fa' che sia a casa!” si scoprì a pregare, mentre le lacrime iniziarono a bucarle gli occhi. La porta era chiusa a chiave, come l'aveva lasciata lei. Non c'era nessuno. L'unico rumore che rompeva quel silenzio gelido era l'orologio a muro che segnava le sette e mezza. Il ritardo era ormai di tre ore.
Quando finalmente arrivò Mariano, suo marito, la trovò in piena crisi isterica, in uno stato che la rendeva incapace di intraprendere qualunque azione.
̶ Ma dov'è? ̶ gridava tra le lacrime – è successo qualcosa, sono sicura. Dio, no, no!
– Calmati Nico, adesso ci penso io. Chiamo subito i Carabinieri, poi proviamo all'ospedale.
Lo squillo del telefono in quel momento sembrò un pugno nello stomaco. Mariano rispose e Nicoletta cercò di interpretare i suoi monosillabi e le espressioni del viso, terrorizzata dall'idea del peggio.
All'ospedale avevano ricoverato una ragazzina. Sui suoi libri di musica c'era il nome e il numero di telefono, che aveva permesso al medico di rintracciare la famiglia. Il sollievo immediato lasciò il posto a mille interrogativi, non appena furono messi al corrente delle circostanze in cui era stata ritrovata.
Per quale ragione non era tornata subito a fare i compiti, come sempre? La spiaggia era abbastanza lontana dal tragitto che percorreva tre volte alla settimana per le lezioni di piano. Aveva incontrato qualcuno che l'aveva convinta a deviare? E perché fare il bagno vestita, in aprile, rimanendo per ore in riva al mare?
Per sua fortuna, una coppia di fidanzati passeggiava sulla spiaggia e l'aveva vista: immobile, inginocchiata sul bagnasciuga, avvolta dalla spuma del mare, non rispondeva ai loro richiami e non reagiva, guardava davanti a sé come inebetita.
Quando il ragazzo l'aveva toccata per parlarle, aveva urlato, in preda al terrore, poi era crollata, priva di sensi. L'ambulanza era arrivata in fretta e le furono prestati i primi soccorsi che le salvarono la vita.
La situazione era a poco a poco migliorata. Passata la febbre, gli antibiotici avevano avuto la meglio sulla broncopolmonite e la prognosi era stata sciolta.
Tutto stava andando bene, ormai si poteva considerare guarita, eppure Madeila continuava a dormire profondamente.
Non c'era nulla di patologico in quel sonno, sembrava il riposo naturale di una ragazza sana nelle ore notturne. Nemmeno un consulto con i luminari del Gaslini di Genova aveva avuto successo: nessuno era riuscito a risolvere il problema di Madeila, nessuno sapeva prevedere le conseguenze di un risveglio forzato. I medici si arresero davanti a quello strano sonno. Sembrava che la ragazzina non volesse reagire, come se avesse perso la voglia di tornare a vivere.
Fino a quel giorno.
Un ragazzo bruno e snello si avvicinò con un sorriso timido.
̶ Ciao Flavio ̶ trillò Antonella, con la gola stretta dalla gioia.
̶ Hai visto che Ieia si è svegliata?
– Povero Flavio! ̶ esclamò Nicoletta con voce neutra, continuando a riordinare i pigiami ̶ Sei venuto qui tutti i giorni per cercare di svegliarla e lei apre gli occhi proprio quando non ci sei.
̶ Ma io sono contento lo stesso. ̶ rispose il ragazzo senza staccare da Madeila lo sguardo dolce e penetrante.
̶ Flavio, scusa caro... ̶ il tono di Nicoletta adesso era secco e autoritario ̶ Ora devi andartene, perché noi qui abbiamo da fare, Madeila deve alzarsi e lavarsi, sai, ne ha proprio un bel bisogno.
Arricciò il naso, per far meglio comprendere quanto fosse necessario un bagno.
̶ Magari vieni a trovarci a casa, tra qualche giorno, eh?
Il ragazzo sfiorò con una carezza la mano di Madeila e le sorrise, cercando in fondo ai suoi occhi disorientati qualcosa che non trovò.
Lei era sempre lei, solo un po' più magra, ma il suo sguardo era diverso. Nel nocciola di quegli occhi c'era l'indifferenza e la curiosità con cui si osserva uno sconosciuto, limpida e senza pregiudizi. Nessuna traccia del sentimento che si erano confessati, nessuna complicità. Solo tanta confusione.
̶ Ciao Madi, ̶ le disse piano ̶ ti vengo a salutare a casa, se vuoi.
Flavio uscì prima che qualcuno si accorgesse delle lacrime che gli gonfiavano gli occhi, ma Madeila lo stava guardando e comprese che i sentimenti che lo legavano a lei non erano solo di amicizia.
Pensò alla stranezza del momento che stava vivendo. Era chiaro ormai che non sapeva nulla della sua vita e non riconosceva nemmeno le persone che ne avevano fatto parte da sempre. Avrebbe avuto molto da fare per riallacciare i fili, ma per ora preferiva non pensarci.
Accanto a lei la sorellina stava mangiando avidamente un biscotto, mentre la madre, che aveva quasi svuotato l'armadietto, correva a togliere il cibo dalle mani della bambina, con aria furiosa. Era nervosissima, mulinava di qua e di là per la stanza come un tornado e in pochi minuti aveva riempito una valigia, il resto lo avrebbe portato via insieme a Madeila. Riusciva a parlare con entrambe le figlie contemporaneamente, come se avesse avuto due paia di occhi e due bocche.
Quando se ne andarono la stanza precipitò in un improvviso silenzio che le fece sibilare i timpani.
Una giovane infermiera l'aiutò ad alzarsi e andare in bagno. Debolissima, si aggrappò alla donna per non cadere.
Si guardò allo specchio, studiando il suo viso: chi era? Una ragazzina di dodici anni di nome Madeila, dagli occhi color cioccolato e i capelli biondo scuro arruffati, magra e senza curve. Praticamente una scopa col pigiama.
Al suo fianco, la bionda Lucia le stava accarezzando la guancia, come per farle coraggio.
“Lucia, presto me ne andrò da qui. Dovrò tornare a casa. Chissà com'è la mia casa? Ma perché ho questo vuoto e non so più nemmeno chi sono?
Si passò una mano tra i capelli, senza riuscire a districare la matassa di nodi. Avrebbe dovuto fare molte cose per diventare bella come sua madre. Ma quello era impossibile, non sarebbe mai stata bella come lei, al massimo poteva cercare di rendersi presentabile.
Domani, però. Ci avrebbe pensato domani. Aveva ancora un giorno di libera incoscienza.

- 2 -



L'auto parcheggiò nel piccolo piazzale sotto quattro palazzine a tre piani. Un vago senso d'ansia le chiuse lo stomaco. Era veramente quello il posto in cui abitava? Aveva immaginato che, vedendo la sua casa, avrebbe provato delle emozioni che le avrebbero spalancato la porta della memoria. E invece niente. Indifferenza totale.
Anzi, quel posto la intimidiva: un edificio signorile e freddo, una villetta con un giardino condominiale molto curato, nel cuore di corso Garibaldi, in pieno centro a Sanremo.
Un uomo le andò incontro. Notò il fisico appesantito sotto l'abito dal taglio perfetto e il sorriso che dalle labbra non riusciva a estendersi anche agli occhi. Antonella gli sfuggì dalla mano e corse ad abbracciare Madeila.
– Madda, lui è papà. Il mio papà. – le disse, prendendo molto sul serio il suo ruolo di angelo custode della sorella.
̶ Bene bene, finalmente! ̶ esclamò Mariano, con un sorriso di plastica – È tornata la nostra principessa dormiente. Sei dimagrita parecchio. Sono Mariano, di me ti ricordi? – le porse la mano, poi sembrò ripensarci e la abbracciò.
Non era un granché come comitato d'accoglienza, ma in fondo Mariano era un altro sconosciuto.
Madeila si guardò attorno sperando di trovare qualcosa di vagamente familiare, ma l'unica cosa che notò fu l'ombra di un volto che sparì dietro a una tendina al terzo piano.

La più felice era Antonella, che salterellava attorno alla sorella e le mostrava ogni suo giocattolo. Comprendeva lo smarrimento di Madeila e mentre l'accompagnava in giro per la casa, teneva la mano stretta nella sua.
Era l'unica a non meravigliarsi di quell'amnesia: l'aveva accettata, con la sana irrazionalità dei bambini, e si divertiva moltissimo a farle da cicerone.
Madeila entrò nella sua stanza e un vago senso di familiarità calmò l'ansia e il respiro tornò regolare. Era accogliente e colorata, piena di cose piacevoli da vedere e da toccare.
Lucia le sorrideva dalla poltroncina in cui si era seduta, con l'espressione solidale di chi sa leggere nell'animo degli altri.
Socchiuse gli occhi e le parve di udire delle voci. Si alzò dal letto e si avvicinò alla porta: nella stanza accanto, Mariano e sua madre stavano parlando a voce bassa, ma era possibile sentire quasi ogni parola
̶ ... ne abbiamo già parlato, Nicoletta. Non è per cattiveria, io le voglio bene come se fosse figlia mia. Ma devo pensare anche al bene di Antonella, povera bambina. Tu la trascuri, non ti dedichi a lei come dovresti.
̶ Ma cosa dici? Io le sto dietro come ho fatto con Madeila. Anzi, di più, perché Madda era una bambina molto tranquilla, mentre Antonella è tremenda e guai a perderla di vista.
̶ Ecco, lo vedi che mi dai ragione? Antonella necessita di attenzioni continue e costanti. Ma finché c'è Madeila, tu non puoi farcela. In questo mese che lei era in ospedale tu ti sei riposata. Guardati, come sei diventata più bella. Adesso ci mancava pure quest'ultima trovata, la perdita di memoria. Figurati se non ci riconosce! Sono pronto a scommettere che non è vero niente, ci sta prendendo tutti quanti per il culo. ̶ senza ascoltare le proteste della moglie continuò il suo monologo.
̶ Non la voglio mica buttare in mezzo alla strada. Visto che quel nullafacente di suo padre di lei se ne strafotte, mi prendo io questo impegno. Un giorno mi ringrazierà. La voglio far crescere ed educare nella scuola migliore d'Italia. Finirà lì le medie e inizierà sempre lì le superiori, con una logica di continuità di studi. E poi, a Firenze, avrà la possibilità di scegliersi la facoltà universitaria che vorrà. Magari il Conservatorio. E tu potrai dedicare del tempo a te stessa, invece di annullarti dietro a lei.
̶ Mariano, ma hai parlato con quel tuo amico psicologo? Madda è ancora una bambina, voglio che si senta come in famiglia.
̶ Ma certo! Perché, non ce l'avrà più la famiglia? Noi ci siamo sempre, non è che diventa orfana. Ma lo sai quanto mi costa tutto questo? Mica a tutte le bambine capita questa fortuna, porca di quella vacca! E io sono disposto a spendere tutti quei soldi per una ragazza che, in fin dei conti, non è nemmeno mia figlia. Ma lo faccio per te e per Antonella. E per Madeila, ovviamente. Per il suo bene, soprattutto.
La voce della mamma si trasformò in un sussurro e il colloquio prese un tono molto più basso; poi Madeila sentì uscire qualcuno dalla stanza.
“Oh, Lucia, sono appena arrivata a casa e già mi manca l'ospedale!“ esclamò, buttandosi sul letto a fianco alla poltroncina.
Meditò su quanto aveva appreso. Mariano non era il suo vero padre, che era un nullafacente, e voleva mandarla in un collegio per allontanarla da casa, con o senza il benestare di sua madre. Quanto pesava la volontà di Mariano in quella casa? Cosa avrebbe comportato per lei questa decisione non era in grado di capirlo, dato che non ricordava un passato da poter rimpiangere. Ma perché non ricordava? Mariano aveva torto nel pensare che fosse una bravata, un'invenzione.
Cercò di mettere ordine nella sua testa, ricominciando da capo.
Si chiamava Madeila Calvino e suonava il pianoforte: questo lo sapeva perché glielo avevano detto, anche se non sentiva nessun richiamo provenire dallo strumento che troneggiava nella sala elegante.
E la famiglia, ricordava i loro nomi, i loro visi? Ricordava episodi della sua vita? Che rapporto aveva con ciascuno di loro, buono, cattivo o inesistente? Aveva finora registrato una madre molto agitata, una sorellina adorabile, un padre che se ne fregava e un patrigno antipatico da tenere lontano.
Il suo cervello si rifiutava di collaborare. Scivolò in un sonno leggero, da cui la svegliò Antonella dopo un tempo indefinito.
̶ Ciao bella principessa, la regina vuole che vieni in salotto. ̶ la voce infantile, dolcissima, si abbassò in un filo di fiato che sapeva di biscotto ̶ C'è un signore che ti vuole vedere. È molto bello.
Sorridendo, prese la manina della bimba e raggiunse la madre, che stava chiacchierando con un uomo dall'aspetto rassicurante.
̶ Ciao Madeila, sono Paolo. Mi piacerebbe parlare un pochino con te, se tu lo vuoi.
Rimasero da soli nella stanza piena di sole, a chiacchierare come vecchi amici di molte cose, di musica, di viaggi, film e giochi infantili.
Scoprì quanto fosse facile chiudere gli occhi e attingere informazioni da una stanza socchiusa dentro la sua testa.
Non aveva dimenticato proprio tutto: le tornavano alla mente racconti, filastrocche o ritornelli di quando era bambina, con stridule vocine da pupazzi animati.
̶ Mi ricordo di un cartone, dove cantavano “L'uccellin che vien dal mare, quante penne può portare?”
̶ Sì, me la ricordo bene quella canzone. Ti piace il mare Madeila? A me tantissimo. Mi ispira. Anche a te ispira il mare?
La ragazza rimase a pensare.
̶ Si, mi piace, è... immenso, accogliente, freddo... pulito...
̶ Accogliente, Madeila? perché accogliente e pulito?
Madeila cercò una risposta per Paolo, ci teneva a continuare quella conversazione, e qualcosa sembrava farsi strada da un posto lontano, ma si sentiva sempre più confusa, il suo respiro inciampava in un punto al di sotto della gola e non riusciva a salire.
Fu quella la prima volta che sentì la Nebbia riempirle la mente, mentre si sforzava di ricordare.
Le sembrò di avere la testa avvolta in un cappuccio freddo e bagnato. Un'ondata di nausea la fece boccheggiare. La mano si aggrappò al tavolo, si serrò in un pugno e la piccola pietra azzurra dell'anello solcò il legno tante volte, con forza, tracciando piccole righe profonde. Non riusciva a respirare.
In un attimo Paolo le fu vicino e le parlò sottovoce, con dolcezza e molta calma. Parlò di prati verdi e alberi dalle ombre fresche, sussurrò nomi di fiori, descrisse i loro colori e riuscì a canalizzare le sensazioni di Madeila verso qualcosa al di fuori di lei.
Lentamente il respiro tornò regolare e la conversazione riprese con un ritmo composto, sereno, come se l'incidente di poco prima non fosse mai avvenuto.
Mentre Paolo raccontava un aneddoto divertente, sbirciò l'orologio e si accorse che era in ritardo per un appuntamento, quindi la salutò, con la promessa di tornare a trovarla.
Nicoletta lo accompagnò alla macchina e Madeila tornò nella sua camera. Dalla finestra vide Paolo parlare con la madre e rimase a guardarli per un bel po'. Nicoletta era molto interessata a ciò che l'uomo le raccontava.
“Ma non aveva un appuntamento urgente?” chiese a Lucia, che le sorrise e allargò le mani.
Quella notte sognò una spiaggia disseminata di spazzatura puzzolente. Un'ondata immensa si schiantò sulla spiaggia, coprendola tutta con una schiuma rabbiosa, effervescente e bianchissima.
Quando l'acqua di mare si ritirò, la spiaggia brillava al sole, finalmente pulita.

Silvana Roselli
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