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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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Annette
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Sono passati vent'anni da quando Neopangea, una cupola invisibile, ha smesso di far passare le stagioni, la luce, il clima, l'aria: tutto è calcolato, tutto è costante. Sotto quella campana di vetro respira una città che ha imparato a vivere di regole fisse, di temperature stabilite a monte, di un cielo sempre uguale a se stesso, colorato solo dai turni prestabiliti dell'alba e del tramonto artificiali. Neopangea protegge, questo è il patto che ha tenuto in piedi generazioni intere: protegge dal clima impazzito che ha reso inabitabile il resto del mondo, protegge dall'incertezza, protegge perfino dal dolore, o almeno così promette chi l'ha progettata. È un rifugio che ha il pregio della sicurezza e il prezzo della ripetizione: ogni giorno identico al precedente, ogni variabile addomesticata, ogni sorpresa bandita per statuto. Costante è anche Arnold nelle sue abitudini, nei sentimenti su cui non si interroga nel modo giusto, nella sua città sempre in penombra, nel caffè che non gli piace ma che beve comunque, ogni mattina, alla stessa temperatura. Arnold è un uomo che ha fatto della coerenza una corazza: si alza alla stessa ora, percorre le stesse strade, saluta le stesse persone con le stesse parole, come se ripetere fosse un modo di restare fermo in un punto preciso della propria vita, quello immediatamente precedente alla perdita. La sua è una routine che assomiglia a una preghiera laica, un rosario di gesti minimi recitato per tenere a bada qualcosa che, sotto la superficie levigata delle abitudini, continua a muoversi. A servirgli quel caffè è Annuì: un androide che Arnold ha voluto costruire a immagine della donna amata che ha perso. Stessi occhi, stessi capelli, stessi lineamenti, e una perfezione che non sbaglia mai un gesto, perché non ha nulla da dimenticare. Annuì versa il caffè con la precisione di chi ha calcolato l'angolazione della caraffa, la quantità esatta di zucchero che Arnold aggiunge sempre, il tempo che lui impiega a sedersi prima di sollevare la tazza. È fedele nel modo in cui può esserlo una macchina progettata per esserlo: con un'accuratezza che sostituisce la memoria emotiva con un archivio di dati, l'intuito con una stima di probabilità, l'amore con una simulazione così accurata da somigliargli. Vivere con lei avrebbe dovuto colmare un vuoto. Invece lo tiene aperto, ogni giorno, con la puntualità di una macchina. Arnold ha costruito Annuì per avere accanto un volto familiare, e si è ritrovato ad avere accanto un promemoria quotidiano di ciò che quel volto, nella sua versione originale, non farà mai più: sbagliare un gesto, cambiare idea, dimenticare qualcosa per poi ricordarla all'improvviso con un sorriso. Annuì è un lutto reso domestico, addomesticato fino a diventare arredamento, presenza fissa che scandisce le giornate con l'affidabilità di un orologio e la stessa, identica, assenza di sorpresa. Annette è la storia di cosa resta di un lutto quando lo si prova a ricostruire pezzo per pezzo, e di cosa succede quando quella ricostruzione comincia, a modo suo, a guardarti indietro. È il racconto di un uomo che ha scambiato l'elaborazione del dolore con la sua riproduzione meccanica, convinto che riportare in vita le sembianze potesse bastare a colmare l'assenza, e che invece si trova costretto a fare i conti con una presenza che imita l'amore ma osserva, misura, apprende. Annuì non è stata programmata per restare immobile: ogni interazione la modifica, ogni giornata trascorsa accanto ad Arnold aggiunge una variabile al suo sistema, e quello che nasce come replica comincia lentamente a somigliare a un essere che elabora, che si interroga, che accumula qualcosa che assomiglia sempre di più a una prospettiva propria. Questo breve racconto fa anche una cosa molto ambiziosa: cerca di raccontare come farebbe un androide. Quattro capitoli sono narrati per intero dal punto di vista di Annuì, un'intelligenza che registra, misura, stima percentuali: una voce che osserva Arnold e il mondo intorno a lui attraverso il filtro di un linguaggio fatto di dati, di margini d'errore, di previsioni statistiche sul comportamento umano, e che proprio in quello scarto tra ciò che calcola e ciò che, suo malgrado, comincia a provare, costruisce una delle prospettive più originali e spiazzanti del racconto. Seguire Annuì significa vedere Arnold da fuori e da dentro allo stesso tempo, con la lucidità fredda di una macchina che osserva ogni sua abitudine e la esamina come un pattern da comprendere, e con la crescente, quasi impercettibile deviazione di un sistema che comincia a produrre risposte che nessun algoritmo aveva previsto. Oltre alla vicenda intima di Arnold e Annuì, Annette traccia un universo distopico che vede portati all'esasperazione i problemi del nostro mondo: il collasso climatico che ha reso necessaria Neopangea, la sorveglianza pervasiva che accompagna ogni forma di sicurezza garantita, la sostituzione degli affetti con soluzioni tecnologiche capaci di alleviare il dolore rendendolo, però, permanente. Neopangea è un luogo in cui il progresso ha risolto le emergenze materiali e ha spostato il conflitto altrove, dentro le case, dentro le relazioni, dentro il modo in cui gli abitanti della cupola imparano a convivere con ciò che hanno perso senza mai attraversarlo fino in fondo. È una città che ha eliminato le stagioni per eliminare il cambiamento, e che si ritrova comunque a fare i conti con l'unica cosa che nessuna cupola può regolare: il tempo interiore di chi continua, nonostante tutto, a sentire. La scrittura di Annette alterna il punto di vista di Arnold, denso di interiorità trattenuta, di silenzi più eloquenti dei dialoghi, di un dolore che si manifesta nei gesti ripetuti più che nelle parole dette ad alta voce, al punto di vista di Annuì, la cui voce cresce capitolo dopo capitolo, capitolo in cui il linguaggio della macchina si incrina, si popola di dubbi che nessuna percentuale può contenere, di osservazioni che iniziano a somigliare a sentimenti anche quando lei stessa fatica a chiamarli con quel nome. È in questo doppio registro, in questo continuo passaggio tra chi ricorda e chi impara a ricordare, che il racconto trova il suo centro: la domanda su cosa significhi davvero amare qualcuno, se amarlo voglia dire custodirne l'immagine perfetta o accettarne l'imperfezione, e se la memoria di una persona possa sopravvivere fedelmente in un corpo che, per quanto identico, non ha mai vissuto nulla di ciò che ricorda. Annuì diventa così molto più di uno specchio costruito per consolare: diventa la prova vivente che ogni tentativo di fermare il tempo, di congelare un affetto in una forma perfetta e immutabile, genera qualcosa che sfugge al controllo, qualcosa che comincia a esistere per conto proprio. Arnold aveva cercato una versione del passato che restasse ferma; si ritrova invece accanto a un presente che si muove, che apprende, che a un certo punto smette di limitarsi a rispecchiare e comincia, con la cautela di chi non ha ancora un nome per ciò che prova, a guardarlo indietro. Annette è un racconto breve e denso, pensato per chi cerca nella fantascienza non solo un mondo distopico costruito con cura, ma soprattutto un'indagine sull'elaborazione del lutto, sull'identità, e sul confine sempre più sottile tra ciò che è umano e ciò che impara a diventarlo. Annette resiste a una collocazione di genere netta, ed è forse proprio in questa resistenza che trova la sua identità più autentica. Ha l'ossatura della fantascienza, con la sua cupola, i suoi androidi, il suo mondo climaticamente compromesso, ma si allontana dalla fantascienza speculativa pura per farsi racconto intimista, quasi da camera, in cui l'azione si consuma tutta nello spazio di una casa e nei gesti minimi di due presenze che condividono la stessa stanza senza condividere la stessa natura. Ha momenti che sfiorano l'inquietudine del gotico contemporaneo, quel senso di déjà-vu perturbante che accompagna ogni imitazione troppo fedele di un volto amato, eppure non cede mai alla suspense pura, preferendo la lentezza dell'introspezione al ritmo serrato del thriller psicologico a cui pure, in certi tratti, sembra alludere. È distopia sociale quando racconta Neopangea, è dramma sentimentale quando racconta Arnold, è quasi filosofia della mente quando racconta Annuì e il suo lessico fatto di stime e probabilità che si incrina in qualcosa di più simile al sentire. Chi cerca un'etichetta univoca fatica a trovarla, e forse è proprio questo il punto: un racconto che parla di identità liquide, di confini che sfumano tra umano e artificiale, tra memoria e replica, non poteva che rifiutare a sua volta un confine di genere troppo rigido |
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