|
Writer Officina Blog
|

Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
|
|
|
|
|
|
Conc. Letterario
|
|
|
|
Magazine
|
|
|
|
Blog Autori
|
|
|
|
Biblioteca New
|
|
|
|
Biblioteca Gen.
|
|
|
|
Biblioteca Top
|
|
|
|
Autori
|
|
|
|
Recensioni
|
|
|
|
Inser. Estratti
|
|
|
|
@ contatti
|
|
|
Policy Privacy
|
|
Un Matrimonio di Convenienza
|
La pioggia di novembre aveva la buona educazione di cadere sottile, quasi in punta di piedi, come se anche il cielo sopra Ashcombe avesse imparato a comportarsi in società. Margaret se ne stava ritta sul sagrato della piccola chiesa di Saint Aldric, il velo nero che le incorniciava un viso che troppi, in passato, avevano definito più severo che bello — gli zigomi alti, la mascella decisa, gli occhi di un grigio così scuro da sembrare quasi neri quando si accigliava, cosa che le accadeva spesso. Era alta per essere una donna, quasi quanto suo padre lo era stato, e portava quell'altezza con la schiena dritta di chi non si è mai concesso il lusso di incurvarsi. Il vento appena percettibile le muoveva il velo, e pensò che avrebbe preferito un temporale vero. Un temporale avrebbe avuto almeno la decenza di essere sincero riguardo a ciò che tutti provavano, in quel momento, sotto gli abiti scuri e i volti composti. Suo padre era morto undici giorni prima, nel sonno, con la stessa discrezione con cui aveva vissuto — cioè nessuna. Il conte di Ashcombe non aveva mai fatto nulla con discrezione in vita sua, e Margaret trovava quasi comico che avesse scelto proprio la morte per smentirsi. — Reggiti dritta — si disse, come aveva fatto ogni mattina di quegli undici giorni. Non erano parole rivolte a nessun altro. Erano un'istruzione, impartita a sé stessa con la stessa freddezza con cui avrebbe dato ordini a un domestico. Alla sua sinistra, Charlotte fissava la bara con un'espressione che Margaret conosceva fin troppo bene: la mascella serrata, gli occhi asciutti per pura forza di volontà, le mani strette a pugno dentro i guanti neri. Charlotte non piangeva mai in pubblico. Piangeva di notte, quando credeva che nessuno la sentisse, e Margaret aveva imparato a fingere di dormire per lasciarle quella piccola, ostinata dignità. Alla sua destra, Eleanor non guardava la bara affatto. Guardava la folla. Era un'abitudine che Eleanor aveva sviluppato da bambina — osservare le persone invece delle cose, come se il mondo si potesse comprendere meglio studiando le facce di chi lo attraversava piuttosto che gli oggetti che vi lasciava. A diciannove anni, quell'abitudine si era affinata in qualcosa di quasi inquietante. Margaret seguì lo sguardo della sorella minore e capì, in un istante, cosa Eleanor stava osservando. Il signor Whitfield, l'avvocato di famiglia — un uomo minuto e ordinato, con occhiali dalla montatura d'argento che teneva l'abitudine di pulire nei momenti di imbarazzo, e che li stava pulendo proprio in quell'istante nonostante fossero già perfettamente tersi — non stava piangendo il conte. Stava evitando lo sguardo delle tre sorelle Ashcombe con la cura sistematica di un uomo che sa qualcosa e preferirebbe non doverlo dire. E accanto a lui, a distanza rispettosa ma non abbastanza, tre uomini che Margaret non aveva mai visto prima si scambiavano occhiate che non avevano nulla a che fare con il lutto. Uno di loro teneva in mano una cartelletta di pelle, stretta contro il petto come si tiene qualcosa di prezioso — o di pericoloso. Margaret sentì un piccolo brivido freddo scendere lungo la schiena, che non aveva nulla a che fare con la pioggia. Più tardi, si disse. Qualunque cosa sia, può aspettare a più tardi. Il reverendo Hollis stava concludendo l'omelia con parole che Margaret aveva sentito pronunciare, quasi identiche, al funerale della madre sei anni prima. Un uomo di grande calore, amato dalla sua famiglia, che lascia un vuoto che nulla potrà colmare. Erano parole vere, in un certo senso. Il conte di Ashcombe era stato calorososo, generoso fino all'incoscienza, capace di far ridere un'intera sala con un solo commento tagliente. Aveva anche giocato via, ai tavoli da carte di Londra e di Bath, una fortuna che a Margaret risultava sempre più difficile quantificare con precisione — e lei aveva provato, per anni, a tenere il conto. Era stata lei a farlo. Non per scelta, ma perché qualcuno doveva farlo, e sua madre era morta troppo presto per continuare a fingere che le finanze della famiglia si sistemassero da sole, e le sue sorelle erano troppo giovani, all'epoca, per portare quel peso. Ventisei anni, e Margaret Ashcombe conosceva ogni debito di suo padre meglio di quanto conoscesse le poesie che un tempo amava leggere prima di dormire. Non ricordava l'ultima volta che aveva letto una poesia per il solo piacere di farlo. La bara venne calata nella terra umida. Margaret non distolse lo sguardo, anche se ogni fibra del suo corpo glielo chiedeva. Reggiti dritta. Charlotte, accanto a lei, emise un suono soffocato che poteva essere un singhiozzo trattenuto o solo un respiro spezzato dal vento freddo — Margaret scelse di credere alla seconda ipotesi, perché era l'unica che le permetteva di non crollare a sua volta. Eleanor le prese la mano, senza dire nulla. Le sue dita erano gelide dentro i guanti sottili. — Ci siamo — sussurrò Margaret, stringendo quella mano con più forza di quanta ne servisse. Non sapeva bene a cosa si riferisse. Alla fine della cerimonia. Alla fine di quel giorno interminabile. Alla fine di qualcosa di più grande, che ancora non aveva un nome ma che già sentiva addensarsi all'orizzonte come le nuvole basse sopra i campi di Ashcombe.
Il ricevimento dopo il funerale si tenne nella sala grande della tenuta — la stessa sala che Margaret aveva conosciuto fin da bambina, con il soffitto affrescato ormai sbiadito dal tempo e i due grandi camini di pietra grigia che si fronteggiavano lungo le pareti opposte. Ashcombe non era la casa più grandiosa della contea, ma possedeva una bellezza consumata, quasi malinconica, fatta di tappeti un poco lisi nei punti di maggior passaggio e di ritratti di antenati che sembravano osservare i vivi con un misto di orgoglio e rimprovero. Margaret amava ogni crepa di quelle mura con un'intensità che non avrebbe mai saputo spiegare a chi non vi era cresciuto. Nella sala si respirava quel misto di solennità e imbarazzo sociale che caratterizza ogni evento in cui gli ospiti non sanno bene se sia permesso sorridere. Il tè venne servito in tazze di porcellana che Margaret sapeva — con la precisione umiliante di chi ha imparato a valutare ogni oggetto della casa in termini di ciò che potrebbe fruttare se venduto — valere più del salario annuale di due domestici. Lady Pembrose, una vicina di vecchia data della famiglia, le strinse le mani con quella particolare intensità che le persone riservano a chi considerano già, in qualche modo, sfortunato. — Mia cara Margaret. Che tragedia. E voi tre ragazze, sole ora, senza un uomo di casa che vi guidi. Cosa farete? C'era una domanda dentro quella domanda, e non era una domanda gentile. Era la domanda che tutta Londra — o almeno quella piccola porzione di Londra che si curava delle sorti della famiglia Ashcombe — si sarebbe posta nelle settimane a venire. Cosa faranno, tre sorelle senza dote sufficiente e senza un fratello a proteggerle? — Ci prenderemo cura l'una dell'altra, Lady Pembrose — rispose Margaret, con un sorriso che le costò uno sforzo fisico quasi doloroso. — Come abbiamo sempre fatto. Non era una risposta che soddisfacesse la curiosità della donna, ma era tutto ciò che Margaret era disposta a concedere. Si allontanò non appena le convenienze sociali glielo permisero, attraversando la sala con il portamento di chi ha imparato, per necessità, a muoversi tra le persone come tra le insidie di un campo minato. Fu allora che notò di nuovo il signor Whitfield. L'avvocato di famiglia se ne stava in un angolo, con una tazza di tè che non aveva toccato, e quando lo sguardo di Margaret incrociò il suo, l'uomo non distolse gli occhi come aveva fatto in chiesa. Le fece, invece, un piccolo cenno del capo — un segnale, riconobbe Margaret con un tuffo al cuore, che significava dobbiamo parlare. Attraversò la sala verso di lui con calma studiata, fermandosi a scambiare due parole con la signora Ferris del villaggio, poi con il curato, come se non avesse fretta, come se il cuore non le stesse battendo più forte a ogni passo. — Signor Whitfield — disse infine, quando furono abbastanza vicini da parlare senza essere uditi. — Vi ho visto in chiesa. Voi e quegli uomini che non conoscevo. L'avvocato abbassò lo sguardo sulla tazza che teneva in mano, come se vi cercasse le parole giuste. — Lady Margaret. Vorrei poter dire che si trattava semplicemente di conoscenti venuti a porgere le condoglianze. — Ma non è così. — No. — Whitfield sollevò finalmente gli occhi verso di lei, e in essi Margaret lesse qualcosa che le fece gelare il sangue più di qualunque pioggia di novembre: pietà. — Lady Margaret, temo che ci siano questioni riguardanti la tenuta di cui dobbiamo discutere. Questioni... urgenti. Non credo sia il momento né il luogo, oggi, ma — — Domani, allora — lo interruppe Margaret. La sua voce uscì più ferma di quanto si sentisse. — Venite domani mattina. Presto, prima che le mie sorelle siano sveglie. Whitfield esitò, poi annuì lentamente. — Domani mattina. Sì. Sarà meglio così. Margaret lo ringraziò con un cenno del capo che non tradiva nulla di ciò che le stava accadendo dentro, e si allontanò per accogliere altri ospiti, per accettare altre condoglianze, per essere — ancora una volta, come sempre — la sorella maggiore che tutto reggeva senza vacillare. Ma quella notte, sola nella sua stanza, dopo aver sentito Charlotte piangere sommessamente attraverso la parete sottile che divideva le loro camere e aver scelto, come sempre, di non intervenire per non toglierle quella privatezza necessaria, Margaret rimase sveglia a fissare il soffitto e a ripetersi le parole di Whitfield. Questioni urgenti. Conosceva già, in fondo, l'entità approssimativa dei debiti di suo padre. Li aveva stimati, li aveva temuti, ne aveva discusso in privato col fattore della tenuta più di una volta negli ultimi due anni, cercando disperatamente un modo per arginarli senza che le sue sorelle ne fossero travolte. Ma l'espressione sul volto di Whitfield — quella pietà che un avvocato di lunga esperienza normalmente sapeva nascondere meglio — le diceva che qualunque cosa avesse stimato, la realtà doveva essere peggiore. Molto peggiore. Si alzò dal letto e si avvicinò alla finestra. Fuori, la pioggia era finalmente cessata, lasciando i campi di Ashcombe avvolti in una nebbia sottile che il chiaro di luna trasformava in argento. Era una vista che amava fin da bambina — i confini della tenuta che si perdevano nell'oscurità, la sensazione di appartenere a qualcosa di più grande e permanente di sé stessa. Permanente. La parola le si fermò in gola come un nodo. Per la prima volta in undici giorni, da quando aveva ricevuto la notizia della morte del padre nel cuore della notte, Margaret Ashcombe permise a sé stessa — solo per un istante, solo lì, sola nell'oscurità dove nessuno poteva vederla — di avere paura. Poi respirò profondamente, si raddrizzò le spalle come se qualcuno la stesse ancora osservando, e tornò a letto. Domani, pensò. Qualunque cosa sia, la affronterò domani. Non sapeva ancora che quella parola — domani — stava per ridisegnare l'intera forma della sua vita, delle vite delle sue sorelle, e di un uomo che a quell'ora, in una casa londinese a più di ottanta miglia di distanza, non sapeva ancora che il nome Ashcombe sarebbe presto entrato nella sua vita per non uscirne mai più. |
|
Biblioteca

|
Acquista

|
Preferenze
|
Recensione
|
Contatto
|
|
|
|
|