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Writer Officina Blog
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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Le Radici Invisibili
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Viaggi, incontri e percorsi di trasformazione.
Il primo contatto.
Non saprei dire quando ho capito che le mani avrebbero avuto un ruolo così importante nella mia vita. So però da dove è cominciato tutto: da un dolore. Per anni ho sofferto di cervicale. Provavo un trattamento, stavo meglio per qualche giorno e poi tutto ricominciava. Cambiavo terapia, cercavo un'altra soluzione, ma il risultato era sempre lo stesso. Il dolore si attenuava, sembrava scomparire, poi tornava puntuale. Fu in quel periodo che entrai, quasi per caso, in un centro shiatsu. Ricordo ancora il silenzio che si respirava appena varcata la soglia. La luce era soffusa, nell'aria c'era il profumo dell'incenso e, sul pavimento, alcuni futon arancioni rendevano l'ambiente caldo e accogliente. Era un luogo che trasmetteva tranquillità ancora prima di iniziare il trattamento. Mi sdraiai senza sapere bene cosa aspettarmi e l'operatore iniziò a lavorare con calma. Le pressioni erano lente, precise. Dopo qualche minuto smisi di prestare attenzione alla tecnica e mi lasciai semplicemente andare. Sentivo il corpo rilassarsi come non mi era mai successo prima. Quando il trattamento terminò mi alzai, salutai e uscii. Fu soltanto poco dopo che mi resi conto di una cosa: il dolore era sparito. Rimasi fermo qualche istante. Mi sembrava quasi strano muovere il collo senza avvertire quella tensione che mi accompagnava da anni. Fu allora che nacque un pensiero semplice, immediato. «Questo lo devo imparare.» Non sapevo ancora dove mi avrebbe portato quel pensiero. Sapevo soltanto che qualcosa si era acceso dentro di me. Quel giorno entrai in un centro shiatsu come una persona in cerca di sollievo. Ne uscii con una curiosità che, da allora, non mi ha più abbandonato.
Le radici.
Uno dei ricordi più nitidi della mia infanzia è la voce di mia madre. La rivedo mentre canta in casa, senza un motivo particolare. Lo faceva mentre sistemava qualcosa, preparava da mangiare o semplicemente si muoveva da una stanza all'altra. Erano gesti quotidiani, che allora mi sembravano normali. Solo molti anni dopo ho capito quanto fossero preziosi. Tra le canzoni che cantava più spesso c'erano quelle di Tony Renis. Le ascoltavo senza farci troppo caso, eppure quelle melodie sono rimaste dentro di me. Hanno continuato a esistere in un angolo della memoria, in silenzio, e non avrei mai immaginato che un giorno sarebbero riemerse in modo così inaspettato. “Da qui è iniziato tutto, prima ancora che potessi comprenderlo”
Nel 2001 lavoravo come massaggiatore all'Hotel Desirée, all'Isola d'Elba. Di quell'isola ricordo soprattutto la luce. Il mare aveva una trasparenza incredibile e, quando nuotavo tra gli scogli, avevo la sensazione di entrare in un acquario naturale. Nei periodi più caldi comparivano molte meduse vicino alla riva e, ogni tanto, qualche piccolo polipo si avvolgeva alle caviglie con una curiosità che non incuteva alcun timore. Anche l'albergo aveva un fascino particolare. Affacciato sul mare e immerso nel verde, sembrava seguire il ritmo dell'isola, lento e discreto. Da quelle parti si respiravano ancora i racconti legati al soggiorno di Napoleone, come se la storia fosse rimasta sospesa tra la vegetazione e le rocce. Fu lì che arrivò Tony Renis. Appena lessi il suo nome tra gli ospiti, il pensiero corse subito a mia madre. Mi tornarono in mente la sua voce e quelle canzoni che avevano accompagnato tanti momenti della mia infanzia. Per due giorni consecutivi, Tony Renis mi chiese un massaggio ai piedi della durata di due ore ciascuno ed io accettai con entusiasmo. Dopo circa un'ora, però, mi accorsi di aver già utilizzato tutte le tecniche che conoscevo. Ricordo ancora il pensiero che mi attraversò la mente: “E adesso? Manca ancora un'ora...”. Fu proprio in quel momento che smisi di preoccuparmi della tecnica. Invece di chiedermi quale movimento fare dopo, iniziai ad ascoltare quello che avevo sotto le mani: il ritmo del respiro, le tensioni, le reazioni del corpo. Senza rendermene conto, stavo imparando una lezione che mi avrebbe accompagnato negli anni: la tecnica è importante, ma da sola non basta. A fare la differenza è la qualità della presenza con cui ci si prende cura dell'altra persona. Al termine di uno dei trattamenti, Tony Renis mi disse che negli Stati Uniti aveva ricevuto massaggi da molti professionisti, ma che nel mio modo di lavorare aveva percepito una sensibilità particolare. Quelle parole mi fecero piacere. Più che un complimento, le vissi come un incoraggiamento a proseguire su quella strada. Prima che lasciasse l'albergo trovai il coraggio di raccontargli il mio ricordo personale. Gli dissi che le sue canzoni mi riportavano a mia madre e a quei momenti in cui la sentivo cantare per casa. Lui mi guardò, sorrise e rispose con una battuta. «Certo che tu mi fai sentire proprio vecchio!» Scoppiammo a ridere tutti e due. Ancora oggi ripenso a quella risposta con affetto. In poche parole aveva riportato leggerezza in un momento che avrebbe potuto diventare malinconico. Ripensando a quell'incontro, oggi capisco non è la notorietà di Tony Renis ad aver lasciato il segno. Quello che porto con me è piuttosto ciò che ho imparato durante quei due giorni. Per la prima volta compresi davvero che un trattamento non dipende soltanto da ciò che si sa fare con le mani, ma da come si è presenti davanti alla persona che si ha di fronte. Una lezione che continua ad accompagnarmi ancora oggi.
Il sapore della libertà.
Il 1976 è uno di quegli anni che porto ancora dentro. Ogni lunedì mi alzavo prima dell'alba per raggiungere la fermata della corriera diretta alla scuola alberghiera di Arta Terme, in Carnia. Nell'aria c'era il profumo dell'erba bagnata e della legna che bruciava nei camini. Salivo sul pullman ancora assonnato, ma con l'entusiasmo di chi aveva davanti una nuova settimana. A ogni fermata salivano altri ragazzi. A Gemona c'era Paolo. A Venzone Mario e Silvio. A Tolmezzo Ferruccio e Riccardo. Poco alla volta il silenzio del mattino lasciava spazio alle chiacchiere, alle battute e alle risate. Fuori scorrevano montagne verdi, chalet con balconi fioriti e piccoli paesi raccolti tra i boschi. A quell'età sembrava che nulla potesse cambiare. Poi arrivò il 6 maggio. La terra tremò con una forza che nessuno di noi aveva mai immaginato. Il terremoto colpì il Friuli e, in pochi istanti, cambiò il volto di quei luoghi. Ricordo soprattutto gli sguardi degli adulti. Nei loro occhi comparve una paura che, fino a quel momento, non avevo mai visto. Noi ragazzi cercavamo di continuare la nostra vita, scherzavamo come sempre, ma bastava osservare il volto di un genitore per capire che niente sarebbe stato più come prima. La scuola rimase chiusa per alcune settimane. Quando tornammo ad Arta Terme, il viaggio era lo stesso, ma il paesaggio era cambiato. Il bar dove saliva Paolo era stato sostituito da una struttura provvisoria. Molte case non c'erano più. Al loro posto c'erano macerie, prefabbricati e cantieri. Attraversare quei paesi faceva impressione. Ogni settimana, però, vedevamo qualcosa cambiare. I friulani lavoravano senza risparmiarsi. Si aiutavano, ricostruivano, riprendevano in mano la loro vita. Insieme alle case, poco alla volta, tornavano anche i sorrisi. Ripensandoci oggi, credo che sia stato proprio allora che è nato il desiderio di costruirmi una strada tutta mia. Sentivo crescere la voglia di conoscere il mondo, di fare esperienze e di capire quale posto avrei trovato dentro quella vita che, fino a poco tempo prima, mi era sembrata così prevedibile. Terminata la scuola alberghiera arrivò il momento di entrare davvero nel mondo del lavoro. La mia prima stagione come aiuto cuoco fu a Jesolo, al ristorante Il Veneziano. Avevo già lavorato in passato, ma questa esperienza aveva un sapore diverso: sentivo di star muovendo i primi passi con le mie gambe. Qualche mese dopo arrivò l'occasione di partire. Mio fratello, il nostro amico Hermes ed io decidemmo di raggiungere l'Olanda in automobile. Non avevamo grandi programmi: volevamo viaggiare, vedere posti nuovi e goderci quella libertà che, fino ad allora, avevamo solo immaginato. L'autoradio ci accompagnò per tutto il viaggio. Janis Joplin, Pink Floyd, Peter Gabriel, il rumore del motore, le cartine spiegazzate sul cruscotto e le risate che riempivano l'abitacolo sono immagini che porto ancora con me. Attraversammo la Baviera, con i suoi paesi ordinati, le case basse, i gerani alle finestre e i prati curati. Poi arrivammo a Monaco. Dopo due settimane di wurstel, pollo e patatine, cominciammo ad avere una nostalgia inattesa: un cappuccino fatto come si deve e un piatto della nostra cucina. Una mattina entrammo in un piccolo bar italiano e mentre facevamo colazione si aprì la porta. Entrò un uomo. «Ciao Vincenzo, hai aperto il ristorante?» «Non ancora.» «Come mai?» «Mi manca il personale.» Seguì un breve silenzio. «Mi servono uno chef, un aiuto cuoco e un cameriere.» Ci guardammo e non ci fu bisogno di aggiungere altro. Nel giro di pochi giorni il viaggio lasciò il posto al lavoro. La pizzeria romana prese vita tra il rumore delle pentole, il profumo del basilico, le comande che arrivavano dalla sala e il forno acceso praticamente tutto il giorno. Si lavorava tanto, ma l'entusiasmo non mancava. Le settimane passarono in fretta. Poi mio fratello ed Hermes decisero di riprendere il viaggio verso Amsterdam. Vincenzo, invece, mi chiese di restare perché aveva bisogno di me. Io accettai. Quando vidi i miei amici partire provai una sensazione nuova. Per la prima volta mi ritrovavo davvero da solo, in un Paese straniero, senza la sicurezza di avere accanto qualcuno della mia famiglia. Fu proprio in quei giorni che compii diciott'anni. Ebbi la sensazione di essere entrato in una fase diversa della mia vita e capii che da quel momento le scelte sarebbero dipese soprattutto da me. La libertà aveva anche un risvolto molto pratico: dovevo cavarmela da solo. Una delle prime prove arrivò quando la moglie di Vincenzo, che mi dava una mano in cucina, mi chiese di preparare una torta per la festa di compleanno della figlia. Accettai senza pensarci e solo dopo mi resi conto di un particolare non proprio trascurabile: in vita mia non avevo mai preparato una torta! Presi il libro dell'Artusi, scelsi una ricetta e seguii ogni passaggio con la massima attenzione. Ero convinto che bastasse rispettare le dosi e i tempi di cottura per preparare una buona torta, eppure, quando la tirai fuori dal forno, capii subito di essermi sbagliato: più che una torta, sembrava un mattone. Ormai però non potevo tirarmi indietro. E così preparai una panna montata rosa, visto che la festeggiata era una bambina, aggiunsi qualche fragola e cercai di renderla il più presentabile possibile. Mentre guardavo la mia opera pensavo: “tanto la metteranno insieme alle altre torte... nessuno saprà che questa è la mia.” La cosa divertente è che non ho mai avuto il coraggio di chiedere come fosse andata. Ancora oggi non so se quella torta sia stata mangiata con entusiasmo oppure abbia richiesto un intervento del dentista. Dopo tanti anni trascorsi sotto la guida di mio padre, avevo finalmente la sensazione di poter decidere da solo della mia vita. Rimasi in Germania quasi un anno, poi iniziò a farsi sentire la nostalgia. Mi mancavano l'Italia, mia madre, mio fratello, e così decisi di tornare. Qualche mese prima avevo comprato un pastore tedesco che avevo chiamato Floyd. Era un cane intelligente, affettuoso e sempre pronto a seguirmi. Scoprii, però, che non condivideva il mio entusiasmo per i lunghi viaggi in treno. Dopo poche ore iniziò infatti ad avere problemi intestinali di proporzioni memorabili. Per limitare i danni mi sistemai vicino ai bagni e la strategia sembrava funzionare, almeno finché non finì la carta igienica. A quel punto Floyd decise che non poteva aspettare oltre ed io mi ritrovai a correre da un vagone all'altro in cerca di un bagno rifornito, mentre cercavo disperatamente di contenere una situazione sempre più imbarazzante. Preferisco sorvolare sui dettagli. Ricordo soltanto gli sguardi dei passeggeri e il sollievo quando, finalmente, trovai un rotolo di carta. Ripensando a quegli anni mi tornano in mente immagini molto diverse tra loro: le montagne della Carnia; la corriera all'alba; le strade della Baviera; il rumore della cucina durante il servizio; la mia torta-mattone; e soprattutto Floyd, compagno fedele di quella prima stagione della mia vita che riuscì a trasformare il viaggio di ritorno in un'avventura che, ancora oggi, mi fa sorridere. Sono ricordi che porto con me da sempre, perché ognuno, a modo suo, ha contribuito a farmi crescere. |
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