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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP, ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo già formattato che per la copertina.
Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici, dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie capacità senza la necessità di un partner, identificato nella figura di un Editore.
Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Stefano Lampasona
Titolo: Il Protocollo dei Sopravvissuti - Vol.1
Genere Fantascienza Post Apocalittica
Lettori 1
Il Protocollo dei Sopravvissuti - Vol.1
L'aria condizionata doveva essere saltata insieme alla linea telefonica, e le lampade a fluorescenza sul soffitto emettevano un ronzio intermittente che metteva l'ansia solo a sentirlo.
​«Pasquà, ma com'è che l'acqua è finita? Tiene i bancali là dietro, io ti conosco!» urlava un uomo di mezza età, indicando i ripiani semivuoti delle bibite. Don Pasquale, dietro il marmo bianco del bancone, sembrava un boss di fine livello rimasto senza script. Aveva il grembiule macchiato, la faccia lucida e le mani tese in avanti come a voler respingere i clienti. «L'acqua è quella che sta esposta! I fornitori da stamattina non rispondono e il deposito a Nocera sta chiuso. Che vi devo dare? Se volete ci sta il vino, o i succhi di frutta.» Mio padre si bloccò sulla soglia, tirando indietro mia madre per la manica della camicia con un colpo secco. Fece un passo laterale, addossandosi allo scaffale delle conserve per mantenere la distanza di sicurezza dalla massa. Si sistemò la mascherina sul naso con un gesto nervoso, gli occhi piccoli che saettavano da una testa all'altra. Le sue dita erano già scese meccanicamente alla cintura, svitando e riavvitando la ghiera fino al solito punto di blocco, per poi forzarla subito dopo. Il sommesso gracchiare dell'acciaio grippato si perse nel ronzio dei neon difettosi della bottega, ma il ritmo dello scatto era tre volte più rapido del normale. Mio padre stava andando fuori giri. «Vedi? Troppa calca. Questa gente respira tutta insieme in tre metri quadri. Teresì, tieni la bocca coperta e non toccare il carrello.»
​«Antonino, calmati, dobbiamo prendere da mangiare», mormorò mia madre, mantenendo quella voce ferma da consultorio che usava per disinnescare i matti. Si girò verso di me, passandomi una borsa di tela. «Vedi se trovi scatolame. Fagioli, tonno, qualunque cosa duri. Muoviti prima che sparisca tutto.»
​Mi infilai nella seconda corsia, quella dei prodotti a lunga conservazione, cercando di evitare i gomiti di una vecchia che stava infilando sei pacchi di sale grosso nella borsa della spesa. Ed è lì che li vidi. Erano in tre, ammassati davanti all'ultimo espositore dei legumi in scatola. Spiccavano rispetto alla fauna abituale della bottega: niente canottiere o ciabatte da casa, ma l'aria tipica di chi si era trovato a terra a metà strada tra l'università e la stazione. Un ragazzo alto, con una tuta acetata blu e le sneaker pulite, stava smanettando furiosamente su uno smartphone spento, muovendo la testa come se gli mancasse l'aria. Aveva la barba corta curata, ma il collo era chiazzato di rosso per l'agitazione. «Aurò, siente a me, t' 'o sto dicenn': 'o treno da Fisciano s'è fermato pecché non ci stava corrente sopra i binari, no per un guasto. Ci dobbiamo fare a piedi fino alla statale, mio cugino tiene la macchina là.»
​«Cì, la statale è bloccata fino al bivio, l'hai visto pure tu prima che si spegnesse il display del treno», rispose una ragazza seduta su una cassa di pelati capovolta. Era bassina, minuta, con i lineamenti così regolari e puliti da sembrare quasi una bambolina di porcellana prestata a un disastro. Una massa indomabile di ricci scuri le incorniciava il viso, tenuta su da una molletta di plastica rosa fluo. Nonostante i ventotto gradi della stanza, stringeva tra le mani una bottiglia di Coca-Cola calda come se fosse un tesoro e sorrideva, di quel sorriso tirato e ironico di chi ha capito che la situazione è tragica ma preferisce prenderla in giro piuttosto che mettersi a piangere. «E poi, con quelle scarpe nuove, dove vuoi andare? Fai cento metri e dobbiamo portarti in braccio.»
​«Aurora, non scherzare, non è il momento», la interruppe una terza voce, secca, fredda, priva di qualsiasi inflessione locale. «Grazie del consiglio», rispose lei, facendomi un piccolo cenno con la bottiglia di Coca-Cola. Il raggio di sole che filtrava dalla porta le illuminò i ricci scuri per un istante. «Ci vediamo in giro. Se ci arriviamo.»
​Mi girai e raggiunsi i miei, che stavano già guadagnando l'uscita rasentando il muro. Ma non facemmo in tempo a superare la soglia. Dall'angolo vicino al banco dei surgelati arrivò un rumore secco, come di barattoli che cadono, seguito da un rantolo soffocato. Un uomo sulla cinquantina, uno dei clienti che prima urlava per l'acqua, si era accasciato contro il frigorifero dei gelati. Aveva la camicia bagnata di sudore, ma non era il caldo. Il viso era di un pallore grigiastro, innaturale, e teneva una mano premuta sulla coscia, dove la stoffa dei pantaloni era strappata e scurita da una macchia umida.
​«Gennà... Gennaro, che tieni?» fece don Pasquale, allungando il collo oltre il bancone. «Stai male?» L'uomo non rispose. Sollevò la testa, e il respiro gli uscì dalle labbra con un fischio rauco. Quando incrociò la luce del neon, vidi gli occhi: le sclere erano completamente iniettate di sangue, una massa rossa e densa che nascondeva l'iride. Non c'era svenimento, non c'era dolore nei suoi movimenti. C'era una specie di rigidità scattosa, elettrica. Sua moglie fece un passo per afferrargli il braccio. «Gennà, l'ambulanza non risponde, andiamo a piedi dal dottore, muo...»
​Non finì la frase. Gennaro scattò in avanti con una velocità animale, priva di qualsiasi coordinazione umana. Non urlò. Ringhiò, un suono sordo che veniva dritto dalla gola, e le si avventò contro, trascinandola a terra dietro l'espositore delle patatine. Il rumore dell'impatto fu seguito da un grido acuto, disperato, e dal rumore metallico dello scaffale che si ribaltava, rovesciando sacchetti ovunque. Nelle corsie si scatenò l'inferno in un decimo di secondo. La gente cominciò a spingere per raggiungere l'uscita, calpestando la merce caduta.
​Mio padre non ci pensò due volte. L'istinto militare e l'ossessione per il contagio si fusero in un unico comando neurologico. Strappò di mano a mia madre le borse di tela, ormai pesanti per lo scatolame e i viveri che eravamo riusciti a rimediare a casaccio dagli scaffali prima del macello, e mi afferrò per la polo con una forza che non credevo avesse ancora nelle braccia. Mi spinse letteralmente fuori dalla porta, mentre con l'altro braccio faceva da scudo a mia madre per aprirsi un varco nella calca. Avevamo i viveri e la pelle salva, il resto in quel momento era solo rumore di fondo. «Via! Via di qua! Teresì, corri verso il vicolo! Non toccate niente!» urlò, la voce che tagliava il panico della bottega come una lama.
​Mentre venivo sbalzato sul marciapiede, in mezzo alla massa che urlava e spingeva per uscire, mi voltai indietro per un millisecondo. Ciro era rimasto immobile, paralizzato contro uno scaffale, con la bocca spalancata. Aurora gli era addosso, lo strattonava per la giacca della tuta con tutta la forza che aveva in corpo, cercando disperatamente di scrollarlo da quel torpore prima che la folla li travolgesse. E poi c'era l'altra ragazza. Era l'unica a non muoversi, quasi l'evento non la riguardasse. Si era semplicemente appiattita contro il muro dietro lo scaffale dei pelati per evitare la calca. Sopra la mascherina, gli occhi chiarissimi erano fissi sul pavimento, dove Gennaro stava finendo di fare a pezzi la moglie. Non urlava, non si copriva il viso. Aveva una freddezza che faceva quasi impressione, una specie di apatia totale che sul momento liquidai come uno shock da blocco emotivo.
​Ma l'ultimo sguardo, un attimo prima che la porta a vetri si frapponesse definitivamente tra noi, mi cadde inevitabilmente su Aurora. Fu un fermoimmagine nitido: la molletta fluo incastrata tra i ricci scuri, l'ostinazione rabbiosa su quel viso e quella maledetta bottiglia di Coca-Cola che ancora stringeva in mano mentre cercava di trascinarsi dietro l'amico. Pensai, con il mio solito distacco, che portarsi appresso una zavorra del genere in un momento simile fosse un errore di calcolo imperdonabile, una mossa stupida. Eppure, mentre sentivo il peso delle nostre borse piene di provviste sbattermi contro le gambe nella fuga, mi ritrovai a sperare che non facesse una brutta fine. Niente colpi di fulmine o stronzate romantiche da film, sia chiaro; era solo che, dopo aver diviso la carne in scatola sul ripiano, mi sarebbe seccato scoprire che il mio unico socio in affari in quel paese di matti fosse durato meno di mezz'ora dall'inizio del collasso.
​Poi la bottega sparì dietro l'angolo, e il rumore delle prime grida vere si alzò sopra i tetti del paese.
Stefano Lampasona
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