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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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Il Ritratto Proibito
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Erano passati quasi cinque mesi da quel pomeriggio di giugno in cui la lettera era arrivata ad Ashworth Hall. L'estate era trascorsa senza che Charlotte avesse trovato il coraggio di rispondere. Aveva conservato quel foglio nel cassetto della propria scrivania, aprendolo più volte e richiudendolo ogni volta con la stessa inquietudine. Ora novembre aveva steso il suo velo freddo sui giardini di Ashworth Hall, e Charlotte aveva quasi convinto se stessa che quella parte della sua vita fosse finita prima ancora di cominciare. Poi, quella mattina, la riaprì. Non portava sigillo di famiglia, né stemma, né alcun segno che ne rivelasse la provenienza. Solo l'indirizzo, scritto con una mano sicura, quasi elegante, le lettere inclinate leggermente a destra come se chi scriveva avesse fretta di arrivare al punto: Alla famiglia Ashcombe. Charlotte la rigirò tra le dita due volte prima di aprirla, come se il ritardo potesse in qualche modo cambiarne il contenuto. Non lo cambiò. Gentile famiglia Ashcombe, mi scuso per l'insolita modalità di questo contatto, ma sono venuto recentemente in possesso, tramite canali che preferirei spiegare di persona piuttosto che per lettera, di alcuni paesaggi non firmati che sospetto fortemente essere opera di un membro della vostra famiglia. La qualità del lavoro è tale che desidero proporre un'esposizione presso la mia galleria, se l'artista in questione fosse disposto a farsi avanti... Vostro devoto servitore, per conto del proprietario della galleria Accanto alla lettera c'era il catalogo della galleria, lo stesso che aveva ricevuto mesi prima insieme a quel primo messaggio. Charlotte lo aveva sfogliato così tante volte da conoscere quasi a memoria alcuni degli indirizzi e dei nomi degli artisti, eppure non aveva mai trovato il coraggio di varcare quella porta. Ora il catalogo sembrava improvvisamente meno un invito e più una domanda a cui non poteva continuare a sottrarsi. Charlotte rilesse la lettera due volte, il cuore che aveva iniziato, inspiegabilmente, a battere più forte fin dalla prima riga, un ricordo lontano — un pomeriggio di due estati prima, un dipinto lasciato incautamente in un cottage abbandonato ai margini della tenuta, Julian Ashford che le aveva promesso di non dirlo mai a nessuno — che si faceva strada nella propria memoria con una vividezza che credeva di aver sepolto per sempre. Non può essere lui, pensò, il cuore che si stringeva attorno a una speranza che non si era permessa di provare da troppo tempo. Non dopo tutto questo tempo. Non dopo ciò che è successo tra noi. Ma la firma in fondo alla lettera — quel vostro devoto servitore, per conto del proprietario della galleria — non forniva alcun nome che potesse confermare o smentire i propri sospetti, e Charlotte si ritrovò a fissare quelle parole ambigue con un'intensità che non provava da anni, cercando in ogni singola frase un indizio, un tono, qualcosa che potesse tradire l'identità di chi le aveva scritto. Canali che preferirei spiegare di persona piuttosto che per lettera. Perché tanta cautela, tanta discrezione, se non per proteggere qualcosa — o qualcuno — di più delicato di una semplice transazione commerciale? Erano i paesaggi del boschetto dietro Ashcombe. Non aveva bisogno di vederli per saperlo — li ricordava tela per tela, ogni pennellata, ogni ora passata china su di essi mentre il resto della casa dormiva o fingeva di dormire. Li aveva dipinti l'inverno scorso, prima ancora che Margaret sposasse Nathaniel, prima che la crisi dei debiti si risolvesse, in un periodo in cui dipingere era stato l'unico modo per non urlare — o peggio, per non smettere del tutto di sentire qualcosa. Ricordava le dita intorpidite dal freddo dello studio non riscaldato che si era ricavata in una stanza abbandonata dell'ala ovest, il modo in cui il fiato le si condensava davanti al viso mentre mescolava i colori, l'unica cosa che sembrava avere senso in un mondo che stava crollando attorno a lei un debito alla volta. Non ricordava di averli mai venduti, né regalati, né lasciati incustoditi in un luogo da cui chiunque avrebbe potuto prenderli. Li aveva nascosti, come nascondeva sempre tutto, arrotolati sotto una tavola del pavimento nell'ala ovest di Ashcombe, un nascondiglio che credeva noto solo a se stessa. Due estati prima, in quel cottage ai margini di Ashcombe, aveva mostrato a Julian uno dei suoi primi paesaggi seri — non un semplice schizzo, ma un lavoro compiuto, il primo che avesse mai ritenuto degno di essere mostrato a qualcuno oltre se stessa. Julian Ashford l'aveva guardato a lungo, in silenzio, con un'attenzione che nessun altro le aveva mai concesso prima. Era stato il primo uomo, dopo anni di silenzio, davanti al quale Charlotte aveva avuto il coraggio di non nascondere il proprio talento. Non aveva riso, non le aveva chiesto quanto potesse valere il quadro: aveva semplicemente guardato la tela e poi lei. — Non dovresti nasconderlo — le aveva detto, con una convinzione che le era rimasta impressa più di qualsiasi promessa d'amore — la prima volta che qualcuno glielo aveva detto senza aggiungere una condizione. Poi Julian era scomparso dalla sua vita con la stessa rapidità silenziosa con cui vi era entrato, lasciandole solo un ricordo e una ferita che non si era mai del tutto rimarginata. E se fosse davvero lui? La mattina seguente, seduta alla piccola scrivania della propria stanza ad Ashworth Hall con la luce mattutina che entrava obliqua dalla finestra e disegnava un rettangolo dorato sul tappeto, il pensiero le si insinuò di nuovo nella mente, ostinato quanto indesiderato. Si alzò dalla scrivania, le gambe che le tremavano appena, e andò alla finestra della sua stanza, da dove poteva vedere il prato che scendeva dolce verso il boschetto di Ashworth Hall — non lo stesso boschetto dei suoi quadri, ma abbastanza simile da farle stringere il petto con una fitta di nostalgia inaspettata. Erano passati mesi da quando viveva lì con Margaret e Nathaniel — un arrangiamento temporaneo diventato, per una serie di ragioni non del tutto chiarite nemmeno a se stessa, permanente. Ad Ashcombe restava Eleanor, con la servitù ridotta e i libri contabili finalmente in ordine grazie al fondo fiduciario di Nathaniel. Charlotte visitava spesso, quasi ogni settimana, eppure non era mai riuscita a dire con certezza dove fosse, ormai, casa sua. Ashcombe portava il peso di troppi ricordi difficili; Ashworth Hall le offriva un rifugio, ma un rifugio che apparteneva, in fondo, a sua sorella. Il padre — defunto da più di un anno, eppure ancora capace di farsi sentire in ogni angolo della sua coscienza, in ogni scelta che esitava a compiere per timore del suo giudizio anche da morto — non avrebbe approvato nulla di tutto questo. Non l'esposizione. Non la possibilità che il nome di un'Ashcombe venisse associato a un mestiere, per quanto rispettabile potesse sembrare la parola “esposizione” scritta con tanta cura sulla carta pesante che aveva in mano. Una figlia di conte non vende quadri come una merciaia vende nastri, l'aveva sentito dire una volta, rivolto a un ospite che aveva ammirato con troppo entusiasmo uno schizzo lasciato incustodito sul tavolino del salotto. Charlotte aveva undici anni, e ricordava ancora con precisione dolorosa il modo in cui le sue guance erano avvampate, il modo in cui aveva desiderato sprofondare nel tappeto persiano del salotto e non riemergerne mai più. Non aveva più mostrato un disegno a nessuno, per anni, se non ai domestici che posavano di nascosto durante le pause — la cuoca, lo stalliere, la governante più anziana con il volto solcato di rughe che raccontavano più storie di quante Charlotte potesse mai sperare di catturare su tela — e, molto più tardi, a un uomo in un cottage abbandonato che l'aveva guardata come se il suo talento fosse un dono e non una vergogna da nascondere. Tornò alla scrivania. Prese la lettera. La tenne per un istante sopra la candela accesa sul comò, sentendo il calore sfiorarle le nocche, la fiamma che tremolava a pochi centimetri dalla carta come se anch'essa attendesse con impazienza la sua decisione. Non la bruciò. La posò invece sulla scrivania, le mani che le tremavano appena mentre la lasciava lì, aperta, come se lasciarla chiusa in un cassetto avrebbe significato ammettere una sconfitta che non era ancora pronta a riconoscere — o peggio, seppellire per sempre una speranza che, per quanto irragionevole, si rifiutava di morire del tutto. Perché la verità, quella che non voleva ammettere nemmeno a se stessa, era duplice: che qualcuno aveva guardato i suoi paesaggi — non le sue mani ben educate al ricamo, non il suo nome, non la sua dote ormai risolta grazie al matrimonio di Margaret — e aveva visto qualcosa che valeva la pena di essere mostrato al mondo; e che, forse, quel qualcuno non era affatto uno sconosciuto. Per la prima volta da anni, quel pensiero non le fece paura. Le fece, con suo enorme fastidio, piacere. Un piacere così acuto, così inatteso, da lasciarla quasi senza fiato, seduta alla propria scrivania con il sole di mezza mattina che le scaldava le spalle e una lettera aperta davanti a sé che poteva cambiare tutto, o niente, a seconda di quale coraggio riuscisse a trovare. Il che era, di per sé, un problema. Margaret la trovò ancora alla scrivania un'ora dopo, la lettera davanti a sé, la penna intinta nell'inchiostro e mai calata sul foglio, una piccola macchia scura che si era formata sulla punta del pennino per il tempo trascorso senza essere usata. — Hai un'aria — disse Margaret, fermandosi sulla soglia con quella capacità che aveva sempre avuto — anche da prima che diventasse viscontessa, anche da prima che imparasse a portare quel titolo come fosse nata per esso — di leggere le sorelle senza che dicessero una parola. Indossava un abito da mattina color prugna che le stava splendidamente, i capelli castano scuro raccolti con la solita precisione, e nel modo in cui si fermò sulla soglia, la testa leggermente inclinata, Charlotte riconobbe la stessa espressione che Margaret le rivolgeva da bambine, quando sapeva che qualcosa non andava molto prima che Charlotte trovasse il coraggio di dirlo. — Che aria hai, esattamente? Non riesco a decidere se sia terrore o... qualcos'altro. — Non lo so nemmeno io — ammise Charlotte, ed era la verità più onesta che si fosse concessa in tutta la giornata. Le porse la lettera. Margaret la lesse in silenzio, il volto che si componeva in quella maschera di calma valutazione che aveva perfezionato durante l'anno più difficile delle loro vite — quello dei debiti, del lutto, del matrimonio necessario che si era trasformato, contro ogni aspettativa, in qualcosa di vero. Charlotte osservò gli occhi della sorella scorrere le righe, si accorse del momento esatto in cui Margaret arrivò alla firma anonima, le sopracciglia che si aggrottavano appena. — I paesaggi del boschetto — disse infine Margaret, ripiegando la lettera con la stessa cura eccessiva che Charlotte aveva usato poco prima. Non era una domanda. — Non so come siano arrivati a Londra. Li avevo nascosti. Nessuno avrebbe dovuto trovarli. — Ma sono tuoi. — Sono miei. — Charlotte sentì la propria voce incrinarsi appena su quelle due parole, un misto di orgoglio e vulnerabilità che non riusciva a separare l'uno dall'altro. Margaret si sedette sul bordo del letto, le mani intrecciate in grembo — un gesto che tradiva più pensiero di quanto la sua voce lasciasse trapelare. Guardò a lungo la lettera, poi di nuovo Charlotte, come se stesse valutando quale delle due direzioni della conversazione fosse la più sicura da intraprendere. — Non è firmata. Chi credi possa averla scritta? Charlotte esitò, sentendo il calore salirle alle guance, riluttante a pronunciare ad alta voce un sospetto che, detto apertamente, sarebbe suonato tanto assurdo quanto disperato. — Non lo so — disse infine, il che non era del tutto una menzogna, anche se non era nemmeno la piena verità. — Ma qualcuno che ha ritenuto necessario scrivere con tanta cautela, tanta discrezione... non è il tipo di mercante che sfrutta un nome nobile in difficoltà. È qualcuno che vuole proteggere qualcosa. — O qualcuno — rispose Margaret piano, gli occhi che si stringevano appena mentre osservava la sorella con quell'attenzione che raramente lasciava sfuggire nulla, — che ha una ragione personale per essere cauto. Charlotte non rispose, ma il silenzio stesso fu una risposta sufficiente, e vide Margaret decidere, con la discrezione che la contraddistingueva, di non insistere oltre. — E questo mittente sa chi sei tu? — Sospetta chi sono. C'è una differenza — rispose Charlotte, anche se sapeva, con quella parte di sé che aveva imparato a essere pragmatica durante l'anno dei debiti, che la differenza era più sottile di quanto le piacesse ammettere. — Non per molto, immagino, se decidi di rispondergli. — Margaret la guardò con un'espressione che Charlotte non riusciva del tutto a decifrare — non disapprovazione, non ancora, ma qualcosa di più complesso, forse memoria della propria stessa esitazione, un anno prima, davanti a una scelta che sembrava impossibile e che si era rivelata, alla fine, la più giusta della sua vita. — Charlotte. Cosa vuoi fare? Era la domanda giusta. Era anche, Charlotte si rese conto con una piccola scossa di sorpresa, la prima volta in tutta la sua vita che qualcuno gliela poneva davvero, aspettandosi una risposta che venisse solo da lei — non dal padre, non dalle convenzioni, non dalla necessità di salvare la famiglia, non nemmeno dal desiderio di proteggere le sorelle dal giudizio altrui. — Non lo so — disse di nuovo, guardando la lettera che Margaret le porgeva indietro. Poi, più piano, quasi sussurrando come se dire le parole ad alta voce le rendesse più reali, più pericolose: — Ma non voglio bruciare la lettera. Questo lo so. Margaret sorrise — un sorriso piccolo, quasi triste, quasi orgoglioso, il tipo di sorriso che una sorella maggiore riserva quando vede l'altra fare i primi passi incerti verso qualcosa di importante. — Allora forse è già una risposta. Rimasero in silenzio per un lungo momento, le due sorelle, mentre fuori il sole continuava la sua lenta traiettoria attraverso il cielo di novembre, e Charlotte sentì, per la prima volta da settimane, qualcosa che assomigliava pericolosamente alla speranza — una speranza che portava, questa volta, il peso di un nome che non osava ancora pronunciare nemmeno tra sé. |
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