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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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Un amore fuori stagione
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In un piccolo borgo arroccato tra le colline toscane, il tempo sembrava avere imparato a camminare più lentamente. Al mattino arrivava con il suono delle campane della chiesa, che si spandeva tra i tetti di terracotta e scendeva lungo i vicoli ancora umidi di rugiada. Passava attraverso le persiane socchiuse, entrava nelle cucine dove le caffettiere borbottavano sui fornelli e svegliava anche chi avrebbe voluto dormire qualche minuto in più. Poi c'era il vento. Arrivava dalle colline, attraversava gli ulivi e faceva muovere piano le foglie argentate, come se qualcuno passasse una mano invisibile sulle loro chiome. In primavera portava il profumo dell'erba nuova; d'estate quello caldo della terra e dei fiori; in autunno sapeva di legna bruciata e di uva appena raccolta. Le case di pietra conservavano il calore del sole fino a sera. In piazza, invece, c'era sempre qualcuno. Un anziano seduto sulla panchina con il giornale piegato sulle ginocchia. Il fornaio che usciva dalla bottega per fumare una sigaretta. La farmacista che conosceva le abitudini di tutti, anche quelle che nessuno le aveva mai raccontato. Qualche turista smarrito, con una cartina tra le mani e lo sguardo rivolto verso i vicoli, cercando una strada che probabilmente non aveva nemmeno un nome. Era un paese dove tutti conoscevano tutti. O almeno così sembrava. Perché anche nei luoghi più piccoli esistono solitudini che nessuno vede. Guido ne conosceva bene una. Ogni mattina usciva di casa alla stessa ora. Non aveva bisogno della sveglia. Da quando aveva smesso di lavorare, aveva conservato quella vecchia abitudine che per quarant'anni gli aveva regolato le giornate. Alle sette meno un quarto apriva gli occhi, rimaneva qualche secondo a guardare il soffitto e ascoltava il silenzio della casa. Un silenzio diverso da quello della notte. Quello del mattino aveva qualcosa di definitivo. Guido si alzava lentamente, infilava le pantofole e raggiungeva la cucina. Preparava il caffè per una persona sola. Era una cosa a cui non si era mai abituato davvero. Per anni aveva riempito due tazzine. Una per lui. Una per Maria. All'inizio, dopo la sua morte, aveva continuato a mettere sul tavolo entrambe. Solo per abitudine. La seconda tazzina rimaneva lì, vuota, mentre il caffè si raffreddava. Una mattina l'aveva guardata a lungo e aveva capito che non sarebbe riuscito a farlo per sempre. Da allora ne usava una sola. Ma certe mattine gli sembrava ancora di sentire Maria alle sue spalle. «Lo fai troppo forte, Guido.» Lui sorrideva appena, come se lei fosse davvero lì. «Il caffè è caffè.» «No. Il tuo è catrame.» E per un istante la cucina tornava ad avere una voce. Poi il silenzio riprendeva il suo posto. Guido aveva imparato a conviverci. Non lo chiamava più dolore. Il dolore, pensava, è qualcosa che si sente. Il suo era diventato qualcosa che semplicemente esisteva. Come una vecchia cicatrice. Come una stanza della casa in cui non si entra più, ma della quale si conosce ancora perfettamente la posizione. Dopo il caffè indossava la giacca, controllava di avere le chiavi in tasca e usciva. Ogni giorno percorreva la stessa strada. Passava davanti alla bottega che per quarant'anni era stata il suo regno. La serranda era abbassata da tempo. Sul vecchio cartello, ormai scolorito, si leggeva ancora il suo nome. Guido — Riparazioni biciclette. A volte si fermava. Non entrava. Guardava soltanto. Dietro quella serranda c'erano quarant'anni della sua vita. C'erano estati trascorse con la porta spalancata e il profumo dell'olio per ingranaggi. C'erano bambini arrivati con le biciclette rotte e usciti felici pochi minuti dopo. C'erano uomini diventati padri, poi nonni. E c'era Maria. Lei veniva spesso a portargli il pranzo. Si sedeva sullo sgabello vicino alla porta e lo guardava lavorare. «Quando andrai in pensione?» gli chiedeva. «Mai.» «Guido.» «Cosa?» «Non puoi continuare per sempre.» Lui alzava le spalle. Non aveva mai immaginato che sarebbe stata proprio lei a costringerlo, un giorno, a capire cosa significasse quella parola. Per sempre. Guido abbassava lo sguardo e riprendeva a camminare. Passava davanti alla chiesa. Ogni volta rallentava. Non sapeva nemmeno lui perché. Forse perché lì aveva salutato Maria per l'ultima volta. Forse perché certe persone, anche quando non ci sono più, continuano ad abitare i luoghi che hanno attraversato. Poi arrivava al bar. Ordinava un caffè amaro. Senza zucchero. Si sedeva sempre allo stesso tavolino, vicino alla finestra. Parlava poco. Lo avevano sempre conosciuto così. Guido non era mai stato un uomo dalle grandi parole. Aveva amato Maria con gesti semplici. Una coperta sulle gambe quando aveva freddo. Una mano sulla fronte quando stava male. Una fetta di torta lasciata sul tavolo senza dire niente perché sapeva che era il suo dolce preferito. Aveva sempre creduto che l'amore fosse quello. Fare. Restare. Non serviva dirlo. Dopo Maria, però, si era chiesto spesso se fosse ancora capace di amare. E soprattutto se avesse ancora il diritto di farlo. A sessantotto anni, pensava, certe cose non ricominciano. Si imparano a ricordare. Teresa, invece, aveva settant'anni e continuava a parlare con il mondo. Aveva insegnato per una vita intera nella scuola elementare del paese. Conosceva ancora i nomi dei suoi ex alunni, anche quelli ormai diventati uomini e donne. Quando entrava in piazza, qualcuno la salutava sempre. «Buongiorno, maestra!» «Teresa, vieni a prendere un caffè.» «Signora Teresa, ha visto che bella giornata?» E lei rispondeva a tutti. Sorrideva. Rideva. Faceva domande. Ascoltava. Sembrava che la solitudine non sapesse dove trovarla. Ma la solitudine è paziente. Aspetta che una porta si chiuda. Aspetta che la sera arrivi. Aspetta che il rumore degli altri si spenga. E Teresa, quando rientrava a casa, lo sapeva. Posava le chiavi nel piccolo piattino all'ingresso. Si toglieva le scarpe. Accendeva la luce della cucina. Poi rimaneva qualche secondo ferma. La casa era sempre perfettamente ordinata. Troppo ordinata. Ogni cosa aveva il suo posto. Ogni fotografia era nella sua cornice. Ogni libro occupava lo spazio esatto sullo scaffale. Eppure Teresa aveva la sensazione che mancasse qualcosa. Non sapeva dire cosa. O forse lo sapeva benissimo. Mancava una voce. Una presenza. Qualcuno a cui raccontare che quella mattina aveva incontrato la signora del terzo piano. Qualcuno a cui chiedere se preferisse la pasta al pomodoro o quella al forno. Qualcuno che, tornando a casa, dicesse semplicemente: «Sono arrivato.» Teresa aveva Laura. Sua figlia viveva non troppo lontano, ma abbastanza da non poter passare ogni giorno. Si sentivano spesso. Si volevano bene. Eppure Teresa aveva imparato che anche l'amore più grande non può riempire ogni spazio. Una sera, davanti alla finestra, guardò il cielo. Era pieno di stelle. Le osservò a lungo. Poi sorrise. Da ragazza aveva pensato che la vita fosse infinita. A settant'anni aveva finalmente capito che non lo era. E forse era proprio per questo che alcune cose facevano ancora paura. Teresa non sapeva che, dall'altra parte del paese, un uomo che aveva smesso di aspettarsi qualcosa dalla vita stava facendo la stessa cosa. Guardava il cielo. Da solo. Quella sera nessuno dei due poteva immaginare che di lì a poco le loro solitudini avrebbero smesso di essere due strade parallele. Si sarebbero incontrate. Per caso. Come accade con le cose più importanti. Una bicicletta rotta. Un pomeriggio qualunque. E una donna che, senza saperlo, stava per cambiare il resto della vita di un uomo. Capitolo 2 — Il pedale che girava a vuoto La mattina era cominciata con una luce incerta. Non era ancora davvero autunno, ma l'estate aveva già cominciato a ritirarsi piano, lasciando sulle colline un'aria diversa. Le giornate erano ancora tiepide, ma al mattino si sentiva sulla pelle quel leggero fresco che annunciava il cambiamento. Teresa aveva aperto le finestre presto. Le piaceva far entrare l'aria nelle stanze prima che il paese si svegliasse completamente. Aveva preparato il caffè, annaffiato le piante sul balcone e sistemato alcune fotografie che da qualche giorno continuava a spostare senza trovare mai il posto giusto. Una fotografia di Laura da bambina. Aveva i capelli raccolti in due trecce e un vestitino bianco. Teresa l'aveva presa tra le dita. «Come sei cresciuta in fretta...» aveva sussurrato. Poi aveva sorriso. Era una frase che aveva pronunciato centinaia di volte. Forse migliaia. Rimise la fotografia al suo posto e guardò l'orologio. Era ancora presto. Avrebbe potuto restare a casa. Invece prese la borsa, infilò le chiavi nella tasca del cardigan e uscì. Aveva bisogno di aria. E forse, anche se non voleva ammetterlo nemmeno con sé stessa, aveva bisogno di non sentire il silenzio della sua casa. La vecchia bicicletta verde era appoggiata al muro del piccolo cortile. Teresa la guardò. «Tu vieni con me.» La bicicletta era vecchia quanto alcuni dei suoi ricordi. L'aveva comprata molti anni prima. Era stata una delle poche cose che si era concessa senza chiedere il parere di nessuno. Laura aveva riso quando l'aveva vista. «Mamma, ma dove vuoi andare con quella?» «Dove mi pare.» «Potresti cadere.» «Potrei anche innamorarmi.» Laura aveva alzato gli occhi al cielo. «Alla tua età?» Teresa aveva sorriso. «Alla mia età soprattutto.» Non aveva mai dimenticato quella conversazione. E adesso, mentre spingeva la bicicletta verso il parco, le venne da ridere. «Avevo ragione io» mormorò. Poi salì. Fece appena pochi metri. Un giro di pedale. Un altro. Poi un rumore secco. La bicicletta si fermò. Teresa scese. «No.» Provò di nuovo. Il pedale girava a vuoto. «No, no, no.» Si chinò. Toccò la catena. La guardò come se fosse colpevole di qualcosa. «Dai...» Provò a muoverla con le mani. Niente. «Non oggi.» Si raddrizzò. Guardò il cielo. «Ti prego, non oggi.» Aveva programmato di arrivare fino alla collina. Voleva fermarsi sulla panchina vicino agli ulivi, portarsi dietro un libro e restare lì un'ora. Non aveva voglia di tornare subito a casa. Non quella mattina. La bicicletta, però, sembrava aver deciso diversamente. Teresa si sedette sul bordo della panchina. «E adesso che faccio con te?» Una voce alle sue spalle rispose: «La porti dal meccanico.» Teresa si voltò. Guido era fermo a pochi passi. Aveva le mani nelle tasche della giacca. La guardava. Poi guardava la bicicletta. Teresa lo riconobbe subito. Era l'uomo del bar. Quello del caffè amaro. Quello che ogni mattina sembrava avere fretta di tornare a casa anche quando non lo aspettava nessuno. «Il meccanico?» ripeté lei. «Sì.» «E dove sarebbe?» Guido indicò la strada alle sue spalle. «A circa cento metri.» Teresa aggrottò la fronte. «Non vedo nessuna officina.» Per la prima volta Guido sorrise. Un sorriso piccolo. Quasi impercettibile. «Perché non è un'officina.» Teresa lo guardò. «E allora?» «Sono io.» Lei rimase in silenzio per qualche secondo. Poi scoppiò a ridere. «Ah.» Guido abbassò lo sguardo sulla bicicletta. «Problemi?» «Credo che abbia deciso di abbandonarmi definitivamente.» «Posso vedere?» Teresa si fece da parte. «Prego. Tanto io ho già provato tutto.» Guido si chinò. Non aveva fretta. Era questo che Teresa notò per prima. Non faceva movimenti inutili. Toccava la bicicletta con la sicurezza di chi conosce bene quello che ha davanti. Girò il pedale. Ascoltò. Lo girò ancora. Teresa lo osservava. «Che fai?» «Ascolto.» «Una bicicletta?» «Sì.» «E parla?» Guido sollevò gli occhi. «Più delle persone.» Teresa sorrise. «Questo è preoccupante.» Lui tornò a guardare il mozzo. «Non è la catena.» «E allora cos'è?» «Un dado allentato.» «E tu lo hai capito così?» «Dal rumore.» Teresa scosse la testa. «Sei un tipo strano.» «Me l'hanno già detto.» «Spesso?» «Abbastanza.» Guido si mise al lavoro. Teresa rimase lì accanto. Avrebbe potuto allontanarsi. Avrebbe potuto lasciarlo fare. Invece rimase. Non sapeva perché. Forse perché quella mattina aveva bisogno di qualcuno che facesse qualcosa senza farle domande. O forse perché, per la prima volta da molto tempo, non le dispiaceva che qualcuno fosse lì. Guido strinse il dado. Girò nuovamente il pedale. La ruota cominciò a muoversi. «Ecco.» Teresa provò. La bicicletta funzionava. «Tutto qui?» «Tutto qui.» Lei lo guardò. «Avevo quasi deciso di buttarla.» Guido si rialzò. Si pulì le mani sui pantaloni. «Le cose vecchie non vanno buttate così facilmente.» Teresa rimase per un attimo in silenzio. Non sapeva se quella frase fosse riferita alla bicicletta. O a qualcosa di molto più grande. «Forse hai ragione.» Guido la guardò. I loro occhi si incontrarono. Fu soltanto un istante. Ma nessuno dei due distolse subito lo sguardo. Poi Teresa sorrise. «Come ti chiami?» «Guido.» «Io sono Teresa.» «Lo so.» Lei sollevò un sopracciglio. «Lo sai?» «In paese tutti sanno tutto.» «Ah, già.» Teresa rise. «Allora sai anche che sono una donna molto insistente.» «Questo non lo sapevo.» «Lo scoprirai.» Guido sorrise di nuovo. Questa volta un po' di più. Teresa indicò la bicicletta. «Ti devo qualcosa.» «No.» «Un caffè.» «Non serve.» «Non era una domanda.» Guido la guardò. «Sei sempre così?» «Così come?» «Decisa.» Teresa prese la bicicletta per il manubrio. «Quando voglio qualcosa, sì.» Poi si incamminò verso il bar. Dopo pochi passi si voltò. «Guido?» «Sì?» «Vieni.» Lui rimase fermo. «Perché?» Teresa sorrise. «Perché ti devo un caffè.» «Davvero non è necessario.» «Lo so.» Fece ancora qualche passo. «Vieni lo stesso.» Guido la guardò allontanarsi. Avrebbe potuto tornare a casa. Era quello che faceva sempre. Eppure quella mattina rimase fermo per qualche secondo. Poi la seguì. Non sapeva ancora che quel gesto insignificante avrebbe cambiato la sua vita. Non sapeva che, a volte, le cose importanti cominciano proprio così. Con una bicicletta che smette di funzionare. Con una persona che decide di fermarsi. Con un caffè offerto senza motivo. E con due solitudini che, senza rendersene conto, cominciano lentamente a riconoscersi. Capitolo 3 — Il caffè al bar della chiesa Il bar della chiesa si trovava a pochi passi dal parco. Era uno di quei posti che, in paese, sembravano esistere da sempre. Le pareti color crema avevano ormai perso la brillantezza di un tempo, il bancone era segnato dagli anni e dietro la macchina del caffè pendeva un vecchio calendario che nessuno si era mai preoccupato di cambiare. Sul muro, sopra una mensola, c'erano fotografie di feste patronali, matrimoni, squadre di calcio e bambini che ormai erano diventati uomini. In quel bar tutti conoscevano tutti. E quando qualcuno entrava con una persona nuova, anche se non era davvero nuova, perché in un paese piccolo non esistono sconosciuti per molto tempo, gli occhi si alzavano appena dalle tazzine. Guido lo sapeva. Per questo, quando Teresa aprì la porta del bar e gli fece cenno di entrare, lui rimase per qualche secondo sulla soglia. «Che c'è?» domandò lei. «Niente.» «Allora entra.» Guido la guardò. «Sei sempre così autoritaria?» Teresa sorrise. «Solo quando ho già deciso qualcosa.» «E cosa avresti deciso?» «Che oggi ti offro un caffè.» «Non era necessario.» «Non era una domanda.» Guido abbassò lo sguardo per nascondere un sorriso. «Ho capito.» Entrarono. Il brusio delle poche persone presenti si abbassò per un istante, quel tanto che bastava a far capire a Guido che qualcuno aveva notato la loro presenza. Al bancone, Marisa sollevò appena le sopracciglia. Era la proprietaria del bar e aveva una particolare capacità di sapere le cose prima ancora che accadessero. «Guido.» «Marisa.» «Teresa.» «Marisa.» La donna li guardò alternativamente. «Caffè?» Teresa annuì. «Due.» Marisa guardò Guido. «Il suo solito?» «Sì.» Teresa si voltò verso di lui. «Senza zucchero?» «Senza.» «Che tristezza.» «È un caffè.» «Anche la vita è una vita, eppure non significa che dobbiamo berla amara.» Guido la guardò per qualche secondo. Poi rise. Una risata breve, quasi sorpresa. Marisa li osservò senza dire niente. Ma il sorriso che le comparve sulle labbra diceva chiaramente che aveva già capito qualcosa. ⸻ Si sedettero vicino alla finestra. Da lì si vedeva una parte della piazza e, oltre i tetti delle case, una striscia di colline che nel pomeriggio sembravano galleggiare nella luce. Teresa appoggiò entrambe le mani intorno alla tazzina. «Sai qual è la cosa strana?» disse. «Cosa?» «Che sono venuta qui per offrirti un caffè e adesso mi sembra di conoscerti da più tempo.» Guido rimase in silenzio. Non era abituato a quel genere di frasi. Nella sua vita aveva imparato a stare bene anche senza parlare. Maria diceva sempre che lui poteva trascorrere un'intera giornata usando meno parole di quante ne usasse lei in dieci minuti. E forse era vero. «Io invece ho l'impressione di non conoscerti affatto» disse. Teresa sorrise. «Meglio.» «Meglio?» «C'è più tempo per scoprirci.» La parola rimase tra loro. Scoprirci. Guido abbassò gli occhi sulla tazzina. Non ricordava l'ultima volta in cui qualcuno aveva parlato di lui come di una persona ancora da scoprire. Per tutti, Guido era semplicemente Guido. Il meccanico. Il marito di Maria. Quello della bottega di biciclette. |
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