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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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Oltre le Difese
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Il sole dello Utah non era un amico, e Blake lo aveva imparato sulla propria pelle molto tempo prima. Era piuttosto un padrone implacabile, uno di quelli che non chiedeva permesso prima di imporre la propria volontà e che pretendeva un tributo in sudore, polvere e pelle bruciata. Quel pomeriggio, mentre avanzava lungo il sentiero che conduceva al cancello principale del Ranch della Valle Rossa, sentiva il calore penetrare attraverso la camicia di jeans ormai logora e incollata alla schiena, proprio dove le vecchie cicatrici sembravano pulsare a ogni passo, ricordandogli che il corpo poteva essere costretto a dimenticare molte cose, ma non tutto. Camminava da ore, dopo essere sceso da un vecchio camion che lo aveva portato per una parte del tragitto. Il conducente, un uomo dalla barba bianca che aveva accettato di dargli un passaggio senza fare troppe domande, gli aveva offerto un caffè in una stazione di servizio e gli aveva indicato la strada per la Valle Rossa. Il nome di Silas Hawthorne era stato pronunciato con un'espressione particolare, a metà tra il rispetto e la prudenza, come se anche solo nominarlo avesse richiesto una certa cautela. «Se cerchi lavoro, prova da Silas», gli aveva detto, «paga bene.» Poi aveva esitato, prima di aggiungere: «Ma devi essere disposto a guadagnartelo.» Blake non aveva risposto, non aveva avuto bisogno di sapere altro. Aveva proseguito a piedi, con lo zaino sulle spalle e il cappello a tesa larga calato sugli occhi, seguendo una strada sterrata che si snodava tra rocce rosse, cespugli bassi e distese di terra bruciata dal sole. Non possedeva quasi nulla, ormai; lo zaino conteneva pochi vestiti, un coltello, una borraccia e qualche oggetto che non avrebbe saputo definire davvero utile, ma che non era ancora riuscito a buttare via. Il resto della sua vita era rimasto disseminato lungo strade che non aveva più intenzione di ripercorrere. Aveva dormito in un fienile abbandonato la notte precedente, rannicchiato tra balle di fieno vecchio, e quella prima ancora aveva trovato riparo sotto un ponte, con il cemento gelido sotto la schiena e una mano stretta attorno alla fibbia della cintura per abitudine più che per necessità. Non era stato il viaggio più lungo della sua vita, e nemmeno il più difficile, ma era stato sufficiente a ricordargli quanto fosse diventato facile per un uomo scomparire quando nessuno lo stava cercando. E Blake aveva bisogno di scomparire. Doveva procurarsi un lavoro, ma soprattutto desiderava un luogo nel quale poter ricominciare a esistere senza dover spiegare a nessuno chi fosse stato prima di arrivare lì. Cercava un posto dove la fatica fosse abbastanza intensa da consumargli le energie e impedire ai pensieri di raggiungerlo durante la notte; un luogo in cui il rumore degli zoccoli, il tintinnio delle fibbie, il fruscio del fieno e il vento tra le rocce potessero coprire quello che continuava a risuonargli nella testa ogni volta che il silenzio diventava troppo profondo. I cavalli, almeno, gli erano sempre stati comprensibili. Li aveva conosciuti prima ancora di comprendere davvero gli uomini. Suo padre gli aveva insegnato a cavalcare quando era ancora un ragazzino, mettendogli una sella sulle spalle e spiegandogli che un animale non si convinceva mai con la forza, ma con la pazienza e con la capacità di capire ciò che stava per fare prima ancora che lo attuasse. «Non devi costringerlo a seguirti», gli aveva detto una volta, «devi fargli credere che sia stata una sua idea.» Blake aveva conservato quella lezione più di molte altre. Negli anni aveva lavorato in piccoli allevamenti e ranch sperduti, aveva sellato cavalli che altri uomini non riuscivano neppure ad avvicinare, aveva curato animali feriti, recuperato puledri selvatici e imparato a riconoscere il carattere di un cavallo osservandone soltanto il modo di tenere le orecchie o di distribuire il peso sulle zampe. Non aveva mai avuto bisogno di esibirsi per dimostrare la propria abilità, perché la competenza, con i cavalli, non era qualcosa che si poteva fingere: o sapevi leggere un animale oppure prima o poi l'animale ti presentava il conto. Blake aveva imparato anche qualcosa di più importante. La paura e la rabbia, nei cavalli, spesso avevano lo stesso volto. Quando finalmente vide il grande arco di legno che segnava l'ingresso del ranch, rallentò il passo e sollevò leggermente il viso. Sul legno scuro erano incise poche parole. RANCH DELLA VALLE ROSSA SILAS HAWTHORNE. Il nome sembrava quasi una dichiarazione di guerra. Blake inspirò profondamente, ignorando il dolore sordo che gli attraversava il fianco, residuo di un inverno trascorso dormendo su pavimenti duri e sopportando più di quanto il suo corpo fosse disposto a concedergli senza protestare, quindi proseguì oltre il cancello. Il Ranch si apriva davanti a lui con una precisione che contrastava con la selvaggia bellezza della valle. I recinti erano disposti in file ordinate e costruiti con assi robuste, prive di quelle riparazioni improvvisate che Blake aveva visto in tanti altri allevamenti; le stalle, lunghe e profonde, erano mantenute in condizioni impeccabili e dal loro interno arrivava il profumo familiare del fieno fresco mescolato a quello più acre del cuoio, del sudore animale e del letame. Più in alto, su una piccola altura che dominava l'intera proprietà, sorgeva la casa padronale. Era una costruzione imponente di pietra grezza e legno scuro, con una veranda che correva lungo il fronte e grandi finestre rivolte verso la vallata. Non aveva nulla di elegante nel senso tradizionale del termine, ma possedeva una solidità quasi austera, la stessa impressione che avrebbe dato una fortezza costruita per resistere più che per essere ammirata. Blake aveva sentito parlare di Silas Hawthorne lungo la strada. Tutti sembravano conoscerlo, o almeno conoscere la sua reputazione. Si diceva che fosse duro, che non perdonasse gli errori e che fosse capace di licenziare un uomo senza battere ciglio se quello non rispettava le regole del ranch. Alcuni lo definivano spietato; altri raccontavano che avesse mandato via braccianti dopo anni di servizio per una sola mancanza abbastanza grave da farlo arrabbiare. C'era persino chi sosteneva che Silas non avesse mai avuto bisogno di urlare per farsi obbedire, perché bastava il suo sguardo a far capire agli uomini quando avevano superato il limite. Tuttavia, ogni volta che quelle storie arrivavano alla fine, qualcuno pronunciava la stessa frase. Silas Hawthorne pagava bene. Molto bene. E soprattutto pagava puntualmente. Per Blake, quella era l'unica parte della sua reputazione che avesse importanza. Un rumore improvviso lo costrinse a voltarsi verso un recinto circolare poco distante dalle stalle. Un gruppo di uomini vi si era radunato attorno e, al centro, un magnifico mustang nero stava combattendo contro ogni cosa gli si avvicinasse. Il mantello era scuro e lucido di sudore, le narici dilatate, la bocca coperta di schiuma e gli occhi così spalancati che Blake poté distinguere il bianco intorno alle iridi anche dalla distanza. L'animale scalciava contro la staccionata, si impennava e abbassava la testa con movimenti violenti, come se ogni tentativo di avvicinamento fosse un'aggressione alla quale dovesse rispondere immediatamente. Blake si fermò. Non gli servì molto per capire che cosa stesse guardando. Quello non era un cavallo cattivo, era un cavallo terrorizzato. Un uomo alto e robusto, con i capelli grigi tagliati corti e una mascella che sembrava scolpita nel granito, osservava la scena con le braccia incrociate sul petto. Indossava jeans puliti, stivali di buona qualità e una camicia chiara perfettamente stirata, e aveva quell'atteggiamento di chi non era abituato a chiedere permesso a nessuno. Blake capì immediatamente che doveva trattarsi di Silas. Accanto a lui c'era un giovane dai capelli scuri e leggermente disordinati, che rideva nervosamente mentre osservava il cavallo. A differenza di Silas, non sembrava a proprio agio in quella situazione. La sua espressione conteneva una certa ironia, ma dietro di essa si intuiva qualcosa di diverso, una sensibilità che cercava di mascherare per non sembrare vulnerabile. Blake non poteva ancora sapere che quel giovane era Julian Hawthorne, il figlio cresciuto per tutta la vita all'ombra di un uomo come Silas, ma che, nonostante quella presenza ingombrante, aveva conservato un'empatia rara, quasi istintiva. «Nessuno di voi smidollati riesce a mettergli una corda al collo?» tuonò Silas. Ci fu solo silenzio. Il mustang si impennò di nuovo e uno degli uomini arretrò di scatto. Blake si avvicinò alla recinzione. «Posso provarci io, capo.» La sua voce era bassa e roca, ma abbastanza ferma da attraversare il silenzio improvviso. Tutti si voltarono. Silas lo squadrò lentamente, soffermandosi sullo zaino consumato, sulla camicia di jeans logora e sugli stivali coperti di polvere. «E tu chi saresti, ragazzo?» «Blake.» «Solo Blake?» «Per adesso.» Qualcuno ridacchiò, Silas, invece, rimase serio. «Sembri un vagabondo che ha appena finito di fare a botte con un treno merci.» «Ha ragione signore ma...cerco lavoro,» poi indicò il mustang con un movimento appena accennato del mento, «e so trattare i cavalli.» Silas guardò l'animale, poi tornò a fissare lui. «Se quella bestia ti rompe l'osso del collo, non aspettarti che ti paghi il funerale.» Blake sostenne il suo sguardo. «Non mi servirà un funerale, ma un buon contratto sì.» Per un istante Silas rimase in silenzio, poi fece un passo di lato. «E sia. Vai.» Blake scavalcò la recinzione senza esitare e il brusio degli uomini si spense quasi immediatamente. Anche Julian smise di sorridere. Blake entrò nel recinto senza portare con sé una corda, una frusta o qualsiasi altro strumento che avrebbe potuto essere interpretato dal cavallo come una minaccia. Si tolse il cappello e lo tenne in una mano, lasciando che il sole colpisse il suo viso segnato dalla stanchezza e da una piccola cicatrice che gli attraversava lo zigomo. Poi rimase fermo. Non fissò direttamente il mustang, perché sapeva che uno sguardo troppo insistente avrebbe potuto essere interpretato come una sfida. Abbassò leggermente il capo e lasciò che l'animale avesse il tempo di osservarlo. «Ehi, amico.» Il mustang scalpitò. Blake non si mosse. «Non ti farò niente.» L'animale sollevò la testa e soffiò con forza dalle narici. Blake aspettò ancora. «Lo so che hai paura.» Il mustang arretrò. Blake fece un passo laterale, lasciandogli spazio. «Presto ti fiderai di me...» La sua voce era appena un mormorio, una nenia senza parole precise, eppure continuò a parlare come se fosse la cosa più naturale del mondo. Scandiva le parole lentamente, non perché avesse qualcosa da dire, ma perché aveva imparato che il silenzio improvviso poteva essere più minaccioso di una voce calma. Passarono diversi minuti. Il sole continuava a bruciare la terra e il sudore cominciò a scendere lungo il collo di Blake, ma lui non sembrò accorgersene. Ogni tanto spostava il peso da un piede all'altro, sempre lentamente, mantenendo una postura rilassata che lasciava al cavallo la possibilità di scegliere. Il mustang lo osservava, e Blake osservava lui. Tra loro si stabilì una specie di dialogo muto. Un passo, una pausa, un respiro, poi un altro passo. Quando il cavallo si impennò all'improvviso, le zampe anteriori passarono a pochi centimetri dal petto di Blake. Qualcuno urlò dal recinto, ma lui non indietreggiò, rimase esattamente dov'era, con le mani aperte lungo i fianchi e gli occhi fissi sul terreno. Aveva affrontato uomini molto più pericolosi di un animale spaventato. E, in fondo, conosceva fin troppo bene la differenza tra un essere che voleva fare del male e uno che cercava disperatamente di difendersi. Quando il mustang tornò a terra, Blake alzò lentamente una mano. «Adesso fidati, amico.» L'animale scosse la testa. Blake aspettò. Poi fece un altro passo. Questa volta il mustang non arretrò. Le dita di Blake raggiunsero lentamente il suo muso umido e lo sfiorarono appena. Il cavallo ebbe un sussulto, ma il cowboy non ritirò la mano. «È tutto finito.» Il mustang tremò sotto quel tocco, ma non scappò. Blake continuò ad accarezzarlo, passando dalle narici alla fronte e poi lungo il collo, mentre il respiro dell'animale diventava gradualmente più regolare. Solo quando sentì che il corpo del cavallo aveva smesso di essere rigido come una corda tirata al massimo, prese la cavezza. Non la impose, la lasciò annusare. Il mustang esitò, poi abbassò la testa. Blake infilò lentamente la cavezza sul muso dell'animale. Tutti erano in silenzio, ipnotizzati da quanto era appena successo. Quando fece il primo passo, il cavallo lo seguì. Un secondo passo, un terzo. Il mustang camminava dietro di lui come se avesse dimenticato di essere stato sul punto di distruggere quel recinto pochi minuti prima. Gli uomini si scambiarono occhiate incredule, poi Silas sputò a terra. Era il suo modo di applaudire. «Gideon!» chiamò, e un uomo massiccio si fece avanti. «Sì, capo.» «Da una branda a Blake nel dormitorio e trovagli dei vestiti decenti. Quelli che indossa sembrano pronti a cadere a pezzi.» Blake rimase immobile per qualche secondo, come se quelle semplici parole avessero bisogno di tempo per raggiungerlo. «Domani all'alba si comincia», aggiunse Silas. Blake annuì. Sentì il peso che da giorni gli gravava sul petto allentarsi appena. Non era felicità, era qualcosa di più fragile: sollievo. Uscì dal recinto e si avviò verso le stalle, ma non aveva percorso che pochi passi quando Julian gli si parò davanti. Da vicino il giovane era più alto di quanto Blake avesse immaginato e aveva una corporatura asciutta, atletica, costruita più dalle ore trascorse a cavallo che dal lavoro pesante. I capelli scuri, spettinati dal vento, gli cadevano sulla fronte e gli occhi, profondi e quasi neri, avevano una vivacità che contrastava con l'austerità del ranch. «Niente male, straniero.» Blake lo guardò, fece per superarlo, ma Julian rimase fermo. «Sei sempre così loquace?» Il cowboy lo fissò per un istante, poi tentò nuovamente di passare. Julian sorrise, ma non era un sorriso arrogante, come Blake aveva inizialmente immaginato; aveva piuttosto qualcosa di aperto e curioso, quasi disarmante. «Stavo solo cercando di darti il benvenuto.» «Okay, sappi che ci sei riuscito.» Julian rise piano. «Va bene, mi accontento.» Fu un gesto istintivo, quasi involontario, quello con cui allungò una mano verso la spalla di Blake, le dita sfiorarono appena il tessuto della camicia. La reazione fu immediata, il cowboy scattò all'indietro con una rapidità che Julian non avrebbe creduto possibile. Il suo corpo si tese, le spalle si irrigidirono, il respiro gli si spezzò in gola e per un istante nei suoi occhi comparve qualcosa di così primordiale e spaventato che Julian rimase con la mano sospesa a mezz'aria. Non aveva mai visto nessuno reagire in quel modo a un semplice tocco. «Ehi...» Julian abbassò lentamente la mano. «Calmo. Volevo solo complimentarmi.» Blake inspirò profondamente, cercando di riprendere il controllo, la trasformazione fu quasi impercettibile, ma Julian la vide. L'uomo spaventato scomparve, la maschera tornò al suo posto. «Okay», disse Blake con voce roca. «Ma non...» Si interruppe, per un momento sembrò combattuto tra il desiderio di andarsene e quello di chiarire una regola che, per lui, doveva essere assoluta, «...non mi toccare.» Julian annuì. «Va bene.» Blake lo fissò ancora qualche secondo, «Mai.» Quindi si voltò e si incamminò verso il dormitorio, Julian rimase a guardarlo allontanarsi. C'era qualcosa nel modo in cui Blake camminava che gli era rimasto impresso. Nonostante la stanchezza, ogni movimento era preciso, economico, privo di qualsiasi gesto superfluo; aveva quella particolare elasticità che apparteneva agli uomini abituati a passare gran parte della propria vita in sella, con le spalle rilassate e il peso distribuito in modo naturale, come se il corpo avesse imparato da solo a mantenere l'equilibrio. La camicia consumata aderiva alla schiena e lasciava intravedere una muscolatura asciutta, costruita attraverso anni di lavoro, cavalcate interminabili e giornate trascorse a sollevare selle, spostare balle di fieno e domare animali che non avevano intenzione di obbedire. E poi c'era il viso. Julian continuava a rivederlo nella propria mente: la mascella marcata, gli zigomi pronunciati, la piccola cicatrice sullo zigomo, le labbra disegnate alla perfezione e soprattutto quegli occhi grigi, che da lontano sembravano freddi e quasi ostili, ma che durante l'incontro con il mustang avevano rivelato qualcosa di completamente diverso. Una vulnerabilità nascosta così bene da sembrare quasi inesistente. Julian non riuscì a spiegarsi perché quell'uomo lo avesse colpito tanto, però ebbe l'intuizione di credere nelle contraddizioni. Blake sembrava duro, eppure aveva parlato a un animale terrorizzato con una dolcezza che Julian non aveva mai visto utilizzare da nessuno; pareva pericoloso, eppure era stato capace di aspettare dieci minuti prima di compiere un gesto che un altro uomo avrebbe imposto con la forza. Era un uomo che sembrava non aver bisogno di nessuno; tuttavia, nei suoi occhi trapelava una solitudine così evidente che Julian aveva avuto quasi l'impressione di sentirla. Lo seguì con lo sguardo fino a quando lo vide scomparire dietro le stalle, solo allora si accorse che stava ancora fissando il punto in cui era scomparso. «Julian!» La voce di suo padre lo fece trasalire. Si voltò. Silas lo osservò con la solita espressione impassibile, «Che c'è?» chiese sulla difensiva, il padre restò in silenzio, lo studiò per qualche secondo, poi si voltò verso il recinto. Julian rimase immobile. Sapeva che avrebbe dovuto tornare al lavoro, ma qualcosa dentro di lui continuava a riportarlo a quel cowboy comparso dal nulla, alla sua voce roca, al modo in cui aveva toccato il muso del mustang e a quella reazione improvvisa quando le sue dita avevano sfiorato la sua spalla. Non sapeva ancora chi fosse Blake, né da dove venisse e cosa avesse fatto prima di arrivare alla Valle Rossa, ma soprattutto quali segreti si portasse dietro, così giurò a sé stesso una cosa, avrebbe fatto di tutto per scoprirlo. E quella curiosità, che all'inizio avrebbe potuto sembrare soltanto un interesse passeggero, stava già cominciando a trasformarsi in qualcosa di molto più difficile da ignorare. |
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