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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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L'officina delle seconde possibilità
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Scuola: un passo verso il futuro
...«A giugno hai finito, Arben. Non ho più voglia di ripetertelo!». Il colpo del pugno di Bajram sulla tavola di fòrmica fece saltare i cucchiaini dentro le tazze sporche di caffè turco. Non era un gesto di violenza, ma di definitiva, stanca chiusura. Arben fissò le mani di suo padre: erano grosse, le nocche segnate da cicatrici bianche e le unghie bordate dal nero perenne del cantiere. Erano le mani del suo futuro, e gli facevano paura. «Voglio fare il quarto anno, baba. La prof di inglese dice che ho i numeri, che se prendo il diploma tecnico...» «La prof di inglese non paga le nostre bollette», lo interruppe Bajram, alzandosi. La sua sagoma massiccia oscurò la luce fioca che filtrava dalla finestra, dove la nebbia dell'entroterra veneziano stava già mangiando i profili dei capannoni. «Servono braccia. Tuo fratello ha bisogno di scarpe, tua madre non può fare i doppi turni alle pulizie per sempre. Il geometra ti aspetta il primo lunedì dopo l'esame. È deciso». Arben sentì un calore bruciante salirgli lungo il collo. In quel momento sentiva il pavimento mancargli sotto i piedi. «Perché agli altri non succede? Perché i miei compagni devono solo preoccuparsi di quale scooter comprare?» la voce gli tremò, carica di quel senso di esclusione che lo rendeva scostante con tutti. «Loro restano a scuola. Loro hanno una scelta». «Loro sono loro. Noi siamo noi», rispose il padre avviandosi verso la porta. «Prepara lo zaino. E vedi di non farti bocciare proprio adesso, o quella qualifica non servirà nemmeno a pulirti le mani dal fango». Rimasto solo in cucina, Arben guardò fuori verso la zona industriale. Sentiva che la vita, un pezzo alla volta, gli stava portando via tutto: i sogni, il tempo, persino la possibilità di essere diverso da quell'uomo che era appena uscito. Infilò il modulo per l'iscrizione al quarto anno nello zaino, sgualcito e nascosto sotto i libri di meccanica. Era un atto di resistenza muto, una scintilla in una polveriera che, sapeva bene, sarebbe esplosa prima della fine dell'anno.
Il primo giorno
La scuola era lì da sempre. Almeno così sembrava. Un edificio lungo, color crema ormai scolorito dalla pioggia e dagli inverni della pianura veneta, con finestre grandi e corridoi che odoravano di detersivo, ferro e olio da motore. Ogni settembre si riempiva di ragazzi che arrivavano da paesi diversi, famiglie differenti e mondi dissimili, per poi chiuderli tutti sotto lo stesso tetto per nove mesi. Alle sette e quaranta il parcheggio era già un formicaio fatto di motorini che tossivano prima di spegnersi, porte di automobili che sbattevano, madri che urlavano un'ultima raccomandazione dal finestrino, zaini lanciati senza cura sull'asfalto per andare a dare una pacca sulle spalle agli amici ritrovati. Youssef attraversò il cancello senza fretta, perso nei suoi pensieri. Portava lo stesso zaino dell'anno prima. Una cerniera era rotta e la spallina sinistra era già stata cucita due volte da sua madre. Camminava tenendo lo sguardo basso. Era un'abitudine. Quando si cresce imparando a non dare nell'occhio, dopo un po' smetti perfino di accorgertene. Vicino all'ingresso un gruppo di ragazzi dell'elettrico stava già scherzando ad alta voce. Più in là alcune ragazze del settore acconciatura si facevano dei selfie sorridendo sicure allo smartphone. Avevano capelli perfetti, unghie luccicanti e sorrisi da star del cinema. Alcune di loro sembravano proprio uscite da una pubblicità. Youssef le osservò per un attimo e poi proseguì. La campanella non era ancora suonata. C'era tempo. Ma il primo giorno di scuola era come una corrente elettrica. La sentivi nell'aria. L'aula della terza meccanica si trovava al secondo piano. I banchi erano disposti singolarmente in file leggermente irregolari. Alcuni di quei banchi portavano incisi dei nomi dagli anni precedenti, altri invece avevano disegni di motori, teschi e cuori trafitti. Non mancavano nemmeno le bestemmie, ancora visibili sul piano di scrittura chiaro nonostante i collaboratori avessero provato in tutti i modi a cancellarle durante l'estate. Le finestre occupavano quasi un'intera parete, da dove si vedeva il cortile sul retro: tre grandi tigli agitavano lentamente i rami nel vento leggero di settembre. Oltre gli alberi c'era il campo da calcio dove l'erba non era perfetta: in alcuni punti era più gialla che verde e le porte erano consumate. Ma durante l'intervallo diventava il centro del mondo. Youssef scelse un banco vicino alla finestra perché gli piaceva guardare fuori. La finestra sul giardino gli dava l'impressione di essere libero e non sacrificato in un'aula scolastica soffocante. I compagni entrarono alla spicciolata: chi parlava, chi rideva, chi cercava di sembrare più sicuro di quanto fosse realmente, chi era già arrabbiato all'idea delle ore interminabili che avrebbe dovuto sacrificare dentro quelle quattro mura, mentre la vita era tutta fuori. Poi arrivò un ragazzo alto, magro, con i capelli neri tagliati corti, la mascella dura e gli occhi che sembravano sul punto di sfidare qualcuno. Si sedette in fondo, da solo: Arben. Era un ripetente. Youssef lo conosceva di vista. Si erano parlati poche volte. Niente di importante. La porta si aprì e la maggior parte della classe non se ne accorse nemmeno. Nel frastuono tutti continuarono a parlare. Davide stava mostrando un video sul telefono, Simone raccontava le peripezie, vere o inventate, vissute durante le vacanze. La donna che era appena entrata si fermò davanti alla cattedra senza dire una parola. Capelli castani un po' ribelli, che cercava probabilmente di disciplinare con phon e piastra, senza grossi risultati. Una camicetta azzurra semplice con dei fiorellini bianchi stilizzati. Una cartellina piena di fogli in mano. Osservò la classe con un mezzo sorriso. Aspettò. Uno. Due. Tre secondi. Il brusio iniziò lentamente a spegnersi. Quando ebbe ottenuto l'attenzione di quasi tutti sorrise. Un sorriso aperto, di quelli che non si vedono spesso nelle scuole. «Good morning everybody!» La frase attraversò l'aula come una folata d'aria fresca. Giacomo si guardò attorno a metà tra il confuso e l'irritato. Stanislav rise in tono canzonatorio. Michele salutò in italiano. Una voce in fondo rispose: «'morning.» «Better!» disse lei con entusiasmo. «Much better.» Si appoggiò alla cattedra. «Io sono Sara Bellini e sarò la vostra insegnante di inglese per quest'anno.» Fece una breve pausa. «E sì, userò l'inglese anche quando vi sembrerà una pessima idea.» Qualche risata beffarda serpeggiò per l'aula. “Excellent!”. Le risate, a suo parere, erano sempre un buon inizio, anche se aveva capito benissimo che la sfumatura di qualcuno era derisoria. Sara lasciò vagare lo sguardo tra i volti. Anni di insegnamento le avevano mostrato una cosa: i ragazzi dicevano molto di sé anche senza parlare. Lo facevano con il modo in cui entravano in aula, con il posto che sceglievano, con il modo in cui tenevano le spalle e con gli occhi. Soprattutto con gli occhi. Vide il ragazzo vicino alla finestra, quello che sembrava voler essere lì e altrove al tempo stesso . Vide il ragazzo seduto in fondo, quello che teneva le braccia incrociate come una barriera. Per un attimo si chiese quali storie si portassero dietro. Poi scacciò il pensiero. C'era tempo. Fuori dalla finestra i tigli oscillavano lentamente sopra il campo da calcio. Dentro l'aula, trenta ragazzi aspettavano che l'anno cominciasse. Nessuno sapeva ancora che quell'anno avrebbe lasciato una cicatrice destinata a rimanere molto più a lungo di qualsiasi voto sul registro.
Quello che non si vede
Il primo giorno di scuola, quando aveva iniziato a insegnare, Sara Bellini si svegliava prima della sveglia. Dormiva poco e male per l'agitazione. Preparava i vestiti la sera prima. Controllava tre volte il materiale. Cercava dei giochi simpatici per rompere il ghiaccio ed entrare subito in contatto con i suoi alunni. Arrivava a scuola con almeno mezz'ora di anticipo e l'impressione che da quella giornata dipendesse il futuro del mondo. Era molto più... |
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