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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP, ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo già formattato che per la copertina.
Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici, dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie capacità senza la necessità di un partner, identificato nella figura di un Editore.
Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Maseroli Andrea
Titolo: Il confessore di Oslaf
Genere Fantasy Dark
Lettori 6
Il confessore di Oslaf
Il rumore dei passi sulle foglie secche rompeva il silenzio spettrale che avvolgeva quella natura dimenticata dal tempo. La camminata spedita portava un senso di agitazione in quella quiete, come sempre, come ogni volta che Jasmine e il suo fardello si addentravano nel vecchio sentiero nel bosco di Oslaf. Nonostante la sua corporatura minuta facesse pensare a una libellula, le sue movenze erano decise e secche, precise e coordinate, in contrasto con quel corpo aggraziato. Quel giorno, durante il tragitto, incespicò però ripetutamente sulle grosse radici che fuoriuscivano dal terreno, lasciando cadere qualche lacrima nel sottobosco, come a seminarle per poi ritrovare la strada di casa. Stringeva nella mano una cesta colma di frutti freschi e noci che stette molto attenta a non rovesciare; una sacca di stoffa verde oliva a tracolla dondolava frettolosa a ogni passo.
Camminò senza fermarsi, uscendo dal tracciato e addentrandosi nella boscaglia fino a raggiungere la cascina, un'antichissima dimora ormai perduta negli anni.

Era come se la natura avesse deciso di riappropriarsi di ciò che le apparteneva. I muri in pietra grezza, spezzati e ricoperti di muschio, sembravano un'estensione del terreno, un tutt'uno con le radici nodose degli alberi che si avviluppavano attorno alla struttura. Le querce torreggiavano sopra la casa come antichi guardiani e le loro chiome fitte oscuravano quasi completamente il cielo.
I pochi raggi di sole che riuscivano a penetrare la coltre verde scendevano con lentezza, disegnando linee dorate nell'oscurità.
Il silenzio era totale, interrotto solo dal canto solitario di un corvo o dal fruscio di fronde mosse da venti che sembravano sussurrare segreti. I rami si intrecciavano sopra il tetto cadente, creando un groviglio di ombre che si proiettavano sulle mura come braccia danzanti. Le finestre, prive di vetri, apparivano come occhi vuoti di un volto in rovina. Dal legno marcio degli infissi sporgevano rampicanti che si allungavano verso l'interno, invadendo la casa con una lentezza inesorabile, come lunghe dita invadenti...
All'interno della cascina l'aria era ferma, pesante, intrisa di un odore indefinito: muffa e umidità impregnavano ogni pietra. Il soffitto, parzialmente crollato, lasciava cadere rivoli di luce e goccioline sul pavimento freddo e ruvido. Eppure, malgrado lo stato di abbandono, la stanza principale pulsava di una presenza tangibile, un'energia che non sembrava del tutto umana. Nonostante tutto, si respirava ancora un filo di vita.

Jasmine entrò, sicura ma rispettosa; spinse la pesante porta e, lasciandosi alle spalle l'enorme soglia di pietra ricoperta di muschio, attraversò ciò che era rimasto del corridoio finché non giunse in una grande stanza. Posò delicatamente il cesto di viveri ai suoi piedi, si sedette sulla solita sedia e salutò con tono gentile e confidenziale. Lui ricambiò il saluto con una voce talmente profonda da sembrare parte dell'ambiente.
Jasmine iniziò a parlare tra le lacrime dopo qualche istante di silenzio:
“Grazie,” sussurrò guardando il pavimento.
Lui le rispose con lo sguardo perplesso:
“Non ringraziarmi, lo sai...”
E vedendo la ragazza continuare a stare in silenzio riprese:
“Io dovrei ringraziare te, quindi si annullano i convenevoli... e poi sai che non li amo.”
Jasmine cambiò espressione, le si aggrottò la fronte e alzò lo sguardo fissandolo con gli occhi gonfi di pianto:
“Lo faccio lo stesso. Mi sento al capolinea, ma sono arrivata fino a questo punto grazie a te. Ora però devo fermare questo dolore.”
Si interruppe un secondo per strofinarsi gli occhi:
“Ho portato a termine ciò che forse mi potrà dare un po' di sollievo, un sollievo che porterò con me come un tesoro. Anche se...ora basta.”
Si alzò dalla fragile sedia e si avvicinò a lui; non arrivando al suo viso, gli diede un bacio sull'enorme avambraccio e sussurrò di nuovo:
“Grazie... ti voglio bene.”
Poi corse fuori scoppiando in lacrime.

Il padrone di casa restò addolorato da quella reazione fulminea, ma al contempo fu attraversato da una sensazione rigenerante grazie al contatto che aveva appena ricevuto. Sentirsi sfiorare da un altro essere umano gli provocò un'emozione ormai dimenticata, o forse mai provata prima.
“Un ricordo che porterò con me come un tesoro anch'io,” pensò, mentre afferrava un grappolo d'uva nera dalla cesta.

Intanto Jasmine aveva raggiunto la vedetta in legno, un'altana costruita su una piccola altura che affacciava sulla radura. Salì decisa la scaletta afferrando i pioli scheggiati con le mani sottili, fino ad arrivare sotto la piccola tettoia. Da quell'altezza si poteva ammirare il monte in Ombra sbucare da dietro le chiome, mentre dalla fitta vegetazione emergeva la grande sequoia che sembrava dominare tutto il territorio. Ma non dedicò nemmeno uno sguardo al panorama. Si sfilò la sacca, la aprì velocemente, estrasse una corda che legò in fretta alla trave portante e, dopo essersela girata intorno al collo, si lasciò cadere...

Oslaf era un modesto villaggio, dinamico e brulicante di anime dove la vita scorreva lenta ma inesorabile, come la pesante macina di un mulino. Era stato edificato molto tempo prima da pellegrini provenienti da Est, oltre le vette. Si estendeva in una valle particolarmente florida, bagnata da un largo corso d'acqua dalle correnti basse che formava un piccolo bacino profondo a poche centinaia di metri di distanza. I fondatori scelsero quel luogo per la quantità di risorse che offriva: lo specchio d'acqua regalava ogni anno pesce a volontà, la boscaglia fitta ospitava numerosa selvaggina e la conca, leggermente rialzata, evitava che le piene invadessero i campi.
La notte in cui si accamparono per la prima volta era un 16 febbraio e furono illuminati da una luna piena immensa che usciva timida tra i due rilievi più alti; è così che ebbe inizio il culto della Luna. Da quel giorno, ogni 16 febbraio rendevano grazia all'astro con grandi cerimonie e, se il fato voleva che fosse pieno tra le cime, lo si considerava un buon auspicio. La chiamarono la Notte della Luna Pallida; era da sempre testimone di grandi preparativi e aspettative da parte degli isolati abitanti. Si trattava di una forte motivazione simbolica che però pesava molto sulle dinamiche del villaggio, come ben illustrato in un grande libro sempre aperto a disposizione di chiunque. Il volume era adagiato su una lastra di pietra all'interno di un piccolo edificio, il Tempio della Ragione, tra i più antichi del borgo, ormai praticamente incastrato tra numerose altre case costruite in seguito.
Il Tempio era spoglio e minimale: quattro massicce colonne agli angoli ne costituivano la struttura portante; erano decisamente sproporzionate, poiché avrebbero potuto sorreggere un edificio molto più grande. Sulla parete ad est l'unica finestra si affacciava in direzione dei massicci, in modo da mostrare la luna nelle fortunate notti in cui sorgeva tra di loro. Sotto di essa si trovava un altarino che custodiva il Libro, la loro guida spirituale: in pratica un manuale di rispetto e quieto vivere, ma condito con un misticismo interessante.
Nel Culto la Luna andava nutrita con azioni nobili, altrimenti non sarebbe apparsa, punendo tutta la collettività e non il singolo. Questo perché il singolo nel Culto non esisteva: esisteva l'insieme. Alcuni avrebbero fatto di tutto perché le cose andassero nel verso giusto, pur di non soccombere per colpa di pochi. E questo insieme, questa unica entità, era l'unica portatrice dei dettami del grande testo; non esisteva nessun sacerdote, nessun predicatore. Nessuno era al di sopra degli altri nel Culto. C'erano loro, e la Luna. Ma più passavano gli anni e più le visite al Tempio si facevano rare. Il Culto e la sua filosofia erano un ricordo sempre più lontano che aveva lasciato il posto a un'ipocrisia pericolosa, un velo di facciata vile che assomigliava più a una coperta vigliacca, ormai troppo corta.

A nord iniziava una folta vegetazione boschiva che si estendeva fino a sud circondando parte del villaggio, forse troppo vicina alle casette più periferiche che furono più volte visitate da orsi o lupi. Uno stretto sentiero si inoltrava in quella natura selvatica e tagliava un lungo tratto fino ad arrivare a una radura artificiale, una vasta spianata che si allargava ogni anno di più, essendo utilizzata come riserva di legname per gli inverni gelidi. In seguito, l'idea dei cacciatori fu quella di sfruttarla per scrutare la selvaggina che timida usciva dal bosco e si avventurava in quella distesa erbosa. Così venne costruita una grande altana al termine del tracciato; alta circa dieci metri, affacciava imponente su quella grande apertura, permetteva di tenere sotto controllo eventuali prede e offriva una visuale surreale, soprattutto quando il sole, calando dietro la grande sequoia, formava lunghe ombre suggestive tagliando l'atmosfera.
Oslaf, apparentemente sereno e carico di energia positiva, era testimone di intrecci e dinamiche non prive di oscurità. Sotto la superficie tranquilla si celavano segreti, gelosie, peccati e tradimenti, come in ogni comunità chiusa in se stessa. Ma non tutte le comunità avevano una cascina nel bosco nella quale rifugiarsi al bisogno e uscirne rigenerati.

Ogni giorno, uno dopo l'altro, gli abitanti si avventuravano nel sentiero per raggiungerla, chi con la scusa della caccia, chi per raccogliere funghi o chi con il pretesto di fare una semplice passeggiata. Ognuno col suo fardello. Arrivavano con passi lenti e carichi di tensione, portando doni: cesti di pane, latte fresco, carne salata, a volte anche semplici fiori o poesie. Li lasciavano sul pavimento vicino a lui e poi sedevano.
Maseroli Andrea
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