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Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Paolo Vedovato
Titolo: Viaggio da solo
Genere Romanzo di formazione
Lettori 51
Viaggio da solo
Il ragazzo dietro al bancone del bar sul lungomare sembrava una trottola: serviva l'orda di bagnanti impazienti che, affacciati alla finestrella rivolta verso la sabbia dello stabilimento balneare, gridavano nomi di gelati mai esistiti e di panini con le varianti più improbabili. Nei ritagli di tempo serviva anche i rari avventori, quest'ultimi meno esagitati, che entravano dal lato della strada principale, separata dalla spiaggia da un ampio marciapiede e dalla pista ciclabile Adriatica.
Francesco non si spazientì e attese senza fretta il suo turno, seduto al tavolino sotto il ventilatore a soffitto che girava sbilanciato alla massima velocità. Aprì per metà la zip della maglietta da ciclista e rimase a godersi l'aria mossa dalle pale impolverate che gli si infilava fino alle costole umide di sudore. Approfittò di quella pausa per riposarsi dalla fatica e dalla canicola, alternando qualche occhiata al bancone del bar e alla sua bicicletta, parcheggiata sotto il sole con una maglietta stesa sopra la sella, affinché non si arroventasse.
Mentre stava osservando l'intenso traffico dei turisti passare all'esterno, sentì dietro di sé un suono magico, simile a una campanella delle preghiere. Era il suo bicchierone di Cola, con i cubetti di ghiaccio che tintinnavano contro il vetro, durante il breve ma movimentato viaggio dal bancone al suo tavolino.
«Ecco qua, la pizza arriva fra poco, è ancora in forno» disse il ragazzo, sorridendogli. «Mi scuso se l'ho fatta aspettare.»
«Non ho la polizia alle calcagna, almeno per adesso» rispose, alzando la testa per seguirlo con lo sguardo mentre spariva in cucina.
I primi tre sorsi furono come la pioggia sulla pineta, arsa da mesi di siccità, poi la sete si placò. Due minuti dopo, dal bancone giunse il rumore di un piatto appoggiato sul piano di vetro, e una chiamata ad alta voce: «Francesco!»
Si alzò di scatto e corse a ritirare il piatto con la mezza pizza che, secondo i suoi calcoli, doveva fornirgli una quantità di energia adeguata a raggiungere il luogo dove si era prefissato di trascorrere la notte.
«Grazie. Ma come sai il mio nome?»
«Ce l'ha scritto sul suo casco; l'ho visto prima, quando sono uscito a guardare la bici. Buon appetito intanto, dopo ritorno da lei.»
Sul suo casco, pensò mangiando la pizza. È da un paio d'anni che hanno smesso di darmi del tu. E non è neanche una questione di rispetto! Si ricordò che, verso i vent'anni, anche lui considerava i cinquantenni già vecchi, relegati a quella fase della vita che ineluttabilmente conduce al declino. Tuttavia non replicò: sarebbe stato peggio rispondere con un “dammi pure del tu”, patetico tanto quanto lo sono i cinquantenni che si tingono i capelli color mogano per nascondere la canizie. Almeno lui i capelli li aveva tutti, del loro colore naturale, e si illudeva che questo gli avrebbe dato diritto a uno sconto all'anagrafe.
Appena ebbe finito di masticare l'ultimo pezzo di pizza, sentì di nuovo alle spalle il tintinnare di cubetti di ghiaccio contro il vetro. Era il ragazzo che, con una Cola identica alla sua, camminò verso il suo tavolino, tirò la sedia con un piede e fece un gesto prima di sedersi.
«Le faccio compagnia due minuti, così mi riposo anch'io.»
«Avete un bel viavai oggi, sembrano matti! Da noi si direbbe che “hanno aperto le gabbie”.»
«È una settimana che è così, da quando persiste questa cappa di caldo. Per noi è anche una benedizione, ma in certi momenti sarebbe da scappare via» sospirò il ragazzo.
«Siete bravi, ci vuole pazienza con i turisti» disse Francesco sorridendo, pur conscio di appartenere a quella categoria.
«Con certi ci vorrebbe il bastone! Lei da dove viene?»
«Da Padova.»
«Da Padova in bici?»
«Be', no, altrimenti mi avrebbero già investito e seppellito tre volte. Mi sono portato un po' più in basso, con l'auto, poi l'ho parcheggiata da qualche parte; spero solo di ricordarmi dove.»
«Viaggia ben carico; che giro sta facendo?»
«Il progetto è di percorrere un pezzo di ciclovia Adriatica, poi proseguire nell'entroterra abruzzese e scendere in Molise. Poi vedremo.»
Il ragazzo sorrise dubbioso, incurvando le sopracciglia; quella risposta forse lo aveva deluso. «Sembra un po' vago; pensavo che voi viaggiatori aveste tutto pianificato nei minimi dettagli.»
«È bello anche improvvisare; a volte ci si è costretti. Dipende da tanti fattori: quanto caldo farà, quanto resisteranno le gambe, quando verrà voglia di tornare a casa. Ho già pianificato due o tre percorsi, che sceglierò di volta in volta, al momento opportuno.»
Francesco lo aveva detto con una certa dose di orgoglio, agitando con la mano il piccolo navigatore nel quale aveva salvato le mappe delle probabili vie da seguire, le meno battute dal traffico, quelle con le pendenze più clementi e con i paesaggi più interessanti.
«E quanti chilometri ha percorso, fino a ora?» chiese il ragazzo.
«Sono partito ieri, quindi circa... insomma, ho appena iniziato!»
Seguì una mezza risata del giovane, quindi la conversazione si raffreddò di colpo. La storia perse interesse quando fu chiaro che l'intrepido viaggiatore aveva percorso, sì e no, centocinquanta chilometri, e che tutto doveva ancora avvenire.
«Adesso la lascio solo, che dalla cucina mi stanno lanciando maledizioni» disse il ragazzo, alzandosi.
Eccola lì, la fretta dei giovani, pensò Francesco. Vorrebbero che tutto arrivasse subito, che tutto fosse già accaduto. Ma dammi il tempo di farle, queste benedette vacanze!
Era sereno, con tanti chilometri davanti, tanta strada mai percorsa prima, lungo la quale poteva cogliere opportunità, fare conoscenze, vivere avventure, mettersi alla prova, trovare quell'equilibrio che lo rimettesse in pace con se stesso.
Il ragazzo batteva forte sui tasti del registratore di cassa e, come un colpo di sciabola, gli buttò davanti la domanda che forse avrebbe voluto fargli per prima, tra tutte: «E non è... triste viaggiare da solo?»
«Triste? E perché? Non si è mai soli! Fino a poco fa c'eri tu. Fra mezz'ora, chissà.»
«Bene. Il caffè glielo offro io. Buon viaggio, e auguri per le sue vacanze.»
«Grazie, adesso sì che si parte davvero.»

***

Francesco uscì nella luce abbacinante del sole, riflesso dal marmo bianco di cui era lastricato il lungomare. La vestizione, malgrado il caldo asfissiante, esigeva il solito rituale che durava qualche minuto. Tirò su la zip della maglia fino al collo, per chiudere qualunque accesso a vespe e altri insetti pericolosi, si infilò gli occhiali da sole, poi il caschetto, che come sempre strinse bene sotto il mento: retaggio di uno che in moto metteva il casco per la propria salute, prima ancora che per obbligo. Quando afferrò il manubrio, percepì tutto il peso della bicicletta, che conosceva bene fin da prima della partenza, ma che non aveva voluto ridurre di un chilogrammo, per non lasciare a casa qualcosa che, prima o poi, gli sarebbe servito. Camminò per una trentina di metri, accompagnando la bici a mano, per rimettere in moto con una certa gentilezza i muscoli induriti dalla pausa. La appoggiò a tre passi da una fontanella, dove svuotò l'acqua bollente dalla borraccia e, dopo averla ben lavata e raffreddata dentro e fuori, la riempì di acqua fresca, che sarebbe rimasta tale per almeno un'oretta, prima di tramutarsi in un imbevibile brodo caldo.
Il lungomare abruzzese, in quella zona, era come un salotto. Pedalare senza fretta sulla larga pista ciclabile gli consentiva di osservare le meraviglie che il paesaggio gli poneva davanti, alla moderata velocità di venti chilometri l'ora. Tra la pista e il mare c'era una fila ininterrotta di bar e locali di ogni genere, dai più spartani ai più chic, dove a tutte le ore del giorno i turisti stavano seduti a bere e a ristorarsi dalla calura. Il nastro d'asfalto, in certi punti, era addirittura colorato: azzurro, verde, fiancheggiato da palme, oleandri e altre essenze mediterranee, aiuole fiorite e panchine all'ombra di pini marittimi. In quel tratto di strada la difficoltà più grande, per un ciclista maschio adulto, era ignorare, e in qualche caso schivare di netto, le numerose sirene e le dee di memoria ellenica che, vestite di appena qualche centimetro quadrato di tessuto, andavano e venivano dagli stabilimenti balneari. Sfoggiavano fisici e abbronzature da concorso e nascondevano gli sguardi ammaliatori dietro occhialoni scuri, da dive alla mostra del cinema. In qualche caso Francesco era costretto a dare una scampanellata per far scansare le creature mitologiche quando queste invadevano la ciclabile, convinte che sarebbe stata perdonata ogni violazione del codice stradale in virtù della loro avvenenza. Lui ci rideva sopra e scampanellava, loro si giravano sorridendo e lui ricambiava con uguale sorriso e un cenno di saluto educato e composto. Aveva imparato, però, a distinguere da lontano quelle agghindate come un uovo di pasqua con il pareo, così le schivava senza scampanellare, poiché con il pareo addosso avevano senz'altro qualcosa da nascondere; un po' come le donne che non amano il vino.
Di tanto in tanto, la ciclabile lo portava fuori dal lungomare, dentro quartieri residenziali e turistici che sembravano disabitati poiché, a quell'orario, erano tutti in spiaggia. Dopo qualche passaggio tra campi sportivi e zone artigianali, la ciclabile sbucava nuovamente tra gli alberghi e la spiaggia, per altri chilometri e chilometri.
Incrociò più di qualche viaggiatore in bicicletta, che pedalava in senso opposto al suo, verso nord: ciascuno con il proprio stile e con il proprio equipaggiamento, fattori che, secondo lui, erano influenzati da un difficile compromesso tra le idee personali e le possibilità economiche. Di molti lo colpì l'aria stanca, come se stessero tornando dalla traversata del Sahel. Si chiedeva perché tanti avessero l'espressione triste, pur nel mezzo della propria vacanza e del proprio sport preferito, e non riusciva a darsi una spiegazione. Era un'abitudine, quella di osservare il viso dei ciclisti che incrociava, giocando a indovinare più cose possibili sul loro conto solo dai pochi elementi che poteva scorgere in un istante. Era critico nei confronti dei ciclisti che pedalavano con espressioni di sofferenza, disperazione o aggressività. Soprattutto quando osservava quelli amatoriali allenarsi come se dovessero vincere il Tour de France, con i lineamenti del viso deformati dallo sforzo, che neanche in volata dopo la salita allo Stelvio si poteva vedere nei professionisti.
Ma guarda questi, pensava, meravigliandosi. Ma chi ve lo fa fare! Ma perché dovete soffrire in quel modo! La bici dev'essere un piacere, non una condanna! E quando c'è la fatica, si sente meno se la si affronta con il sorriso.
Così facendo, finiva per aderire anche lui a una delle infinite fazioni di cui è fatto il ciclismo, inteso come pratica della bici in generale. Per lui era inevitabile: qualunque attività svolta dagli esseri umani finisce per subire le stesse divisioni che si ritrovano in altre attività. A chi gli diceva che il ciclismo “rende più amici”, rispondeva: balle galattiche, tra i ciclisti c'è la stessa percentuale di stronzi che c'è tra i tennisti, i motociclisti, i podisti. Pure tra gli automobilisti e i linotipisti, tanto per citare un binomio caro a Lucio Dalla, uno dei suoi cantautori preferiti.
Nel bel mezzo di quelle digressioni filosofiche, che movimentavano la piacevole crociera su due ruote, fu destato di soprassalto, come da un bel sogno, da tre segnali acustici emessi dal navigatore elettronico. “Prossima svolta a destra tra duecento metri”.
Ecco, caro mio, pensò, è finita la pacchia. Fine della pianura, del mare e delle sirene. Adesso ti tocca pedalare in salita! Speriamo solo che ci sia poco traffico e che le pendenze siano quelle rilevate sulla mappa a casa, si disse, preparandosi al cambio di ritmo.
A forza di bip-bip il navigatore lo portò svelto fuori da quella Malibu nostrana, e in poche pedalate Francesco si ritrovò lungo il surriscaldato asfalto della strada statale, in balia di un traffico che non aveva previsto così intenso. Si fermò nel parcheggio di un benzinaio, per controllare le mappe sul cellulare. Infilò la borraccia nella borsa rivolta verso il lato opposto al sole, tra la roba da vestire, così la temperatura dell'acqua sarebbe rimasta accettabile più a lungo. Poi allentò il morsetto che fissava al portapacchi la lunga astina flessibile con la bandierina arancione, e la inclinò in modo che sporgesse maggiormente verso il centro della strada.
Speriamo che si tengano al largo da me, pensò. E se proprio vogliono farmi il pelo, almeno che si trovino la bandierina sbattuta sul parabrezza, si disse aggiustando lo specchietto retrovisore.
Attraversò lo svincolo dell'autostrada che porta a Pescara e continuò sulla statale, sul fondo dell'ampia vallata. All'orizzonte, un po' a sinistra, la parete del Corno Grande si mostrava scura, un po' velata per la foschia, quella maledetta umidità che rendeva il cielo biancastro e toglieva profondità ai paesaggi, fino a farli sembrare una rappresentazione a due dimensioni. Accelerò un poco il ritmo, concentrandosi più sullo specchietto retrovisore che su tutto il paesaggio circostante. Ai lati della strada, si alternavano paesi e zone agricole, dove vecchi trattori stavano fermi, in moto, con i loro occhi gialli e stanchi, ad azionare pompe per l'irrigazione. Dopo una ventina di chilometri il traffico cominciò a diminuire e anche l'aria sembrò migliore, grazie a qualche debole corrente più asciutta che fluiva dalle montagne.
Non dovrebbe mancare tanto, pensò, mentre premeva i pulsanti del navigatore, per capire a che punto del percorso si trovasse. Se anche non ci fosse stato il navigatore, glielo dicevano le sue gambe stanche. Nel pianificare le tappe aveva sempre l'accortezza di adattare alla propria forza la lunghezza e il dislivello del percorso. Così poteva giungere a destinazione, anche in caso d'imprevisti, con una discreta riserva di energia, che gli sarebbe servita per gironzolare a piedi dopo essersi concesso una bella doccia e una mangiata coi fiocchi, visitando ogni località in cui si fermava a trascorrere la notte.
Verso il tardo pomeriggio, il paesino si mostrò in tutta la sua bellezza, abbarbicato sul fianco di una collina: case antiche in pietra, percorse da stretti vicoli, dove la vallata cominciava a restringersi. Dovette affrontare una lunga salita, prima di potervi arrivare.
Non sopporto gli arrivi con la scalata finale come al Tour de France, pensò. Uno arriva già stanco e non vede l'ora di scendere dalla bici per farsi una doccia; e invece no, bisogna spremere anche quelle poche energie rimaste! Ma quando prenoti una stanza, sono tutte “a due passi dal centro, in posizione comoda”.
Se ne fece una ragione e raggiunse la sua meta, senza perdersi d'animo, come sempre.
Paolo Vedovato
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