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Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Autore: Marcus Verity
Titolo: Il Segreto di Ashcombe
Genere Romanzo Regency
Lettori 168
Il Segreto di Ashcombe
Ashcombe, aprile 1817 Il vestito era troppo chiaro. Eleanor lo pensò senza dirlo, osservando la governante che lo stendeva sul letto con la cura che si riserva a un oggetto più prezioso di quanto meriti — un mussola color avorio, ricamata a piccoli fiori lungo l'orlo, scelto da Margaret durante uno dei suoi ultimi soggiorni a Londra con la stessa attenzione meticolosa che dedicava a ogni cosa che riguardasse le sorelle minori. — È perfetto per la vostra carnagione, Miss Eleanor — disse la governante, la signora Prior, che aveva sostituito la vecchia governante di famiglia l'anno precedente e che non aveva ancora imparato a leggere i silenzi di Eleanor come sapeva fare invece la signora Fenwick ad Ashworth Hall. — Vi farà sembrare eterea. Eterea. Eleanor detestava quella parola quanto detestava quasi tutte le altre che la società londinese usava per descrivere le fanciulle al proprio debutto — fresca, delicata, promettente — parole che non descrivevano una persona, ma un prodotto messo in vetrina in attesa di un acquirente sufficientemente solvibile. Non disse nulla. Si limitò a osservare l'abito con la stessa attenzione fredda con cui, da bambina, aveva osservato le facce della folla al funerale di suo padre invece della bara — un'abitudine che non aveva mai smesso di praticare, perché le persone, aveva imparato presto, mentivano molto meno con il corpo di quanto facessero con le parole. Domani sarebbe iniziata la sua prima stagione londinese. Aveva ventun anni — un anno più della Season canonica, poiché Margaret e Charlotte avevano insistito, ciascuna a proprio modo, che non ci fosse fretta, che Eleanor potesse aspettare finché non si fosse sentita pronta. Era stata una gentilezza che Eleanor aveva accettato senza ringraziare troppo apertamente, perché sapeva — con la stessa lucidità con cui sapeva quasi ogni cosa che riguardava la propria famiglia — che dietro quella gentilezza si nascondeva un sollievo silenzioso: nessuna delle due sorelle maggiori aveva davvero voluto affrontare, un anno prima, l'idea di lanciare nella mischia londinese una ragazza di soli diciannove anni ancora scossa dalla morte del padre. Ora, però, non c'erano più scuse. Margaret era Viscontessa Ashworth, sposata e felice, con un bambino atteso per l'autunno che le arrotondava già leggermente la figura sotto gli abiti da mattina. Charlotte era Signora Hale, sposata a un uomo che il padre defunto avrebbe disprezzato per la propria origine mercantile e che Eleanor, invece, trovava probabilmente il cognato più intelligente che la famiglia avesse mai acquisito — un uomo capace di vedere attraverso le persone quasi quanto lei stessa, cosa che Eleanor rispettava più di qualunque titolo nobiliare. E poi c'era lei. L'ultima. Quella a cui, ora, toccava fare ciò che una giovane donna dell'aristocrazia deve fare. Trovare un marito conveniente. Eleanor si sedette sul bordo del letto, lontano dall'abito steso come un corpo in attesa di essere vestito, e guardò fuori dalla finestra i campi di Ashcombe che si stendevano verdi e umidi sotto la pioggia leggera di aprile — gli stessi campi che aveva osservato da bambina, contando le pecore invece di pregare durante i sermoni troppo lunghi del reverendo Hollis, gli stessi campi che Margaret aveva quasi perso per sempre, tre anni prima, sotto il peso di un debito che nessuna delle tre sorelle aveva scelto di ereditare. Non ho paura del ballo, si disse, con la stessa onestà brutale che riservava sempre a sé stessa quando nessun altro poteva sentirla. Ho paura di ciò che verrà dopo il ballo. Le settimane. I mesi. Gli sguardi valutativi di uomini che decideranno se sono abbastanza qualcosa — abbastanza bella, abbastanza docile, abbastanza ricca di dote — per meritare un'offerta. Non era come Margaret, capace di trasformare il dovere in disciplina senza che nessuno vedesse la fatica sottostante. Non era come Charlotte, capace di ribellarsi con una passione che finiva sempre per conquistare, alla lunga, anche i cuori più rigidi. Eleanor era — lo sapeva da sempre, senza amarezza, solo con la stessa precisione con cui catalogava ogni altra cosa nel mondo — l'osservatrice. Quella che vedeva tutto e diceva poco. Quella a cui, in una sala da ballo affollata di sconosciuti, nessuno avrebbe saputo bene cosa dire, perché il suo silenzio metteva a disagio chi si aspettava la leggerezza convenzionale di una fanciulla al debutto. Un colpo alla porta la fece voltare. — Eleanor? — La voce di Charlotte, seguita dalla sorella stessa che entrava senza attendere risposta, come faceva sempre, un mazzo di fiori di campo ancora bagnati di pioggia stretto in una mano. — Ti ho portato questi. Henry dice che dovresti tenerli sul comò, per fortuna, prima del viaggio a Londra di domani. — Henry crede nella fortuna dei fiori di campo? — Henry crede in qualunque cosa mi renda felice mentre gliela chiedo con lo sguardo giusto. — Charlotte sorrise, posando i fiori accanto all'abito con un gesto disinvolto che faceva sembrare quella stanza, per un istante, meno simile a un'anticamera di giudizio sociale e più simile a ciò che era sempre stata: la camera di una ragazza che sua sorella amava. — Sei pronta? — No — rispose Eleanor, con la stessa franchezza che non si concedeva mai davanti a nessuno tranne le proprie sorelle. — Ma partirò comunque domani mattina. Non credo che l'essere pronta sia mai stata una condizione richiesta a nessuna delle tre di noi, prima di affrontare qualcosa. Charlotte si sedette accanto a lei sul bordo del letto, l'espressione che si faceva più seria, quel tanto di serietà che le ultime settimane di matrimonio sembravano averle insegnato senza spegnere del tutto la propria natura impulsiva. — Posso dirti una cosa che nessuno ti ha detto abbastanza chiaramente, credo? — Prego. — Non devi essere né Margaret né me, in quella sala da ballo. — Charlotte le prese una mano, stringendola con la stessa ferocia protettiva che aveva sempre riservato alle sorelle minori, fin da quando erano bambine. — Margaret ha trovato l'amore essendo pratica. Io l'ho trovato essendo ostinata. Tu troverai — se lo vorrai, quando lo vorrai — qualcosa che assomiglierà a te, non a nessuna di noi due. E se quella cosa non dovesse arrivare in una singola stagione, o in due, o mai in un salone da ballo affollato di sconosciuti che non meritano la metà della tua attenzione, non sarà un fallimento, Eleanor. Sarà solo la tua storia, che ha bisogno del proprio tempo. Eleanor sentì qualcosa allentarsi nel proprio petto — non del tutto il timore che portava con sé da settimane, ma abbastanza da permetterle di stringere a propria volta la mano della sorella con una gratitudine che non seppe esprimere a parole, come le capitava sempre nei momenti in cui l'emozione minacciava di superare la propria consueta compostezza. — Grazie — disse semplicemente, sapendo che Charlotte avrebbe compreso tutto ciò che quella singola parola conteneva. Quella notte, sdraiata nel proprio letto ad ascoltare la pioggia che batteva contro i vetri della finestra, Eleanor ripensò alle parole della sorella, e per la prima volta da settimane si permise di considerare la stagione ormai imminente non solo come una prova da superare, ma come una porta che si sarebbe aperta su qualcosa che ancora non poteva immaginare. Non poteva sapere, mentre finalmente scivolava in un sonno leggero e inquieto, che quella porta si sarebbe aperta molto più rapidamente e molto più pericolosamente di quanto avesse previsto — e che la prima cosa ad attraversarla, la mattina seguente, non sarebbe stata un invito a un ballo, né la presentazione di un pretendente, ma una lettera priva di firma, recapitata da mani che nessuno in casa avrebbe saputo identificare.
La lettera arrivò con il resto della corrispondenza mattutina, portata su un vassoio d'argento dal maggiordomo di Ashcombe con la stessa discrezione impassibile con cui avrebbe consegnato un conto del macellaio — nessun segno, nel proprio contegno, che lasciasse presagire quanto quel singolo foglio avrebbe presto sconvolto ogni piano ordinato per quella giornata. Eleanor sedeva già vestita per il viaggio, la valigia preparata e portata giù, la carrozza che attendeva nel cortile per condurla a Londra insieme a Charlotte — Margaret, nel proprio stato interessante, aveva preferito raggiungerle qualche giorno più tardi, con la benedizione poco convinta di un Nathaniel diventato, nell'ultimo anno, insopportabilmente protettivo riguardo a ogni sforzo fisico della propria moglie. — Per voi, Miss Eleanor — disse il maggiordomo, posando il vassoio accanto al piatto della colazione ormai quasi intatto. Eleanor riconobbe, con l'occhio allenato di chi aveva imparato a catalogare ogni dettaglio visivo per abitudine più che per necessità, che la busta non recava alcun sigillo — nessuno stemma, nessuna cera colorata, solo carta comune chiusa con una semplice striscia incollata, il proprio nome scritto sul fronte con una calligrafia angolosa e decisa che non riconosceva. — Chi l'ha portata? — Un ragazzo del villaggio, Miss. Ha detto solo che gli era stata affidata da un gentiluomo che non ha voluto dare il proprio nome, con l'istruzione di consegnarla direttamente a voi e a nessun altro membro della famiglia. Un piccolo brivido freddo, non dissimile da quello che Margaret aveva descritto anni prima riguardo al proprio primo incontro con Whitfield in chiesa, attraversò Eleanor mentre ruppe il sigillo improvvisato e dispiegò il foglio. Non c'era intestazione. Non c'era firma. Vostro padre lasciò una promessa che non mantenne. Ora è giunto il momento di saldarla. Cercate Lord Sebastian Blackwood. Lui conosce la verità che il conte di Ashcombe ha portato con sé nella tomba — una verità che riguarda voi, Miss Eleanor, più di quanto crediate. Eleanor rilesse le poche righe tre volte, ciascuna lettura che non faceva altro che approfondire una sensazione che non riusciva ancora a nominare del tutto — non paura, non esattamente, ma qualcosa di più vicino a quella stessa immobilità attenta con cui, da bambina, aveva osservato la folla al funerale invece della bara, la consapevolezza che qualcosa di importante si stava svolgendo appena sotto la superficie visibile degli eventi, e che nessuno intorno a lei sembrava disposto a nominarlo apertamente. — Eleanor? — Charlotte, entrata nella sala da pranzo con il proprio cappello da viaggio già indossato, si fermò sulla soglia, l'espressione che si incrinava nel notare il pallore improvviso della sorella. — Cosa c'è? Eleanor esitò solo un istante — un istante in cui pesò, con la stessa rapidità metodica con cui pesava ogni decisione importante, se condividere immediatamente la lettera o trattenerla finché non avesse avuto il tempo di comprenderne da sola il significato — poi porse il foglio a Charlotte senza una parola. Vide il volto della sorella attraversare la stessa progressione di emozioni che lei stessa aveva appena vissuto: confusione, poi una lenta, crescente inquietudine. — Chi è Sebastian Blackwood? — chiese Charlotte, alzando lo sguardo. — Non ho mai sentito nostro padre pronunciare questo nome. — Nemmeno io. — Eleanor si alzò, la propria colazione dimenticata, la mente già al lavoro con la stessa fredda determinazione metodica che aveva ereditato, sospettava, dalla stessa fonte da cui Margaret aveva ereditato la propria disciplina contabile. — Ma qualcuno ha ritenuto necessario che io lo scoprissi proprio ora, alla vigilia della mia prima stagione. Questo non può essere una coincidenza. — Una promessa non mantenuta. — Charlotte rilesse la lettera, la voce che si abbassava con un tono che Eleanor riconobbe come lo stesso usato, anni prima, la sera in cui Margaret aveva rivelato per la prima volta l'entità dei debiti del padre. — Eleanor, e se fosse un'altra crisi? Un altro debito che nessuna di noi conosceva? — Non lo so. — Eleanor riprese la lettera dalle mani della sorella, ripiegandola con cura e infilandola nella propria borsetta da viaggio, un gesto che le costò uno sforzo di controllo maggiore di quanto avrebbe voluto ammettere. — Ma ho intenzione di scoprirlo, prima che qualcun altro decida di scoprirlo al posto mio, o peggio, di usarlo contro la nostra famiglia prima che io ne comprenda la natura. — Dovremmo dirlo a Margaret. O a Nathaniel. Eleanor considerò la proposta per un lungo istante, pesando la protezione istintiva che entrambe le sorelle maggiori avrebbero voluto offrirle contro qualcosa di più ostinato che si stava già formando dentro di sé — la stessa ostinazione silenziosa, sospettava, che aveva permesso a Margaret di affrontare Whitfield da sola quella prima, terribile mattina di novembre, tre anni e mezzo prima. — Non ancora — disse infine. — Margaret aspetta un bambino, Charlotte. Non voglio che si preoccupi per qualcosa che, per ora, non è altro che poche righe senza firma. Prima scoprirò chi è questo Lord Blackwood. Poi, se ci sarà davvero qualcosa di serio da affrontare, lo condividerò con entrambe. — Sei sicura di poterlo fare da sola? Un'ombra di qualcosa che assomigliava, per la prima volta in quella mattina agitata, a un sorriso attraversò il volto di Eleanor. — Charlotte, ho passato ventun anni a osservare questa famiglia affrontare crisi che nessuna di noi aveva scelto. Credo sia arrivato il momento che affronti la mia. La carrozza che le portò verso Londra, quel pomeriggio, attraversò una campagna di aprile resa lucente dalla pioggia recente, i campi verdi che sfilavano oltre il finestrino con una bellezza indifferente al tumulto che Eleanor portava dentro di sé, la lettera ripiegata nella propria borsetta che sembrava pesare, contro ogni logica fisica, molto più della carta su cui era scritta. Lord Sebastian Blackwood, ripeté mentalmente, il nome che iniziava già a radicarsi in un angolo della propria mente da cui sapeva, con la stessa certezza spietata con cui prevedeva sempre l'andamento delle proprie crisi familiari, non sarebbe più uscito facilmente. Non poteva ancora sapere che, entro una sola settimana, quel nome senza volto sarebbe diventato un uomo reale — freddo, controllato, e portatore di una verità che avrebbe cambiato per sempre il modo in cui Eleanor Ashcombe comprendeva l'eredità lasciata da suo padre.
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