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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP, ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo già formattato che per la copertina.
Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici, dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie capacità senza la necessità di un partner, identificato nella figura di un Editore.
Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Silvia La Guardia
Titolo: L'amore che vinse il tempo
Genere Romantico Storico
Lettori 61
L'amore che vinse il tempo
Torino, Italia, 2026.

Ogni città ha il suo odore, come una donna che hai amato per tanto tempo e lo riconosci, quell'odore, sa di qualcosa di famigliare. Anche i suoi quartieri hanno aromi specifici che trasudano dalle imposte, oggi semichiuse per il caldo, come quello di fiori di tiglio, biancospino e gelsomino che alle Vallette – periferia di Torino – ne fa un carattere tutto suo. È il medesimo afrore che accompagna quello della moka che borbotta in casa di mamma, nei pomeriggi d'estate in cui c'è Silvia, figlia adorata venuta a trovarla dalla Toscana come periodicamente fa. Questi profumi pizzicano le narici come a voler stimolare le curiosità della figlia, che ama stare in silenzio con la madre, tanto quanto romperlo per chiederle di lei, del suo vissuto, di tante cose che mamma potrebbe anche non volersi ricordare più, tanto sono lontane e sofferte, in certi momenti. Perché Silvia è curiosa, e mamma lo sa. Sorride di sottecchi, quando arriva qualche domanda impertinente o lontana, e magari finge di non volerne parlare, ignorandola con signorile, elegante indifferenza. Ma poi, se Silvia non molla, allora sorride di nuovo, sospira e si siede con la sua tazza di caffè e racconta, o meglio chiede: “Cosa vuoi sapere davvero?”. Almeno, questa è la domanda esplicita. Quella sottotraccia, quella reale è: sei sicura di volerlo sapere davvero?
Perché oggi pomeriggio, uno di quelli silenziosi e sonnacchiosi di metà giugno a Torino, già troppo caldo per essere ancora primavera e troppo anticipato per essere chiamato estate, oggi pomeriggio insomma Silvia senza sapere finanche il perché, ma vuole a tutti i costi sapere qualcosa della vita di mamma, e le chiede di raccontargliela.
“Perché ti interessa tanto il mio passato?” la interroga mamma.
“ Perché io vengo da lì, dal tuo passato e da quello di papà; come posso sapere chi sono se non so chi siete stati voi? Non me l'avete mai raccontato per bene, a dir la verità. Cos'è che non dovrei sapere?”
“Oh tesoro – la accarezza con lo sguardo mamma – non c'è niente che ti si debba nascondere, ma c'è molto che non vogliamo tu viva mai. E se ti dicessi davvero da dove arriviamo, da che vita veniamo, forse non vivresti con la necessaria leggerezza la tua. Ma non ci sono segreti, neanche un po'. “
Silvia riflette in silenzio, rigirandosi tra le mani la tazzina del caffè ormai tiepido e stanco, un po' abbassando gli occhi e un po' alzandoli verso la madre.
“Sì – esordisce poi rompendo il silenzio – io voglio saperlo però, voglio sapere tutto: perché sono nata dove sono nata e perché adesso vivo qui, perché tu hai certe idee e altre invece no, insomma voglio sapere da dove vengo, Ognuno di noi è fatto di DNA, cultura e della propria storia. Tu sei la mia storia, mamma. Mi manca quel pezzo di me. Ti va di raccontarmela, prima o poi?”
Mamma ha ottantotto anni e riflette: se non può accontentare la figlia oggi, quando mai potrà ancora farlo? Non accetta l'idea del rimpianto per non averlo potuto fare, sicché si siede anche lei, versandosi a sua volta del caffè ormai freddo e appesantito dai fondi della moka, e inizia a rigirarlo con il cucchiaino anche se lei lo zucchero non ce lo mette. È solo un modo per riflettere quando sta per dire qualcosa di importante.
“Figlia mia, ho passato tante cose poco belle nella vita. Non capisco come possano rendere migliore te, se non hanno reso certo migliori né me né tuo padre. Perché il dolore non è vero che rafforza il dolore sedimenta e lascia residui. Capisci cosa voglio dire?”
Silvia non sa se annuire o tacere, si limita a restare ad ascoltare. La mamma capisce che non ci sarà modo di farle cambiare idea, quindi con un sorriso appena accennato, ambiguo e sofferto, prende a sorseggiare il caffè dalla tazzina con calma placida, poi quando ha finito la possa sospirando. “E va bene. Da dove vuoi che inizi a raccontarti da dove vieni, da COSA vieni?”
A Silvia non pare vero, ma si sente dire: “da dove vuoi tu. Dall'inizio, magari. Ma da dove vuoi tu: basta che sia tutto vero. E sincero. “
A mamma non serve altro. Forse basta poco per cedere a una figlia che ami e hai amato, soprattutto quando non sei stata amata tu per prima come tutti gli altri, a suo tempo. Perché negarle quel dialogo che lei, da giovanae non aveva mai avuto con sua madre?
“Va bene, quanto tempo hai? Perché ce ne sono tante di cose da raccontare...”
“Ho tutto il tempo del mondo, per te, mamma. Tutto il tempo che ci resta insieme.”

“L'amor che move il cielo e l'altre stelle...”.
Tigrinna (Libia) 1952

Ogni storia è mossa da qualcosa che ci appartiene nel profondo e che, a volte, si impossessa di noi fino a prendere il controllo dei nostri eventi. Può essere l'amore di patria, per alcuni l'ambizione, o a volte un semplice presentimento che ci induce a gettarci in un'impresa perché sicuri che ne verrà fuor qualcosa di speciale per la nostra vita, qualcosa di indimenticabile e imperdibile.
A muovere certe storie, però, spesso non è altro che l'amore: per i propri figli, la propria terra, per se stessi o, come nel caso di Esterina, per un'altra anima affine alla sua. Ma in quei primi mesi del 1952 lei non lo sapeva ancora.
Esterina allora, e fin da piccola, era infatti abituata a masticare solo l'arido sapore dell'altopiano di Tigrinna, un villaggio dove era nata a pochi chilometri a sud di Garian e a nord della già caotica Tripoli della Libia di quegli anni. Il governo fascista a suo tempo aveva messo a disposizione dei coloni italiani, convinti di poter trovare gloria e ricchezza nelle nuove terre dell'Impero, sia delle case coloniali che delle strutture dove potessero lavorare e prosperare. La realtà non si era dimostrata esattamente come da aspettative e promesse, il lavoro era duro e il margine di sopravvivenza inferiore al previsto. Ma ci si stava, ormai si era lì e amen. Per orgoglio e per la Patria, questo e altro, per quanto la Patria ormai fosse andata a farsi benedire con lo sbarco degli alleati del ‘43. Ma soprattutto per la speranza di non aver puntato sulla corsa sbagliata e che la propria famiglia un giorno potesse vivere negli agi, nonostante le fatiche e i sacrifici.
Esterina era appena un'adolescente, in quel '52 di un secolo strano e in un Paese ancora più strano e pieno di contraddizioni. Si lasciava accarezzare ogni giorno, mentre percorreva i cinque chilometri a piedi per andare all'Azienda, dal vento secco che spazzava l'altopiano roccioso, un vento profumato di sole e di roccia che a tratti offriva ventate di effluvi delle sue piante spontanee aromatiche, quindi a pizzicarle le narici erano degli improvvisi sentori di rosmarino, mirto, ginepro. Nel percorso quotidiano per quei sentieri scontrosi di sassi e arbusti, faceva l'appello degli alberi di dattero e ulivi secolari seminati lungo il suo tragitto e che la scortavano come una guardia reale sull'attenti per tutta la via, mentre gli oleandri decoravano il suo giorno di colore e speranze giovanili, uniche sfumature di arcobaleno che la vita di quegli anni permetteva a una giovane ricca di fantasia e sogni come lei.
Nemmeno lei seppe con esattezza quando quei sogni trovarono un riscontro reale nella sua mente, un bel giorno in cui si ritrovò, durante la sua marcia quotidiana per il lavoro, ad avere la compagnia di un pensiero per lei nuovo e dolce che sembrava tenerla per mano a ogni passo e gesto che compiva nella giornata. Aveva scoperto un sentimento e un'emozione nuovi da qualche giorno, da quando quel Pietro era apparso in casa sua.
Da qualche tempo, infatti, l'amico di famiglia Panfilo soleva far visita alla famiglia con scuse di ogni sorta, ma secondo lei mosso da interesse verso le sue sorelle, o una di loro, chissà. Panfilo cercava di dissimulare ogni intento sconveniente, ma era così goffo e maldestro nel farlo che tutte in casa ci sorridevano su, quando arrivava, ben consapevoli di cosa avesse in animo il ragazzo veramente ma fingevano lo stesso di non saperlo, divertite da quella malcelata intenzione pur portata con educata correttezza nei modi e nei comportamenti. Mentre si consumava la storia infinita di quei corteggiamenti maldestri e inconcludenti, accadde che un giorno Panfilo portò con sé un amico, Pietro.
Era un bel giovane, quel Pietro, senza dubbio, e sapeva di esserlo a parer di Esterina. Non era molto alto, ma aveva un bel viso regolare e un fisico ben proporzionato, semplice ma a modo suo elegante nei suoi abiti pur semplici da colono. Quando lo conobbe la prima volta, sembrava una sorta di signore venuto da non si sa quale reame solo per come sapeva portare con elegante disinvoltura anche la classica camicia a maniche corte di Lanital di autarchica memoria, i pantaloni dritti da colono mentre la mano allungata sul fianco reggeva con finta negligenza un comune cappello di paglia. Insomma, un uomo distinto per la sua età e per il contesto in cui era. A Esterina non era passato inosservato, ma di certo non avrebbe potuto mostrare alcun segno di eventuale interesse o curiosità nei suoi confronti per dovere di pudicizia e rispettabilità come andavano intese all'epoca.
Non si dovette però negare alcuna soddisfazione intima in quel senso, dato che ben presto l'attrazione tra i due si rivelò reciproca. Ovviamente lo capì solo lei, perché Pietro rispettò sempre i dettami di discrezione e delicatezza voluti in quei casi, ma erano stati sufficienti pochi e fuggevoli sguardi reciproci, sottili accortezze e atteggiamenti ben mirati a far capire a Esterina che lui era interessato a lei. Non era certo una civetta, lei, ma non si sottrasse mai in alcun modo alle sue invisibili dedizioni, per cui nacque tra loro uno speciale gioco seduttivo fatto di un alfabeto senza parole che solo loro sapevano decifrare e rendere esplicito all'altro, tendendo così un filo invisibile e silenzioso tra le loro anime, le quali pulsavano con forza di gioventù e passionalità nonostante i pochi stimoli che restavano, come briciole cadute per sbaglio sul pavimento, in quella loro esistenza dalle prospettive incerte e un presente senza orizzonte.
Assunse così, da un giorno all'altro, un senso diverso recarsi al lavoro presso l'Azienda, un battito di cuore in più rendeva alleggeriva ora il pensiero di dover trascorrere un altro giorno senza fine né gioie, perché i pensieri fluttuavano più in alto della fatica e della monotonia e sembravano elevare cuore e anima sopra la grettezza dei meri gesti quotidiani.
Aveva iniziato a percorrere sorridendo, sena forse nemmeno accorgersene, il cammino quotidiano per la manifattura tabacchi per cui ora sfilava come fluttuando tra le righe silenziose di quel plotone d'onore arboreo fatto di solitari alberi autoctoni, che sembravano guardarla severi ma protettivi, messi quasi apposta come di guardia al suo percorso verso le fatiche del suo ancora acerbo destino.
Bisognava però che non trasparisse alcuno spiraglio dell'interesse reciproco tra i due ragazzi agli occhi dei famigliari: erano ancora tempi in cui regnavano un ostracismo di principio, una insensata protettività e la gelosia del buon nome della famiglia sopra ogni sentimento che coinvolgesse una figlia femmina. Il terrore del disonore per i genitori era sempre in agguato in quei frangenti e solo accorte manovre nel pieno rispetto delle convenzioni correnti potevano rendere forse (ma solo forse, senza nessuna garanzia in ogni caso) accettabile qualsivoglia intenzione nei loro confronti, cosa di cui si sarebbe poi, eventualmente, discussa l'opportunità passando per l'imprescindibile, obbligato passaggio per il sempre severo e marziale parere finale del pater familias.
Comunque sarebbe andata però, intanto per Esterina brillava una luce nuova nell'orizzonte dei suoi giorni, almeno per quel momento, e non intendeva lasciare che si spegnesse troppo in fretta.
Iniziò a percepire d'un tratto, nel soleggiato paesaggio roccioso avaro di verde e profumi, anche e a volte gli aromi improvvisi delle erbe aromatiche portate fuggevolmente dal vento, a pulirle le narici dal perenne ed estenuante odore del tabacco che lavorava e di cui era pervasa e impregnata ogni giorno, che la perseguitava ovunque anche lontano da lì, fin dentro casa e nel letto la notte, come un indesiderato spasimante diventato fastidioso e invadente, quasi persecutorio, intenzionato a sfinirla della sua oppressiva presenza.
Pian piano intanto, col passare delle settimane, le attenzioni di Pietro per lei presero a farsi sempre più ardite, fino ad arrischiarsi a gesti eclatanti e molto compromettenti, senza possibilità di fraintendimenti, tipo piccoli e significativi doni e pegni d'amore. I due giovani si godettero per un po' di tempo quel loro afflato segreto e proibito, in pace e serenità, ma l'idillio non doveva essere destinato a durare a lungo, purtroppo per loro. O per fortuna, a seconda dei punti di vista dati gli sviluppi di poi... Mamma Rosa infatti non era certo ingenua e non si fece ingannare dalle dissimulazioni maldestre che portavano, con ingenua presunzione, nel fingere che non ci fosse alcun interesse reciproco. Vennero smascherati presto e non fu certo una passeggiata sopportarne le conseguenze. Mamma Rosa si mostrò da subito più che contraria a quella relazione, manifestando il suo disappunto e la sua disapprovazione nei confronti specialmente della figlia tramite piccoli e frequenti dispettucci, mirati forse a minare le solidità emotive di Esterina, chi lo sa.
Il gesto che sopra tutti gli altri segnò la sua memoria fin negli anni a venire fu quando sua madre, in un impeto distruttivo come pochi, cercò di ferirla nel profondo attaccando i suoi oggetti più cari. Si trattò, quella volta in particolare, di una cassettina dove Esterina conservava gelosamente alcuni oggetti-simbolo della sua vita, che ancorché piccoli erano per lei un piccolo tesoro da cui non si separava mai: una mollettina per capelli, dei fazzoletti ricamati e una collanina che le aveva regalato papà. Fu un colpo ben basso nei suoi confronti, tanto che se lo sarebbe ricordato per tutta la vita.
La situazione ben presto divenne insostenibile per quel giovane cuore, combattuto tra i sensi di colpa e del dovere verso la famiglia e, dall'altra parte, l'occasione tanto sognata di dare un senso nuovo e diverso alla sua vita, in cui ovviamente era incluso Pietro.
È difficile per chiunque, a questo punto, avere le parole giuste per descrivere le sensazioni e gli struggimenti emotivi che intercorsero nei due giovani innamorati. Forse non esistono neanche, queste parole, e magari nemmeno i diretti interessati hanno mai saputo in modo chiaro quel che provavano a vedersi separati per forza da quel destino che dovette apparir loro assurdo, come minimo. Sta di fatto che, contro ogni parere avverso, si convinsero di dovere e potere mostrare a tutti, famigliari in primis, di che pasta erano fatti e che tutti si sbagliavano a ritenerli degli immaturi ragazzini in preda a semplici e trascurabili turbamenti della crescita, quindi inadatti a prendere certe decisioni da soli.
Vissero così per ben due anni, prigionieri di quel purgatorio esistenziale deciso da altri vissuti sanguinando di passioni vietate, notti tormentate dalla mancanza dell'amato e, soprattutto, di terrore concreto che sfilasse loro tra le dita, come sabbia finissima, un futuro che, certo, non conoscevano ancora, ma in cui credevano con convinzione e su cui erano disposti a puntare la loro intera vita futura, se necessario e senza alcuna esitazione finché rien ne va plus, mesdames e messieurs, les joeux son faites! Sarebbe stato tutto, oppure niente?

Chissà in quei due anni di limbo esistenziale quali davvero furono i dubbi e le certezze che portarono agli eventi seguenti, nessuno potrà mai saperlo e forse è bello che sia così, che resti per sempre un segreto fra loro, intimo e inviolabile. Volerlo scoprire per forza sarebbe un'intrusione nelle recondità più preziose e intime di quelle anime scalpitanti, impetuose e coraggiose, perché a quei tempi contraddire il volere della famiglia e decidere di lasciare l'alveo di origine voleva dire rischiare tutto e anche di più, come fare un salto mortale senza rete. Si sarebbero dovuti difendere da soli dalle difficoltà della vita di quegli anni resi difficili e incerti dal disastro bellico, nei quali le privazioni più estreme, compresa la fame, erano ancora il destino più normale per tanta, troppa gente ormai.
Quel 1954 però, quando si presentò sui calendari del mondo, seppe subito di cambiamenti epocali anche in Italia. La RAI iniziò le sue prime, storiche trasmissioni televisive del Bel Paese che avrebbero cambiato il modo di vivere e pensare della gente da lì in avanti, mentre nelle sale cinematografiche uscì un film intitolato ‘La strada', di un certo Federico Fellini, destinato a portare l'Italia di nuovo alla ribalta in tutto il mondo, se non altro nell'ambito artistico e culturale.
Anche Pietro ed Esterina se lo resero speciale alfine, decidendo di comune accordo di sfuggire a ogni imposizione della loro vita da allora in avanti, partendo proprio da loro due insieme. Sarebbero scappati via da quel mondo ristretto, troppo piccolo per loro e i loro ardori giovanili. Fu quindi deciso il passo che restava loro come unica possibilità di salvezza da quello e da un sacco di altre cose che non sentivano per niente loro, cioè il più romantico dei viaggi possibili nella vita di due persone che si amano: una fuga d'amore, altrimenti nota come la famigerata e irrimediabile ‘fuitina', gesto teatrale e focoso che sa di proibito e avventuroso al contempo, ma sempre profumato d'amore come nessun'altra dichiarazione solenne potrebbero mai concepire due amanti.
Forse, in qualche modo, la vera storia di Esterina è iniziata davvero allora e non anni prima, quando vide i natali in quel villaggio libico sperduto e dimenticato in cui erano venuti a vivere dall'Italia i suoi genitori, durante il Ventennio. Forse certe storie nascono davvero quando c'è qualcosa di speciale ad accenderle e nel suo caso, per sua scelta precisa, prese il via con l'amore. C'è del coraggio o dell'incoscienza a gettarsi nelle onde della vita spinti da un sentimento, per di più tanto volatile e instabile come l'amore? Solo loro lo sapranno mai, la verità sola è che il parere degli altri, è dovuto di credere, se non gli interessò allora li lascerebbe indifferente anche oggi. E forse non ha neanche tanta importanza.
Silvia La Guardia
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