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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP, ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo già formattato che per la copertina.
Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici, dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie capacità senza la necessità di un partner, identificato nella figura di un Editore.
Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Gloria Schiavinato
Titolo: Il sogno di Shana
Genere Narrativa per Ragazzi
Lettori 124 2 3
Il sogno di Shana
Eccomi qui, ancora una volta, a guardare il soffitto della mia stanza, anche se, a pensarci bene, non posso davvero chiamarla “la mia stanza”, perché qui dentro non ci sono soltanto le mie cose e i miei pensieri, ma anche quelli di altre cinque ragazze con cui condivido il letto a pochi metri di distanza e, ormai, anche una parte della mia vita. Forse è proprio per questo che preferisco considerarle le mie migliori amiche, perché da quando mamma e papà sono spariti insieme ai miei fratelli, Jeb e Brenda, loro sono diventate le persone che vedo ogni giorno, quelle con cui rido, litigo, gioco e, soprattutto, quelle a cui posso raccontare le cose che mi fanno paura quando arriva la notte e il resto dell'istituto diventa silenzioso.
Prima, però, la mia vita era molto diversa. Vivevo nell'appartamento al nord di Glasgow, in una casa che conoscevo così bene da riuscire a muovermi al buio senza andare a sbattere contro i mobili, e dove ogni rumore aveva un significato preciso: il modo in cui papà chiudeva la porta quando rientrava dal lavoro, il rumore delle pentole che mamma spostava in cucina, i passi di Jeb che correva nel corridoio nonostante gli fosse stato detto almeno cento volte di non farlo e la voce di Brenda che, soprattutto quando aveva paura, veniva a cercarmi senza nemmeno provare a nascondere che aveva bisogno di me. Adesso, invece, vivo ad Airdrie, a circa dodici miglia da quella che una volta era casa mia, in quello che la signora Patterson definisce con estrema naturalezza “un istituto per casi disperati”. Io non mi considero affatto un caso disperato e, sinceramente, non credo che lo siano nemmeno Kate, Maddie, Charlie, Ashley ed Ellie, anche se, quando ho conosciuto le loro storie, ho capito che ognuna di noi aveva avuto un motivo diverso per arrivare lì.
Charlie è orfana e ha perso entrambi i genitori durante la guerra; Ellie e Kate sono state praticamente abbandonate dai loro genitori, che hanno deciso che la loro libertà e il desiderio di godersi la vita su un'isola sperduta in mezzo all'oceano erano più importanti delle loro figlie; Ashley, invece, non ha mai avuto la possibilità di conoscere i suoi genitori, perché sono scomparsi dalla sua vita prima ancora che lei potesse ricordare i loro volti, mentre i genitori di Maddie sono stati uccisi una notte, quando hanno cercato di fermare un ladro entrato nella loro casa con l'intenzione di portare via qualche oggetto di valore. Quando ascolto queste storie, quasi mi vergogno a raccontare la mia, perché, rispetto a loro, io avevo avuto tutto quello che una bambina avrebbe potuto desiderare: avevo conosciuto mamma e papà, avevo trascorso dieci anni insieme a loro, avevo giocato con i miei fratelli, avevo festeggiato compleanni e passato bellissimi Natali, avevo ricevuto regali che a volte erano persino troppi e avevo avuto la certezza, almeno fino a quella mattina, che la mia famiglia sarebbe rimasta la mia famiglia per sempre.
Il problema è che certe cose sembrano sicure soltanto finché non succede qualcosa che ti costringe a capire quanto poco controllo tu abbia sulla tua vita.
Io, per esempio, non ho mai ricevuto un avvertimento.
Non c'è stato un rumore durante la notte, nessuna telefonata, nessun litigio, nessuna porta sbattuta con rabbia che potesse farmi pensare che il giorno dopo mi sarei svegliata e avrei trovato la mia famiglia scomparsa. Era una mattina di primavera come tante altre, una di quelle mattine in cui la luce entra dalla finestra troppo presto e ti costringe a stringere gli occhi perché non hai ancora voglia di alzarti, e ricordo di essermi rigirata nel letto pensando che avrei voluto dormire ancora qualche minuto prima di andare a scuola. Fuori faceva fresco e dalle tende filtrava una luce pallida, quasi bianca, mentre nell'appartamento regnava quel silenzio che, in una casa con due bambini e una bambina, non avrebbe dovuto esserci.
All'inizio non ci feci caso.
Pensai che mamma fosse già in cucina e che papà fosse uscito per qualche commissione, oppure che Jeb avesse deciso, per una volta, di non fare rumore. Mi alzai lentamente, ancora assonnata, e uscii dalla camera aspettandomi di sentire da un momento all'altro la voce di qualcuno che mi chiedesse di sbrigarmi, ma il corridoio era vuoto. Chiamai mamma una prima volta, quasi senza pensarci, e quando non ricevetti risposta provai di nuovo, questa volta un po' più forte. Poi entrai nella camera dei miei genitori e vidi il letto vuoto.
Non era quello, però, a preoccuparmi.
Fu il modo in cui era vuoto.
Le coperte erano ancora sistemate, come se nessuno avesse dormito lì quella notte.
Ricordo di averle guardate per qualche secondo senza capire cosa stessi cercando, mentre una strana sensazione cominciava a insinuarsi dentro di me. Andai nella stanza di Brenda, poi in quella di Jeb, e più cercavo e meno riuscivo a trovare una spiegazione. I loro letti erano vuoti, i loro vestiti erano ancora lì, i giocattoli erano al loro posto e persino le scarpe di Jeb erano accanto alla porta, come se dovesse indossarle da un momento all'altro.
«Mamma?»
Nessuno rispose.
«Papà?»
Ancora niente.
A quel punto cominciai a chiamarli più forte, prima uno alla volta e poi tutti insieme, finché la mia voce non diventò quasi un urlo. Ero convinta che, da qualche parte, qualcuno mi avrebbe risposto; forse mamma mi avrebbe detto di smetterla di urlare perché era ancora presto, oppure papà avrebbe fatto una delle sue battute per farmi ridere, ma non arrivò niente, nemmeno un rumore proveniente dalla cucina o dal bagno.
E fu allora che capii di essere sola.
Non ricordo quanto tempo rimasi seduta sul pavimento della cucina, con le ginocchia strette contro il petto e gli occhi fissi sulla porta d'ingresso, ma so che continuavo a ripetermi che doveva esserci una spiegazione, perché le persone non potevano semplicemente sparire. Non era possibile. I genitori uscivano, tornavano, andavano al lavoro, facevano la spesa, accompagnavano i figli a scuola; non si svegliava una mattina e ci si ritrovava senza una famiglia.
O almeno, io non sapevo che potesse succedere.
Avrei dovuto chiamare qualcuno, forse la polizia, forse una vicina, ma non riuscivo nemmeno a decidere da dove cominciare, e in quel momento il campanello suonò.
Quel suono, così normale in qualsiasi altra giornata, mi fece sobbalzare.
Rimasi immobile.
Ding-dong.
Qualcuno era davanti alla porta.
Mi tornò in mente una delle tante raccomandazioni che mamma mi aveva ripetuto così tante volte da farmela sembrare quasi una regola incisa nella testa: “Mi raccomando, Shana, non aprire agli sconosciuti”. Il problema era che lo spioncino della nostra porta d'ingresso si trovava troppo in alto per me; io sarò stata alta, a dir tanto, un metro e trenta, forse anche qualcosa in meno, e nonostante mi mettessi sulle punte non riuscivo a vedere dall'altra parte. Una volta provai persino a trascinare una sedia vicino alla porta, ma quel rumore mi fece venire ancora più paura e alla fine lasciai perdere.
Poi arrivò una voce.
«Apri, Shana. Sono un'amica di mamma.»
Rimasi in silenzio.
Un'amica di mamma.
Quelle parole avrebbero dovuto tranquillizzarmi, ma ebbero esattamente l'effetto contrario. Come potevo sapere che quella donna diceva la verità? E se fosse stata una sconosciuta che aveva semplicemente sentito il mio nome? E se qualcuno l'avesse mandata lì per entrare in casa? Avevo visto abbastanza film thriller sui rapimenti di bambini insieme a mamma durante i nostri venerdì sera da sapere che, nella maggior parte dei casi, la persona dall'altra parte della porta sembrava sempre innocua all'inizio.
Decisi quindi di non rispondere e di fingere che in casa non ci fosse nessuno.
Per qualche secondo ci fu silenzio.
Poi la voce tornò.
«So che sei lì dentro, Shana. Apri. Sono una signora che ha solo intenzione di aiutarti, non voglio farti del male.»
Quella frase mi fece venire i brividi.
Come faceva a sapere che ero lì?
E soprattutto, perché sembrava sapere esattamente cosa stavo pensando?
Mi avvicinai lentamente alla porta, senza fare rumore, e appoggiai una mano sul legno freddo. Dall'altra parte sentivo appena il respiro della donna.
«I tuoi genitori, Annabelle ed Edmund, mi hanno chiesto di prendermi cura di te per qualche giorno», continuò. «Sono dovuti andare via per un po' con i tuoi fratelli. Ti porterò a casa con me. Ci sono altre ragazze e sono sicura che farai amicizia con loro.»
Non sapevo cosa pensare.
Se mamma e papà avevano davvero deciso di partire, perché non mi avevano detto niente?
Perché non mi avevano svegliata?
Perché avevano lasciato tutte le loro cose?
E perché io ero rimasta sola?
Prima che potessi formulare una di quelle domande, la donna aggiunse qualcosa che riuscì a conquistare la mia attenzione molto più di quanto avrei voluto ammettere.
«Ti ho portato anche la colazione, se vuoi. La crostata di mele.»
La crostata di mele.
Credo che, in quel momento, non ci fosse frase più convincente al mondo.
La crostata di mele era il mio dolce preferito, e non soltanto perché fosse buona; per me aveva il sapore delle mattine tranquille, della cucina piena di luce e di mamma che, prima di andare al lavoro, lasciava una fetta sul tavolo insieme alla mia tazza di latte. Era una specie di buongiorno commestibile, qualcosa che riusciva a farmi dimenticare per qualche minuto che dovevo alzarmi presto e andare a scuola. Papà, invece, aveva il cappuccino: diceva che se ne beveva uno appena sveglio avrebbe avuto una giornata migliore, e io ero convinta che fosse vero perché, quando riusciva a berlo con calma, sembrava sempre più allegro.
Il profumo della crostata arrivò persino attraverso la porta.
Forse quella donna era davvero un'amica di mamma.
Forse mi stavo facendo troppe paranoie.
Forse guardare film sui rapimenti insieme a mia madre il venerdì sera non era stata una grande idea, soprattutto considerando che avevo soltanto dieci anni e avrei dovuto probabilmente guardare cartoni animati come tutte le mie compagne di classe.
Alla fine, aprii.
La donna che mi trovai davanti era alta quasi quanto il portone, molto magra e vestita in maniera estremamente ordinata; aveva un portamento rigido, quasi severo, e un volto che non riuscivo a definire davvero cattivo, ma nemmeno rassicurante. In mano teneva un piccolo piattino di plastica e, sopra, c'era una fetta di crostata di mele ancora calda, con la marmellata lucida e dorata che sembrava sciogliersi sotto la luce del corridoio.
La guardai.
Poi guardai la crostata.
Poi di nuovo lei.
«Come faceva a sapere che la crostata di mele è il mio dolce preferito?» domandai.
La donna accennò appena un sorriso.
«Sono un'amica di tua mamma, come ti ho già detto. Lei mi ha raccontato molte cose di te, ma avremo tempo per parlare più tardi. Ora devi venire con me.»
La sua voce era calma, ma non lasciava molto spazio alla possibilità che io dicessi di no.
«Io voglio aspettare mamma e papà qui», risposi, cercando di sembrare più sicura di quanto mi sentissi.
«Non puoi stare a casa da sola. Se qualcuno scoprisse che sei rimasta qui senza un adulto, i tuoi genitori andrebbero incontro a seri problemi. Potrebbero persino finire in prigione per abbandono di minore.»
La parola “prigione” mi fece paura.
«Prima mangio la crostata e poi ci penso.»
La donna mi guardò in un modo che mi fece capire immediatamente che non era abituata a discutere.
«Eh no, signorina. Chiariamo subito una cosa: colei che dà gli ordini sono io e tu adesso vieni con me. O vieni con me, oppure non mangi la crostata.»
Fu probabilmente in quel momento che cominciai a chiedermi se avessi appena incontrato quella che sarebbe diventata la mia personale matrigna cattiva.
La crostata, però, era ancora lì.
E profumava tantissimo.
Così presi il mio giubbotto e la seguii.
Gloria Schiavinato
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