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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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Foggiani
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Chi siamo da dove veniamo e perchè non arriveremo mai.
Vedi Napoli e poi muori, dice il proverbio. Io Napoli l'ho vista il 31 marzo del 1955, appena nato, e da buon napoletano scaramantico, non me la sono sentita di tentare la sorte: ho fatto mettere a mia madre in valigia il biberon, i pannolini, le bavette e le tutine e me ne sono andato. Non al nord, come tutti quelli che di lì a poco sarebbero saliti sui treni per Milano e per Torino. A est. A Foggia, per la precisione. Ci sono arrivato nell'aprile del 1955 che avevo pochi giorni di vita. Lei, Foggia, ne aveva quasi 1.000 e, come tutte le signore di una certa età, sull'anno esatto preferiva sorvolare. Mi ha adottato senza fare storie e senza chiedere niente in cambio: con lei sono cresciuto e sono diventato uomo, per le sue strade ho conosciuto mia moglie e quelli che nel tempo sono diventati i miei migliori amici. Difetti ne ha parecchi, e nessun foggiano si tira indietro quando c'è da elencarli: lo facciamo al bar, ad alta voce, con una certa soddisfazione. Preso dalle mie cose, come la maggior parte di noi, mi sono abituato ad un'idea di Foggia, senza guardarla mai veramente negli occhi. Capita con le persone che hai sempre intorno: le vedi tutti i giorni e non ti accorgi che stanno peggiorando. Quando finalmente ho alzato la testa, l'anziana signora aveva le ossa che scricchiolavano, la memoria che andava e veniva, e in casa non le era rimasto quasi niente del corredo di famiglia. Per far posto al nuovo e al moderno aveva dato via a destra e a manca i ricordi del suo passato, e nessuno di noi che le dicesse: signora, aspetti, quella roba lì non si butta. Sia chiaro, non è stata solo colpa sua. Una mano gliel'hanno data in parecchi, a cominciare dal terremoto del 1731, che in una manciata di minuti le portò giù mezza città, per finire con i bombardamenti del '43, che completarono l'opera. Alleati, li chiamano. Alleati di chi, poi, a Foggia ce lo domandiamo ancora. Della sua gioventù, delle sue case, dei suoi palazzi, non è rimasto quasi niente. Del palazzo imperiale di Federico II, che era una delle residenze più sontuose d'Europa, sopravvivono un arco e una lapide murati sul fianco del Museo Civico, e i foggiani ci passano davanti ogni mattina senza alzare la testa. E se la città per prima non ricorda il proprio passato, figuriamoci se i suoi abitanti si mettono a indagare sulle proprie origini. Non che manchi la materia prima, intendiamoci. Il passato, noi, non lo studiamo: lo raccontiamo. E lo raccontiamo bene. Fatevi spiegare da un foggiano un banale tamponamento in piazza Cavour: la prima volta sono due macchine che si toccano a malapena al semaforo. La seconda, c'è un ferito steso in mezzo alla strada che però parla ancora e chiede un prete per l'estrema unzione. La terza, il ferito si è rialzato, ha preso l'automobilista per il bavero e gli ha dato una testata. Ma il vigile ha lasciato correre perché — guarda il caso — il ferito è il cugino del Sindaco. Il foggiano non ha mentito, badate bene. Si è solo aggiustato il racconto come si aggiusta un vestito: si stringe di qua, si allarga di là, e alla fine sta molto meglio addosso di quando è uscito dalla sartoria. Da noi questo si chiama raccontare 'nu fattarille: pettegolezzi, inciuci e passaparola conditi a ogni passaggio con sempre meno sale e sempre più pepe. È così che le cose si tramandano di padre in figlio, ed è così che un fatto banale diventa epico, e divertentissimo, nel giro di tre bar. La Storia con la esse maiuscola funziona più o meno allo stesso modo, solo che al posto delle mani ha le note a piè di pagina. Chi l'ha scritta stava da una parte o dall'altra, aveva un principe da compiacere o un vescovo da tenere buono, e il vestito se lo aggiustava addosso esattamente come noi. Per questo di storia non ce n'è una: ce ne sono tante, e giurano tutte di essere quella vera. Dopo aver consultato una quantità imbarazzante di autori — che ringrazio nelle pagine finali della parte storica e che spero non leggano questa introduzione — ho deciso di raccontare la storia di Foggia come si racconta 'nu fattarille. Ho riordinato, semplificato, ampliato. Soprattutto ho tirato giù i personaggi dal piedistallo e li ho fatti sedere al tavolo del lettore. Qui dentro, quando parlano, parlano foggiano: gli stessi proverbi, gli stessi modi di dire, la stessa confidenza di oggi. Certo, i foggiani del passato — nobili, cavalieri o terrazzani che fossero — avevano a disposizione molte meno parole delle nostre, non mandavano messaggi e non litigavano su Facebook. Ma si relazionavano, si confidavano, si sfottevano e si incazzavano esattamente come noi. Orrore? Distorsione della realtà, oltraggio alla Storia? Al contrario. Semmai sono i film in costume a distorcerla, con quei centurioni romani in ordine perfetto che sembrano appena usciti dall'atelier di uno stilista francese e non da una battaglia. Il centurione vero aveva i capelli tagliati a scodella da un commilitone, due o tre denti lasciati sul campo, l'alito che ammazzava le mosche e una puzza di sudore che si portava dietro dalla Gallia, visto che il deodorante l'avrebbero inventato con qualche secolo di ritardo. Far parlare i personaggi in dialetto, quindi, non è soltanto un modo irriverente di raccontare le cose. È l'unico modo che conosco per rendere quegli uomini più veri e più vicini di quanto non lo siano mai stati su un libro di testo o in una ricostruzione televisiva. Poi il libro arriva ai giorni nostri e, liberato dal fardello delle informazioni, procede agile tra battute e caricature sulla Foggianità e sul nostro modo di stare al mondo. Ci sarà più di un lettore convinto di aver letto un'opera denigratoria di Foggia e dei foggiani. A lui chiedo scusa fin d'ora. E gli faccio notare una cosa sola: da noi si sfotte soltanto la gente di casa. Agli estranei si dà del lei. Foggia, pur essendo io nato a Napoli, è casa mia da una vita intera. Se me la prendo in giro è perché quel diritto me lo sono guadagnato: standoci. LA FILOSOFIA FOGGIANA
«Fuggi da Foggia, non per Foggia ma per i foggiani.» Il detto gira da un paio di secoli buoni e nessuno sa con certezza chi l'abbia coniato. Le ipotesi si accavallano — c'è perfino chi lo fa risalire a Federico II — ma la più gustosa lo mette in bocca a un abate molisano del Settecento, Francesco Longano, uno di quegli ecclesiastici che ebbero parecchi guai con le autorità religiose del tempo. Allievo di Antonio Genovesi, illuminista convinto, Longano girò il Regno di Napoli col taccuino in mano per raccontare al sovrano come stavano davvero i suoi sudditi. La frase gli viene attribuita in relazione al suo Viaggio per la Capitanata, compreso nei Viaggi per lo Regno di Napoli. Longano, si racconta, restò indignato dagli abitanti della nostra città: uomini svogliati e insolenti, per giunta violenti e consumati dalla passione per il vino, dediti al gioco d'azzardo e al furto; delle donne, se possibile, disse peggio: tutte zoccole. Peccato che nel Viaggio per la Capitanata la città e i suoi abitanti siano descritti esattamente al contrario. Foggia, per l'abate, è la città più ricca e più popolata del Regno, l'emporio di un'industria che non ha eguali: il tribunale, le gabelle, la tesoreria provinciale, e da Abruzzo, Molise, Principato e Basilicata gente che cala qui a migliaia per lavorare, comprare, vendere. Sui foggiani mette nero su bianco che hanno talento e voglia di fare, che sono «gentili, ed umani, ed hanno senso d'ospitalità», e che alla loro pianura ci sono così affezionati da non sentire più né il puzzo delle strade né il disgusto della loro acqua. L'unica bordata l'abate la spara sulle piazze, che trova sporchissime, e la soluzione che propone meriterebbe di essere ripescata: far pulire le strade di persona al portolano — l'assessore ai lavori pubblici dell'epoca — tutte le volte che se ne dimenticava. Il Viaggio di Longano, non l'ha mai letto nessuno. Ma il detto lo conoscono tutti. Ci siamo presi due secoli abbondanti di insulti firmati da uno che ci aveva fatto i complimenti, e riuscirci non è da tutti. La frase ha viaggiato meglio dell'abate, senza carrozza e senza taccuino, di bocca in bocca e di locanda in locanda, finché non si è fermata dove le conveniva: addosso a noi. Da allora il resto d'Italia ci immagina così: un popolo gretto, ignorante e violento. Sul gretto e sull'ignorante si può discutere, e magari ne discutiamo un'altra volta. Sul violento no, e la calunnia si smonta senza nemmeno alzarsi dalla sedia. La violenza è un'azione. L'azione richiede uno sforzo fisico. E lo sforzo fisico è incompatibile con lo status di foggiano che, di default, non se la fida manco a dire «Cristo aiutami». Il foggiano, però, non è nato bello e pronto così come lo incontrate per strada. Ci sono voluti millenni per forgiarlo e metterlo a punto allo stato dell'arte in cui lo trovate oggi. Il suo DNA si è formato lentamente, dominazione dopo dominazione, ed è il frutto di un incrocio rarissimo di genti e di culture diversissime tra loro che — per uno scherzo del destino sul quale gli storici preferiscono sorvolare — hanno trasmesso ai loro eredi soltanto i geni negativi. Tutto sommato, però, questo DNA particolare rende il foggiano, nel bene e nel male, un essere unico, irripetibile e inimitabile. Nonostante la biodiversità, la variegata umanità e le 1.000 sfaccettature che differenziano individuo da individuo, il foggiano, per sua fortuna o sfortuna, è sempre ugualmente riconoscibile ovunque vada. Mettetene dieci in fila, diversi per età, mestiere, reddito e circonferenza: li riconoscete lo stesso a 200 metri, in qualunque parte del mondo si trovino. Il comune denominatore dei foggiani, la Foggianità, è più una filosofia di vita ispirata alla gallina che un semplice modus vivendi nel pollaio. Osservatela mentre razzola. La gallina, filosofando, si eleva al di sopra delle cose terrene e pensa: «Guardali sti babbioni, si alzano all'alba e si ammazzano di lavoro una vita intera per mettere insieme un tetto, un letto, il pranzo, la cena e, quando gli va bene, una serata in compagnia di una bella pupa. Io il tetto ce l'ho, il letto pure, mangio due volte al giorno senza muovere un dito e il gallo viene lui a cercare me. Tutta roba che a me tocca gratis, per il solo fatto di essere gallina. Chiamami fessa!» Al di là delle sciocche credenze popolari, la gallina dimostra di essere un animale molto intelligente che ha raggiunto un livello di consapevolezza delle cose del mondo degno di Talete, Pitagora o Socrate. Socrate, anzi, a quella conclusione ci è arrivato dopo una vita intera di ragionamenti, e per ringraziamento gli hanno fatto bere la cicuta. Il traguardo del foggiano, dunque, è raggiungere lo status da gallina: quella perfezione dello stile di vita che, superato lo stadio del parassita, lo eleva a fruitore passivo e non invasivo del creato. Dallo studio comparato delle due filosofie discende la formula che riassume la Foggianità doc: Il foggiano nen sàpe fa', nen vòle fa', e soprattutto nen vòle fa fa'. Sulle prime due nessuno obietta. È la terza che merita attenzione. Provate a piantare un albero in un cortile di Foggia. Non passa mezz'ora che dal secondo piano scende uno che non avete mai visto, guarda la buca, guarda voi, e comincia: lì l'albero non attecchisce, le radici alzano il selciato, suo cognato ci ha provato nel Novanta e la pianta è morta lo stesso, e comunque ci vuole l'autorizzazione. Non ha niente contro di voi, e nemmeno contro l'albero. Il punto è un altro: se l'albero attecchisce, poi bisogna innaffiarlo e lui teme che qualcuno chieda a lui di farlo. E se lo fa un altro al posto suo si nota la differenza tra chi fa e chi non fa. E questo è inaccettabile. Sarebbe facile scambiare tutto questo per l'apoteosi dell'indolenza e dell'invidia. Sarebbe facile e sarebbe sbagliato, perché quello che il foggiano difende è il desiderio di non contraddire la natura delle cose. Se il Padreterno, dall'alto della sua onnipotenza, ha creato l'universo, l'avrà fatto bene: o no? E allora perché mettersi in testa di aggiustare quello che è già perfetto di suo? Se una cosa deve succedere, succederà. La manna dal cielo non l'ha fatta piovere lui? Se serve la fa piovere di nuovo. Da qui la conclusione, che a Foggia si pronuncia con la mano aperta e il tono di chi chiude il discorso: «Lassàme 'u mùnne 'ndò se tròve, ch'è mègghie». Resta da capire da dove venga tanto spirito riflessivo, e come si spieghi questa obbedienza serena alle leggi del fato. La risposta è talmente vicina che ci sfugge: sta nelle origini della vita in quella che chiamiamo Capitanata, o Daunia. Radici che affondano nell'antica Grecia e, molti secoli più tardi, dall'altra parte dell'Adriatico. Ma qui mi fermo. Da questo punto in poi non parlo più io: parla la Storia. IL (PRO)GENITORE DEI FOGGIANI: L'HOMO FOGGIANIBUS
Qualche anno fa, in provincia di Foggia, fu fatta una scoperta destinata a portare la Capitanata sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo. Si trattava dell'Homo Foggianibus: incredibilmente ben conservato, integro come nessun altro ritrovamento del genere, molto meglio dell'Uomo di Altamura che i baresi ci sventolano sotto il naso dal 1993. Poi, accanto al reperto, saltò fuori un proiettile calibro 7,65. Il seme del dubbio si insinuò nella mente degli studiosi, e il dubbio divenne certezza ancora prima della datazione, quando sul posto si presentò il maresciallo Rocco Procopio della locale stazione dei Carabinieri e identificò il cadavere: tale F.B., implicato in un'annosa guerra tra famiglie malavitose. La scoperta del secolo era durata quarantott'ore. Per fortuna, grazie al lavoro certosino e appassionato di studiosi, topi di biblioteca, archeologi e tombaroli, di testimonianze concrete sull'uomo preistorico da queste parti ne abbiamo in abbondanza. Un esemplare alto quasi un metro e novanta è stato riportato alla luce nell'area dell'ex Ippodromo di Foggia, sepolto a trenta centimetri di profondità: praticamente in superficie, bastava inciampare. Si sarebbe potuto continuare a scavare e tirare fuori un intero villaggio neolitico, ma la Soprintendenza — lungimirante — fece osservare che di buche a Foggia ce n'erano già assai e non era il caso di aumentarne il numero. Se il foggiano dei nostri giorni è universalmente riconosciuto come un grandissimo appìcciafùche, una ragione c'è, e va cercata nella notte dei tempi. Appìcciafùche, tradotto alla lettera, è uno che accende i fuochi. Tradotto come lo intendiamo noi, è uno che li accende fra due persone che fino a un minuto prima si salutavano, e poi arretra di due passi per godersi l'incendio. L'Homo Foggianibus il fuoco lo scoprì in questo secondo senso, e con qualche millennio di anticipo sul primo. A furia di criticamìnde e favazarìe sapeva già appiccarne uno fra due compaesani nel tempo di una chiacchierata. Cosa farsene di un fuoco vero — accenderlo, tenerlo acceso, metterci sopra qualcosa — non gli venne mai in mente. Per fortuna in Africa c'era già l'Homo Erectus, il quale, potendo camminare ed essendo per natura portato a migrare, arrivò fin quaggiù a spiegargli che un fuoco si può accendere anche sotto una pentola, e che serve a scaldarsi e a cucinare le orecchiette con le cime di rape. Nel resto del mondo l'Homo Erectus fece carriera: da un ramo venne l'uomo di Neanderthal, da un altro l'Homo Sapiens, che era ancora più 'ntiste del primo. A Foggia questi esseri più evoluti non arrivarono mai. Qui restò lui e basta, l'Homo Foggianibus, che non si evolse di un millimetro: una razza a parte. 10.000 anni fa, l'uomo — inteso come genere umano — si stancò della vita nomade e cominciò a guardarsi intorno per capire dove valesse la pena fermarsi. Il progenitore del foggiano quel problema non se lo pose mai, per il semplice motivo che dalle sue origini non aveva mosso un passo. Ebbe però la fortuna di ritrovarsi sotto i piedi un terreno fertile e facile da coltivare. Se no, hai voglia a murì de fame. Nel maggio del 1943 un ricognitore della Royal Air Force sorvolò il Tavoliere. Non cercava capanne: cercava bersagli, e le fotografie che riportò a casa servirono a decidere dove sarebbero cadute le bombe sulla città nelle settimane successive. Sui fotogrammi dell'area di Arpinova, però, si vedeva una cosa strana: strade, fossati, recinti, incavi, tutti disposti con un ordine sospetto. Qualcuno azzardò che i tedeschi avessero costruito là sotto una base sotterranea enorme. Non era una base tedesca. Era il più grande villaggio neolitico d'Europa, e ci volle un ufficiale inglese con la passione dell'archeologia, John Bradford, per capirlo. Il grano, sopra le cose sepolte, cresce diverso: più basso, di un altro colore, e dall'alto disegna delle C. Bradford arrivò alla base alleata di San Severo alla fine di quello stesso 1943 e ci rimase fino al 1945, a leggere fotografie. Le stesse fotografie che servivano a radere al suolo Foggia le restituirono i suoi primi 6.000 anni di storia. I foggiani, che ce l'avevano sotto il naso da sempre, non se n'erano mai accorti. Gli scavi veri arrivarono decenni più tardi, con l'Università di Genova e il professor Santo Tiné: vennero fuori i fossati a C che circondavano le capanne, le cisterne per l'acqua piovana, i silos, i recinti, le sepolture. Quella che poteva diventare un'attrazione turistica mondiale non fu però mai portata alla luce se non per una porzione minima. Il parere degli esperti, testualmente, fu questo: «Che 'u facìm 'a fa, tand so' tutte tali e quali, lasciamo il mondo dove si trova che sparagnàme e cumbarìme l'istesso.» Lo sapevate? E no che non lo sapevate, se no non sareste foggiani. E se lo sapevate, andate a controllare l'albero genealogico: da qualche parte tenete un avo forestiero che vi ha aggiustato il DNA di recente. A Grotta Paglicci, dalle parti di Rignano Garganico, è saltato fuori dell'altro: utensili paleolitici a quintali e, sulle pareti, cavalli dipinti e mani umane. Chi le abbia dipinte resta un mistero, perché la qualità è alta. L'ipotesi del marziano resta più credibile di quella del progenitore di un foggiano, che nen sapève fa mànghe 'na o cu 'u bicchìre. L'Homo Foggianibus, al massimo della sua spinta migratoria, d'estate si spingeva sul Gargano: un bagno, e due frutti di mare comprati dall'Homo Mambredonianus, che teneva la bancarella del crudo a Coppa Nevigata. Il mare, da allora, si è ritirato di parecchio e a Coppa Nevigata non ci arriva più. Se contavate di andarvi a fare due cannolicchi da quelle parti, levatevelo dalla testa e andate dal pescivendolo come tutti i cristiani normali. Vuole il proverbio che Maometto, molto tempo dopo, abbia stabilito che se la montagna non va da lui è lui che va alla montagna. L'Homo Foggianibus si regolava sul principio inverso: «Se 'i stranìre nen vènene a Fogge, nuje nen jàme da nisciùna vanne», ovvero, se gli stranieri non vengono a Foggia ce ne freghiamo, noi comunque di qua non ci spostiamo. La frase è più importante di quanto sembri. Da un lato contiene già tutto il seme dell'indolenza che i foggiani coltiveranno per i millenni a venire. Dall'altro, a conti fatti, è un invito agli stranieri a venire a Foggia. E vennero, gli stranieri. Uh, se vennero. Ma questo lo scoprirete continuando a leggere. |
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