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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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Le spose di sangue
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Io sono il terrore, sono l'oscurità. Sono colui che affolla i vostri incubi: il mostro nascosto sotto il letto, pronto ad allungare una mano per ghermirvi; l'orribile creatura accovacciata nell'armadio, in attesa di balzarvi addosso e azzannarvi alla giugulare. Sono l'ombra che vi rincorre nel buio, seminando il panico nelle vostre menti. Io sono un demone, un figlio della notte. Un vampiro. Lo sono da secoli, e per molto tempo è stata una condizione che ho amato profondamente. Il mio cuore si era spento ben prima che il mio maestro nell'arte della morte mi trasformasse in ciò che sono; era stato distrutto da una perdita che mi aveva già ucciso dentro. Da allora, non ho mai rimpianto la mia esistenza umana: i sentimenti effimeri, i patemi d'animo, i turbamenti d'amore, le gioie e i dispiaceri che la vita comporta. Niente. Tutto era stato cancellato e sepolto la notte della mia iniziazione. Provavo una gioia immensa nel provocare dolore e sofferenza. Adoravo sentirli urlare quando i miei canini splendevano al riflesso della luna; udirli implorare pietà, ormai sopraffatti dal terrore e consapevoli della loro fine imminente. Com'era sublime percepire il loro sangue, caldo e corposo, riversarsi nel mio corpo per donarmi una sferzata di pura energia e potere. Non fatevi strane idee: faccio ancora tutto questo. Eppure, un tarlo si è insinuato nella mia mente. Un nuovo, inaspettato battito ha scosso il mio cuore morto da secoli. Ma la causa di questo imprevisto non poteva essere più sbagliata: lei è la nostra nemica. Se volesse, ci eliminerebbe in un attimo con un solo gesto della mano; ci spazzerebbe via dal mondo, riducendoci in polvere. Invece ci ha difesi, ci ha aiutati, ha lottato al nostro fianco. Mi ha salvato da morte certa persino quando ho cercato di ucciderla, accecato dal pregiudizio per ciò che rappresentava, senza darmi la premura di scoprire chi fosse davvero. E poi... quando tutto è finito e i nemici sono stati sconfitti, lei ha dormito tra le mie braccia. Quella notte, per la prima volta dopo secoli, ho rimpianto il mio passato da umano. Sapevo – oh, se lo sapevo – che non avrebbe mai accettato un essere come me al suo fianco: un demonio, lei che è così simile a un angelo. Eppure non cederò. È stato troppo dolce risentire il mio cuore, quel battito nuovo e dimenticato. È stato sublime stringerla tra le braccia, respirare il suo profumo, accarezzare i suoi capelli e la sua pelle morbida. Quel suono da cui ero fuggito per una vita intera, in quel momento, era la melodia più celestiale del mondo: il battito del suo cuore. Io sono il grande Márkkos, uno dei vampiri più forti e potenti della città. Al solo udire il mio nome, chiunque trema di paura. Se voglio qualcosa, la ottengo. A qualsiasi prezzo. Non posso accettare l'idea di non rivedere mai più i suoi occhi verdi. Quei bellissimi occhi verdi che, in questo momento, mi fissano pieni di rabbia.
Capitolo II
Rabbia era dire poco. Ero incazzatissima. Avrei voluto bruciarlo lì, nel mio soggiorno, anche se avessi rischiato di distruggermi la casa. «Márkkos, per la miseria, come ti è saltato in mente?» Lui si sedette comodamente sul mio divano bianco, incrociò le gambe e mi fissò con i suoi grandi occhi azzurri, con l'aria del più innocente dei bambini. «Non pensavo fosse così grave!» «Ah, no? Non era grave? Sei entrato nella biblioteca della Confraternita. Per prendere cosa, poi? Dei libri. Dei libri su di me. Già qui ci sarebbe da discutere parecchio sul perché tu l'abbia fatto. Poi però, cosa hai combinato ancora? Ti hanno scoperto e hai avuto la brillante idea di attaccarli, mandandone due al Pronto Soccorso.» Lui rise, quella risata strafottente che detestavo, ma che era orribilmente sexy. Quanto mi odiavo quando mi venivano in mente quelle cose, ma non ci potevo fare nulla, era più forte di me. Quattro settimane prima avevo salvato i vampiri cosiddetti Infiltrati – cioè quelli che vivono in mezzo a noi nascondendo la loro natura – da quei pazzi dei Redentori, che li avrebbero voluti uccidere per distruggere qualsiasi progetto di integrazione tra la comunità umana e quella vampiresca. Ero uscita sconvolta da quella battaglia. In quel frangente lui mi era stato vicino, e addormentarmi tra le sue braccia era stato così naturale, così bello, che adesso non sapevo che fare. Non riuscivo ad accettare che le parole di una vampira di seicento anni potessero essere vere. Che io provassi qualcosa per lui. Accidenti! Accidenti! Accidenti! «Márkkos! Smettila subito di ridere altrimenti ti ardo vivo. Adesso!» «Va bene, scusa. Non pensavo di provocare così tanti danni. E comunque, di cosa ti preoccupi? Sono stato così veloce nel colpire quei burocrati in giacca e cravatta che nessuno di loro può avermi visto in faccia. Non possono riconoscermi.» «Questa per te è una cosa positiva, giusto?» Lui annuì. «C'è solo un piccolo, insignificante particolare. Stamani alle nove Coleman mi ha telefonato, urlando come un pazzo che un vampiro era entrato nella scuola e li aveva attaccati. Mi ha pregato di aiutarli a cercarlo e a eliminarlo. Secondo te, adesso cosa dovrei fare? Portargli il tuo scalpo?» Márkkos si alzò e mi si parò di fronte. Il mio cuore iniziò a battere all'impazzata. Cercavo di obbligarlo a rallentare, ma questo aumentava sempre di più le pulsazioni, come se gli ordini provenienti dal cervello non contassero nulla. «Adesso capisco. Tu non sei arrabbiata con me perché sono andato lì, ma perché così facendo Coleman ha avuto l'opportunità di telefonarti. È così, vero? Da quanto non lo sentivi?» Lo guardai esasperata e me ne andai sul terrazzo. Quel dannato aveva centrato il problema. Anche se era quasi la fine di luglio, sentivo freddo. Il mio era un freddo interno; era il mio sangue a essere ghiacciato. Tutto era diventato così complicato, così difficile da gestire, che non sapevo come risolvere la situazione, o anche solo migliorare un po' le cose. Scoprire che ero una creatura, per così dire, particolare mi aveva sconvolto la vita, ma ero quasi riuscita ad accettarlo; anzi, in alcuni momenti avere dei superpoteri mi divertiva un sacco. Armi segrete che nessun altro possedeva e che mi rendevano estremamente forte. Inoltre, nei momenti di bisogno, mi spuntavano due bellissime e inquietanti ali. Rendermi conto, però, che i vampiri esistevano realmente... quella era stata tutta un'altra storia. Sapere che accanto a me, per la precisione in quel momento proprio nel mio salotto, c'erano creature simili, mi procurava ancora gli incubi. Creature immortali, con una vista sviluppata al punto da vedere nel buio come se fosse mezzogiorno, con un udito capace di avvertire anche il più piccolo rumore e in grado di percepire l'odore del sangue umano e quello degli altri vampiri con una semplice annusata. Eppure così simili a noi che, guardandoli, si era certi di vedere dei normalissimi esseri umani, anche se in realtà si trattava di corpi morti. I loro organi, infatti, non vivono più, il loro cuore non batte. Loro, che per secoli erano stati condannati a vivere nell'oscurità per proteggersi dai raggi del sole che li uccidevano in maniera atroce, grazie a un lento processo evolutivo possono ora camminare in pieno giorno. Bramano il nostro sangue, ma allo stesso tempo desiderano vivere come noi, per tornare a provare vecchie sensazioni, vecchie emozioni. Per risentire di nuovo, nei loro corpi freddi, il calore di un amore. La loro forza mi sbalordiva, ma quello che mi colpiva di più era la loro bellezza. Anche il più infimo dei vampiri racchiude in sé un certo magnetismo. Qualcosa di indefinibile che affascina, che cattura, che fa sì che non ci si possa scordare di loro. Incrociai le braccia e sospirai. «Erano quattro settimane che non lo sentivo. Due le ho passate in vacanza con Alice, nelle restanti due l'ho evitato alla grande. Avrei preferito che passasse altro tempo prima di doverlo affrontare di nuovo.» Lui mi guardava, allibito. Lo sapevo. “Presto” era un concetto relativo. Un intero mese di latitanza dalla Confraternita non era cosa da poco, specialmente per il Cacciatore della Confraternita. Il fatto era che io e Coleman avevamo avuto un'accesa discussione al termine della battaglia contro i Redentori. Ci eravamo rinfacciati le colpe e gli sbagli reciproci e, anche se lui aveva cercato un riavvicinamento telefonandomi tutti i giorni, io non me l'ero sentita di scusarlo. Mi aveva mentito, e questa è una cosa che io non sopporto. «È solo che... non so che dirgli, come affrontarlo. E non voglio neanche pensare alla sua reazione quando verrà a sapere che ho permesso che mi mordessi per salvarti la pelle. Si arrabbierà moltissimo.» «E tu non dirglielo.» «Certo, come no! Ottima risposta. L'ho accusato di non dirmi le cose, di nascondermi notizie importanti, e poi faccio lo stesso. Davvero una bella figura.» Guardai il panorama davanti a me. La giornata era bellissima, il sole splendeva caldo sulla città. Potevo vedere in lontananza le cime della Calvana. Ero sicura che i sentieri brulicassero di gente che passeggiava, che osservava il panorama, che faceva uno spuntino o, semplicemente, se ne stava seduta a godersi la bella giornata, senza sapere quello che sapevo io: che la nostra bella città, come molte altre, era abitata da demoni sanguinari. Mostri che celavano la loro natura ai nostri occhi. Mostri sì, ma... no, c'era dell'altro e io lo sapevo, anche se cercavo di scacciarlo dalla mia mente. «Va bene, vuol dire che passerò da loro e prenderò il toro per le corna.» Rientrai. Márkkos sorvegliava ogni mio movimento pur restando immobile come una statua al centro della sala; solo i suoi occhi mi seguivano. «Adesso credo che potresti anche andartene», esclamai poco sicura. Niente, non si mosse. «Non pensi che dovresti dire due cosette anche a me?» Lo guardai attonita. «Che cosa dovrei dirti?» Sapevo, sapevo di cosa stava parlando, ma io non volevo, non sapevo che dire. Mi si avvicinò pericolosamente. «Non ti vedo da quasi quattro settimane; hai intenzione di evitare me come hai evitato la Confraternita?» «Se ti fa sentire meglio, non ho visto nemmeno Lukas e Julia.» Di scatto mi afferrò per le braccia. «No, non me ne importa niente se non hai visto nessun altro! Stiamo parlando di noi, per la miseria! Sei sparita, ti rendi conto? Sei stata così astuta nel fuggire, quella mattina, che non hai svegliato neanche un vampiro esperto come me.» Mi scostai bruscamente. «"Noi" non esiste, Márkkos, devi capirlo subito. Te l'avevo detto, non te lo ricordi? Ti avevo detto di non farti illusioni. È stata solo una sera, ti ho concesso solo di dormire abbracciati, solo quello...» Abbassai la testa, non volevo guardarlo negli occhi. «Non è vero! Non è stato solo quello, lo sai benissimo. Io...» Non disse più nulla, ma mi afferrò di nuovo per le spalle, stringendo sempre più forte. Presto iniziai a provare dolore, le sue mani erano come una morsa. «Mi fai male», mormorai. Lui mi sentì lo stesso e mi lasciò andare, allontanandosi di qualche passo. Poi, con un movimento fulmineo, ritornò davanti a me e mi prese la testa tra le mani, costringendomi a guardarlo negli occhi. «Dimmi qui, adesso, che non provi nulla per me e sparirò dalla tua vita una volta per tutte. Non mi vedrai mai più.» «Va bene, come preferisci. Se proprio vuoi sentirtelo dire, lo farò, almeno così daremo un taglio a questa situazione assurda.» Mentre parlavo, i miei occhi erano piantati nei suoi, quei suoi occhi azzurri come il mare. Ero fuggita da lui terrorizzata, ma lo specchiarmi in quegli occhi mi era mancato in maniera impensabile. Maledizione! «Bene, allora dimmelo», mi esortò con voce calma, anche se potevo avvertire la tensione del suo corpo. Perché tanta ansia? Perché tutto questo interesse per ciò che provavo per lui? Sentii il nervosismo aumentare. Il mio sentimento per lui poteva essere autentico? Se fosse stato così, le cose si sarebbero fatte ancora più complicate. Inoltre, anche se ciò che leggevo nei suoi occhi sembrava sincero, temevo di essere per lui solo un diversivo, un giocattolo, qualcosa che lo aiutasse a sconfiggere la noia dell'eternità. «Io...» «Sì?» «Io... non... posso...» Abbassai lo sguardo; continuare a resistere ormai era inutile. Per un po' non si mosse, tenendo il mio viso stretto tra le mani, poi allentò la presa e io lo lasciai fare quando mi diede un bacio sulla fronte. Un brivido mi percorse la schiena. «Va bene, adesso vado», disse, e si avviò verso il terrazzo. Cavolo, da quando l'avevo conosciuto non aveva mai usato la porta. «Come “va bene”?» chiesi sorpresa tornando in me. Lui era già rannicchiato sulla balaustra del terrazzo come un felino pronto al balzo. «Cos'era, uno stupido scherzo?» Si girò sorridente. Aveva il sole alle spalle, sembrava essere la fonte di tutta quella luce. Luce e oscurità. Tutto lì, davanti a me. «No, nessuno scherzo. È quello che volevo sentire.» Non capivo. «Ma io non ho detto nulla.» «Appunto, non sei riuscita a dirlo. Quindi...» «Quindi?» «Io non mi arrendo, tienilo a mente, Cacciatore.» Con un guizzo sparì, come se fosse stato ingoiato dal cielo azzurro. Mi lasciai cadere sul divano; mi sentivo stanca. Parlare con Márkkos era quasi come correre una maratona.
Capitolo III
Saltai giù dal suo terrazzo sentendomi stranamente più leggero, più... sì, potevo dirlo: più felice. Quattro settimane: era sparita per quattro settimane senza una spiegazione, senza un messaggio. Così, svanita con la luce del mattino. Certo, per lei era stato troppo. Tutto era stato così repentino, così terrificante: scoprire la nostra esistenza, cos'era lei, i suoi poteri, le sue capacità. Dover lottare per sopravvivere. Lo ammetto, di certo io non le ero stato d'aiuto, anzi, le avevo complicato un tantino la vita. Prima avevo cercato di ucciderla, poi l'avevo salvata e alla fine avevo chiesto il suo aiuto... ma io sono un tipo molto complicato. La contraddizione vive in me. Io, però, non potevo non tentare: lei doveva essere mia, solo mia. Avevo provato a darle una via d'uscita, chiedendole di dirmi in faccia che non sentiva niente per me, che mi disprezzava, che mi odiava e che le facevo ribrezzo – come in realtà mi aveva già detto in passato – ma questa volta non c'era riuscita. Forse avevo una speranza, una flebile speranza. Mi bastava; dovevo farmela bastare. Mi sarei aggrappato a quella minuscola possibilità.
Capitolo IV
Com'era stato possibile? Sarebbe stato così semplice dirgli che lui per me non era niente; che non mi batteva il cuore ogni volta che mi si avvicinava. Che ogni volta che guardavo i suoi occhi non mi ci perdevo dentro, come se fossi caduta in una voragine. Che quella notte non ero stata bene tra le sue braccia. Sarebbe stato così semplice dirgli che per me lui era un demone, un abominio senza anima né cuore. Un essere terribile che per nutrirsi uccide umani indifesi e ne succhia il sangue. Che, per natura, io ero destinata a dare la caccia a lui e alle creature come lui. Solo che non potevo. Lo sapevo benissimo, non potevo. Lui era nella mia mente e, forse, anche nel mio cuore. Se non fosse stato così tragicomico, sarebbe stato quasi divertente. Il Cacciatore della Confraternita, la Distruttrice dei vampiri, innamorata di uno di essi e non uno da poco, bensì uno tra i più crudeli e feroci assassini della sua stirpe. Mi sarei presa a schiaffi da sola, se non avessi dovuto affrontare Coleman, il quale, molto probabilmente, mi avrebbe presa a schiaffi per tutti e due. Prima, però, dovevo andare a trovare Lukas e Julia. Dopo quella sera ero sparita nel nulla anche per loro, senza dare alcuna spiegazione. Mi ero comportata male e lo sapevo, ed era venuto il momento di fare ammenda. Un giorno fantastico, davvero. Forse sarei dovuta restare a Ischia per sempre. La mattina dopo lo scontro con i Redentori mi ero svegliata abbracciata a Márkkos, e la cosa mi aveva spaventata. Con estrema calma, ma con sorprendente velocità, mi ero allontanata da casa riuscendo a non svegliarlo. Avevo girovagato non so dove finché, alle nove e mezza, avevo chiamato Alice. Sentendomi, lei si era spaventata da morire, anche perché le uniche cose che ero riuscita a dire fra i singhiozzi erano il nome della via e quello del negozio di calzolaio che vedevo dall'altra parte della strada. Quando la poveretta giunse, mi gettai tra le sue braccia. «Rebecca, cosa ti è successo? Ti prego, dimmi qualcosa.» Io però sapevo benissimo che non potevo dirle nulla. Non avrebbe capito, nessuno avrebbe capito. «Alice, non ce la faccio più. Devi aiutarmi. Se continuo così impazzirò», mugolai. «Rebecca, calmati, non capisco di cosa stai parlando! Come sei arrivata qua?» Non risposi, non riuscivo a smettere di piangere. «Va bene, facciamo così: adesso ti riporto a casa e...» Non la lasciai finire. «No!» urlai. «Non a casa, non possiamo andare lì. Io... io devo andare via da questa città. Subito!» Lei mi guardò, esterrefatta. «Va bene. Allora ti porto a casa mia, sei d'accordo?» Annuii. Mi prese sottobraccio, mi accompagnò alla macchina e andammo a casa sua. Non dissi nulla per tutto il viaggio; stavo rannicchiata sul sedile stringendomi forte le braccia intorno al busto, lo sguardo fisso davanti a me. Vedevo la strada, ma in realtà la mia mente era altrove, avvolta dall'oscurità, senza alcuna luce in lontananza che m'indicasse una via di salvezza. Arrivate da lei, mi sedetti sul divano con gli occhi fissi sul pavimento. Non potevo guardare in faccia Alice; mi conosceva troppo bene e avevo paura che riuscisse a leggere nel mio sguardo il terrore che stavo provando e che, in un modo o nell'altro, intuisse la mia vera natura, che capisse cosa fossi in realtà. Non volevo, non volevo essere guardata con disprezzo dalla mia migliore amica. Alice cercò di farsi spiegare cos'era successo, ma io non potevo e non volevo risponderle. Con un sospiro sparì nell'altra stanza e quando tornò, mezz'ora dopo, mi si inginocchiò davanti. «Rebecca, non vuoi proprio dirmi perché sei in queste condizioni, vero?» Scossi la testa. «Va bene, allora ascolta: ho chiamato il tuo ufficio, ho detto che starai via per due settimane. Ho prenotato una stanza in un albergo a Ischia, partiamo tra due ore.» Era davvero un'amica speciale. La guardai con le lacrime agli occhi. «Grazie, ma non potrò comunque spiegarti nulla.» Lei mi abbracciò. «Non importa, la cosa che conta è che tu torni in te. Non voglio vederti in queste condizioni.» Partimmo, e in cinque ore fra treno e traghetto arrivammo a destinazione. Passammo due settimane fantastiche. L'albergo era molto carino, non molto grande ma ben organizzato: una grande piscina all'aperto, un'altra più piccola al chiuso, e le cabine per i massaggi. La nostra stanza si trovava al terzo piano e il terrazzo si affacciava sul mare; la spiaggia privata dell'albergo era proprio sotto di noi. I negozi della cittadina erano fornitissimi e, soprattutto nei primi due giorni, facemmo shopping, dato che, essendo partita in tutta fretta, non avevo nulla con me. Per tutta la vacanza Alice non tornò sul motivo per cui eravamo partite così in fretta. I nostri argomenti di conversazione furono i vestiti, i ragazzi e il fatto che anche lei fosse contenta di essersi presa una pausa, dato che, la settimana precedente, quel simpaticone del suo ragazzo l'aveva lasciata, dopo quattro anni di fidanzamento, per una tipa dai capelli rossi molto più vecchia di lui. Ne parlammo, ne sparlammo, e alla fine convenimmo che la mia crisi di nervi aveva aiutato un po' tutte e due. Per tutto il tempo evitai di cercare i vampiri con i miei sensi: sapevo che c'erano, ma non intendevo averci a che fare. Quando ripartimmo stavo benissimo: rilassata, tranquilla, più forte e abbronzata. Una volta che ci fummo separate alla stazione, decisi che, tutto sommato, altre due settimane lontano dal lavoro non mi avrebbero fatto male. Telefonai in ufficio e, stranamente, Elisa non fece obiezioni al fatto che il suo capo non facesse altro che prendere ferie. Credevo che l'effetto della motivazione data da Alice alla mia partenza, che non conoscevo e nemmeno volevo conoscere, durasse ancora. Infilando la chiave nella serratura di casa mia, avevo paura di trovare brutte sorprese. Mi concentrai, ma non percepii tracce di vampiri. Tirai un sospiro di sollievo ed entrai. La casa era come l'avevo lasciata – i giornali sul divano, le tende tirate, le serrande alzate, il letto sfatto – ma sul mio cuscino c'era un biglietto. Con riluttanza lo presi. La calligrafia era ariosa ed elegante. Sapevo chi l'aveva scritto e pensavo di leggervi parole piene di furore. Invece diceva solo: “Ritornerò, Rebecca.” |
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