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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP, ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo già formattato che per la copertina.
Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici, dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie capacità senza la necessità di un partner, identificato nella figura di un Editore.
Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Elena Roveda
Titolo: L'ultima volta che ti ho aspettato
Genere Romanzo Contemporaneo
Lettori 6 1 2
L'ultima volta che ti ho aspettato
Un romanzo sulle relazioni tossiche e sulla dipendenza affettiva.

Canazei, novembre.

Fuori nevica piano.
Non quella neve rabbiosa di gennaio che si avventa sulle finestre. Questa è neve di novembre, ancora indecisa, quasi timida. I fiocchi scendono dritti, senza vento, e si posano sul passo come se avessero tutto il tempo del mondo.
Erica sta in piedi davanti al vetro, con le mani intorno a una tazza di camomilla. Ha ventinove anni e un paio di calzini di lana bordeaux che le ha regalato sua madre l'anno scorso, e che fino a tre anni fa non avrebbe mai messo.
Alle sue spalle, Luca legge.
Non fa altro. Legge, con il plaid sulle ginocchia e la piccola Perla acciambellata nella conchetta che il tessuto forma tra le sue cosce. La piccola chihuahua dorme con il musetto affondato nella lana, le zampe anteriori incrociate, come una signora anziana in attesa dell'autobus.
Erica non si gira.
Luca ha gli occhiali scivolati sul naso, la mascella leggermente rilassata, quella piccola ruga verticale tra le sopracciglia che compare quando la storia lo prende sul serio. Non alzerà la testa finché non avrà finito il capitolo, e, quando lo farà, la cercherà con gli occhi prima ancora di parlare.
“Non ho una spiegazione decente. O ce l'ho, ma non cambia niente!”
La tazza le scalda le mani. Fuori, il Pordoi scompare nella neve. Dentro, il fuoco fa il suo rumore antico.
“Se non vuoi parlarne va bene — però dimmelo!”
E poi, come capita sempre quando si è felici davvero, arriva il passato.
“Ti spiego tutto, non è quello che pensi.”
Non arriva di botto. Arriva come arriva quella neve: piano, senza vento, quasi con educazione. Un ricordo che bussa invece di sfondare la porta.
Lo sa da allora — da questa finestra, con questa tazza, con questo fuoco alle spalle.
E certi ricordi non tornano per fare male. Tornano perché chiedono ancora di essere visti.

Milano. Aveva vent'anni. Lui si chiamava Marco.

Marco aveva ventisette anni e un talento preciso, quasi feroce, nel far convergere l'intero perimetro del mondo su chiunque gli stesse di fronte. Aveva un modo di guardarla che la faceva sentire l'unica persona nella stanza. Questo era il problema. In quella stanza c'erano troppe persone.
Quando posò lo sguardo su Erica, tutto il resto attorno divenne lo sfondo, sfocato in un rumore bianco e indistinto.
L'aveva conosciuto a una festa ai Navigli, a febbraio, uno di quei sabati in cui Milano finge di essere giovane e ci riesce quasi. Lui le aveva portato un bicchiere di vino senza che lei lo chiedesse, e quando lei aveva detto «Grazie», lui aveva risposto: «Lo sapevo che eri una da Riesling.»
Una frase stupida. Erica lo sapeva anche allora.
Eppure.
Eppure era rimasta lì a parlare con lui per tre ore, dimenticando le amiche, il cappotto che aveva lasciato da qualche parte, persino il fatto che il giorno dopo avesse un esame.
Prima ancora di uscire insieme, i messaggi erano già cominciati. Soprattutto WhatsApp — quei muri di testo che arrivavano a raffica, uno dietro l'altro, come se lui avesse paura che il silenzio potesse farle cambiare idea. Buongiorno con l'emoji del sole. Buonanotte con quella della luna. Nel mezzo, tutto: cosa stai facendo, a cosa stai pensando, ti ho vista online e non ti ho scritto per non sembrare ossessivo — e intanto le scriveva per dirglielo.
Erica non aveva ancora imparato a riconoscere quella fame.
Stava costruendo un debito.
Lo avrebbe ripagato per anni.

Stavano insieme da tre settimane quando Marco la portò in una trattoria in zona Farini che non aveva insegna.
Non aveva un'insegna, nel senso letterale: una porta verde, un campanello che bisognava conoscere per poterlo suonare. Lui suonò senza esitare, con quella sicurezza di chi conosce i posti segreti delle città e li custodisce come moneta preziosa, da spendere al momento giusto.
«Come fai a conoscere questo posto?» chiese Erica.
«Un cuoco che ho conosciuto su un treno, Milano-Venezia. Tre ore di viaggio. Mi ha raccontato tutta la sua vita. Alla fine mi ha dato l'indirizzo.»
«E ci sei venuto.»
«Come potevo non venirci?»
Dentro c'erano sette tavoli, una lavagna con il menù scritto a mano, che cambiava ogni giorno, e un rumore di cucina che arrivava attraverso una porta socchiusa: voci, tegami, qualcosa che sfrigolava con urgenza. Il proprietario li accompagnò al tavolo senza parlare, come se l'eccesso di parole fosse una cosa volgare.
Marco ordinò per tutti e due senza chiedere, ma in un modo che non era prepotenza — era attenzione. Aveva ascoltato, nei giorni precedenti, ogni cosa che lei aveva detto sul cibo, su quello che amava e su quello che non sopportava, e adesso usava quelle informazioni come se avesse preso appunti senza che lei se ne accorgesse.
«L'aglio» disse Erica quando arrivarono i piatti. «Niente aglio.»
«L'ho già detto.»
Lei lo guardò. «Mi prendevi in giro tu, tre settimane fa, per l'aglio?»
Marco alzò il bicchiere. «Sì, perché avevi detto che tua madre lo metteva nella zuppa da quando eri piccola e tu la finivi lo stesso per non dispiacerle. Dettaglio diverso!»
Erica non rispose subito.
Quella era la cosa di Marco che non riusciva ancora a tenere a bada: il modo in cui ascoltava. Non con l'attenzione generica di chi annuisce mentre pensa ad altro, ma con una presenza rara, quasi anacronistica; come incontrare qualcuno che scrive ancora le lettere a mano. Quando le parlava non guardava il telefono o altrove. Guardava lei, con quell'espressione leggermente inclinata, come se stesse cercando di capire qualcosa di preciso.
Le dava la sensazione di avere quel qualcosa in più.
Non lo capì allora. Lo capì molto più tardi — in una stanza con una poltrona color senape, nel modo lento in cui si capiscono le cose che fanno male.

Quella sera Marco raccontò di un viaggio in Portogallo fatto a ventidue anni, zaino in spalla, senza prenotazioni. Aveva una tecnica narrativa istintiva e generosa: sapeva dove rallentare, dove accelerare, dove lasciare uno spazio vuoto perché il silenzio facesse il suo lavoro.
Raccontò di una pensione a Lisbona gestita da una donna di ottant'anni che parlava solo portoghese e faceva colazione alle cinque del mattino perché, diceva attraverso il nipote traduttore, «il giorno va guadagnato, non aspettato.»
«La frase più bella che abbia mai sentito in vita mia» disse Marco. «Da una donna che non avrei mai incontrato se avessi prenotato l'hotel su Booking.»
«Stai dicendo che bisogna sempre viaggiare senza prenotare?»
«Sto dicendo che i posti migliori li trovi quando non stai cercando i posti migliori.»
Erica pensò che forse si stesse riferendo anche a un'altra cosa, e che forse quella cosa riguardasse anche lei.
Uscirono tardi. Milano sapeva di quelle notti di marzo in cui il freddo inizia a cedere qualcosa senza ancora arrendersi del tutto — l'aria tagliente, ma con dentro un'idea di primavera, lontana eppure presente.
Camminarono senza decidere dove andare. Marco parlò ancora: di un libro che stava leggendo, di un vecchio amico che aveva aperto una libreria a Bologna e ci perdeva soldi, ma era il più felice che avesse mai visto; di una cosa che aveva sentito alla radio e che non riusciva a togliersi dalla testa.
Erica camminava accanto a lui e pensava di non ricordare l'ultima volta in cui aveva passato una serata intera senza guardare il telefono.
Davanti al portone del suo palazzo, Marco si fermò. Non la baciò subito. Si fermò e la guardò, con la stessa attenzione della cena, come se stesse fissando qualcosa nella memoria.
«Cosa fai?» disse Erica.
«Ti guardo.»
«Lo vedo. Perché?»
«Perché le cose belle è meglio non bruciarle troppo in fretta.»
Erica rise — una risata vera, un po' sorpresa. Lui sorrise, e in quel sorriso c'era qualcosa di disarmato.
La baciò dopo.
E lei, rientrando, pensò che forse le cose potevano anche andare bene, ogni tanto.

Arrivò da lui con la pioggia. Aveva attraversato mezza Milano sotto un temporale improvviso, l'ombrello inutile perché il vento lo ribaltava ogni trenta secondi. Raggiunse il citofono con i capelli fradici e le scarpe che facevano un rumore umido a ogni passo.
Marco aprì la porta e la guardò. «Sei un disastro.»
«Grazie» disse lei.
«Vieni.»
L'appartamento di Marco era al terzo piano di un palazzo in zona Isola: piccolo, leggermente caotico, con i libri impilati orizzontalmente sopra quelli verticali perché gli scaffali non bastavano mai. C'era una chitarra appoggiata al muro. Marco aveva provato a suonarla a sedici anni, poi aveva smesso: non riusciva a essere bravo abbastanza in fretta. C'erano cartoline attaccate allo stipite della cucina con il nastro di carta, tutte di posti diversi, tutte scritte a mano da qualcuno.
«Le ricevi ancora?» disse Erica, indicandole.
«Le ho ricevute. Adesso non le manda più nessuno.»
«Però le tieni lo stesso.»
«Sono prove che un certo modo di stare al mondo è esistito.»
Le diede un asciugamano, una felpa, un paio di calzini di lana che erano chiaramente suoi ma non lo disse — li posò sul letto senza commento, come se fosse ovvio. Erica si cambiò in bagno e quando uscì lui stava già in cucina, e l'appartamento aveva cominciato ad avere un odore.
«Stai cucinando?»
«Sto riscaldando» disse lui. «Distinzione importante.»
Aveva tirato fuori dal frigorifero quello che c'era — avanzi di qualcosa, uova, un pezzo di formaggio — e stava costruendo qualcosa con quella competenza disinvolta delle persone che non seguono le ricette ma sanno cosa va con cosa. Erica si sedette sul piccolo sgabello vicino al bancone e lo guardò lavorare.
«Racconta» disse lui, senza girarsi.
«Cosa?»
«Com'è andata la giornata? Hai l'aria di chi ha qualcosa in testa da stamattina.»
Erica rimase in silenzio un momento. Aveva avuto una settimana complicata all'università. Il professore le aveva restituito l'elaborato pieno di segni rossi. Non erano correzioni, le erano sembrati colpi assestati con metodo. Da tre giorni rileggeva quelle frasi finché non aveva cominciato a sentirle nella propria voce. Glielo raccontò. Mentre parlava, Marco continuava a cucinare, ma con il modo di ascoltare che lei aveva imparato a riconoscere — il corpo orientato verso di lei anche quando le spalle erano girate, le risposte brevi ma precise, nessuna fretta di arrivare alla conclusione.
«Il professore ha torto» disse alla fine, semplicemente.
«Non lo sai.»
«So che hai passato tre giorni a convincerti che avesse ragione. Questo mi basta.»
Lei lo guardò senza contraddirlo, un po' sollevata.
Mangiarono seduti sul divano perché il tavolo era occupato da libri che abitavano quel piano legnoso da chissà quanto tempo, e non c'era voglia di spostarli. Fuori la pioggia continuava, il rumore sordo sul vetro, Milano grigia e ferma nel modo in cui sa esserlo solo la domenica. Marco mise su della musica — qualcosa di classico, una voce bassa su chitarra acustica — e non spiegò né il titolo né l'artista, come se certe cose non avessero bisogno di etichette per esistere.
A un certo punto smisero di parlare.
Erica chiuse gli occhi un momento.
Oltre i vetri, la pioggia li avvolse nel suo abbraccio.

La prima sparizione durò quattro giorni.
Arrivò senza preavviso, come un'interruzione di corrente. Un messaggio la sera — «Domani ci sentiamo» — poi il silenzio. Erica aspettò. I segni di spunta si fecero blu: aveva letto.
Aprì la sua pagina Instagram. L'ultima storia era di tre ore prima: lui al bar con gli amici, un aperitivo, qualcuno che rideva fuori campo. Stava benissimo. Stava benissimo e non le rispondeva.
Erica uscì dalla storia sperando che non apparisse tra chi l'avesse vista. Poi ci rientrò. Poi uscì di nuovo.
Rilesse le loro conversazioni cercando l'errore, la parola sbagliata, il momento esatto in cui qualcosa si fosse rotto. Non trovò niente. Perché non c'era niente da trovare.
Era solo Marco che faceva Marco.
Quando tornò, tornò come se niente fosse. Ero sommerso di lavoro, scusa. Mandò anche un'emoji con la faccina stanca. Erica guardò quella faccina a lungo — quella piccola faccia gialla con le occhiaie — e sentì una cosa strana mescolarsi al sollievo.
Scrisse: Non fa niente.
“Non fa niente”.
Tre parole che avrebbe ripetuto molte altre volte, in molte altre forme, con molti altri uomini.
“Non fa niente” — che tradotto significava: “fai pure, io resto”.
Elena Roveda
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