Writer Officina Blog
Ultimi articoli
Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP, ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo già formattato che per la copertina.
Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici, dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie capacità senza la necessità di un partner, identificato nella figura di un Editore.
Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
Home
Admin
Conc. Letterario
Magazine
Blog Autori
Biblioteca New
Biblioteca Gen.
Biblioteca Top
Autori

Recensioni
Inser. Estratti
@ contatti
Policy Privacy
Writer Officina
Autore: P. Sacchi
Titolo: Il Castalbero e altre leggende
Genere Fantasy
Lettori 7 1
Il Castalbero e altre leggende
La leggenda della nave senza nome.

Il primo rumore che udì fu lo schiocco ritmico delle vele tese dal vento. L'uomo aprì gli occhi sul ponte di una nave che non conosceva, con il sapore del sale sulle labbra e una fitta sorda alla tempia. Si sollevò a fatica, appoggiandosi ad una murata liscia come fosse stata levigata da poco dalle mani esperte di un carpentiere. Si guardò attorno, sperando di incrociare gli sguardi di qualcuno che lo potesse aiutare a ricordare. Non c'era nessun altro.
Come era finito su questa nave? Non ricordava di essersi imbarcato, né da dove provenisse. Addirittura, aveva dimenticato il suo nome. Si sforzò di ricordare. Ma il nome non arrivava, al pari di qualsiasi riferimento al suo passato. Cercò, come si cerca un oggetto caduto al buio, tastando ogni angolo della sua mente, ma trovò solo un vuoto inquietante.
“Ehi?” chiamò, sentendosi sciocco.
Solo la nave rispose con un lento gemito del legno.
Con la testa che pulsava per il dolore, scese sottocoperta. Le lanterne erano accese e mandavano una luce calda che oscillava appena sotto l'effetto di qualche spiffero. Amache vuote, un tavolo apparecchiato per una sola persona. Pane ancora morbido, una ciotola di zuppa fumante. L'uomo indietreggiò, il cuore che batteva forte. La cabina del comandante era vuota. La stiva, pure, e qui, senza riuscire a darsi una spiegazione, si sorprese a valutarne le dimensioni per stimare la capacità di carico. Durò il tempo di un respiro, ma abbastanza per disorientarlo ancor più.
“C'è nessuno?” gridò con quanto fiato aveva in gola al colmo della disperazione.
Nessuno rispose e la sensazione di essere l'unico a bordo divenne una certezza.
“Chi governa questa nave?” sussurrò dopo alcuni istanti.
La nave scricchiolò. Un suono profondo, quasi un respiro, l'equivalente di una risposta.
Risalì sul ponte di coperta e raggiunse il castello di poppa. Il timone si muoveva da solo. Non girava a scatti, ma con la calma sicura di chi sa dove andare. L'uomo rimase a fissarlo e un brivido gli percorse la schiena. Il mare intorno era immobile come olio scuro. Eppure, la nave avanzava con le vele gonfiate da un vento invisibile, fendendo l'acqua senza lasciare una scia.
Era una notte illuminata da una luna splendente e da miriadi di stelle che parevano osservare incuriosite. Si guardò le mani: troppo lisce e curate per aver conosciuto un lavoro manuale. Si tastò il mento coperto da una barba corta e ispida. Si carezzò le guance e seguì il profilo del naso come appartenessero ad uno sconosciuto. Avvertì il bisogno impellente di vedere il suo volto. Ricordò di aver notato uno specchio nella cabina del comandante. Scese nuovamente sottocoperta. Entrò e impugnò il piccolo specchio con mano tremante.
Il vetro, scheggiato in alcuni punti, gli restituì il volto di un uomo nel pieno delle forze. Si osservò a lungo, ma nessun ricordo scattò nella sua mente.
Posò lo specchio sopra una carta nautica srotolata sul tavolino. Fu allora che gli parve di cogliere un movimento: una linea sottile che si andava tracciando sulla carta. Strizzò gli occhi e guardò attentamente. Era una vecchia pergamena raffigurante un mare sconosciuto con alcune isole solitarie raffigurate con dovizia di particolari. Numerose linee erano state tracciate. Alcune erano scolorite dal tempo, ma una attirò la sua attenzione: un sottile tratto di inchiostro che avanzava a piccoli scatti verso un tratto di mare aperto.
Restò ad osservare per alcuni istanti, sino a che ebbe un'intuizione. Che quella linea tracciasse la rotta seguita dalla nave? Si sedette al tavolino e impugnò una penna d'oca. La intinse nell'inchiostro e tracciò una deviazione che avrebbe condotto la nave all'isola più vicina.
Con sua grande sorpresa, la nave accennò a virare. Fu questione di attimi. Poi, il legno della nave brontolò il suo disappunto e riprese la rotta seguita in precedenza. La linea che aveva tracciato sulla carta era scomparsa.
L'uomo si appoggiò con i gomiti al tavolino e si prese la testa dolorante tra le mani. Era sprofondato in un incubo. Incapace di ricordare qualunque cosa gli rivelasse la sua identità, si ritrovava in balìa di una nave che lo stava conducendo chissà dove.

Nei giorni che seguirono, imparò a convivere con il silenzio, come rassegnato ad attendere che il suo destino si compisse. Trascorse gran parte del tempo camminando sul ponte e scrutando l'orizzonte, sempre alla ricerca di ricordi che non affioravano. Ogni sera trovava una cena pronta ad attenderlo. Rinunciò subito a capire chi la preparasse. Troppi erano gli interrogativi senza risposta ed arrovellarsi avrebbe significato uscirne pazzo.
La nave non aveva bisogno di ordini. Cambiava rotta evitando tempeste che lui non vedeva arrivare. Quando il mare diventava insidioso ammainava le vele per rallentare. Accelerava per sfuggire all'attenzione delle altre navi che avvistava ancora prima che l'uomo potesse scorgerle.
Tornò spesso nella cabina del comandante per consultare la mappa. Nuovi mari, nuove isole si sostituivano a quelle che la nave si era lasciata alle spalle. Davanti a sé, però, vedeva sempre una distesa d'acqua, come se il mondo non avesse altro da proporre.
La mattina del sesto giorno, l'uomo si trovava sul ponte di prua. Osservava la distesa d'acqua di fronte a sé, cupo in volto. All'improvviso l'assenza di ricordi esplose nel suo cuore ed iniziò a tormentarlo, come un fardello troppo pesante con cui convivere. Il sole splendeva in tutta la sua luminosità e il mare era agitato da lievi onde. La nave procedeva a velocità sostenuta, sfruttando le correnti e virando, talvolta, per inseguire il vento laddove era più favorevole.
In capo a pochi istanti il cielo divenne plumbeo. Grosse nuvole avanzarono minacciose, sospinte da un vento gelido che spirava impetuoso nella direzione opposta, come volesse proibire alla nave di proseguire. Il rombo dei tuoni crebbe d'intensità. La pioggia scrosciò improvvisa con un'intensità tale da impedire di vedere ad un palmo di naso. Le saette iniziarono a sfrecciare e a cadere a non troppa distanza dalla nave. La tempesta infuriò, sballottando la nave come fosse lieve al pari di una piuma. L'uomo si aggrappò con forza al trinchetto, stringendolo in un abbraccio disperato, sentendo il legno vibrare sotto le sue mani come se stesse trattenendo un grido.
Fu allora che qualcosa si mosse dentro di lui. Non un suono nell'aria, ma un richiamo sordo che saliva dalle assi, dal fasciame, dalla chiglia che tagliava il mare.
< Ricordare è un peso che grava sull'animo >
La voce non aveva timbro né direzione. Non parlava a lui, ma attraverso lui.
L'uomo chiuse gli occhi e per un istante si estraniò dalla bufera che infuriava. Immagini lo attraversarono con una forza incontrastabile: un'altra tempesta, urla, vele lacerate, una nave in procinto di affondare. Lui, aggrappato ad un relitto, che implorava il mare di non lasciarlo morire.
E il mare che non restò indifferente.
Si lasciò cadere in ginocchio sul ponte.
“Basta...” mormorò, senza sapere a chi si rivolgesse. “Basta...”
Il legno gemette, lento, profondo. L'uomo alzò lo sguardo, il volto rigato da pioggia e lacrime indistinguibili. All'improvviso comprese.
“Questa nave...” disse con voce spezzata. “Non è solo legno, vero?”
Un tuono esplose così vicino che il ponte tremò.
< Sono ciò che mi hai dato > rispose la voce. < Il tuo nome, il tuo passato. Li hai scambiati per continuare a vivere >
Il cuore gli martellava nel petto. Le parole gli uscirono come una colpa.
“E cosa ho lasciato?” chiese. Non osava chiedere cosa fosse stato.
Il ponte vibrò sotto di lui, come se la nave stesse avanzando contro qualcosa di invisibile.
< Tutto ciò che ti permetteva di definirti uomo >
Un brivido lo attraversò da capo a piedi.
“Io... sono sopravvissuto. Perché?”
Il prolungato silenzio che seguì fu peggiore della tempesta. Poi, lentamente, la voce giunse nuovamente:
< Perché qualcuno doveva ricordare al posto tuo >
L'uomo abbassò il capo e sentì le lacrime salate confondersi con la pioggia. Capì allora perché non c'era equipaggio; perché il timone non chiedeva mani; perché la nave non si era mai fermata. Lui non era un passeggero: era il cuore mancante della nave.
“E ora dove mi stai portando?” chiese.
Il ponte vibrò dolcemente, come una carezza.
< Ovunque tu voglia ricordare. Oppure, ovunque tu voglia dimenticare >
L'uomo si rialzò. Non aveva ricevuto risposte. Gli restò solo una sensazione di profondo disagio.
Così come era iniziata, la tempesta cessò senza che l'uomo se ne accorgesse. Come d'incanto, il cielo era tornato limpido e il sole splendeva trionfante. Non sapeva chi fosse stato, ma sapeva cosa era diventato: un uomo sospeso tra mare e memoria, su una nave che portava il peso di ciò che era stato.
Posò una mano sul timone. Per la prima volta, questo rimase immobile, in attesa. La nave non avanzò più. Il mare attorno era calmo con piccole increspature che si allargavano come se qualcosa, sotto la superficie, stesse trattenendo il respiro.
Fu allora che la vide.
All'orizzonte, dove prima non c'era che acqua, si stagliava la sagoma di un'isola. Non apparve all'improvviso, ma come se fosse sempre stata lì e il mondo avesse finalmente deciso di consegnarla alla sua vista. Una lingua di terra scura, cinta da scogli scuri, con un'unica altura al centro. Nessun fumo, nessuna costruzione visibile. Solo roccia, alberi contorti dal vento e una spiaggia che brillava di sabbia chiara.
La nave riprese a muoversi, lenta, senza che lui toccasse il timone.
“È lì che devo scendere?” chiese a bassa voce.
Il ponte vibrò sotto i suoi piedi.
< È una tua scelta >
P. Sacchi
Biblioteca
Acquista
Preferenze
Recensione
Contatto