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Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Sara Marino
Titolo: La notte del risveglio
Genere Dark Fantasy
Lettori 10 1
La notte del risveglio
Per tutta la vita ho lasciato spazio all'immaginazione: vampiri, fate e creature fantastiche mi hanno accompagnata a lungo. Poi, un giorno, sono stati loro a raggiungermi davvero. E ciò che sognavo si è trasformato nel mio inferno in terra.
È lì che ho capito quanto possa essere pericoloso desiderare troppo. E mi sono chiesta: cosa significa davvero vivere una vita normale?
E se quel bisogno segreto di “avere di più”, di vivere un'avventura, diventasse realtà? E se le paure prendessero corpo, trasformando la fantasia in un incubo concreto?

Fino a quel momento, la mia vita era stata normale. Una famiglia come tante, con i suoi equilibri e le sue tempeste. Avevo scelto la scuola che piaceva ai miei genitori; l'università, invece, l'avevo lasciata a metà, con dispiacere di molti — ma non mio.
Avevo un lavoro che, dopo anni di fatica, avevo imparato ad apprezzare. E una casa esattamente come la volevo, spesso piena di amici con cui mi piaceva stare.
Eppure, a ventotto anni, mi sentivo diversa dalle mie coetanee: come mi ripeteva mia madre, non avevo ancora marito né figli. Io, invece, ero convinta che il vero amore — nonostante le delusioni — sarebbe arrivato e mi avrebbe tolto il fiato.
Anche se non ero più una ragazzina, continuavo a sognare un amore da favola. Non sapevo ancora che una verità misteriosa avrebbe trasformato ogni mio desiderio in un inferno.

Capitolo II

Nel sotterraneo di un palazzo in centro, un uomo si preparava a un rituale importante, circondato da una trentina di persone fidate. Sopra un elegante completo grigio indossava un lungo mantello scarlatto, dall'aria antica, custodito come un cimelio di famiglia. Sulla schiena spiccava un piccolo cerchio, circondato da altri sette.
«Confratelli, questa sera siamo qui per risvegliare e condurre a noi colui che cerchiamo da anni: colui che ci aiuterà nella battaglia contro il nemico comune. So che mi avete già sentito ripetere queste parole e che spesso siete rimasti delusi, ma stanotte le nostre preghiere saranno esaudite».

I presenti annuirono. Poi, con un inchino reverente, si prepararono all'inizio del rito.
L'uomo avanzò fino al centro della stanza, rischiarata soltanto da sei torce disposte attorno a un cerchio tracciato con polvere nera. Davanti a lui, due statue a grandezza naturale — un uomo e una donna discinti — mostravano nudità celate da grandi ali scolpite con precisione.
Posò su un piedistallo di marmo una ciotola, maneggiandola con tale attenzione da rivelarne l'antichità.

Prima di iniziare, la fissò a lungo. D'un tratto, al suo interno parve animarsi una scena: un demone e un angelo in lotta, artigli contro ali. La visione gli scaldò il cuore; ripresosi dall'emozione, depose nella ciotola una piuma nera e una piuma bianca.
Cominciò a cantilenare una litania che riempì la stanza, in una lingua così antica che quasi nessuno avrebbe saputo comprenderla. Dopo circa un minuto posò la ciotola al centro del cerchio e si scostò. I trenta uomini intorno a lui si avvicinarono e, uno alla volta, estrassero un piccolo pugnale dalle tuniche, si incisero l'indice e lasciarono cadere nella ciotola tre gocce di sangue. Infine, il celebrante fece lo stesso.
Conclusa la prima parte dell'invocazione, l'uomo osservò il contenuto con un sorriso colmo di speranza. Poi indossò una tunica bianca che giaceva accanto a lui, sollevò la ciotola con entrambe le mani e riprese a cantilenare. Pochi minuti dopo un potere immenso, come se emanasse dalla ciotola, investì i presenti. Con un gesto rapido la rovesciò, ma non cadde neppure una goccia.
Mentre sorrideva, notò con stupore la piuma bianca sollevarsi nell'aria, svolazzare e posarsi ai piedi di una delle statue. Alzò lo sguardo verso i confratelli e annunciò: «Amici miei, colui che cercavamo è giunto a noi... sotto sembianze femminili!»
Gli altri annuirono, tesi e preoccupati. Dopo un ultimo sguardo alla statua, si incamminarono verso il passaggio che li avrebbe ricondotti alle loro vite di ogni giorno, lontane da ciò che avevano appena compiuto.

L'uomo in grigio sorrise: per lui era una conferma. Ora, però, restava solo da sperare che la Risvegliata accettasse fino in fondo il proprio potere e diventasse davvero ciò che lui stava cercando.


Capitolo III

Quella sera dovevo uscire con Alice e il resto del gruppo. Ci tenevo al mio aspetto, così, mentre aspettavo, mi studiai allo specchio in cerca di imperfezioni.
Sorrisi soddisfatta: l'ombretto nuovo metteva in risalto i miei occhi verdi e, per una volta, la parrucchiera aveva sistemato i miei capelli scuri — lunghi fino alle spalle — meglio del solito.
Lo squillo del telefono mi fece sobbalzare: Alice era arrivata. Era ora di scendere.
«Pronta per la serata?»
Alice — la mia migliore amica dai tempi della prima superiore — mi sorrideva dal sedile di guida.
«Certo!»
Partì e, mentre guidava verso il pub, la osservai.
Lei era cambiata poco. Io avevo sperimentato mille tagli e colori prima di tornare al mio castano naturale; Alice, invece, portava sempre i capelli — appena più scuri dei miei — lunghi fino ai fianchi.
Al pub, Irene e Stefano ci aspettavano a un tavolo poco oltre l'entrata. Salutai Irene con un bacio e pizzicai un orecchio a Stefano.
«Finalmente!» esclamarono all'unisono, facendoci spazio.
Ordinammo subito da bere.
La serata trascorreva tranquilla. Stefano sembrava molto interessato a una ragazza sulla ventina, coi capelli neri corti, un paio di jeans e una camicetta di seta azzurra molto scollata seduta al tavolo accanto. Dagli sguardi che lei gli lanciava, l'interesse pareva essere reciproco. Stefano era infatti un bel ragazzo alto, con capelli biondo cenere e occhi scuri, ma noi continuavamo a frustrare ogni suo tentativo di approccio con lei non smettendo di ronzargli attorno. Ogni volta che lei si girava verso di lui Alice gli mordicchiava l'orecchio, Irene gli si strofinava addosso e io lo baciavo dolcemente su una guancia. Dopo un po' che questo giochetto andava avanti, lui si spazientì. «Ragazze! Siete tremende...»
Noi scoppiammo a ridere.
«Con voi tre intorno resterò single fino alla pensione.»
«Dai, non esagerare, è tutto sotto controllo! E poi essere single non è così male...», gli dissi in un orecchio, poi, guardando Alice, aggiunsi: «Tra di noi l'unica accasata è lei, e non la vedo poi così felice e rilassata.»
Lei fece spallucce finendo il succo in un solo sorso.
«Io e Irene invece siamo contente così, da sole», conclusi.
«Ci credo, tesoro», ribatté Stefano. «Irene cerca un uomo che sia la sua fotocopia, deve avere i suoi stessi hobby e desideri sennò è un uomo finito e naturalmente dovrà amare i bambini, altrimenti non lo prenderà in considerazione nemmeno per sbaglio, e tu...»
«Io...?»
«L'uomo per te lo devono ancora inventare. Sei così selettiva che non ti va mai bene nessuno. Se qualcuno prova solo a scalfire la tua barriera, tu fuggi via come una lepre. Hai così tanta paura di soffrire che non lasci avvicinare nessuno.»
Si zittì subito dopo, sgranando gli occhi, avendo capito di essere andato un po' troppo oltre. Guardò le ragazze e poi, con una certa indifferenza, si alzò e andò a sedersi al tavolo accanto.
Avrei voluto rispondere per le rime, più toccata dalla veridicità che dalla cattiveria di quelle parole, quando avvertii una forte stretta allo stomaco. Afferrai il tavolo e cercai di respirare, in preda a un dolore lacerante.
«Rebecca, ti senti bene?»
Irene mi fissava preoccupata.
«Non molto... vado un momento al bagno, forse ho bevuto troppo in fretta, il succo era ghiacciato!»
Appoggiandomi al tavolino mi alzai, poi mi incamminai verso la toilette. Sentivo lo stomaco contorcersi, riuscii a raggiungere la porta solo strisciando contro il muro. Varcai la soglia e subito la stanza iniziò a roteare paurosamente; mi adagiai sul divanetto che arredava l'antibagno.
Restai lì per qualche secondo, poi andai al lavabo.
Aprii il rubinetto dell'acqua fredda e mi sciacquai il volto. Alzando la testa vidi il mio riflesso nello specchio. Il viso era bianco e i miei occhi sembravano infossati, la sclera attraversata da piccole vene rosse. Piegai la testa cercando di respirare e questo fece sì che non notassi che, per un millesimo di secondo, i miei occhi erano diventati di un innaturale color grano.
Strappai un po' di fazzolettini di carta e mi tamponai il volto, poi tornai sul divanetto.
Appena mi fui seduta una nuova fitta, più forte delle altre, mi colpì. Strinsi con forza le mani sui braccioli, le nocche bianche, ignorando le persone che entravano e che mi osservavano curiose.
Dopo qualche minuto, barcollante, uscii dal bagno.
Reggendomi con una mano contro il muro mi diressi verso l'uscita sul retro del locale. Camminavo strisciando lentamente, senza neanche alzare i piedi.
Ero scossa come da mille brividi, eppure una sensazione di calore estremo sembrava volermi bruciare da dentro.
Spalancai la porta e mi ritrovai nel parcheggio sul retro, un piazzale sterrato pieno di macchine e poco illuminato. In giro non c'era nessuno.
Mi appoggiai contro il muro e cercai di riprendere il controllo del mio corpo. Cercai di fare respiri lunghi e profondi e poco alla volta il dolore sembrò scemare. Senza rendermene conto strusciai le mani contro il muro con tale forza da sbucciarmi un dito. Me lo portai alla bocca e il sapore metallico del mio stesso sangue mi diede sollievo.
All'improvviso un brivido di freddo mi attraversò la schiena trasformandosi subito in un'ondata di calore. Mi passai una mano sul collo e la ritrassi bagnata di sudore. Dopo qualche minuto, il calore scemò e io mi sentii meglio. Decisi di rientrare.
Percorsi a ritroso il corridoio, ma avvertii di nuovo una strana sensazione, come se una miriade di aghi mi stessero infilzando. Per un attimo percepii la presenza di qualcosa di oscuro. Qualcosa che temevo, che mi odiava per il mio solo essere lì. Non capivo quale fosse la sua natura, ma mi stava spaventando. Mi sentivo violata nell'anima. Cercai di respirare a fondo per poi tornare al tavolo.
Più mi avvicinavo ad Alice e Irene più la loro espressione si incupiva. Dal loro sguardo intuii che non dovevo avere un bell'aspetto.
«Ragazze, non mi sento molto bene», dissi.
«Lo vedo!» esclamò Irene.
«Preferisco andare a casa, prenderò un taxi.»
«Non se ne parla proprio, ti porto io!» replicò Alice mettendosi a cercare le chiavi della macchina nella borsetta.
«No, Alice, davvero! Non preoccuparti. Ci sono sempre un paio di taxi davanti al locale, lo sai. Voi divertitevi e salutatemi Stefano, io preferisco andarmene a letto. Sono sicura che domani starò meglio.»
«Sicura sicura?»
«Sì, va bene così, Alice, davvero.»
Salutai le mie amiche baciandole sulle guance e uscii dal locale in cerca di un taxi.
Mi diressi spedita verso la prima macchina che vidi, mi sedetti sul sedile posteriore, diedi l'indirizzo e appena fu partita cercai nella borsa il pacchetto di caramelle alla menta. Ne ingerii qualcuna in fretta per mandare via il sapore di sangue che avevo ancora in bocca. Mi disgustava, anche se... non so, era quasi... piacevole.
Sotto casa porsi al tassista i soldi per la corsa e mi avvicinai al portone. Con la testa china dentro la borsa alla ricerca delle chiavi, non mi accorsi di una grossa macchina grigia parcheggiata proprio di fronte e dei tre uomini che mi bloccavano il passaggio finché non ci andai a sbattere contro.
«Oh!» esclamai. «Scusate, non vi avevo visti.»
Mi aspettavo che i tre si spostassero per farmi passare. Invece non si mossero.
Erano alti e ben piazzati e mi stavano fissando in un modo che non mi piaceva, la loro presenza mi rendeva inquieta e sentii il mio cuore accelerare i battiti.
All'improvviso il loro sguardo mi lasciò per fissarsi su qualcosa alle mie spalle; voltandomi di scatto mi ritrovai a osservare due occhi grigi, calmi e sorridenti. Appartenevano a un uomo sulla cinquantina, dai capelli brizzolati, vestito con un impeccabile completo grigio. Per qualche motivo, sembrava felice.
«Signorina Rebecca Masi?»
Lo fissai stupita e annuii incerta, chiedendomi che cosa volesse da me quell'uomo che si era presentato davanti casa mia in piena notte.
«Perfetto. Io sono Otto Coleman, signorina Masi. Questi tre signori sono i Tre. E dobbiamo parlare del suo futuro, di chi lei sia in realtà e di come aiutarla nella sua sopravvivenza.»
In quel momento dovevo avere la stessa espressione che si può avere vedendo un asino che vola.
I Tre? Rivelarmi chi ero io e aiutarmi nella mia sopravvivenza? Quell'uomo doveva essere pazzo!
Cercai di avvicinarmi al portone, ma i cosiddetti Tre mi bloccarono la strada e il signor Coleman mi si fece più vicino.
«Non deve avere paura di noi, signorina Masi. Noi siamo qui per rivelarle la sua vera identità e purtroppo non abbiamo molto tempo.»
Parlava con molta calma, ma quello che diceva mi sembrava sempre più privo di senso.
«Vede, non era proprio così che avevo progettato il nostro primo incontro, ma purtroppo il suo risveglio è stato più rapido del previsto. I simboli sono stati decisivi e purtroppo non siamo stati i soli a osservarli.»
Era venuto in momento di porre fine quel surreale monologo.
«Senta, lei mi pare una persona per bene, ma credo proprio che abbia sbagliato persona», dissi, cercando di suonare diplomatica. «Io non so di cosa stia parlando. Non conosco né lei né i suoi amici. Non so di che risveglio stia parlando, e nemmeno di quali simboli, decisivi o meno.»
Sfoderai uno dei miei migliori sorrisi sperando di averlo convinto. Vana speranza: lui continuò a guardarmi con solenne gentilezza.
Iniziavo a spazientirmi, ne avevo abbastanza. Mi feci spazio in modo più determinato fra le figure davanti a me e inserii la chiave nella toppa del portone, ma una strana sensazione, la stessa che mi aveva colta dentro il pub, mi bloccò. Un brivido ghiacciato mi attraversò la schiena, mi aggrappai alle sbarre del portone e mi voltai verso l'uomo in grigio.
«Signorina Masi, si sente bene?» esclamò. «Che cos'ha percepito?»
Parlava come se si fosse aspettato che io provassi quelle anomale sensazioni.
Mi guardai attorno.
«È una sensazione strana... sento come se qui intorno ci fosse qualcuno, qualcosa di sinistro.»
Continuai a guardarmi attorno, sempre più spaventata.
«No aspetti... Non è un'unica presenza.»
Alzai la testa e vidi delle ombre muoversi velocemente sopra di noi.
«Cosa diavolo sono?» urlai.
Uno dei Tre si allontanò, guardandosi intorno a sua volta.
«Quanti sono?» mi chiese. «Signor Coleman, se è vero che sono molti dobbiamo andarcene subito», aggiunse.
Otto Coleman lo afferrò per una spalla e lo trattenne.
«No! Dobbiamo sapere se è lei. Se è quello che cerchiamo. E se anche non lo fosse, non possiamo lasciarla nelle loro grinfie.»
«Cosa significa che sono troppi? Che diavolo vuol dire “dobbiamo sapere se è lei”? Voi siete pazzi!» urlai furiosa. «Ascolti, signorina Masi, capisco che tutto questo può sembrarle assurdo, ma adesso non abbiamo tempo. Se lei ha davvero visto ciò che dice di aver visto, quei mostri arriveranno a breve e stanno cercando lei. Se non ci mostrerà quello che può fare, noi moriremo tutti.»
Rimasi senza parole. Sembrava così convinto di quello che stava dicendo da mettermi paura. Perché qualcuno voleva farmi del male? Ero sul punto di piangere in preda all'angoscia quando uno dei Tre scoppiò a ridere.
«Signor Coleman, lei sa che noi saremo con lei fino in fondo, ma tutto questo è assurdo. Questa ragazzina non può essere ciò che cerchiamo. Non può aiutarci in nulla. Non sa neanche cosa sta per attaccarci.»
Rideva sempre più forte, la sua era una risata isterica.
«Senti ragazzina», disse poi, «quelle non sono persone. Quelli sono vampiri, creature malvagie che godranno nel farti a pezzi!»
«Voi siete un branco di folli! Vampiri? Che assurdità! Adesso andatevene o chiamo la polizia!» urlai guardando Coleman negli occhi.
Feci per mettere la mano dentro la borsa per afferrare il telefono, ma la sensazione tornò di nuovo, ancora più forte.
Guardai oltre le larghe spalle dei Tre: le presenze si erano materializzate formando una specie di muro composto da sagome umanoidi disposte una accanto all'altra, che si avvicinava lentamente.
All'improvviso due di quelle sagome si staccarono dalle altre e, leggere come foglie, si sollevarono in aria, verso i tetti.
Coleman mi si piazzò accanto e i Tre si spostarono davanti a noi. Ciascuno di loro fece scivolare fuori da una manica un lungo pugnale, grazie alla fioca luce del vicino lampione potei notare che le impugnature erano finemente decorate e ornate di pietre.
«Signore, cerchi di stare dietro di noi. Li terremo occupati il più possibile, di modo che voi possiate arrivare alla macchina e allontanarvi.»
«No. Non sono troppo vecchio per combattere», esclamò Coleman stringendomi a sé.
Io iniziai a tremare, terrorizzata.
Altre due creature sparirono verso l'alto, una terza venne invece verso di noi.
«Coleman, sei stato bravo a trovarla, ma adesso non fare lo stupido. Consegnacela!» ringhiò lo strano essere. «Ti do la mia parola che se lo farai tu e i tuoi uomini tornerete a casa sani e salvi. Non cercare di fare l'eroe. Voi siete solo in quattro, potremmo farvi a pezzi in un batter d'occhio, ma, anche se la cosa non mi dispiacerebbe, siamo qui solo per lei.»
Per tutta risposta Coleman avanzò di un passo, sorridendo con sfacciataggine e sistemandosi la cravatta.
In questo modo si trovò faccia a faccia con la creatura, che si erse in tutta la sua altezza mostrando il petto e le braccia muscolose. L'essere stiracchiò le labbra in un ghigno e allora li vidi. Bianchi, lunghi e acuminati, i suoi canini brillavano come neve al sole. Non erano umani, non potevano essere umani. La creatura davanti a me era davvero un vampiro.
Prima che avessi il tempo di razionalizzare la scoperta, fummo attaccati.

I quattro vampiri che poco prima si erano allontanati balzarono giù dal tetto e aggredirono i Tre.
Lo scambio di colpi fu rapido e in breve i Tre furono sbalzati dall'altra parte della strada, dove caddero rovinosamente.
A questo punto, rabbiosi come belve e con i canini in bella mostra, si girarono verso di noi. Coleman accennò a una debole difesa, ma due di loro lo afferrarono per le spalle e lo spinsero a terra, immobilizzandolo. Gli altri due mi bloccarono e mi trascinarono davanti alla creatura che aveva parlato per prima.
«Bene, quindi saresti tu il loro capo», disse questo in tono mellifluo, «quello che hanno tanto cercato? Colui che dovrebbe distruggerci? Secondo me sei solo una povera ragazzina impaurita. Ma meglio non correre rischi, no? Da molto tempo siamo abituati a vivere liberi e non ci piacerebbe affatto avere un nuovo cacciatore alle calcagna.»
Con un movimento rapido mi afferrò il mento trascinandomi verso di sé.
Avevo la sensazione di essere stretta in una morsa. Cercai di allontanare il viso, ma non ci riuscii. Gli altri mostri intorno a noi ridevano, poi quello che mi teneva mi scaraventò a terra.
Andai a sbattere con violenza contro la saracinesca di un garage e mi accasciai. Anche se il colpo era stato molto forte cercai di alzarmi, ma quell'essere mi fu di nuovo addosso, con una velocità che non avevo mai visto prima.
«Addio, dolcezza! Sarà un piacere per me scacciare la minaccia che tu rappresenti per la nostra razza. Tutti godranno dell'opera del Grande Randal!»
Scoppiò in una risata terribile che mi fece tremare.
Mi prese per la nuca stringendola fin quasi a stritolarmela, poi sentii il morso. Percepii con chiarezza i canini perforare la pelle e affondare nella carne, e poi il rumore del mio stesso sangue che veniva risucchiato. Si stava nutrendo di me.
La ferita pulsava e bruciava in maniera insopportabile e iniziai a percepire una sensazione di morte imminente, eppure, dopo qualche attimo di agonia, presi a rilassarmi, i miei muscoli si distesero e io scoppiai a ridere. Una risata, gioiosa, ma al tempo stesso macabra. Il Grande Randal si spostò da me, guardandomi con aria confusa.
Fissai le sue labbra sporche del mio sangue.
Gli altri vampiri, che fino a un istante prima stavano esultando fragorosamente, ammutolirono.
Cercai con le mani il punto in cui ero stata morsa, ma quando lo trovai e si stava già risanando, lasciando la pelle intatta. Guardai con disgusto il vampiro davanti a me. Immobile e disorientato, si copriva la bocca con le mani. A fatica mi sollevai in piedi.
«Muori», sibilai tra i denti.
Lui cadde in ginocchio urlando di dolore. Il suo corpo cominciò a contrarsi come quello di un verme infilzato nell'amo; le sue labbra diventarono di un rosso acceso e poi iniziarono a bruciare. A partire dalle labbra la bruciatura si estese a tutto il volto, poi si allargò sempre più, fino a che il suo corpo bruciò del tutto. Dopo un'ultima contrazione, di lui rimase solo un mucchietto di cenere.
Gli altri vampiri iniziarono a ritirarsi, anche quelli che tenevano Coleman lo lasciarono andare per unirsi al resto del gruppo.
Coleman e i Tre stavano sorridendo, mentre i vampiri, a rispettosa distanza, mi fissavano ancora increduli.
Sorrisi a Coleman, che ricambiò, anche se nel suo sguardo c'era un'ombra di preoccupazione, come se vedesse in me qualcosa che lo spaventava.
Avanzai verso i vampiri e percepii qualcosa di potente che scalpitava dentro di me, cercando una via di uscita, mentre sentivo i miei occhi come pieni di fuoco.
Li osservai di nuovo, inclinando appena la testa. Si voltarono per fuggire, ma un bagliore li colpì trasformandoli in torce, e in pochi minuti anche di loro restò solo polvere.
Improvvisamente tornai me stessa, e mi resi conto che quello che avevo davanti era terribile.
«Che cosa ho fatto?» sussurrai osservando i mucchietti di polvere.
«Che cosa ho fatto?» urlai a Coleman, ma non ricevetti risposta.
Il mio grido riecheggiò nella notte, che improvvisamente mi sembrò più buia che mai.
Sara Marino
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